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Un paio di note al volo. Anzi, a terra. Uno: non potete
dire di aver viaggiato finché non vi siete confrontati
con i leggendari cessi hi-tech del sol levante. Nonostante
le istruzioni in giapponese stampate sulla tavoletta, due
lauree presenti in questa camera d'albergo, e un paio di
disegnini, come dire... esplicativi?... abbiamo ancora qualche
perplessità su alcune funzioni.
Due: qualcuno dovrebbe spiegare a Leonardo che non sono
le cinque del pomeriggio come crede lui, ma è mezzanotte.
Ecco, a parte ciò, qui Tokyo e tutto bene.
Continua, sì sì. Con un po' di pazienza e
umts permettendo, i prossimi giorni. Sayonara.
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Aeroporto
di Narita, in attesa del treno per Tokyo
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Enigma giapponese
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Io già lo sapevo che ci avrei sguazzato a bloggare
dal Giappone. Devo solo ancora decidere a che linea attenermi:
tipo, ve la faccio didascalica, o la volete un po' manga?
Il fatto, qui, è che potete anche aver fatto indigestione
di oriente per anni, come noi, e magari credere che nulla
dei gialli possa più sorprendervi. Ma poi atterrate
a Tokyo...
Facciamo così: subito sotto con i luoghi comuni.
Uno: se proprio non siete alla frutta, non chiedete alcuna
informazione ad alcun giapponese vi capiti a tiro. A meno
che, naturalmente, non desideriate intensamente paralizzare
mezza Tokyo e gettare un discreto numero di amici del Sol
Levante nel panico totale.
Al TIC di Ginza, che altro non è se non il più
efficiente ed attendibile centro informazioni per turisti
di tutta Tokyo, ho chiesto alla gentile impiegata qualche
dettaglio sul collegamento fra Matsumoto e Takayama, due
fra le più gettonate mete della regione. Erano le
dieci e mezza del mattino. Siamo usciti dal TIC alle due
del pomeriggio. Ho visto questa povera donna attaccarsi
perfino a Google e coinvolgere altre due sue disperate colleghe.
Ho visto questo efficientissimo team ripresentarsi da me
dopo un'ora per dirmi che sì, effettivamente esiste
un collegamento fra Matsumoto e Takayama.
Bene. Grazie. Questo già lo sapevo. Quante volte
al giorno? Quanto tempo impiega? Con che mezzo?
Lungo che itinerario? Ops... Panico! Sorrisi, tanti.
Un minuto solo Paschetto san, controlliamo subito.
E giù di nuovo su Google. Eccetera.
Naturalmente non ho scoperto nulla di più, finché
a Google non mi ci sono attaccato io e ho risolto
la faccenda
in pochi minuti.
Due: in Giappone (o meglio, a Tokyo, per ora...) si mangia
benissimo, i ristoranti costano poco e anche se odiate il
pesce vivete comunque alla grande. Va da sé che qualunque
cosa ordiniate, pur aiutandovi con le figurine e le fotografie
sui menù, quello che vi verrà servito *non*
assomiglierà affatto a ciò che vi attendevate.
Pazienza. Tacete, mangiate e la prossima volta imparate
il giapponese. E, soprattutto, non state a far tante domande
su cos'è quello e quell'altro... Come dite? Ah, certo,
voi sapete tutto perché frequentate i sushi bar del
centro di Milano. Ecco, sì, sì. Bravi...
Date un'occhiata a questa:
Bene, di fronte a questo menù di un elegantissimo ristorante
di Ueno, Tokyo centro, io ho chiuso gli occhi e puntato un
dito. Come dite? Vi ho già detto: lasciate perdere,
*non* chiedete spiegazioni, né informazioni, a meno
che naturalmente non vogliate paralizzare l'intero ristorante.
Insomma: ho puntato il dito sulla seconda colonna, quella
dove c'è quel simbolo che mi piace tanto, tipo divieto
di sosta. Mi hanno portato, ridendo moltissimo, una eccezionale
specialità giapponese.
Due palline di gelato alla vaniglia.
Per onestà di cronaca va anche detto che in quel ristorante
non ne abbiamo azzeccata una. E sì che abbiamo studiato,
e sì che di oriente, noi, ne abbiamo davvero divorato
a iosa, e sì che bla bla bla. Ma siamo stati traditi
dalle serate precedenti, filate vie troppo facili. Comunque:
ci siamo accomodati al tavolo ( tavolo?) con le scarpe
e siamo stati subito cazziati. Ok, ce le siamo tolte immediatamente,
scusandoci e vergognandoci a dovere e, poiché sembravano
lì apposta per noi, ci siamo infilati delle comode
pantofole. Erano quelle dei camerieri.
Ho salvato la serata solo perché,
contrariamente alle mie abitudini, non avevo i calzini bucati.
Leonardo ha trovato un po' strano mangiare a piedi scalzi.
Tre: vogliamo parlare della leggendaria metropolitana di Tokyo?
Una delle più facili del mondo, da girare. Lo abbiamo
fatto anche nella famigerata ora di punta, con il passeggino.
E possiamo anche confermarvi che tutti, ma proprio tutti i
giapponesi di Tokyo, in metropolitana dormono, foss'anche
per una sola fermata. Dormono anche in piedi. Questa gente
è distrutta dal lavoro :-)
No, dài. Non è vero. Qualcuno è sveglio.
Ecco, quello è il capo degli altri.
Insomma, prendete una metro qualunque e via, di qua e di là
per Tokyo, cambiando di linea in linea come nulla fosse, senza
mai sbagliare fermata o connessione, muovendovi con precisione
svizzera, pardon, giapponese. Ah, beh: certo, dovete aver
prima fatto il biglietto. Ma quella è tutta un'altra
faccenda. Io, per esempio, me ne sono lavato le mani e ho
delegato la rogna ad Emanuela. Che ha sbagliato tutto subito:
ha chiesto un'informazione al primo giapponese che
le è capitato a tiro.
Io e Leonardo ci siamo messi in un angolino a leggerci la
Lonely Planet in attesa che il raduno terminasse e la folla
si disperdesse. Mezz'ora dopo, Emanuela - piuttosto provata,
a dire il vero, ed ovviamente senza essere riuscita ad avere
alcun aiutino in più - si è infine avvicinata
a una misteriosa macchinetta automatica. L'ha fissata un po'
e infine ha premuto un bottone. La vittoria ha meritato di
essere documentata (come del resto qualunque giapponese avrebbe
fatto in Europa):
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Emanuela batte
distributrice automatica giapponese 2-0
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La statua
di Godzilla...
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Ah sì, la statua di Godzilla: ve l'ho messa qui perché
non sapevo dove altro infilarla e non potevo certo privarvene.
Dicevamo, la metropolitana di Tokyo: ora, io vorrei sapere
per quale motivo in questo paese, che per efficienza riuscirebbe
quasi a far vergognare gli svizzeri, nel quale tutte le strade
di Tokyo - di Tokyo signora mia, l'agglomerato urbano più
esteso del mondo, mica di Frosinone - sono attrezzate con
i camminamenti per i non vedenti, per quale motivo - dicevo
- per accedere a quasi qualunque fermata della metropolitana
(avete presente *quante* fermate della metro ci sono a Tokyo?)
si debbano per forza salire e/o scendere dozzine di rampe
di scale e non ci siano né scale mobili, né
ascensori. Intendo: fino al primo livello sotto terra, poi
è tutto un festival di scivoli, scale mobili, tapis
roulant, elevators e bla bla bla fra i vari livelli.
Cioè, tu te la spassi nel sottosuolo di Tokyo per ore,
portandoti dietro un passeggino da un quintale, cambi dodici
linee, scendi fino a profondità degne delle miniere
di rame cilene, poi risali fino a dieci metri dalla sede stradale
e lì, proprio sul più bello, ti fotti: prenditi
su il tuo bel passeggino, e ovviamente il bambino che dorme,
e via di gradini. Regolare.
Ma allora, che accidenti ci stanno a fare sotto terra le piattaforme
per i disabili se per accedere poi alla metropolitana le scale
te le pappi comunque? Mah.
Vabbé, welcome to Tokyo amici miei, ed anzi: welcome
to Tokyo con un passeggino rosso e un piccolo terremoto di
due anni e mezzo che, davanti all'acquario del Sony Building,
si è letteralmente esaltato (e non vi dico, poi, trascinarlo
via...).
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Leonardo a
zonzo per Tokyo
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Saracinesca
di un negozio ad Asakusa, Tokyo
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Il nostro primo Giappone è esattamente come potete
aspettarvi che sia il Giappone: giapponese. Insomma, più
o meno come nei cartoni animati e nei film di Kung Fu. E Tokyo
è esattamente come potete aspettarvi che sia Tokyo.
Inutile dire che qui gli scatti vanno a raffica, complice
anche il fatto che agli occhi dei giapponesi è del
tutto normale fotografare qualunque cosa animata o meno e
che, se glielo chiedete, saranno felicissimi di mettersi in
qualunque posa più vi aggradi.
Sì, certo, c'è anche la classica Tokyo alla
Blade Runner, quella che tutti immaginate, ma per dirvi
la verità questa città è molto più
a misura umana di quanto ce l'aspettassimo. A tratti sembra
un po' il melting pot ideale fra Bangkok, Saigon e
un pizzico di America, con un cielo che ricorda più
quello di Sydney che non quello di una qualunque umida, tossica
e rovente città del sudest asiatico. Insomma: a noi
piace, eccome!
Ecco qui, fine seconda puntata. Oh, comunque è come
pensavamo: i giapponesi sono molto più fighi dei cinesi.
Adesso andiamo a fare qualche altra gaffe. Stay tuned,
mi raccomando. Dimenticavo, messaggio in codice: Miura, porta
l'ombrello.
No, io non ve la racconto Tokyo. Provo a farvela vedere.
E mi spiace solo di non avervi potuto far vedere in passato,
allo stesso modo e tanto per rimanere in oriente, Bangkok
e Saigon, Kuala Lumpur e Pechino, Hong Kong e Delhi, così
poi mi potevate dire. Perché a Tokyo c'è tutto
questo, e anche di più. Solo che qui sorridono, a
Pechino no. Solo che qui il traffico si muove, a Bangkok
no. Solo che qui si respira, a Delhi no.
Ecco, per dirvi la verità non credo che Tokyo, comunque,
scalzerà Bangkok dalla testa della mia classifica
personale. Perché forse, ma solo forse e forse
solo per ora e a caldo, a Tokyo manca un'unica piccola cosa.
O meglio, c'è una cosa di troppo: che riesce
a farti a sentire a casa, come mai Bangkok riuscirà
a fare nemmeno se dovessi viverci per anni. Per uno zingaro
come me, forse questo è il solo ed unico elemento
di disturbo. Resta il fatto che amo già questa
città.
Sì, oggi sono un po' didascalico, è vero.
Ma venite ancora un po' in giro con noi per Tokyo, che tanto
è già manga di per sé...
Chilometri, chilometri, chilometri
a piedi (e passeggino) per vivere questa incredibile e straordinaria
città: da Shibuya ad Harajuku ed a Shinjuku, da Asakusa
a Ueno, da Ginza ad Akihabara, e poi metrò, e metrò,
e metrò, e treni, treni, treni, e ancora a piedi, di
negozio in negozio, di centro commerciale in centro commerciale,
di via in via, di locale in locale...
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Vetrine alla
moda per le Tokyo girls, Takeshita-dori, Tokyo
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Rush hour,
Shinjuku JR station
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Non è una città, sono mille città. A
Shibuya sono il rumore e la musica assordante dei mille centri
commerciali e gli infiniti e fantasmagorici colori degli adolescenti,
per cui ti senti vecchio anche se hai vent'anni; ad Asakusa
sono le piccole locande tradizionali e la teoria infinita
di negozi di ognicosa ed ognidove; a Ginza sono l'ordine degli
uffici e la quiete dei giardini imperiali; ad Harajuku è
l'incredibile mondo pop delle ragazzine manga, per cui ti
sembra di vivere dentro ad un fumetto; a Shinjuku sono la
moderna ed altissima skyline, e gli Starbucks, e le imitazioni
degli Starbucks, e il miliardo di insegne luminose, e la folla
che non puoi altro che sentirti a Tokyo, e i negozi eleganti;
a Ueno ti sembra di essere in Buenos Aires a Milano, non fosse
che i negozi sono aperti ventiquattr'ore filate, e ad Akihabara
ti compreresti tutto quello che il futuro giapponese è
già in grado di proporti oggi prima ancora che tu in
Europa possa immaginarlo...
Ne ho già almeno trecento sulla scheda di memoria,
il che a margine mi fa pensare che sia stato solo un bene
non avere una macchina digitale in passato. Del resto, se
non scatto qui in Giappone... :-)
Il programma definitivo per il resto del mese è quasi
a punto, ma ci stiamo ancora lavorando un po'. Cercheremo
di seguire una rotta un po' inconsueta che, pur toccando buona
parte delle mete classiche, lasci spazio anche a un Giappone
più tradizionale e meno turistico. Nota per Stefania:
ovviamente siamo sulle tracce che ci hai indicato.
Una considerazione davvero didascalica, questa sì:
solo cinque anni fa organizzare un viaggio del genere con
un bambino di due anni al seguito, improvvisandolo al momento,
su due piedi e in piena alta stagione, sarebbe stato probabilmente
quasi impensabile.
Non c'è nulla da fare: ogni anno che passa, Internet
stravolge sempre più il nostro modo di viaggiare.
