|
A Varsavia fa caldo, ma anche no. Sul tassametro del primo
taxi sul quale sono salito c'era scritto droga. Ho
realizzato di non avere in tasca nemmeno uno zloty. Poi
ho letto droga su un cartellone pubblicitario e ho
pensato che delle due l'una: o Amsterdam non va più
di moda, o il polacco è una lingua strana.
L' ultima
volta che sono passato da Varsavia risale più
o meno a quattro anni fa, ma era notte e stavo dormendo
nella carrozza letto di un treno proveniente da Vilnius,
fermo alla stazione centrale in attesa di ripartire per
Berlino.
Dalla finestra del mio albergo vedo il mostro e se
non siete mai stati a Varsavia non potete capire. Il mostro
sarà ad un paio di chilometri in linea d'aria, quindi
non credo di essere vicino al centro. Perché, ovviamente
e come d'abitudine, non ho ancora capito dove diavolo sono.
Però una cosa è certa: lo Hyatt
Regency di Varsavia non assomiglia per nulla all' Arlux
di Arlon. Per dire: mi sono perso in bagno. Il frigo
bar sembra un bancone dell'Esselunga. Ho otto cuscini sul
letto e a dirla tutta mi sembra un filo esagerato. E comunque:
perché allo Hyatt Regency di Varsavia non usano lo
spazzolone per il cesso?
All'aeroporto di Varsavia è possibile vedere degli
apparecchi curiosi, ed apparecchi non è un
termine obsoleto, è il termine giusto. Per esempio,
c'è quel Tupolev con la livrea a caratteri cirillici
che... no dai, quello non vola mica, lo usano come navetta.
Vero?
Vorrei fotobloggarvi qualcosa, ma sono troppo stanco. Sono
qui da due giorni e non ho ancora avuto un minuto solo per
me. Insomma, Varsavia (si era capito?), che d'ora innanzi
- come d'abitudine da queste parti - chiameremo con il suo
nome: Warszawa (pronuncia: Varsciava). Per ora, giusto
il tempo di un assaggio. Ah, sì, posso anche dirvi
che da Malpensa a Warszawa si vola con la sorella maggiore
della ben nota supposta
volante.
E ancora: da quando ho messo piede qui ho mangiato solo
italiano. Giuro, non l'ho fatto apposta: ieri i colleghi
polacchi mi hanno portato a pranzo in un ristorante italiano.
Il ristorante dello Hyatt è italiano, quindi cena
italiana. Ai polacchi evidentemente piace mangiare italiano.
I polacchi - a pranzo - mangiano certe piattate di tagliatelle
ai funghi che dovessi provarci io potrei stramazzare in
coma digestivo. Per la precisione, le mangiano dopo un antipasto
a base di fette di pane pugliese, prosciutto crudo, formaggio
fuso e salse a piacere. Provateci voi a fare un pranzo del
genere e dopo tornare a lavorare. Io ho provato a mantenermi
leggero: un'insalatina, grazie. Mi è arrivata una
pentolata di verdure affogate in un barile di salsa rosa.
Ho prelevato al bancomat una manciata di zloty. Qualcuno
sa dirmi per caso il cambio aggiornato euro-zloty? Intendo:
se pago il taxi 17 zloty, sto spendendo come una vacanza
a Zermatt o posso tornare a Milano in taxi?
Sta di fatto che qua fuori dall'hotel c'è un evidente
cartello divieto di droga davanti all'ingresso. Forse
è un indizio. In effetti di pusher non ne ho visti.
Sono certo di dimenticarmi altri particolari interessanti,
ma adesso me ne vado a nanna. Voi domani siete in ferie,
io no. Stay tuned.
Ma è normale che un gruppo di arabi si imbarchi portando a bordo un fucile da pesca subacquea? No perché a me, come al solito, ai controlli dell'aeroporto di Varsavia hanno fatto levare anche la cintura, aprire il pc, togliere le scarpe...
Ma soprattutto: che ci fanno degli arabi in volo da Varsavia a Milano con un fucile da pesca subacquea?