Sono certo che sul menù non c'era scritta la stessa
cosa, ma nulla da fare: palline di gelato alla vaniglia,
ancora. Però almeno questa volta ci siamo tolti le
scarpe e non abbiamo cercato di fregare le pantofole ai
camerieri. E poi non è proprio vero, dài,
sto un po' romanzando: prima mi è arrivata un'interessante
ciotola di pelle di maiale tagliata a striscioline. Pare
sia un gustosissimo antipasto da innaffiare con birra giapponese.
Emanuela è stata più pragmatica: si è
alzata, si è avvicinata al tavolo ( tavolo?)
a fianco al nostro, ha curiosato un po' nei piatti di una
coppia allibita di giapponesi e ha indicato alla cameriera
la ciotola più familiare. Io mi sarei anche catapultato
dal ridere, ma stando seduti per terra c'è ben poco
di che catapultarsi. E a pensarci, ma che ci trova questa
gente nel mangiare, dormire e vivere per terra? Mah. A me
viene solo un gran mal di schiena.
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Leoanardo,
supper in Japan
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Comunque. Che debbo dirvi? Abbiamo lasciato Tokyo e siamo
dunque a zonzo per il Giappone, ma io rimango monotematico.
Sì, per carità, scatto anche in giro qua e là:
panorami, per dire, tempietti e casette, particolari a caso,
e qualcosina tutto sommato vi ho anche fatto vedere e ancora
lo farò.
Come ad esempio l'ingresso al tempio di Jochi-Ji, che si trova
sulla strada fra Kita-Kamakura e Kamakura, circa cinquanta
chilometri a sud di Tokyo, itinerario da percorrersi assolutamente
a piedi, di tempio in tempio, fino all'oceano, magari fermandovi
per pranzo lungo la strada in qualche locanda tradizionale,
dove - per quanto abbiate studiato - avrete anche il piacere
di infilare una sequenza di gaffe da primato. Tipo:
e io che ne sapevo che il cucchiaione di legno serve per aiutarsi
a tirar su dalla zuppa i noodle con i bastoncini (fuori:
quaranta all'ombra; dentro: zuppona bollente di verdure...)?
Ovviamente io l'ho usato come un banalissimo cucchiaio e,
in effetti, mi chiedevo perché avesse le dimensioni
di un mestolo. Figura orrenda, come al solito.
Magari vi faccio anche vedere il celebre
santuario di Nikko, censito dall'Unesco, che si trova un centinaio
di chilometri a nord di Tokyo. Tra parentesi, Nikko è
bella sì, ma ad essere onesti va detto che dopo essere
stati in Tibet ed in Mongolia il buddismo giapponese sa un
po' di plastica, e non saprei come altro dire.
Ecco, qualcosina vi faccio sì vedere. Ma poi monotematico
resto. Perché il fatto è che andando a zonzo
per il Giappone l'occhio va inevitabilmente altrove.
Così, ad esempio, avvicinandovi a Kamakura i templi
sono via via sempre più affollati, e magari arrivate
in città in piena rush hour, per giunta durante
la festa dei fuochi d'artificio, e dire che per le strade
*non si gira* dalla folla, no, non rende proprio l'idea, credetemi,
ché all'improvviso tutto il Giappone sembra essere
qui attorno a voi, e sono tanti sì i giapponesi, ma
proprio tanti...
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Streets of
Kamakura
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E io che ci posso fare se a me piace fotografare la gente?
Prima di ogni altra cosa, il viaggio per me è la gente.
Sono i volti, i colori, gli occhi, la folla, le voci. E se
ci mettete che i giapponesi adorano farsi fotografare,
che altro posso dirvi, io, se non anticiparvi direttamente
qualcosa di ciò che al nostro ritorno finirà
nell'archivio fotografico di Orizzontintorno?
Vogliamo poi parlare di come ci si sposta in Giappone? Ad
esempio, dicevamo di Nikko. Ecco, non è che io mi alzi
prestissimo alla mattina, anzi, non parliamo poi di quando
sono in vacanza. Solo che Nikko non è proprio dietro
l'angolo, né è una passeggiata che ti sbrighi
in un'oretta.
Certo che se puoi uscire dall'albergo alle dieci del mattino,
scendere in metropolitana, salire subito su un treno, scendere
ad Asakusa pochi minuti dopo, con un paio di scale mobili
trovarti davanti alle biglietterie automatiche della Tobu
line, non doverti preoccupare degli orari perché
puoi essere certo che qualunque sia l'ora il tuo treno
è probabilmente pronto al binario, salire quindi nel
giro di pochi minuti su quello che a dirtela tutta sembra
un aereo tirato a lucido come fosse uscito ieri di fabbrica,
e pensare che è solo un banale intercity, partire spaccando
il minuto ed arrivare alla stazione di Imaichi spaccando ancora
il minuto e ad una velocità che spiegagliela alla nostra
(...) TAV (...), scendere (passeggino? E che problema c'è?
Barriere architettoniche what?) e trovare la tua coincidenza
per Nikko pronta a partire due minuti esatti dopo sulla stessa
banchina, salire quindi sulla tua coincidenza, partire nuovamente
spaccando il minuto ed arrivare a Nikko con una precisione
tale che - come recita il motto della Japan Railways - ci
puoi regolare il tuo orologio; ecco, se puoi tutto questo,
vuoi ancora che ti spieghi come ci si sposta in Giappone?
Vi dico una cosa: vi preoccupa come fare a capire quale sia
la stazione alla quale dovete scendere? A parte che sia le
stazioni ferroviarie, sia quelle della metropolitana, hanno
i cartelli anche in caratteri latini, il problema non esiste
proprio. Perché a voi non interessa affatto sapere
come riconoscere la vostra stazione: a voi interessa
solo sapere a che ora dovete scendere e preoccuparvi
di avere l'orologio regolato giusto. Mi spiego? (*)
E peraltro, ad esempio, se state viaggiando sulla Yamanote,
la linea circolare veloce di Tokyo, durante il viaggio i monitor
all'interno dei vagoni (uno per ogni porta, non uno
per ogni vagone) vi annunciano via via le stazioni, con bellissimi
grafici colorati bilingue, mostrandovi in tempo reale il punto
in cui vi trovate, tutti i tempi di percorrenza previsti per
le prossime stazioni, tutte le coincidenze con le altre linee
metropolitane e ferroviarie, il posizionamento delle scale
mobili della prossima stazione rispetto al punto di fermata
del vostro vagone, la mappa della stazione con tutte le uscite
e bla bla bla.
Solo a raccontarvela sto sudando, e non è che un esempio:
volete ancora che vi spieghi come ci si sposta in Giappone?
Ora mi aspetto che passi nuovamente quel bel tipo che lasciò
un commento ubriaco qui.
Polvere nascosta sotto al tappeto? Beh, ad esempio i bambini
in Giappone non esistono, ma questo - ricordate? - lo avevamo
già
scoperto. Per cui non c'è verso: il bambino
non paga, perché non esiste. Vuoi una stanza tripla?
Per quanto tu possa insistere te la becchi doppia e il bambino
dorme con te. Vuoi il posto in treno per il bambino? Niente
da fare, il bambino viaggia in braccio con te. Poi, vaglielo
a spiegare che appena Leonardo mette piede sul treno e si
accorge di non avere un posto tutto per sé diventa
(giustamente) una bestia e si incavola a morte.
Detto questo, il nostro Tato sta collezionando regalini a
iosa: le figurine dal controllore della metropolitana, il
bel libro sugli scarafaggi giganti (...) dalle cameriere dell'Hard
Rock cafè di Tokyo, la girandola e il pesce palla di
carta dalla cameriera del ristorante, e via così. Ma
la realtà è che il bambino in quanto tale non
esiste, punto. Almeno fino a sei anni, se ho capito bene.
E certo, se cresci fino a quell'età abituandoti a non
esistere come individuo, immaginati il risultato. Vorrei che
Stefania
mi dicesse la sua in proposito.
Infine: prima di lasciarvi, non la volete la più classica
delle cartoline dal Giappone? E già, da un paio di
giorni ci troviamo proprio ai piedi del Monte Fuji, per la
precisione a Fuji Yoshida, vicino a Kawaguchiko, zona dei
Cinque Laghi (o del Fuji Go-Ko), da dove parte la Kawaguchiko
route, la più frequentata via di salita alla più
elevata e più celebre cima del Giappone.
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Il Monte Fuji
da Fuji Yoshida, regione del Fuji Go-Ko
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Sì, sì, lo so: non c'è il classico cappuccio
di neve, né i ciliegi in fiore al contorno. E io che
ci posso fare se ci siamo arrivati a metà agosto in
un'afosa ed umida serata di pioggia? Non stiamo a fare i pignoloni,
eh? E poi, per dirvela tutta, questa foto che ho scattato
dalla finestra del nostro albergo, appena arrivati, è
anche l'unica del Fuji che con molta probabilità voi
vedrete qui ed io riporterò a casa. Non siamo molto
fortunati, noi, con le montagne
famose: oggi, giornata prevista per la salita e per
le foto di rito, il nostro amico è stato pressoché
invisibile tutto il giorno, sempre nascosto dalle nuvole.
Anzi, nel pomeriggio, mentre ci trovavamo al belvedere più
famoso della regione, si è scatenato il finimondo ed
ha diluviato per oltre due ore.
Pazienza. Questo non ci ha impedito di salire fino alla stazione
di quinto livello, a quasi quota 2.500, e di vivere così
quella che è indubbiamente la giapponesata più
kitch di tutto il Giappone: la marcia delle duecentomila persone
che ogni estate salgono alla cima.
Se mi metto a raccontarvela, questa volta sì, non la
finisco più. Vi dico solo che la Kawaguchiko route
è illuminata anche di notte, praticamente fino in vetta,
ed è talmente scavata nella montagna che se l'aria
è limpida la potete vedere da chilometri di distanza;
vi dico anche che alla stazione di quinto livello, ossia la
località più elevata raggiungibile con la (super)strada,
ogni ora decine di pullman scaricano migliaia di giapponesi
e non solo, attrezzati indifferentemente con le infradito
o come se dovessero salire l'Everest, con le bombole d'ossigeno
(sic!), il gps ed il satellitare; e infine vi dico che sulla
vetta del Fuji si trovano anche un negozio di souvenir, un
ufficio postale ed un paio di posti di ristoro. E qui mi fermo.
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Il trenino
che porta a Kawaguchiko, alle pendici del Fuji
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In marcia
sulla Kawaguchiko Route, verso la cima del Fuji...
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...Bombole
di ossigeno per salire sul Fuji!
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Eppure, nonostante tutto, a me ha emozionato essere qui. No,
non sono salito in cima. Prima di partire da Milano mi sono
tormentato per settimane chiedendomi se valesse la pena portarmi
gli scarponi da montagna e la giacca a vento solo per usarli
(forse) una giornata. Alla fine, di fronte a un bagaglio già
difficile da gestire, ho rinunciato.
Questa mattina, quando abbiamo seguito per un po' il fiume
infinito di persone, anziani e bambini che a migliaia affrontano
ogni giorno le sei ore di cammino ed i milletrecento metri
di dislivello per salire sulla vetta, a quota 3.776 metri
o giù di lì, un po' mi sono pentito, ve lo confesso.
Certo, era nuvoloso, non avrei visto un tubo, avrei mangiato
del gran freddo e preso anche un sacco d'acqua. E avrei dovuto
lasciar giù da soli ad annoiarsi per un pomeriggio
ed una nottata Emanuela e Leonardo (il Fuji, tradizionalmente,
si sale di notte per essere in vetta all'alba). Però
accidenti, tutto sommato è ben il Monte Fuji, e alla
fine mi è un po' spiaciuto non sedermi anche io lassù
e partecipare a questo metaforico mega abbraccio alla montagna
sacra del Giappone.
Vabbé: un paio di sassi di lava per la nostra collezione
li abbiamo presi, il Fuji è andato ed abbiamo aggiornato
la gloriosa galleria
di famiglia.
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Sulla Kawaguchiko
Route, salendo al Monte Fuji
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A quota 2.500
sul Monte Fuji
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E che adesso il Buddha ce la mandi buona con il meteo: i prossimi
giorni cercheremo di attraversare le Alpi giapponesi lungo
una rotta non molto frequentata dal turismo di massa, di villaggio
in villaggio, per poi raggiungere la vera capitale morale
del Giappone: Kyoto. Sayonara a tutti!
(*) Naturalmente il giorno dopo aver scritto questo passaggio
il nostro treno per Otsuki ha ritardato un'ora e mezza a causa
di un nubifragio.
Non potete capire da dove sto bloggando. Dopo le ger mongole
in mezzo al Gobi, le yurte dei pastori kirghizi di Tash
Rabat, il bungalow kanako di Lifou e le case tibetane di
Tashi Dzong, eccoci in un altro luogo davvero fuori dal
mondo: questa notte alloggiamo in un'autentica fattoria
Gassho-Zukuri, nello sperduto villaggio di Ainokura, distretto
di Gokayama, Alpi dello Honshu Centrale, un posticino per
raggiungere il quale ci siamo dovuti arrabattare un po'
con un paio di linee secondarie di autobus e macinare a
piedi le ultime centinaia di metri di strada sotto il diluvio
universale. Ma a tutto questo arrivo dopo.
Ora sto invece per farvi una confessione: anche noi, come
i peggiori italiani all'estero da stereotipo, in qualunque
posto si vada al mondo dobbiamo provare almeno una pizza
locale. E non fate quella faccia, chissà che fate
voi. Fate conto che la nostra sia un'indagine demoscopica
e d'altra parte solo così abbiamo potuto apprezzare
la famosa pizza di Noumea in Nuova Caledonia ( pizza?),
e scoprire che in Argentina fanno la miglior pizza del mondo
dopo quella italiana, e provare la psichedelica pizza al
montone di Ulaan Baatar in Mongolia.