Gin dobre. O giù di lì. Che poi, io
la prima volta ho risposto senza ghiaccio, grazie.
Ma a parte ciò, contrariamente alla pianificazione
originale, il vostro amato titolare non volerà per
un paio di settimane almeno, salvo poi riprendere quota
(anche) verso destinazione ulteriori rispetto a quanto previsto
fino a pochi giorni fa. Può quindi essere che a medio
termine ne abbiate da leggere anche troppo, volendo.
Nell'attesa dunque di modificare eventualmente ed opportunamente
il bannerino in home page, ne approfitto per scaricare un
po' di appunti che mi ero riproposto di rilanciarvi al mio
prossimo passaggio da Warszawa. Come, ad esempio, questo:
 |
|
Divieto di
droga
|
Ché io lo so che poi voi dite che esagero e vi racconto
storie. Ciò che comunque più mi inquieta è:
ma che differenza c'è fra quanto enunciato nel titolo
di questo post e ZAKAZ PARKOWANIA? E voda gasovana
è con gas o senza? Vabbè che tanto io bevo il
solito pivo, ma giusto per sapere.
E ancora: ma sarà o no più figo ricevere convocazioni
per le riunioni tipo 26 kwietnia 2007 12:00-12:45 (GMT+01:00)
Sarajevo, Skopje, Warsaw, Zagreb, invece che le solite
(GMT+01:00) Rome, Paris, Zurich e bla bla bla? Ma soprattutto,
a kwietnia come ci si veste? Tipo, si gela, piove,
sbocciano i fiori, c'è il disgelo, caldo torrido?
Nel farmi un classico doppio Mc Polska cheeseburger, ho notato
che il mio ufficio si trova fra l'ambasciata bielorussa e
quella nigeriana, il che spiega la presenza della moschea
proprio sul lato opposto della strada. Dico: io me ne sto a Warszawa (che già...),
fra l'ambasciata bielorussa e quella nigeriana. Ma sarà
un posto da frequentare dopo il tramonto?
Conto dello Hyatt: tremila polonez. 'Tacci loro. Segnarsi
in agenda: al prossimo giro, alberghetto in centro storico.
E comunque gin dobre significa buongiorno. Almeno credo.
Di certo è senza ghiaccio.
(*) Non parcheggiare
" Nie dia idiotów" (letta su una
pubblicità di Mediaworld a Warszawa).
" Kontrola paszportowa" (per i solutori
più piccoli).
" Dzień dobry" ( giassapete,
pronuncia gin dobre).
" Dziękuję bardzo!" (credevo tua sorella,
ma mi dicono grazie mille).
Fra parentesi, se non vedete alcuni caratteri è colpa del
vostro pc. Nell'alfabeto polacco si usano una dozzina di
lettere che ve le raccomando: per riprodurle qui sul blog,
come già avevo sperimentato durante l' esperienza
maltese, uso la mappa caratteri di Windows, ma non
so se è uno standard visibile con qualunque sistema
e browser.
Warszawa è molto più verde di come la ricordavo.
E' esageratamente verde. E' così verde che a volte
avete un po' l'impressione di stare in mezzo ad una pianura
infinita incolta e cespugliosa dove qua e là, a grappoli,
hanno disseminato un po' di cubi di cemento e qualche birillo
di cristallo e acciaio di ultima generazione. E comunque
viaggiamo abbondantemente oltre i trenta gradi anche nella capitale
polacca.
Poi, c'è il mio nuovo hotel. Quello di Clinton
& c, per intenderci. 'Sto affare insomma:
Non lasciatevi ingannare: si pronuncia sovieski, e questo
già dovrebbe indirizzarvi. Per la verità lo
hanno tirato a nuovo, ma la mia fotografia notturna non rende comunque
giustizia alla splendida facciata a strisce diagonali (larghe
sei metri) a colori alternati: giallo, rosso, bianco e azzurro.
Giuro.
E del resto non deve stupire, considerato che in camera, sul
mio comodino, ho trovato questo:
La solita ipocrisia. Prima rompono con il divieto
di droga, poi gli imbianchini si fanno di LSD e gli
hotel hanno le camere per fumatori di maria. Ma soprattutto:
che significherà W celu?