Adesso vi dico un'altra cosa. Su questo pianeta il concetto
di pizza viene interpretato nei modi più inquietanti,
ma di una cosa potete essere certi: qualunque pizza al mondo
è fatta da una cosa che sta sotto, che più
o meno potete chiamare pane, e da varie cose che stanno
sopra, e quando dico varie cose, intendo esattamente
tutto quello che la vostra immaginazione vi suggerisce.
Questo, perlomeno, è uno dei cinque pilastri fondamentali
del viaggiatore.
Poi arrivate in Giappone, per la precisione a Takayama,
ridente località montana assai rinomata turisticamente,
circa sessantamila abitanti (qui la chiamano "un paesino
di montagna"...). E questa è una pizza margherita,
secondo loro:
Qualora la foto non fosse sufficientemente esplicativa prendetevela
con la Nokia ed annotate: zuppa di pomodori lessati e formaggio
fuso, leggermente gratinata in superficie. No, non abbiamo
la foto della nostra faccia quando ce l'hanno portata. Ecco
comunque la prova definitiva che in Giappone non si mangia
solo sushi. Anzi, per dirvela tutta, noi siamo qui da dieci
giorni ed io devo ancora vederlo il sushi.
Fra parentesi, ho fotografato qualche altro (vero) piatto
locale. Direi che non ci possiamo lamentare, vi pare? Gli
ingredienti sono quasi tutti noti, e quello che non è
noto pazienza. Notare la carne fatta cuocere in tavola su
una foglia di chissaché.
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Questi giorni
sulla nostra tavola
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Altra curiosità. Qui siamo nell'anno 18. No, non 2018.
Proprio diciotto, dell'epoca di non-ricordo-più-che
e mi perdonino quelli che il vero viaggiatore dovrebbe imparare
tutto della cultura locale e delle dinastie degli imperatori
giapponesi: non lo so, lo avevo letto, ma ora non lo ricordo
più e pazienza. Comunque, caso mai doveste pensare
che ve la stia romanzando troppo, ecco qui la prova che non
vi racconto storie, su un biglietto ferroviario:
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14 Agosto
dell'anno 18...
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Poi: l'amico Monte Fuji si è
fatto ben vedere all'alba del giorno della nostra partenza
e così sono riuscito a scattarvene un'altra. Se siete
abbastanza osservatori e vi state chiedendo cosa siano quelle
che sembrano costruzioni sul fianco della montagna, un po'
sulla sinistra, ebbene sì: sono tutti rifugi, negozi,
posti tappa, ecc, disseminati lungo la Kawaguchiko Route,
i cui tornanti si distinguono peraltro benissimo fino in vetta
nella foto a grandezza originale. Capite adesso cosa intendevo
quando dicevo che potete vedere la via di salita a chilometri
di distanza?
Lasciato il Fuji, ci siamo avventurati nel Nagano Ken, ossia
la provincia di Nagano, nelle Alpi giapponesi, nota per le
stazioni sciistiche e per avere ospitato pochi anni fa le
olimpiadi invernali (o erano i mondiali di sci?). Per raggiungere
la nostra destinazione, Takayama, località turistica
fra le montagne segnalata dall'Unesco e rinomata per le antiche
case giapponesi, da Kawaguchiko abbiamo seguito una rotta
un po' inconsueta, passando per Matsumoto e sparandoci cinque
ore di viaggio suddivise fra un paio di treni ed un autobus,
che fortunatamente Leonardo si è dormito per intero.
La rapidissima sosta a Matsumoto ci ha consentito di fare
- letteralmente - una corsa fino al celebre Matsumoto-jo,
che pare sia uno dei quattro castelli più belli di
tutto il Giappone. Dodici minuti cronometrati per percorrere
circa un chilometro dal terminal degli autobus al castello,
che se siete in due più un passeggino con un bambino
di due anni e mezzo dovete moltiplicare per quattro: prima
va il papà, mentre la mamma si ferma in stazione a
giocare con Leonardo, poi cambio staffetta. Se ci sono trentacinque
gradi all'ombra e vi trascinate dietro uno zaino con qualche
chilo di apparecchiatura fotografica, un paio di bottiglie
di tè freddo ed una delle Lonely Planet più
voluminose in circolazione, è anche una buona occasione
per la vostra linea. Se fra il treno e l'autobus avete un'ora
l'impresa è alla vostra portata, se avete solo cinquanta
minuti pensateci bene perché gli autobus per Takayama
non sono frequentissimi.
Infine, se siete dei pivelli, fate come tutti ed andate direttamente
da Tokyo a Takayama in tre ore, prendendo l'ultraveloce shinkansen
e cambiando poi treno a Nagoya, e pazienza per Matsumoto.
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Matsumoto-jo
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Alpi giapponesi,
Nagano Ken, nei dintorni di Kamicochi
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Luogo comune confermato: i giapponesi sono tanti, ma davvero
tanti, proprio proprio tanti. Da Kawaguchiko a Matsumoto il
territorio è praticamente urbanizzato senza soluzione
di continuità, e sto parlando di decine di chilometri
di valli e piccole pianure fra montagne di duemila metri.
Da quello che ho capito, praticamemte quasi l'intero Giappone
è così: i fondovalli e le pianure sono popolati
a tappeto.
Scavalcando le Alpi verso Takayama si ha la possibilità
di vedere quella che pare essere una delle poche regioni ancora
(quasi) incontaminate, se escludiamo qualche diga, qualche
stazione da sci, qualche megaviadotto, qualche superstrada,
qualche elettrodotto, qualche torrente ingabbiato nel cemento,
opera ingegneristica, quest'ultima, che sembra appassionare
molto i giapponesi: il 95% dell'intera rete fluviale giapponese
è forzata fra argini artificiali in cemento, addirittura
fino quasi a tremila metri di quota.
A Takayama alloggiamo in un ostello, e fin qui vabbè,
nulla di strano. E' l'unico posto dove abbiamo trovato un
buco per dormire, perché anche i giapponesi - luogo
comune sfatato - durante la settimana di ferragosto hanno
la pessima abitudine di andare in ferie e quando si muovono,
loro, sono centoventisettemilioni: capite dunque che razza
di casino possa essere trovare un letto libero senza aver
prenotato con almeno tre anni di anticipo.
La particolarità principale di questo luogo, comunque,
è che si trova all'interno di un tempio buddista. Come
potete forse supporre, l'esperienza in sé è
piuttosto zen, anche perché il posto non si può
dire che non sia incantevole. Ma.
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Il nostro
ostello nel tempio di Takayama
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Ma: se avessi letto prima la Lonely Planet. Ché, a
dispetto dei suoi detrattori snob e a saperla usare, per certe
cose continua ad essere un must. Dal paragrafo "Pernottamento
a Takayama", cito: "Hida Takayama Tensho-Ji Youth
Hostel. E' sistemato in un grazioso tempio. Alcuni lettori
ci hanno segnalato di aver avuto alcuni problemi a
causa degli orari che occorre osservare".
Problemi, suvvia... In fondo ti chiedono solo di svegliarti
alle sei e mezza del mattino e se non lo fai ci pensano loro,
con un bel megafono. In fondo ti chiedono solo di sloggiare
alle nove e trenta, e guai a farti rivedere prima delle tre
del pomeriggio. In fondo ti chiedono solo di rientrare prima
delle 21:45, altrimenti te ne rimani fuori, e di spegnere
le luci alle dieci di sera. Insomma, quisquilie. Li odio.
Ora, va detto che io ho sempre odiato gli ostelli della gioventù,
anche quando li frequentavo vent'anni fa perché non
potevo permettermi un albergo e non è che trovassi
sempre un campeggio pronto ad aspettarmi in ogni città
che visitavo. E' che - altra confessione, oggi è la
giornata - io ho sempre odiato sia condividere il cesso e
la doccia, sia il tipico clima da ostello, per cui siamo tutti
giovani yeah, tutti molto viaggiatori, tutti molto hippy,
tutti molto backpackers, ed io sono italiano, e tu sei giapponese,
e tu sei americano, e tu sei israeliano, e noi in Italia si
fa così, e noi invece in America si fa così,
e voi come fate in Giappone, e invece voi in Israele, e siamo
tutti molto giovani e liberi, e parliamo tutti inglese, e
ci vogliamo tutti bene, e dormiamo tutti assieme, e socializziamo,
e bla bla bla bla. Ecco, l'ho detto. E sì, sono vecchio.
Adesso che di anni ne ho quaranta suonati da un bel po', capirete
che no, non ce ne ho proprio più per l'esperienza dell'ostello,
soprattutto se al mattino mi svegliano e mi buttano fuori
a calci, e se devo rientrare entro una certa ora.
A dire la verità noi abbiamo una camera privata, o
meglio: abbiamo un rettangolo di due metri e mezzo per quattro,
quattro pareti di compensato sottile, finestre di carta come
usa in Giappone, una porta di legno scorrevole, un tatami
(che per i non addetti è un pavimento di paglia intrecciata,
tipico delle case giapponesi, dove si vive per terra), tre
materassi alti cinque centimetri, tre piumoni e un ventilatore.
Temperatura in camera prossima ai trentacinque gradi. E Leonardo
che continua sempre più a chiedersi in quale razza
di avventura l'abbiano trascinato i suoi genitori. Lui sì,
è un po' stralunato!
Per onestà devo dirvi che i bagni sono tirati a lucido
e, naturalmente, i water sono ultratecnologici, addirittura
con qualche pulsante in più rispetto a quelli di cui
vi ho raccontato qui.
Devo dirvi anche che pure qui abbiamo Internet gratuito a
banda larga e che tutti sono gentilissimi, a parte quella
vecchia str***a che rompe i c******i a tutti al mattino e
che per farmi uscire dalla doccia mi chiude l'acqua calda
a tradimento mentre sono completamente insaponato, ché
secondo lei alle otto e trenta dovrei essere già fuori
dalle balle. Maledetta megera giapponese, che un ramo di ciliegio
si secchi e le foglie cadendo ti sporchino tutto l'uscio di
casa (tipico insulto giapponese, pesantissimo).
Insomma, l'esperienza nel tempio è zen e mistica, ci
svegliano come in caserma, ma profumando l'aria di incenso
e diffondendo musica di piffero giapponese. Giuro. Naturalmente
si gira a piedi nudi e le scarpe si lasciano fuori all'ingresso,
ma a parte che qua funziona così praticamente dappertutto,
a partire dai ristoranti, a me questa cosa del camminare scalzo
è sempre piaciuta e lo faccio anche a casa, quindi
ben venga. E' dormire (soprattutto) e mangiare per terra che
è micidiale per il mio mal di schiena.
Posso un attimo? Ma perché diavolo non si comprano
delle belle sedie ed un tavolo, un letto come dio comanda,
perché non usano la forchetta ed il coltello, perché
devono per forza ciupparsi le loro zuppette facendo tutti
quei rumori orrendi come i cinesi? Ecco, scusate, grazie.
Adesso torno politically correct e molto interculturalfigo,
anche perché io in Giappone ci sto benissimo, altro
che Cina.
Resta il fatto che Leonardo trova sempre più strano
dover andare in giro scalzo, dormire per terra, mangiare con
i bastoncini e vedere donne che girano con l'ombrello aperto
con il sole a palla: - Papà, hanno l'ombrello, ma
non piove! - Sì Leonardo, sono tutti un po'
fulminati qui in Giappone, non ci far caso, poi torniamo a
casa, ti sveglierai e tutto tornerà normale.
Andiamo dunque a farci un giro per le vie di Takayama, un
po' rintronati dal sonno, insaponati e con il mal di schiena.
E magari cerchiamoci anche un caffè, va', che la colazione
giapponese del tempio se la possono anche tenere, quella sì.
Bella Takayama, ci passiamo tre notti (sob) e un paio di piacevoli
giornate. Caldo torrido, il peggiore da quando siamo in Giappone.
Fradici tutto il giorno, tipo Cambogia durante il periodo
monsonico, e se non sapete com'è chiudetevi in bagno,
mandate il riscaldamento a palla per un'ora e mettetevi vestiti
sotto la doccia con il getto bollente. Ma non dovremmo essere
in montagna, qui?
Di certo in montagna è Shirakawa-go, distretto di Hida,
un'ottantina di chilometri a nord per un paio d'ore di autobus,
anche se poi scopriamo che qui chiamano montagna tutto
quello che sta sopra i duecento metri di quota. E infatti
questo villaggio, altro sito considerato World Heritage
dall'Unesco, si trova a cinquecento metri di altitudine, ma
quando qui nevica - regolarmente da ottobre ad aprile - sono
metri e metri, e la valle rimane isolata.
Shirakawa-go è famosa per le fattorie dal tetto in
paglia a doppio spiovente, uno stile unico al mondo detto
Gassho-Zukuri. A dire il vero, lo stile Gassho-Zukuri
caratterizza l'intera valle di Shokawa, dove appunto si trova
Shirakawa-go, che è solo la località più
facilmente accessibile.
Shirakawa-go è anche il nostro trampolino di lancio
per andarci ad infognare ancor più in mezzo a queste
valli che fino a pochi anni fa erano davvero difficilmente
accessibili. Ed è così che di autobus in autobus
ci infiliamo nel distretto di Gokayama, dove arriviamo sotto
una pioggia torrenziale attraversando orridi e canyon completamente
ricoperti di boschi a perdita d'occhio, e costeggiando decine
di laghi artificiali che, per lunghi tratti di strada, sono
l'unica traccia di civiltà in un territorio ancora
completamente vergine.
Sì, vergine. A parte qualche diga qua e là,
naturalmente. A parte qualche centrale elettrica. A parte
qualche viadotto. A parte qualche torrente incanalato. Eccetera.