Infine: per mia somma gioia, in Polonia c'è ancora
il Voce. A dire la verità il Voce non
c'è solo in Polonia, ma noi lo abbiamo ascoltato la
prima volta proprio qui, qualche anno fa.
Ora, spiegarvi cosa è il Voce sarebbe anche
facile, ma il fatto è che spiegarlo non è
come ascoltarlo. Comunque. Ci sono paesi
dove i film stranieri vengono regolarmente doppiati, come
in Italia. Se a qualcuno questo fatto può sembrare
del tutto ovvio, sappiate che nella maggior parte del mondo
non è così (e questo è anche uno dei
motivi per cui in Italia non si parla inglese). Normalmente
i film sono distribuiti in lingua originale e spesso sottotitolati
nella lingua del paese di destinazione, ma esistono casi straordinari,
come Korea TV che trasmette film sottotitolati contemporaneamente
in coreano, cinese e giapponese, col risultato che le immagini
sullo schermo sono oscurate da un diluvio di ideogrammi: da
scompisciarsi. Idem se andate in Malaysia: i film sono sottotitolati
contemporaneamente nelle tre lingue principali del paese:
cinese, arabo e indi. 'Na favola.
In Polonia (ma non solo) c'è invece il Voce.
Il Voce funziona così: voi vedete il film in
lingua e nel frattempo il Voce ve lo traduce, sovrapposto
all'audio originale, che rimane perfettamente udibile in sottofondo. La caratteristica fondamentale del Voce
è che è sempre lui, per qualunque film, per
qualunque personaggio, per qualunque scena: uomo, monotòno.
Cioè, se sta parlando una donna, è comunque
sempre lui, il Voce, a tradurvela. Soprattutto, ve
la traduce in modo del tutto incolore ed impassibile: appunto,
completamente monotòno. E vi assicuro che l'effetto
è grandioso.
Ora dovete fare uno sforzo di immaginazione. Ad esempio, l'altra
sera facevo zapping fra due film contemporaneamente, Smoke
con Harvey Keitel e K-19, con Harrison Ford. Il
Voce me li traduceva in polacco entrambi, sempre e solo
lui ed esattamente con lo stesso monotòno, che
per Smoke può anche andar bene, in fondo è
un film-cameo, rilassante, che tutto sommato si presta ad
essere quasi raccontato mentre i personaggi dialogano. Ma
il fatto è che poi cambiavo canale, ed Harrison Ford
stava nella merda, e nel sommergibile russo c'era un gran
casino, e tutti urlavano e sbraitavano, e credo anche che
qualcuno sparasse, ma il Voce era impassibile: traduceva
tutto in tempo reale, senza alcuna inflessione, pacifico come
sempre, maledettamente pignolo e preciso, senza farsi sfuggire
una battuta, rilassato, anche mentre Harrison Ford bestemmiava
tutti i santi e sanguinava come una fontana. Lui, serafico:
bla bla bla bla bla bla bla. Fisso: medesimo tono uniforme
di voce, nessuna accelerazione, nessuna interpretazione. Giuliacci
che legge le previsioni del tempo in confronto è De
Niro. Da ribaltarsi dalla sedia.
Dice, l' hamburgesa no, it takes at least 15 minutes.
Ok, allora fajitas.
Quaranta minuti dopo arrivano le mie fajitas.
E fin qui.
Dice, one moment please, e mi lega un bavaglione
attorno al collo. Enorme, giuro. Mi guardo attorno: sono
l'unico che lo ha. E, intendiamoci: sono in jeans e Lacoste,
non che gli altri chissaché. Usanza locale o mi prende
per il culo? Nel dubbio - sai mai che lo offenda - mi tengo
il bavaglione. Ma mi vergogno come un ladro.
Da qualche giorno mi capitano solo tassisti punkabbestia.