Io ve la racconto così, ed è vera, ma è
vero anche che queste valli sono stupende. Ecco, ci sarebbe
qualcosa da dire, magari, sul clima, considerato che sono
quasi sempre immerse nella nebbia, che quando piove (il che
a quanto pare accade piuttosto spesso) vien giù il
diluvio universale, che anche con il diluvio ci sono più
di trenta gradi, e che d'inverno non vengono mai meno di sei
o sette metri di neve.
Sta di fatto che il nostro ultimo autobus, sul quale viaggiamo
praticamente da soli, ci scarica lungo la statale ad una fermata
in mezzo al nulla, sotto una pioggia torrenziale, noi ed il
nostro quintale di bagagli, più passeggino, più
Leonardo. Ora, poiché quassù parlano solo ed
esclusivamente dialetto dell'Honshu e vedere un bianco è
ancora un discreto evento, lipperlì ci viene il dubbio
di essere stati vittima di un simpatico scherzo del Sol Levante,
o di non esserci mica tanto capiti con il nostro amico autista,
il che di per sé potrebbe anche essere un problema,
sia perché di qua non passa praticamente nessuno tranne
quattro autobus al giorno, sia perché è l'una
del pomeriggio e l'autobus successivo, l'ultimo della giornata,
è previsto attorno alle cinque.
Così ci incamminiamo poco fiduciosi, sotto la pioggia,
nella direzione che ci è stata indicata e, miracolo,
dopo solo qualche centinaio di metri, dietro una curva ci
appare Ainokura, la nostra agognata ed isolatissima meta.
Praticamente, il villaggio dei Puffi. Vedere per credere.
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Ainokura,
distetto di Gokayama
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Poche decine di case, molte in stile Gassho, qualche campo
di riso, boschi (ed elettrodotti) a perdita d'occhio, e null'altro.
Ah, sì: acqua a scrosci. Qui siamo ospiti in una vera
e propria fattoria Gassho e quella che vedete qua sotto è
la nostra cena di stasera in compagnia di un'altra famiglia
giapponese e dei padroni di casa. Niente male, eh? Vi avevo
ben detto che vi avrei portato a vedere un po' di Giappone
fuori rotta.
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Cena nella
nostra fattoria Gassho di Ainokura
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Insomma, Leonardo ha fatto amicizia con la bimba giapponese
e tutti insieme trascorriamo la serata (serata? Qui si cena
alle sei e trenta del pomeriggio...) a piegare origami ascoltando
musica folk della valle di Gokayama. Che altro potremmo volere
di più dalla nostra avventura giapponese?
Ecco, sì: trovare il modo di andarcene da qui domani
mattina, visto che in serata dovremmo essere a Kyoto e che
sono almeno trecento chilometri da qui.
Dimenticavo: abbiamo rinunciato ad un'occasione forse irripetibile.
I nostri amici giapponesi ci avevano invitato a trascorrere
il pomeriggio con loro ad un Onsen (tipico bagno termale
giapponese il cui drammatico e complicatissimo rituale si
presta ad una collezione di mostruose gaffes fantozziane)
nelle vicinanze. Avevamo accettato, ma poi, vittime della
stanchezza, abbiamo lasciato perdere. Su, non fate così,
avete ragione. Ma abbiate pietà: già arrivare
fin qui senza finire sperduti nella giungla giapponese ha
richiesto un discreto impegno. Per l'onsen vedremo nel caso
più avanti che si può fare.
E adesso vediamo se l'umts quassù funziona davvero.
Altrimenti ve lo metto in linea domani sul treno per Kyoto.
Se riusciamo a prenderlo.
Sayonara!
Aggiornamento: il segnale c'era,
ma troppo debole. Postato il mattino seguente dal treno Takaoka-Kyoto,
dove naturalmente il segnale è perfetto per tutti i
trecento chilometri della linea...
Ora, io devo assolutamente raccontarvi questa tipica scena
giapponese. Luogo: TIC di Kyoto ( già
sapete dei TIC), dove ci rechiamo per riuscire a
prenotare un paio di alberghetti in località un po'
fuori rotta che i prossimi giorni vi dirò. Il TIC
di Kyoto si trova nell'avveniristica stazione centrale e,
per la precisione al settimo piano di un grande magazzino
tipo La Rinascente. Al TIC lavorano dei volontari che aiutano
gratuitamente i turisti come noi in faccenduole un pochetto
complesse, tipo telefonare ad una sperduta pensione giapponese
in una località manga per chiedere se c'è
posto. Se ci provate da soli, ad esempio, tramite una qualunque
normalissima agenzia turistica del centro, ecco... vabbè,
guardate, lasciamo perdere. Noi abbiamo voluto provarci:
quando dopo mezz'ora di tentativi di comunicazione, usando
anche il linguaggio dei muti e lo swahili, il tipo mi ha
aperto l'atlante e puntando il dito sulla carta del Giappone
mi ha detto, tutto felice e sudato, yes, we re in Kyoto,
here, beh, lascio il resto a voi. Ah, sì, la
nostra domanda iniziale era: " Can you book an hotel
in Tottori for us, please?", o giù di lì.
Nota: Tottori, ridente (?) località balneare del
Giappone, regione del Kansai, capoluogo di provincia, affacciata
sull'Oceano Pacifico.
Ma torniamo al TIC, e per la precisione alla nostra simpatica
volontaria. Che subito mi specifica che devo darle un po'
di monetine per fare le telefonate. Dall'apparecchio pubblico
del grande magazzino. Ma scusi, non può telefonare
dal telefono dell'ufficio e dirci poi (taccagna) quanto
le dobbiamo? No, bisogna farlo dal telefono pubblico, che
accetta solo monete da 10 e 100 yen, non quelle da 50, né
quelle da 500, e bisogna telefonare in piedi. Beh, ma almeno
non può cambiarcele lei le monetine, che sa, non
è che noi si vada in giro con i sacchi come Zio Paperone?
No eh. Beh, guardi, io tremila yen in monetine da 10 e 100
non segnate e non marchiate all'infrarosso non le ho. Ah,
ok, mi accompagna lei a cambiare ad una delle casse del
grande magazzino. Grazie.
Alla cassa del grande magazzino lavorano in sei. E dovete
tenere presente che siamo in un Paese dove ogni incrocio
stradale è governato da almeno sei vigili, tutti
armati e dotati di megafono per indirizzare la folla. Giuro.
I sei componenti del "team cassa" sono così
identificabili: tre "stagisti" in piedi appoggiati
al muro, immobili, tutti e tre dotati di badge d'ordinanza.
Due cassiere vere, badge pure loro. Un capobanda in gessato,
con lo sguardo serissimo. Il suo badge mi sembra di latta,
non di carta.
La mia volontaria chiede ad una cassiera di cambiare la
mia banconota da mille yen. La cassiera interpellata si
rivolge alla cassiera al suo fianco, che a sua volta interpella
un po' intimidita ed imbarazzata il capobanda. Il capobanda
è molto serio, ascolta attentamente, annuisce, dà
un paio di ordini secchi, tutti si inchinano, si avvicina
alla cassa seguito dalle due cassiere, apre la cassa, blatera
seccamente qualcosa, una delle due cassiere prende una calcolatrice
gigante, tutti calcolano qualcosa e si passano le monetine,
il capobanda alla cassiera, la cassiera all'altra cassiera,
quest'ultima le mette su un piattino e le passa finalmente
a me, inchinandosi: nove monetine da cento yen e dieci monetine
da dieci yen. Io mi inchino, tutti si inchinano verso tutti
e, colpo di scena finale, anche gli stagisti si inchinano
verso di me e mi ringraziano. Loro a me.
Tutto il resto di Kyoto arriva probabilmente domani. Stay
tuned.
" Papà, guarda, quella signora è uscita
in pigiama". Il bello del viaggiare con Leonardo
è quel suo modo assolutamente sereno, appena velato
da una sfumatura di stupore, con il quale classifica ogni
novità, per cui non puoi che catapultarti dal ridere
ad ogni sua osservazione improvvisa. Bisogna essere convincenti
per spiegargli che quel pigiama si chiama kimono,
almeno finché lui, mica tanto convinto e già
catturato altrove da chissacosa, ti risponde distratto " ah,
ho capito".
Non so perché Leonardo abbia messo a fuoco solo ora
le donne in abito tradizionale, dopo più di due settimane
in Giappone. Ogni sera, quando scarico le fotografie e le
trasferisco sul pc, mi aiuta a decidere quali usare per
il blog (sappiate che molte di quelle che vedete le ha scelte
lui): non solo, quindi, di donne in kimono ne ha viste ormai
a dozzine, ma ha pure avuto modo di vederle e rivederle
in fotografia molte volte. Tant'è, immagino sia significativo
che proprio qui a Kyoto, all'improvviso, le signore in pigiama
siano rimaste scolpite nel suo piccolo bagaglio giapponese.
Perché Kyoto sta tutta qui, nell'incedere di una
geisha per le vie di Gion.
Nonostante ciò, proprio la foto di una vera geisha
mancherà infine all'appello: le geishe non si lasciano
affatto fotografare, a meno che non le sorprendiate a tradimento.
Molti turisti lo fanno, io non ne sono capace: devo tutti
i miei ritratti alla disponibilità e collaborazione
delle persone che ho fotografato, e qui in Giappone non
si nega davvero quasi nessuno, basta un minimo di cortesia,
un sorriso, un arigato, e il gioco è fatto.
Ecco, vorrei passare questo messaggio a quella coppia di
italiani imbarazzanti e cafoni attrezzati con tre macchine
fotografiche e una telecamera. Vorrei dire loro che fotografare
e contemporaneamente riprendere con la telecamera due donne
che stanno pregando in un tempio, piazzando obiettivi e
flash a mezzo metro dal loro naso, senza nessun rispetto
del loro raccoglimento né avendo chiesto almeno il
permesso, e mitragliarle di scatti senza soluzione di continuità,
beh, non è solo un comportamento imbarazzante e cafone.
E' idiota.
Vorrei anche passare quest'altro messaggio a quella medesima
coppia di idioti. Vorrei render loro noto che mi ero già
accorto da mezz'ora del fatto che mi stessero seguendo e
che approfittassero di tutti i miei incontri, inchini e
convenevoli con le donne di Kyoto est per rubarmi gli scatti
alle spalle, infastidendo pure quelle stesse donne che gentilmente
stavano dando *a me* la loro disponibilità. E qui
mi fermo.
Poi: ci sono altre due o tre cose che vorrei dire a quell'altra
coppia di italiani che, all'ostello di Takayama, dopo aver
realizzato di non essere i soli turisti del Bel Paese presenti,
ci hanno palesemente ignorato per un paio di giorni socializzando
allo stesso tempo con tutto il resto della comunità
internazionale dell'ostello, perché fa molto figo
all'estero ignorarsi fra italiani e non salutarsi. Sì.
Finché non ci siamo incrociati in un corridoio e,
imbarazzati, ci hanno apostrofato con un " hi".
Siccome non ho voglia di scrivervele quelle due o tre cose,
ve ne chiedo invece una: siete cretini o lo fate soltanto
nei weekend?
Assegno di diritto alla coppia romana incrociata a Nara
il titolo "Carlo Verdone 2006", grazie alla fulminante
battuta del lui tatuato e occhialato a specchio, " Aò,
vabbè, stamosene un po' all'ombra sotto a 'sto Bbuddha,
vva'", pronunciata nel Daibutsu-den (sala) di Todai-ji,
il tempio più famoso del Giappone, nonché
edificio in legno più grande del mondo, risalente
nella versione attuale al periodo Edo, all'interno della
quale si trova per l'appunto la grande statua del Daibutsu
(il Grande Buddha), alta quasi sedici metri, risalente all'anno
746 e Patrimonio dell'Umanità censito dall'Unesco.
Infine, non ho voglia di scrivere alcunché su quell'altro
italiano a Gion, quello che in mezzo alla folla lungo Shijo-Dori
stava al cellulare con gli amici, anch'essi evidentemente
in vacanza con lui a Kyoto perché il succo della
conversazione, da cinque euro al minuto in roaming umts,
era: " aò, io sto qui all'angolo davanti alla
pedonale, voi 'ndo state?"
E non chiedetemi se io tenda a notare solo gli italiani
perché sono prevenuto e snob, o se è perché
sia inevitabilmente più facile accorgersi dei comportamenti
idioti da parte dei connazionali.
Andiamo invece oltre, anche
quest'anno, e facciamoci una passeggiata per le
vie dell'antica Kyoto, magari iniziando proprio dai vicoli
di Gion. Dove, non lasciatevi ingannare, gran parte delle
case tradizionali che vedete qua sotto sono splendide abitazioni
signorili, o caffè alla moda, o luoghi esclusivi
di incontro con le geishe, o ristorantini a molti zeri,
o gallerie d'arte...
O preferivate forse la nuova Kyoto di cristallo ed acciaio
che però, sappiatelo, per quanto avveniristica non
è certo confrontabile con Tokyo. Kyoto non è
alta, non è aggrovigliata, non è traboccante
di folla, non è esagerata, non è rumorosa, non
è vetrocemento. Eppure non potete fare a meno di sentirvi
in Giappone né più né meno di quanto
accada a Tokyo.
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La nuovissima
ed avveniristica Kyoto Central Station
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Kyoto Tower
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Io non so davvero bene che dirvi di Kyoto. Non ho nulla da
aggiungere a quello che si racconta di questa città,
né nulla da togliere.