Per la precisione: anziani pensionati polacchi con camicia
a quadrettoni e occhiali marroni, che sbarcano il lunario
facendo i tassisti a Warszawa e che in macchina ascoltano
solo heavy metal e acidpunk a volume inaudito. Dice, che
via mi ha detto scusi [questo lo dice in polacco]. Dico,
se abbassa il volume magari capisce anche quello che le
dico, le pare?
Dico, mi chiama un taxi per favore, con carta di credito
mi raccomando. Dice, yes Sir. I taxi per la verità
gli adesivi di tutte le credit card del pianeta sul finestrino
ce li hanno sempre attaccati, ma chissà perché
la macchinetta non funziona mai. Regolare. Dico io facciamo
che cambio un po' di polonez e non se ne parli più.
Per chiamare la reception, call 1919. Chiamo la reception.
Dico scusi, ma mi hanno fregato il telecomando, ieri c'era,
oggi non c'è più. Dice, non si preoccupi
Sir, le mando su la tipa con il telecomando. La tipa
arriva, le apro. Mi mette in mano il telecomando e mi parla
per sette minuti filati in dialetto stretto di Warszawa.
Dico, scusi, don't speak polacco. Dice qualcosa, in polacco,
altri undici minuti. Dico, scusi, nie parlowiz in polanski.
Mi fissa con sguardo interrogativo, poi altri diciannove
minuti in polacco convinto, un po' più rapido se
possibile. Dico guardi, se lei continua a parlarmi in polsko
io capis 'na gota, non è che ci prova in inglisc?
Mi guarda spaventata, mi fa nie! nie! con la manina
e scappa. Il telecomando funziona, comunque.
Oggi sono stato in gita a Belsk, un'oretta da Warszawa.
Gita di lavoro of course. In mez fra Warszawa e Belsk 'na
gota reloaded. Però uno scatto glielo tiro lo stesso,
giusto per documentare. Come scattare fuori dal finestrino
a Zelo Buon Persico. Adoro questo paese.
E comunque stanno costruendo un casino. Non c'è più
la Polska di una volta. Il Krupnik sì, quello
sempre.
Sms di Gianluca, che sta allo Hyatt: c'è la ńjôcka. Sì, l'ho portato con me. Potevo
forse esimermi?
Gin dobre.
Gin tonic, per dirla come il mio socio.
 |
|
Somewhere
in Warszawa
|
 |
|
In viaggio
verso Belsk...
|
 |
|
Il titolare
qui, Polish release
|
(*) Al
solito: se non leggete il titolo correttamente, è
colpa del vostro browser italico...
L' Harenda,
dicevamo. Più in centro di così. Poi, avete
un bel dire delle camere 2x3 con porta imbottita, come le
celle per i matti, dei corridoi tipo Shining, del
due stelle stile impero sovietico in decadenza, della moquette
strappata e macchiata color verde palude al tramonto, del
microcesso che però, credetemi, quelli giapponesi
non so se ricordate, del letto singolo da uno e ottanta
secchi per cui i piedi non ce n'è, stanno fuori e
la rete è pure sfondata, della colazione che vabbè,
del neon, delle crepe nei muri, degli uffici che affittano
le camere e delle camere che stanno a fianco degli uffici
e insomma che problema c'è, ci si arrangia no?
Però, intanto, il wi-fi c'è ed è bello
bello gratuito, alla faccia dello Hyatt e del Sobieski,
tanto per dire.
Però, se vi dico centro, intendo centro, centro centro,
così in centro che se apro le finestre (non ce n'è
bisogno in realtà, non riesco a farle stare chiuse)
sbatto le imposte contro le mura del castello reale. E allora?
E allora la sera finalmente si esce, fossero anche le dieci
quando metti il naso fuori dall'ufficio, si esce. E si va
in centro, o meglio *siamo* in centro. Harenda forever,
hasta siempre. Alla faccia dei tremilastelleduecentoeurinottecolazionedasognoesclusa
a dieci chilometri di distanza.
A Warszawa, per la cronaca, fa un freddo papero. Tipo che
siamo arrivati lunedì con trentaquattro gradi, di
colpo la temperatura è precipitata a dieci e noi,
naturalmente, non si è portato nulla. Nemmeno la
giacchettina impermeabile di emergenza. Nemmeno la magliettina
della salute. Nemmeno il maglioncino che fa' il bravo, mettitelo
sempre in valigia. Noi questa volta no, perché dopo
un mese di tourné in Europa orientale con temperature
tipo Burkina Faso a ferragosto, 'sta volta si era detto
e no, ebbasta, e su, si parte leggeri leggeri. Appunto.
Dieci gradi sì e no, vento tagliente dalla steppa
e polacchi che se ne vanno in giro in cappotto. Noi, camicia,
niente sotto, giacca pinguino estivo sopra. E morire.
E infine, Warszawa a pieni voti. Rispetto al ricordo che
ne avevo, promossa con abbraccio. Il che, Gianluca ed io
concordi all'unanimità, ci porta al fine a dirvi:
Praha, Warszawa, Budapest, Zagreb. Ai punti. E a margine,
club Ulisse di nuovo in tasca, anche lui.
Mo' però me ne vado una settimana in montagna. Ne
riparliamo poi. Sempre più grazie al telefonino tremegapixel
che contribuisce ad arricchire l'archivio, e stay tuned.
 |
|
Warszawa,
tomba del Milite Ignoto
|
 |
|
Warszawa,
il nostro campo base
|
 |
|
Warszawa,
Palazzo Staszic
|
 |
|
Warszawa,
Plac Zamkowy
|
 |
 |
|
Warszawa,
Rynek Starego Miasta
|
 |
|
Warszawa,
Świętojanska
|
 |
|
Warszawa,
Palazzo Radziwiłł
|
 |
|
Warszawa,
Castello Reale
|
 |
|
Warszawa,
Rynek Starego Miasta
|
 |
|
Warszawa,
Plac Zamkowy
|
 |
|
Warszawa,
Palazzo della Cultura
|
 |
|
Warszawa,
Chmielna
|
Questa mattina l'aeroporto di Varsavia è stato temporaneamente isolato perché pare fosse stata segnalata una bomba. Nel senso: siamo regolarmente atterrati, ma abbiamo aspettato tre ore che riaprissero le vie di accesso per poter prendere un taxi, levarci da lì ed andare in ufficio.
I panini dell'aeroporto di Varsavia fanno schifo, per la cronaca.
Comunque, questa settimana all' hotel
Harenda non mi hanno dato lo shampino, né
mi hanno mai sostituito la saponetta, ridotta ad un'ostia.
Fino a ieri sera.
Ieri sera, al rientro in camera, ho trovato lo shampino
e la saponetta nuova. Però non c'era acqua.
(Epperò che devo dirvi:
a me l'Harenda piace. Sarà che mi sembra di essere
tornato ai tempi dell'ostello)
"Viertnicia sto vashdishsha shes."
Da leggersi come l'ho scritto. Da pronunciarsi, possibilmente,
senza sputare.
[Trad: Wiertnicza 126. E' l'indirizzo
del mio ufficio a Warszawa]
Capìtemi: io me ne sto qui orizzontale, sdraiato
nel letto della mia camera all'Harenda, pieno centro di
Warszawa, inchiodato dal colpo della strega, e sotto alla
mia finestra, da ormai almeno un'ora, va in scena una manifestazione
di capoeira
brasiliana, accompagnata da tamburi e da un coro ossessivo
cantilenante e continuo di una trentina di ragazzi radunati
in circolo attorno ai lottatori che si affrontano e danzano
al centro della piazza. Cioè, mi spiego? Capoeira
brasiliana, centro di Warszawa, tamburi, lotta e danze.
Colpo della strega.