Ecco, sì: posso dirvi che forse,
a ben vedere, la rete di mezzi pubblici non è straordinaria
come quella di Tokyo. Posso avvisarvi che ad agosto ci fa
un caldo da scoppiare e che quasi tutti girano per le strade
con un asciugamano attorno al collo, ed ho iniziato a farlo
anche io, perché sudo come in Cambogia. Posso confessarvi
che duemila templi e tredici siti dell'Unesco, francamente,
sono un'overdose per chiunque, così anche noi, già
al secondo giorno, abbiamo iniziato a saltarne parecchi facendo
finta di non vederli. Posso consigliarvi di venirci in primavera,
o in autunno, e di portarvi un paio di scarpe comode, perché
ci sono almeno sei walking tour obbligati ciascuno
dei quali misura non meno di quattro-cinque chilometri. Posso
avvertirvi che una settimana non vi basterà, e peccato
per noi, che purtroppo ci facciamo solo cinque notti e quattro
giorni.
Poi non so. Posso farvi vedere qualche scorcio di quei duemila
templi, e giardini zen, e foreste di bambù che ricoprono
le colline circostanti, e ville, e cammini...
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Yasaka-jinjia,
Kyoto
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I giardini
zen di Ginkaku-ji, Kyoto
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Chion-in,
Kyoto
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Foresta di
bambù ad Adashino Nembutsu-ji, Kyoto
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Posso certamente farvi vedere qualcuna di quelle donne di
cui parlavamo, e credo che possiate benissimo capire che differenza
passi fra una fotografia rubata ed una fotografia regalata.
E' vero: non so che darei per avere una geisha di Gion fra
questi scatti.
A Kyoto ho iniziato anche una collezione di foto patchwork.
Credo che potrei passare un mese in questa città a
fotografare solo colori e curiosità, mescolare sacro
e profano. Non sono molto bravo a trovare le inquadrature
giuste. Ne faccio a dozzine, ma poi le scarto tutte. Oppure
le ritaglio, le incollo, le affianco. Kyoto è anche
tutto questo, un fantastico collage.
Kyoto è anche stata la base per una classica gita giornaliera
alla leggendaria Nara, la prima capitale dell'impero, che
si trova a pochi chilometri per tre quarti d'ora di treno
locale.
Ora, dovessi proprio dirvi, a noi Nara non ha fatto impazzire.
Certo, il Todai-ji, il famoso tempio che è il must
assoluto di Nara, merita assolutamente la visita ed ha impressionato
anche noi, che di Buddha, buddismo, buddisti e templi tutti
ne abbiamo davvero fatto indigestione in questi anni. Però
però... Tutto sommato, vista Kyoto, Nara non ha moltissimo
da dire in più, a meno che proprio non siate dei fanatici
del genere. Diciamo che Nara sta a Kyoto come Nikko sta a
Tokyo, e so di essere sacrilego. Ma qualcuno dovrà
ben stonare nel coro unanime di meraviglia.
Di certo Nara è piaciuta moltissimo a Leonardo, grazie
alle centinaia di cerbiatti e daini in giro per i parchi e
le vie cittadine!
Comunque, se passate da Kyoto e non andate a Nara, beh, sì:
un po' un sacrilegio lo commettete.
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Todai-ji,
Nara
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Il grande
Buddha di Todai-ji, Nara
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Le mille lanterne
di Kasuga-taisha, Nara
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Monache, Kasuga-taisha,
Nara
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Nara, Leonardo
alle prese con Bambi
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Esaurite dunque Kyoto e Nara, domani mattina si parte nuovamente,
destinazione penisola del Tango-Hanto: stiamo per cacciarci
in un'altra vera avventura manga, completamente al di fuori
delle rotte classiche, e conto di averne delle belle davanti
a noi: non vi anticipo nulla però, e speriamo che l'esperienza
meriti.
Chiudo qui un po' di fretta. Avrei molto da aggiungere, ma
non so quando potrò ricollegarmi e da domani cambia
tutto. E poi è tardissimo e la sveglia sarà
micidiale. Ma non cambiate canale, mi raccomando, ché
qui ne abbiamo ancora un bel po' da raccontarvi. La nostra
rotta è ancora lunga ed ora lasciamo davvero alle spalle
per qualche giorno il "solito Giappone" che son
capaci tutti di vendervi :-)
Sayonara!
Mr. Divyam ci preleva all'hotel di Kyoto alle nove e trenta
in punto del mattino del 23 agosto, come da accordi presi
via e-mail qualche giorno prima e dopo un'ultima telefonata
di conferma. Mr. Divyam indossa bermuda, t-shirt bianca
d'ordinanza, un asciugamano intorno al collo, infradito,
e viene a prenderci con un grosso fuoristrada Mitsubishi.
Mr. Divyam potrebbe essere sulla sessantina, appare subito
di una cortesia e di un'efficienza quasi outstanding
e, forse anche per questo, a pensarci bene potresti anche
dire che ti ricorda vagamente il Dr. Lecter.
Considerato che Mr. Divyam a) è il nome che si
è dato ai tempi in cui viveva in India, perché
in realtà lui è francese, originario dei sobborghi
di Parigi; b) non riuscirai a sapere molto di più
di lui, tanto meno il suo vero nome, e tranne che vive in
Giappone da più di vent'anni, che ha sposato una
giapponese, che ha un figlio ventiduenne giapponese e che,
a quanto pare, si è guadagnato da vivere nei modi
più strani in giro per mezzo mondo; c) sta per portarti
nella sua casa in Tango-hanto, in uno sperduto e quasi disabitato
villaggio di una delle regioni più isolate del Giappone,
dove non prende nemmeno il telefonino e figurati Internet,
cosa che in Giappone è quasi da pregiurassico; ecco,
considerato tutto questo e quella vaga somiglianza di cui
si diceva, a voler ben vedere potresti anche non essere
proprio proprio proprio del tutto tranquillo a metterti
completamente nelle sue mani per le prossime quarantott'ore.
Ma ormai sei in ballo. Sali sulla sua macchina (che ha pure
i vetri un po' oscurati...) e lascia pure le valigie. Ci
pensa lui a caricarle, come del resto ad offrirti un caffè
al primo Starbucks che incontrerete prima di lasciarvi Kyoto
alle spalle. Dopodiché ciao, butta pure il cellulare,
dimenticati Internet, rilassati (?) sul sedile e controlla
solo di avere la macchina fotografica pronta perché,
d'ora in avanti e per i prossimi due giorni, a te e ad ogni
altra cosa penserà Mr. Divyam. Stai per tuffarti
nel cuore del Tango-hanto ed andare a scoprire un Giappone
così fuori rotta che, come ti dirà lui stesso,
quasi non lo conoscono nemmeno i giapponesi. E, quel che
è davvero curioso, lo farai a ritmo di jazz, cubana
e tango. Quello vero. Insieme al suo inseparabile iPod.
Mr. Divyam è un buon conversatore e durante il viaggio
non ti annoierai, tanto più che non hai la minima
idea di dove ti stia portando, quindi sai com'è.
Parla un inglese eccellente, è francese madrelingua,
il giapponese ovviamente (anche se gigioneggia un po' e
ti dice che non sa leggere il kanji) e puoi quasi scommetterci
che, anche se non te lo dirà mai, capisce bene anche
l'italiano.
Mr. Divyam vive a Kyoto e, ufficialmente, si guadagna da
vivere facendo traduzioni di manuali tecnici dal francese
all'inglese per conto delle società giapponesi.
Mr. Divyam vent'anni e più fa è venuto a trascorrere
un weekend in Giappone e ti dice che da allora è
ancora sabato. Ad uno che esordisce con una battuta così,
che vuoi rispondergli? Ormai sei suo, ti ha catturato.
Mr. Divyam mi ha spiegato che le donne in pigiama
di Leonardo, in effetti, non indossano il kimono, ma lo
yukata, che è di cotone e si chiama così
anche nella versione maschile, come quella che mi sono comprato
anche io (!). Lipperlì ho pensato di ragguagliare
Leonardo in merito, ma poi ho lasciato perdere per evitare
di trovarmi invischiato con lui in una difficilissima revisione
dei fatti.
Mr. Divyam si è fatto un nome nel Kansai, la provincia
di Kyoto, accompagnando i turisti in Tango-hanto a scoprire
un pezzo di Giappone che davvero pochi conoscono e che,
a quanto pare, è in assoluto una delle perle di questo
Paese ed una delle regioni più incontaminate. Come
base utilizza la sua casa a Kurumidani, luogo natìo
di sua moglie, un isolatissimo villaggio nel cuore del Tango-hanto
che conta - ho verificato personalmente - tredici case.
Kurumidani è a circa tre ore da Kyoto e ad una decina
di chilometri dalla civiltà più vicina, e
per arrivarci devi farti delle stradine nella foresta che
te le raccomando. D'inverno, ovviamente, quasi inaccessibile.
Un'oretta prima di arrivare a destinazione, Mr. Divyam si
ferma ad un supermercato e ti chiede se ti serve qualcosa
di assolutamente necessario per sopravvivere i prossimi
giorni, perché dove andiamo il supermercato te lo
sogni. Poi ti porta a pranzo in uno dei posticini che conosce
lui, in un altro villaggio di Tango-hanto del tutto sconosciuto
e chissadove, e lì inizi a capire che la tua dieta
dei prossimi giorni saranno cavoli tuoi se per caso hai
qualche difficoltà verso la vera cucina
giapponese.
E infine, a metà pomeriggio e molte molte molte curve
dopo attraverso una foresta così fitta che, ti assicuro,
considerata anche la temperatura, sembra più la giungla
malese, Mr. Divyam ti deposita qui:
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La nostra
casa in Tango-hanto, nel villaggio di Kurumidani
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Un nostro
vicino di casa
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Tu entri in casa, ti guardi
attorno e, nell'ordine, pensi le seguenti cose: a) maddai;
b) mapensatè che figata; c) ma'ndosiamo; d) ma quanto
vorrà di riscatto.
Intorno a te hai solo foresta e foresta e foresta e, molto
sporadicamente, altre cose.
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Fra le strette
valli di Tango-hanto
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Le tipiche
case dei villaggi di Tango-hanto
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Il nostro
cielo è affollato di falchetti...
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Prima di andare avanti con questa storia, vi spiego bene com'è
fatta la casa. Avete guardato con attenzione le foto
di prima? E' una vecchia casa giapponese, ma giapponese vera,
mica ricostruita o restaurata. E' interamente fatta di legno
e di carta, e in effetti anche la casa di Ainokura
era fatta così ma era, per così dire, "quasi
nuova", o perlomeno mantenuta in modo eccellente, lucida.
Questa, invece, è altrettanto bella ma sa di vecchio.
Il legno è tutto tarlato e cola resina, le finestre
di carta sono bucate qua e là, qualche ragnatelina,
una vecchia cucina, i tatami di una volta, quelli lunghi,
mica come quelli di adesso che sono meno di uno e settanta,
tre futon stesi a terra, i soliti cuscini ripieni di sassi
o sarà riso o sarà grano o sarà nonsoché,
ma come al solito a me fanno venire la cervicale e non riesco
a dormirci, e al diavolo Mr. Divyam che dice che sono perfetti
per il mal di schiena, io ho ben presente com'è il
mio mal di schiena e le assicuro, Mr. Divyam, che la mattina
mi sveglio a pezzi ogni volta che qui in Giappone mi fate
dormire così.
Le pareti della casa sono in realtà pannelli di legno
scorrevoli. Alcuni sono pieni e, in qualche caso, rivestiti
di tessuto dipinto; altri hanno un'intelaiatura a griglia,
i cui spazi fra i listelli sono riempiti con carta, in taluni
casi decorata, cosicché a pannelli chiusi la luce è
garantita dalla trasparenza della carta stessa. Non ci sono
vetri, non c'è un mattone uno. Di giorno i pannelli
vengono tenuti tutti aperti, di notte la casa si richiude
completamente su sé stessa.
Questa architettura, a quanto pare, ha resistito per decenni
a terremoti, metri di neve e tifoni (che qui battono piuttosto
spesso, dieci già questa stagione, l'ultimo cinque
giorni fa, e in effetti l'acqua che abbiamo preso ad Ainokura
abbiamo scoperto essere stata la coda di un tifone).
Questa architettura ha rischiato di non resistere a noi tre,
considerato che Emanuela ha divelto un pannello, cioè
una parete, io ho bucato maldestramente un paio di finestre
di carta e Leonardo ha falciato tutto il bosco circostante
con le racchette da badminton nuove di pacca di Mr. Divyam,
che peraltro spero solo non si sia accorto di nulla di tutto
ciò, sob.
Insomma, noi dormiamo (demoliamo) e viviamo qui per un paio
di giorni. Mr. Divyam dorme e vive nella casa a fianco, che
a dirvi la verità, pur non essendo molto dissimile
dalla nostra, è un gioiellino - anche tecnologico,
come ci si può ovviamente aspettare in Giappone: musica
diffusa da un sistema centrato su un iPod, Mac Powerbook sistemato
in un angolino e collegato con modem, tv al plasma con impianto
satellitare, ecc.
Infine, poiché siamo in mezzo alla foresta giapponese,
è estate, fa un caldo da incubo e la casa è
tutta aperta, condividiamo i nostri spazi con un nutrito gruppo
di ospiti piuttosto ingombranti e rumorosi, fra i quali si
segnalano pterodattili o giù di lì, grilli,
locuste, cavallette et similia di dimensioni paleozoiche che
amano camminare alla sera sui nostri cuscini, ragni che non
sto nemmeno a dirvi ma ricordo di averne visti così
solo nella giungla malese, settequattrosette a righe gialle
e nere che si spacciano per api regine, ma se vedeste le dimensioni
gli lascereste anche voi le chiavi di casa (che qui non esistono)
e vi trasferireste a dormire nel fuoristrada parcheggiato
fuori, non fosse altro per il rumore che 'sti besti
fanno in volo. E pensare che io sono insettofobo.
In casa c'è una gran bella paletta di plastica, così,
prima di andare a dormire, si blinda (seee, come no...) la
camera facendo scorrere i pannelli ed avendo cura di evitare
il più possibile qualunque fessura, e si dà
il via ai combattimenti a suon di sciaf! di qui e sciaf!
di là, alla faccia di Mr. Divyam, che a mio parere
è un po' troppo zen per cui l'ape gigante sì
ma la locusta no perché doesn't bite. E bravo
Mr. Divyam, sì sì, non ti preoccupare, la locusta
no, ma certo, buonanotte Mr. Divyam, è andato sì?,
bene, sciaf! locusta bleah, tié.
Leonardo segnala gli oggetti e noi si fa sciaf! a raffica
finché in camera non regna il silenzio (fuori non vi
dico...), i letti appaiono sgombri e tutto torna alla normalità.
Almeno sembra. Meglio non indagare troppo, va'.
Ora, con un prologo così, capite bene che se davvero
dovessi raccontarvela tutta scriverei un libro. Ed ho sonno.
Così ve la faccio breve, si fa per dire, partendo dai
contro, perché sono un po' pignoletto anche
io, e se no che gusto c'è.
1) Mr. Divyam è un po' troppo zelante e svizzero con
il suo programma ed i suoi orari, anche se il suo motto è
" tu pensa solo a rilassarti e goditi la vacanza, io
penso a tutto il resto". Per cui se vi dice che si
parte alle 10:30 in punto, orario che a voi lipperlì
sembra magnifico e verso il quale concordate soddisfatti,
è anche vero che alle otto e trenta ve lo trovate fra
i piedi già in fibrillazione che vi fa quasi i vostri
bagagli, e che partirete, quasi certamente, alle 10.25, ma
solo perché avete fatto resistenza passiva.
2) Mr. Divyam, in venticinque anni di Giappone ed una vita
quasi tutta trascorsa in oriente, ha un po' preso il peggio
dei giapponesi senza prendere il meglio degli orientali. Per
cui vi guida al motto di take it easy, ma lui sembra
sempre tutt'altro che easy ed anzi, piuttosto impaziente e
un po' pierino. E se vi scappa il bambino per tre secondi
e sale sul tatami con le scarpe, si irrita un po', e se per
caso il bambino corre fuori a piedi scalzi per tre minuti
e poi risale sul tatami, si irrita ancora di più e
vi fa notare che in Giappone non si fa così, perché
this is Japan.
Ora, non è proprio vero Mr. Divyam. Diciamo che intanto
c'è modo e modo, e che un bambino di due anni è
un bambino di due anni, e che i nostri ospiti giapponesi -
veri - ad Ainokura sono stati molto meno rigidi e fiscali,
in casa loro.
3) Mr. Divyam gigioneggia inutilmente e a volte gli scappa
un po' troppo di fare il Mr. Crocodile Dundee alle prese con
i turisti. Per cui la scenetta di non ricordarsi la strada
e di perdersi nella foresta, di notte, infilando sterrati
inquietanti completamente al buio e commentando con tono ironico
" non riconosco questa strada, ma tanto la direzione
è giusta", funziona poco o nulla, almeno con
noi. Per almeno tre motivi.
Primo: nessun essere sano di mente si infilerebbe di notte
in certi percorsi fuoristrada, senza conoscerli, dichiarando
palesemente di aver perso l'orientamento, ma non girando la
macchina per tornare indietro nell'unico punto in cui lo si
potrebbe tranquillamente fare ed ostinandosi invece ad andare
avanti al buio, con un bambino di due anni dietro, senza nemmeno
una torcia elettrica e con il rischio di rimanere incastrati
definitivamente. E Mr. Divyam sano di mente lo è eccome.
Secondo: Mr. Divyam propone da anni a centinaia di turisti
lo stesso identico tour, collaudatissimo ed efficientissimo.
Non penserà davvero che noi si creda alla sua battuta
" mi sembra che la strada sia questa, ma non la ricordo
mai" e a tutto quello che segue nei venti minuti
successivi?
Terzo: noi ci si è persi davvero nella giungla di notte.
Ed anche nel deserto. Ed anche in diversi altri posti piuttosto
inquietanti. Da soli. E, fra l'altro, si è anche attraversato
il deserto di Gobi con il mitico ed inimitabile Aagii. E'
un po' difficile, Mr. Divyam, che ci si lasci impressionare
da venti minuti di foresta giapponese addomesticata e guidata
dentro ad un tour stupendo ed organizzatissimo come il suo.
Capisce?
4) Mr. Divyam: lei ci ha portato a vedere il mare più
bello del Giappone ed io gliene sarò per sempre grato
perché era bello davvero. Ecco. E adesso mi spiega
perché diavolo ci ha portato in spiaggia a fare il
bagno solo alle sei di sera?
Sul fronte opposto i pro sono davvero moltissimi, e se è
vero che Mr. Divyam è un tipo fatto un po' a modo suo
e va preso per quel che è, è anche verissimo
che pensa a tutto lui, compreso servirvi la colazione con
un ottimo caffè e un'altrettanto ottima marmellata
gialla di natura sconosciuta.
Il suo Two
to Tango, come ha battezzato il tour di
due giorni e due notti che propone da anni, è davvero
un'esperienza straordinaria ed unica in un Giappone completamente
fuori rotta e quasi del tutto sconosciuta al turismo, soprattutto
a quello occidentale. Perciò sì, caro - carissimo
- ma soldi spesi bene, anche perché una volta versato
il dovuto non si tira fuori più una lira: è
davvero un tutto, ma proprio tutto, compreso. Compresi i biglietti
dove servono, compresa la spesa personale, compreso tutto.
Vi ho già scritto fin troppo. Se ne volete sapere di
più, date un'occhiata al
suo sito e se andate in Giappone contattatelo. Non
ve ne pentirete.
E, nel frattempo, venite a spasso con noi e Mr. Divyam nel
Tango-hanto, e tanto che ci siamo facciamoci anche una nuotata
nel Mar del Giappone (e non vi sto a dire che acqua che c'è):
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Hei-bama,
penisola Tango-hanto
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Leonardo ad
Hei-bama, Tango-hanto
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Hei-bama,
Tango-hanto
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E a proposito di Tango-hanto: Onsen? Ebbene sì
amici miei, fatto! Anzi, fatto per ben due volte. Una prima
nello stupendo, lussuosissimo ed attrezzatissimo
onsen di Yoshino no Sato, situato su una collina con
vista mare e dotato di tre vasche riempite con acque a temperatura
differente, una delle quali in un giardino all'aperto. Una
seconda in un onsen naturale ricavato da una vasca di pietra
sulla favolosa spiaggia di Kotobikki-hama: l'acqua era così
calda che avrei potuto cuocerci le uova. Una simpatica esperienza
fantozziana, o meglio, dantesca: mancava solo Caronte.
Niente gaffe eclatanti questa volta, anche perché eravamo
guidati passo a passo da Mr. Divyam: impossibile sbagliare.
Eh, lo so che mi aspettavate al varco, ma è filato
tutto liscio. Sì.
A parte che Leonardo ha riempito la vasca esterna di sassi
(un sacrilegio per espiare il quale solitamente è necessario
fare immediatamente harakiri davanti ai samurai del servizio
d'ordine) e non escludo che ci abbia fatto anche la pipì.
Ma tanto non se n'è accorto nessuno. ( - Papà,
qui sono tutti nudi! - Sì Leonardo, ti ho già
detto che in Giappone sono tutti fulminati).
Volete sapere come ci si sente usciti da un onsen? Bolliti.
E pesanti, ma pesanti, ma pesantiiiii. Certamente, in pace
con il mondo.
E poi: sashimi? Fatto! Anzi, mangiato! Sopravvissuto.
Non vomitato. E per uno come me, che odio il pesce, un'impresa
del genere va annoverata nell'album. Gege: non è posto
per te, no no.
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Tango-hanto,
il team di Orizzontintorno a cena
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Del resto sapevo fin dall'inizio di questa avventura in Tango-hanto
che con Mr. Divyam non avrei avuto scampo: lui il Giappone
non solo ve lo fa provare davvero fino in fondo, ma non vi
dà nemmeno alternativa, né scampo. Avete voluto
la bicicletta? E allora pedalate. Per cui, sashimi
(e tutta una serie di altre cosucce...). Zitti e ingoiare.
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Ine, Tango-hanto
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Amanohashidate,
Tango-hanto
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Amanohashidate,
il team di Orizzontintorno al completo
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Vi dico un'altra cosa: io, fotografie come quelle che vedete
qui un po' più sotto, scattate a Kotobikki-hama, non
le facevo dai tempi della Nuova Caledonia. Ora, sarà
l'aria del Pacifico, sarà una combinazione, sarà
un fiore. Ma perbacco (non è la parola che ho
in testa...), che rosso! E guardate che non ve l'ho affatto
saturato: dovreste vedere le foto originali!
Adesso sì che posso dire di essere stato in Giappone!
Come? Sì, sì, certo che ve lo faccio vedere
Mr. Divyam. Eccolo qui, insieme al sottoscritto, nella mitica
vasca ad ottomila gradi dell'onsen naturale di Kotobikki-hama.
I più attenti potranno notare la mia colorazione. Faccia:
abbronzatura da maratone cittadine degli scorsi giorni. Petto:
classico bianco latte da ufficio milanese. E, attenzione:
già appena al di sopra del pelo dell'acqua, pelle rosso
fuoco tipica del punto di cottura ottimale della carpa di
Tango-hanto.
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Mr. Divyam
e il titolare qui all'onsen di Kotobikki-hama
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Come d'accordo, alla mattina del nostro terzo giorno in Tango-hanto,
Mr. Divyam ci ha lasciati alla stazione di Mineyama, una specie
di El Paso giapponese: stesso calore, stessa desolazione.
Di solito lui chiude il giro riaccompagnando i suoi ospiti
a Kyoto, ma non penserete davvero che avremmo potuto farla
così semplice, noi. Mica è finita ancora qui.
Vi sto postando da un treno che sta percorrendo la remota
costa del San-In...
Sayonara :-)
La San-in, costa all'ombra delle montagne, è
la costa dell'Honshu occidentale che si affaccia a nord
sul Mar del Giappone, in contrapposizione alla San-yo, costa
sul versante assolato delle montagne, che guarda a sud
verso il Mare Interno: poiché sono ormai quasi quattro
settimane che state leggendo del nostro peregrinare per
il Sol Levante, mi sembra giusto che vi pappiate anche l'ora
di geografia, così potete seguirci con più
attenzione.
Vi dirò anche, perciò, che Honshu è
la principale delle quattro maggiori isole che formano il
Giappone. Per dire, è quella dove si trovano Tokyo,
Kyoto, Osaka, Kobe e Hiroshima.
Il super Giappone della vostra immaginazione, quello delle
metropoli collegate dall'ultraveloce Shinkansen ("treno
lampo"), si è interamente sviluppato lungo San-yo.
Per contro, il San-in è una regione ancora oggi piuttosto
isolata, quasi per nulla visitata dal turismo internazionale
e mal collegata con il resto di Honshu. Per arrivarci bisogna
avere tempo, pazienza e qualche nozione dell'arte di arrangiarsi:
soprattutto se non si conosce il giapponese.
Nel San-in, su un fronte di circa ottocento chilometri,
si trovano quasi solo villaggi di pescatori, qualche cittadina
di dimensioni modeste, spiagge e tratti di costa incontaminati
e mare tipo Sardegna. Qui si trova anche Tango-hanto.
Giusto per non lasciare la lezione incompleta e fare un
po' il pierino, sappiate che le altre tre isole principali
del Giappone sono Hokkaido a nord, nota per le montagne
e perché vi si trova Sapporo, che immagino tutti
ricordiate come sede delle olimpiadi invernali del 1972;
Kyushu, la più meridionale, dove si trovano Nagasaki
e Fukuoka; e infine Shikoku, che si trova sotto ad Honshu
e delimita con quest'ultima il già citato Mare Interno.
A titolo di curiosità vi dirò infine che Hokkaido
è collegata ad Honshu dal tunnel sottomarino più
lungo del mondo, il Seikan, oltre cinquantatre chilometri,
dove transitano regolarmente i velocissimi Shinkansen. Kyushu
è a sua volta collegata ad Honshu dal tunnel sottomarino
Shin-Kanmon e da un ponte per il traffico stradale.
Shynkyu ed Honshu sono invece collegate da un ardito sistema
di ponti. Non male, eh?
Tutto ciò mi serve essenzialmente per raccontarvi
un paio di cose. Primo: questo viaggio, alla fine, coprirà
un itinerario di circa tremila chilometri, quasi tutti in
Honshu, toccandone praticamente tutti i luoghi di interesse.
Torneremo però a casa avendo messo un piedino anche
a Kyushu. Non riusciremo invece ad andare ad Hokkaido, come
pensavamo di riuscire a fare. Shikoku, poi, non ce la fileremo
proprio (e sarà sicuramente un peccato).
Fatti due conti, se tenete il nostro ritmo, ad occhio ci
vogliono fra i due e i tre mesi per visitare tutto il Giappone
ed averne una buona idea.
Secondo: c'eravamo lasciati dopo il Tango-hanto, su un treno
in viaggio lungo San-in. Ci ritroviamo in San-yo quasi una
settimana dopo, per la precisione in un hotel di Hiroshima
centro. In mezzo abbiamo cambiato un bel po' di trenini
locali per riuscire a percorrere tutta la costa San-in ed
arrivare in fondo ad Honshu con un paio di soste. Via tunnel
sottomarino, abbiamo quindi attraversato il braccio di mare
che ci divideva da Kyushu per fare una rapidissima puntata
a Fukuoka, che dell'isola è la metropoli principale.
Infine, siamo tornati ad Honshu ed abbiamo percorso a ritroso
la costa San-yo arrivando qui ad Hiroshima, dove ci siamo
fermati un paio di notti e dalla quale ripartiremo domani
alla volta di Osaka e Tokyo. Pant pant.
Terminata la consueta introduzione chilometrica, provo ora
a farvela breve. San-in: spettacolare. La linea ferroviaria
corre per centinaia di chilometri proprio sul mare, un mare
verde smeraldo ed immobile, costellato di isolette ricoperte
di vegetazione.
Gli efficientissimi trenini diesel che la percorrono, spesso
formati da un unico vagone, sembrano quasi degli autobus
su rotaia ed attraversano piccoli villaggi di pescatori
disseminati fra stupende spiaggete bianche incontaminate
e piccole baie circondate dal bosco. Pochissimi i centri
abitati di medie dimensioni. Noi, un po' a malincuore, abbiamo
fatto tappa proprio in due di questi, non fosse altro perché
ci era praticamente impossibile prenotare una qualunque
sistemazione nei villaggi che abbiamo attraversato, né
peraltro sapere in anticipo dove avremmo dovuto fermarci.
E con Leonardo nel team non si può giocare a tombola
e sperare nella provvidenza che sempre aiuta il viaggiatore
indipendente: un minimo di programmazione day by day
è necessaria.
Bianchi in circolazione in San-in: zero. A quanto pare siamo
gli unici turisti occidentali in giro da queste parti, e
a tal proposito vi dico una cosa: questa gente è
sveglia, cortese ed efficiente in modo straordinario. Che
poi la cortesia sia "finta", come si dice e si
legge, chissenefrega: provate a farvi un giro nella razzista
Cina settentrionale od occidentale e poi ne riparliamo.
O, senza andare tanto lontano: sarà meglio una cortesia
esagerata, per quanto finta possa essere, o la maleducazione
ed il menefreghismo dilaganti a casa nostra? E fra il razzismo
sottobanco dei giapponesi nei confronti dei bianchi, ed
il nostro nei confronti di neri, gialli, ecc, chi se la
passa meglio? Noi in vacanza in Giappone, o una famiglia
benestante del Senegal in vacanza in Italia?
Soste lungo San-in: Tottori, cittadina turistica nota per
le alte dune di sabbia. Nulla di che, ma una notte giusto
per spezzare il lungo viaggio e la sequenza di treni. Tottori
è comunque piacevole e piuttosto vivace.
E poi Hagi, famosa per le terrecotte, la cui produzione
venne importata dalla Corea alla fine del cinquecento. Ad
Hagi, piacevole cittadina sul mare dove la gente è
di una gentilezza quasi imbarazzante, meritano una visita
anche le antiche case dei samurai, testimonianza di un importante
passato feudale. Qui peraltro ci spiaggiamo anche un pomeriggio
intero, approfittando di una temperatura ottimale, di un
mare trasparente ed immobile, e di un litorale di sabbia
finissima lungo qualche chilometro e popolato - di domenica
pomeriggio, seconda metà di agosto - da non più
di quaranta persone. Per Leonardo, il paradiso terrestre.
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Le dune di
Tottori, San-in
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Antiche case
samurai, Hagi, San-in
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La spiaggia
di Hagi, San-in
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Le famose
terrecotte di Hagi
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Ad Hagi, complice la solita prenotazione
alla cieca via Internet, sballiamo anche l'unico albergo di
tutto il viaggio: l'Orange Business Hotel entra di diritto
nella top ten dei dieci alberghi più squallidi e fatiscenti
nei quali siamo mai stati. Dobbiamo anche lasciare la nostra
strettissima tripla giapponese (otto tatami di superficie
ed una tv scassata), perché già occupata da
uno scarafaggio. Che, capite bene, dovendo dormire per terra...
Finiamo quindi per occupare due microscopiche singole davvero
claustrofobiche, impregnate di puzza di fumo (come tutto il
resto dell'hotel). A me tocca dividere la branda con il povero
Leonardo. Bisogna peraltro dire che il capobanda voleva quasi
fare harakiri per la vergogna, e che per scusarsi è
rimasto inchinato per due giorni di seguito e ci ha fatto
lo sconto. Certo che beccare un albergo del genere in Giappone
è davvero sfiga.
Tutto ciò sarebbe anche un ottimo spunto per raccontarvi
degli alberghi giapponesi, argomento che fino ad oggi ho trascurato,
ma ciò richiederebbe parecchio tempo. Vi dirò
solo che l'unità di misura non sono affatto le stelle,
ma lo spazio. Per dire, nella camera di questo hotel
di Hiroshima centro da dove vi sto scrivendo lo spazio per
noi tre, tutto sommato, c'è. Magari dandosi qualche
gomitata, ma vabbè. Non c'è però per
le valigie. Il passeggino lo abbiamo lasciato fuori dalla
porta e amen. In compenso, come in tutti gli hotel giapponesi,
c'è qualunque accessorio e maipiùsenza possiate
desiderare. Ad esempio, un fornelletto per il tè con
deumidificatore incorporato.
Al nostro ritorno, quando preparerò la scheda
di viaggio da inserire fra i Viaggi
Orizzontali, con calma vi ragguaglierò comunque
in merito.
Piuttosto, ad Hagi mi ricordo anche di fotografarvi questo:
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Indicazioni
stradali, Hagi
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In Giappone, quasi dappertutto, non esistono i nomi delle
vie, o comunque non sono segnalate, con rare eccezioni. Però,
ad ogni incrocio trovate cartelli come questo, che mappano
la zona nella quale vi trovate. Questo è uno dei più
semplici. Più chiaro di così...
Lasciamo dunque Hagi per rientrare nella "civiltà"
dopo quasi una settimana. Altri due trenini diesel per attraversare
le montagne ed eccoci ad Asa, San-yo, dove finalmente saliamo
sul mitico shinkansen. Che, è davvero un proiettile.
Telefono a bordo anche in seconda classe, scompartimenti ufficio
per lavorare, area per cambiare pannolini e scaldare il biberon,
sedili larghissimi, ecc. Chevvelodico affa'?
Lo Shinkansen passa sotto al mare e ci porta a Fukuoka, isola
di Kyushu.
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Shinkansen,
il treno lampo
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Fukuoka-Hakata
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A Fukuoka ritroviamo all'improvviso il super Giappone della
vostra (e nostra) immaginazione. Suppongo che le fotografie
siano autoesplicative. Sappiate comunque che è una
metropoli davvero piacevole e, a quanto pare, anche la città
più cosmopolita dell'intero Giappone e punto di scambio
con la Corea, che da qui è davvero vicina (una notte
di traghetto). Sì, certo che ci avevo pensato, che
vi credete? Ma non avevamo trovato il volo di rientro da Seoul,
e quindi Corea rimandata. Per ora.
Il nostro megahotel, che ci ripaga subito dell'orrendo Orange
Hotel di Hagi, si trova proprio a Canal City, una sorta di
avveniristico centro commerciale di dimensioni spropositate:
una city vera e propria, con alberghi, ristoranti,
fontane, laghi artificiali e molti altri bla bla bla. Insomma,
ci facciamo questa gitarella a Fukuoka e ne appprofittiamo
per un po' di shopping, che in effetti qui viene molto meglio
che in altri posti.
Il giorno seguente un altro proiettile shinkansen ci riporta
ad Honshu e ci deposita con una sola ora di viaggio ad Hiroshima,
duecentocinquanta chilometri più a nord. Viaggiare
sullo shinkansen è davvero un'esperienza psichedelica.
Ho cronometrato il passaggio sotto al mare: poco più
di quattro minuti per diciotto chilometri e rotti di tunnel.
Quando il treno ( treno?) parte dalla stazione, spaccando
il secondo, lipperlì non vi accorgete nemmeno di esservi
mossi. Un minuto dopo state viaggiando a trecento chilometri
all'ora al suolo e vi assicuro che fa quasi paura, la prima
volta. Sdraiati nelle vostre comodissime poltrone, avvertite
l'incredibile spinta dell'accelerazione e il rumore in sottofondo,
quasi un fischio sordo, prodotto dalla penetrazione nell'aria.
A tratti vi sembra di essere in aereo, e in effetti l'interno
ricorda molto quello di un jet, anche se molto più
comodo. Quando poi incontrate un altro shinkansen che viaggia
in senso opposto, l'incrocio dura un lampo e lo spostamento
d'aria è impressionante.
Ma ciò che davvero mi manda in bestia è che
questo treno è vecchio. Vecchio, capite? Ha
ormai almeno una ventina d'anni. E vi porta da Fukuoka a Tokyo
- ve lo ripeto: da Fukuoka a Tokyo, più di millecento
chilometri, attraversando anche due o tre catene montuose
ed un braccio di mare - in cinque ore. Cinque ore. CINQUE!
Comprese una decina di soste!
Il ritardo medio in un anno su tutta la rete ferroviaria è
attorno ai sei secondi. SEI! E l'unico caso di deragliamento
è stato a causa di un terremoto una decina di anni
fa: naturalmente nessuna vittima.
Ed io, con la nuovissima TAV, per andare da Milano a Torino,
centocinquanta chilometri completamente e stramaledettamente
piatti, impiego un'ora e venti! Ma chec*****! CENSURA!
Vabbè. Hiroshima, dicevamo. Ora, io non so bene che
dirvi di Hiroshima. Vedete, noi siamo stati ad esempio a Beirut,
a Sarayevo, a Phnom Penh. Qualche mese fa vi raccontavo di
Belfast.
Ma che c'entrano tutti questi luoghi con Hiroshima? E cosa
c'è da dire, poi, di Hiroshima? Perché questa
altro non è oggi che una piacevole ed animata città,
grande come Milano, nulla più. Anche se, a ben vedere,
non c'è niente di vecchio, e questo la rende
comunque diversa dalle altre città del Giappone che
abbiamo visto.
Lo sappiamo tutti, e le abbiamo viste tutti almeno una volta
le immagini del dopobomba: la città completamente piallata
ed annullata dall'esplosione nucleare. L' A-Bomb dome,
unico edificio rimasto in piedi in un'area di chilometri quadrati,
a poche centinaia di metri dall'ipocentro dell'esplosione:
è stato lasciato così com'era, a testimonianza
perenne di ciò che fu, e dichiarato dall'Unesco Patrimonio
dell'Umanità.
Non c'è altro da aggiungere su Hiroshima, e il passaggio
obbligato al Museo della Memoria niente altro aggiunge a sua
volta, tranne vedere dal vivo quei pochi oggetti che
vennero raccolti all'epoca dal nulla rimasto, e ancora
quelle immagini.
Eppure sapete che c'è? Che oggi, mentre mi aggiravo
attorno all'A-Bomb dome, all'improvviso mi sono reso conto
che continuavo a guardare il cielo, in alto. Stavo camminando
sotto all'ipocentro, sessantuno anni e pochi giorni dopo.
Per chi non lo sa, l'esplosione avvenne in alto, a circa cinquecento
metri di quota. L'edificio oggi noto come "A-Bomb dome"
rimase miracolosamente in piedi solo perché quasi sulla
verticale dell'onda d'urto. Ecco: sessantuno anni fa, sopra
alla mia testa. Capite?
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A-Bomb dome
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Le migliaia
di gru di carta del Children's peace memorial
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Hiroshima
XXI secolo, a due passi dall'ipocentro
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A pensarci, un fatto curioso da segnalare ad Hiroshima ci
sarebbe anche: detto che il Giappone è un paese assolutamente
musicale (qui tutto suona: musica zen diffusa per le strade,
musica ambient diffusa nei negozi, musica pop nei grandi magazzini,
jazz nei locali, semafori sonori a tutti gli incroci, musichette
demenziali sui tram...), nella maggior parte dei locali di
questa città viene diffuso jazz caldo anni '40, alla
Glenn Miller per intenderci. Ora, non vi sembra un po' surreale
che Hiroshima vada matta per quella stessa musica americana
che è un po' la colonna sonora di quegli anni in cui
proprio gli americani gli hanno sganciato la bomba? Mah.
Sta di fatto che a girare quaggiù per le vie un po'
fuori dal tempo vi sentite, e non saprei nemmeno bene dirvi
perché, considerato che è inevitabilmente una
delle città più moderne che abbiamo visitato
in questo viaggio.
Perdonate comunque se abbandonerò subito il tema. Hiroshima
guarda avanti ormai da un bel pezzo (senza per questo certamente
dimenticare) e anche noi riprendiamo il nostro vagabondare
per le vie della città. Che, calore a parte, offre
anche spunti di tutt'altro genere che non posso certo farvi
mancare.
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Farmacia
"Segami"
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Fancl House.,,?
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Ad Hiroshima mi ricordo anche di fotografarvi finalmente il
vero simbolo del Giappone: ciò che ci ha permesso di
sopravvivere queste settimane e di affrontare ore di estenuanti
maratone attraverso queste immense metropoli. Tecnologia spintissima,
diffusa praticamente ovunque e con una densità che
non potete nemmeno immaginare. Accettano qualunque banconota
e moneta, danno sempre il resto e forniscono qualunque genere
di bevanda nota e non al genere umano. Semplicemente, rivoluzionarie.
Tutte le strade del Giappone (non solo le vie cittadine!)
ne sono invase.
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Le macchinette
distributrici hanno invaso il Giappone
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Io adoro questo paese, se non lo avete ancora capito. Ad esempio:
mettiamo che ne abbiate le tasche piene di mangiare giapponese,
e/o di mangiare per terra, e/o di mangiare con i bastoncini,
e/o che siate come il sottoscritto, che magari potete anche
piegarvi al sashimi, ma perdinci, senza un caffè ed
un croissant a colazione schiattate ovunque siate nel mondo.
Beh, che problema c'è? In Giappone è un festival,
ovunque, di caféterie francesi, che credetemi, vi fanno
dei croissant che vi sembra di essere sulla Loira. A Kyoto
ne trovate una al metro, ma anche a Fukuoka, ad Hiroshima,
a Tottori e perfino ad Hagi. E vogliamo parlare di pizza e
spaghetti? A parte la famosa pizza di Takayama,
abbiamo incrociato fantastiche pizzerie che Tipico e Spizzico
gli fan le pippe, e spaghetti perfettamente al dente. E poi
ancora hamburger e patatine a pioggia, e pollo in tutti i
vostri modi preferiti, e pane, bruschette, insalatone di ogni
forma, dimensione e contenuto, e se proprio siete yankee nel
midollo, Starbucks ad ogni angolo, e ancora gelaterie straordinarie,
e bla bla bla.
Vi basta solo pensarle, a volte. Tipo: oddio cosa darei proprio
ora per un bel frappuccino ghiacciato (o un frullato misto,
o una spaghettata aglio e olio,...), e puff!, eccovi accontentati
nel giro di un paio di incroci.
Eh sì! Vi credevate davvero che potessimo passare un
mese intero a distruggerci la schiena sui tatami e a interpretare
menù scritti coi geroglifici? Va bene, ve la dico tutta:
dopo l'esperienza "estrema" di Tango-hanto abbiamo
proprio sbracato. E giù di pizze, panini, hamburger,
brioches, caffè... :-) Peraltro, devo anche dirvi che
a Leonardo non è parso vero di tornare ad una dieta
a lui un po' più familiare.
Chiudiamo dunque i due giorni ad Hiroshima con una gita a
Miyajima per vedere il famoso Torii galleggiante, che
pare sia una delle tre vedute più suggestive e fotografate
di tutto il Giappone. Un'altra peraltro ve l'avevo già
fatta vedere in Tango-hanto: la lingua di sabbia di Amanohashidate.
Miyajima è una piacevole escursione che ci permette
anche di completare l'album dei mezzi di trasporto di questo
viaggio: dopo aereo, treni, autobus, tram, auto, funivie e
seggiovie (!), prendiamo anche un traghetto sul Mare Interno.
Inutile che vi dica che per andare a Miyajima, una cinquantina
di chilometri a sud, siamo usciti dall'albergo alle undici,
saliti immediatamente sul tram, scesi davanti alla stazione,
preso subito un treno locale che ci ha depositati dopo soli
ventisei minuti davanti all'imbarcadero corretto, dove ci
aspettava già un traghetto pronto...
Inutile dirvi anche che Leonardo si è dormito l'intero
viaggio di ritorno sul passeggino senza che noi dovessimo
sollevarlo di un centimetro. Barriere architettoniche what?
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Miyajima
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Itsukushima-jinja,
Torii galleggiante, Miyajima
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Bene. Come al solito ho esagerato e mi sono lasciato trasportare
dalla mia grafomania, ma so che mi perdonerete. Domani mattina
si parte di nuovo, destinazione Osaka. Ormai siamo sulla via
del ritorno. Ci si sente fra qualche giorno da Tokyo per i
saluti, va'.
Sayonara a tutti!
Park Side Hotel, Ueno, Tokyo, una fresca serata di inizio
settembre. Valigie chiuse, non so come, ma chiuse. Passeggino
svuotato e pronto per essere impacchettato. Non avete idea
di cosa può accumularsi nella rete portaoggetti di
un passeggino durante un mese di viaggio in Giappone.
Dovrei forse raccontarvi di una frenetica giornata trascorsa
nell'incredibile Osaka che, a dispetto di quel che se ne
dice, credetemi: è imperdibile! Ma forse prima dovrei
dirvi della nostra sosta lampo ad Himeji, fra Hiroshima
ed Osaka. Ma forse, prima ancora, dovrei raccontarvi di
come ci sia capitato di dimenticarci non uno, ma due zainetti
sullo shinkansen, scendendo alla stazione di Osaka.
La testa, a dirvela tutta, è un po' altrove. Non
so perché solo oggi, all'improvviso, abbia realizzato
tutto il rumore. L'assordante rumore giapponese attorno
a noi. Il chiasso, i megafoni, la musica ognidove e ogniquando
a volume esagerato, il traffico e i treni e i cavalcavia
e i decibel a manetta nonstop. Ora c'è silenzio.
Stanza 501, Parsk Side Hotel. Last night in Tokyo.
Osaka, un paio di giorni fa. Appena scesi dallo shinkansen.
Tempo di prendere le scale mobili e rendersi conto che manca
qualcosa. E lo shinkansen, naturalmente, già ripartito
dopo i consueti tre minuti di sosta.
Dove va adesso? Ah, Tokyo. Ecco. Seicento chilometri più
a nord. Cosa c'era nei due zainetti? Oh, nulla di importante:
il passaporto di Emanuela e tutti i suoi soldi - per la
cronaca, i soli yen che ancora avevamo, in un paese dove
trovare una macchinetta ATM che accetti le carte di credito
internazionali è come cercare il Sacro Graal; la
telecamera e vabbè, quello per ora non è un
problema; i pannolini - tutti - di Leonardo e quello sì
che è un problemissimo, anche perché trovare
i pannolini in questo paese è come andare alla ricerca
dell'Arca perduta dopo aver trovato il Sacro Graal e ad
occhio Leonardo non ha ormai più molto tempo di autonomia.
E peraltro, senza soldi, come li ricompriamo i pannolini?
E peraltro, senza soldi, come ci arriviamo in albergo? E
peraltro, senza passaporto, come ci registriamo in albergo,
ammesso di arrivarci? Ecco, welcome in Osaka.
No, prima ancora. Memento. Lasciata Hiroshima, decidiamo
di fare una sosta al volo a Himeji prima di proseguire per
Osaka. Con gli shinkansen come al solito è uno scherzo.
Hiroshima-Osaka sono quasi trecento chilometri, coperti
più o meno da un centinaio di treni al giorno, nessuno
dei quali, naturalmente, impiega più di un'ora e
mezza. Una metropolitana, insomma. Una fermata a Himeji
per un paio d'ore, quindi, ci sta pacifica pacifica, perfino
partendo con calma da Hiroshima con lo shinkansen delle
10:10.
Himeji è famosa per il castello più bello
del Giappone, risalente al XVI secolo. Eccolo qui:
Arrivate ad Himeji alle 11:15, mollate tutti i bagagli al
deposito, correte al castello, visitate il castello, ritornate
in stazione, riprendete i bagagli, risalite sullo shinkansen
delle 13:02, durante il viaggio ammirate alla vostra destra
il ponte più lungo del mondo che collega Honshu a Shikoku,
arrivate ad Osaka alle 13:48 in tempo per pranzare e per essere
in albergo prima delle tre del pomeriggio, e avete dunque
ancora mezza giornata davanti per vagabondare un po' in città.
Fantastico, no?
Salvo, naturalmente, accorgervi che
vi siete dimenticati mezzo bagaglio, passaporto e soldi sul
treno.
Volete sapere subito com'è andata a finire o aspettate?
Beh, siamo in Giappone qui, mica in Italia. Dalla stazione
di Osaka hanno chiamato il capotreno sullo shinkansen ormai
in viaggio per Tokyo, e lo hanno avvertito. Ad Emanuela hanno
dato un foglio da consegnare all'albergo, per spiegare alla
reception la faccenda del passaporto. Tempo mezz'ora, tutto
a posto: zaini identificati ed in viaggio per il deposito
di Tokyo, noi sulla metro di Osaka in viaggio per il nostro
albergo. Di fronte al quale, ovviamente, un rarissimo esemplare
giapponese di ATM internazionale. Facile no?
Osaka: una sosta non programmata, nata per caso perché
ci avanzava una giornata sulla strada per Tokyo. Una sosta
straordinaria, del tutto inattesa, che peraltro ci ha confermato
una volta di più che queste metropoli giapponesi non
sono affatto tutte uguali, ed anzi. Ognuna con la propria
spiccata personalità che la differenzia a colpo d'occhio
dalle altre, per cui se sei ad Osaka non ti sembra di essere
a Tokyo, e se sei a Tokyo non ti sembra di essere a Fukuoka,
ed a Fukuoka non puoi essere né a Kyoto, né
ad Hiroshima. Del resto vi avevo già
raccontato dei mille volti di Tokyo, per cui Shinjuku
non è Shibuya, che non è Ueno, che non è
Asakusa, che non è Ginza.
E la cosa fantastica è che viaggiate per chilometri
e chilometri e chilometri, e ai vostri occhi, dai finestrini
del treno, non c'è soluzione di continuità nell'urbanizzazione
infinita di ognidove cosicché, dal punto di vista dei
trecentorari dello shinkansen, Kobe, Osaka e Kyoto e fors'anche
il Giappone tutto fino a Nagoya, Yokohama e Tokyo, è
un'unica marmellata di cubi di cemento e grattacieli e neon,
talvolta intervallata per cento metri da un campo verde di
riso. Poi di nuovo solo cubi, e cubi, e cubi, ed elettrodotti,
ed elettrodotti, ed elettrodotti.
Noooo! Non fidatevi dei gialli! Scendete a vedere, fermatevi!
Venite a vedere la follia di Osaka. E di colpo vi sentirete
così in Giappone come non vi siete sentiti per un mese
intero a spasso con noi.
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Osaka girl,
Amerika Mura
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Minami, il
cuore notturno di Osaka
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Umeda Sky
Building, downtown Kita, Osaka
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Che ne dite? Questo è davvero il Giappone alla Blade
Runner che ci aspettavamo: la distesa infinita di neon e folla,
la centrifuga impazzita di rumori assordanti, il groviglio
incredibile di metropolitane, sopraelevate, tangenziali multilivello,
grattacieli, l'esagerazione ovunque come in nessun altro luogo
al mondo. Tokyo non ci è sembrata affatto così,
Fukuoka ci si è solo un po' avvicinata. Osaka è
un'esplosione, un altoforno di tutto: luci, colore, rumore,
gente, caos.
Qui sono entrato in qualcuno della miriade di Pachinko
di Minami, il cuore pulsante notturno di Osaka. Migliaia di
slot machine allineate, musica assordante a volume inaudito,
neon abbaglianti, e gente, gente, gente, gente. E poi ancora
ristoranti e bar di ogni dimensione, tipo, colore, natura
e contenuto, centri commerciali infiniti di dimensioni nemmeno
descrivibili, città sotterranee estese per chilometri
e chilometri, negozi trash a pioggia, tribù umane,
quasiumane e nonumane degne di un circo alieno, volti e colori
e abbigliamenti ed acconciature e makeup da azzerare tutto
ciò che ho fotografato fino ad oggi in questo paese.
Tutto, tutto, tutto l'immaginabile.
Dopo il bagno nel delirio affascinante della Osaka notturna,
decidiamo di dedicare la mattinata seguente a Leonardo e lo
portiamo all'acquario, famoso per ospitare uno squalo balena
nella vasca più grande del mondo. L'acquario di Osaka
è esagerato come tutto il resto di questa città,
e bellissimo. Così straordinario che non solo Leonardo
ne è ovviamente entusiasta, ma persino io mi lascio
trascinare dall'euforia delle famigliole di turisti giapponesi
e scarico un imbarazzante volume di foto, sgomitando con bambini
gialli ed anziani banzai.
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L'incredibile
acquario di Osaka e lo squalo balena
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L'acquario è un luogo perfetto anche per qualche esperimento
approfondito con la Canon. Le vasche quasi buie delle meduse
si prestano perfettamente per provare un po' le alte sensibilità
e tiro la macchina fino a ISO 1600. Foto così me le
sarei sognate fino ad un anno fa.
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Meduse, acquario
di Osaka
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Anche Osaka vola via, e nel pomeriggio siamo già in
viaggio sullo skinkansen per Tokyo. Tramonto stupendo su Honshu
e, come speravo, Fuji perfettamente limpido al nostro passaggio:
riesco così a fotografarvelo anche sul versante opposto.
Come dite? Beh, certo che è uguale. E' pur sempre un
banalissimo cono. E no, anche questa volta niente cappuccio
di neve e niente rami di ciliegio. Non scocciatemi.
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Il Fuji fotografato
nei pressi di Hakone, dal treno per Tokyo
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Tornare a Tokyo dopo un mese di Giappone è davvero
come rientrare a casa: mi sembra di conoscere questa città
fermata di metrò per fermata di metrò, mi è
del tutto familiare, me la sento perfettamente addosso. Dieci
anni di viaggi in Asia, che insieme fanno più di un
anno di permanenza, hanno ormai il loro peso nel mio modo
di avvicinarmi alla più orientale delle capitali d'oriente
e di viverla.
E' stato un viaggione davvero bello ed intenso questo, come
non facevamo da un po'. Un sole stupendo accompagna la nostra
ultima giornata quaggiù e ne approfittiamo per fare
un salto a Yokohama, tre quarti d'ora da Tokyo, seconda città
del Giappone ormai considerata un agglomerato unico con la
capitale, con la quale, in effetti, è urbanisticamente
del tutto amalgamata e perfettamente integrata da un un unico
sistema di trasporti pubblici.
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Greetings
from Yokohama: goodbye Japan!
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Adesso abbiamo dato davvero tutto. Goodbye Japan - ché
diciamolo, ora: io sayonara non l'ho sentito dire a
nessuno. Ultimo luogo comune azzerato.
Se anche questa volta vi è piaciuto venire con noi,
ditelo agli amici. Noi ci si rivede in quel della Brianza
di nordest, dodici ore più a ovest, oggi. Domani, per
voi.
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