Che poi, questa mattina, se le cinque e trenta si possono
già chiamare mattina, ero sì rintronato, ma
forse ancor più. Perché solo un'ora fa ho
realizzato come mai il dannato cerotto al Voltaren non abbia
fatto effetto ed ora io sia qui completamente bloccato: perché
questa mattina l'ho messo al rovescio. Cioè, ricapìtemi:
avete presente quei cerottoni che vi fanno vedere anche
in pubblicità? Quelli che mentre stai sollevando
i sacchi della spesa da una tonnellata della vicina vecchiarda
ti parte la schiena, ma non c'è problema, perché
ti metti il cerottone e dopo corri la maratona? Quei cerottoni,
sappiatelo, hanno una sottile pellicola di plastica che
ricopre la parte adesiva, e che va - ovviamente - rimossa
prima di appiccicarseli addosso. Io questa mattina - se
le cinque e trenta si possono già chiamare mattina
- ho invece appoggiato il cerottone alla schiena dall'altra
parte, ché mi sembrava quella umida. E non stava
attaccato, no, e io mi imbestialivo, e sacramentavo, e intanto
stavo piegato in due, e poi l'ho infine tenuto fermo con
la fascia elastica, quella del Dottor Gibaud per intenderci,
quella che gli amici bastardi, quando si va a massacrarsi
in montagna, chiamano amichevolmente la pancera,
salvo il fatto che poi loro indossino tutori al cromomolibdeno
ed esoscheletri al titanio per riuscire a far due curve decentemente senza smontarsi il catalogo completo dei legamenti.
Insomma, me ne sono andato in aeroporto con quell'affare
di plastica infilato nella schiena, e il dolore no, non
passava, e provatevi a trascinare un trolley ed uno zainetto
pieno di ghisa per tutti i corridoi della Malpensa con il
colpo della strega.
Ve la faccio breve: mi sono arreso a metà pomeriggio,
ho abbandonato l'ufficio piegato a pigrecomezzi, mi sono infilato in
un taxi e sono venuto a sdraiarmi qui in camera. Dove,
rimuovendo infine pancera e cerottone, ho scoperto con raccapriccio
la faccenda della plastichina.
E questi qui con la capoeira.
E la connessione diesel wi-fi dell'Harenda che oggi non
funziona nemmeno a pregarla in polacco antico. Per fortuna
che vado a scrocco sul segnale di qualche appartamento qua
vicino, opportunamente non protetto. Si chiama Pentagram,
la rete a scrocco. Velocissima, segnale ottimo. Ve la consiglio.
Nei ristoranti e nei locali polacchi, perlomeno in quelli
di Warszawa, perlomeno in quelli che frequento io, è
impossibile trovare le stesse cameriere per due sere di
fila. Perché? In ogni ristorante ci sono in media
dieci cameriere: se ci andate due sere di fila potete essere
certi che sono cambiate quasi tutte, e se ci tornate per
la terza volta troverete ancora delle cameriere nuove.
Può essere che io sia il titolare del ristorante
XYZ e che tutti i giorni mi rivolga ad un'agenzia interinale
chiedendo che per quella sera mi vengano mandate due, cinque,
dieci cameriere a seconda della necessità? E' economicamente
conveniente? D'altra parte non riesco a trovare un'altra
spiegazione plausibile.
E poi: in un paese dove l'altezza media delle donne è
sopra al metro e settanta, perché tutte e sole le
cameriere dei ristoranti sono sistematicamente al di sotto
del metro e sessanta? Ipotesi di Gianluca: perché
le divise da cameriera polacca sono tutte piccole.
Nel frattempo, da queste parti ci si prepara alle elezioni
anticipate. Do per scontato che dei gemelli sappiate tutto,
altrimenti leggete pure qua sotto.
In attesa di aggiornare l'archivio fotografico e sempre
grazie al mio fido occhio Nokia...
Ché ieri si parlava del Chalten, così è curioso, perché ho in cuffia Love in vain e l'album è esattamente quello, come diciassette anni fa, diciassette non dieci, eggià, più o meno di questi tempi, e camminavo da solo per le vie di Rio Gallegos, accecato da quel tramonto che ha cambiato la mia vita in quel momento, e per sempre, e che è anch'esso qui dentro da qualche parte, basta cercarlo, e fotografavo, fotografavo, fotografavo, e in cuffia c'era proprio questo stesso album, solo, alla cintura, c'era un walkman, non un iPod. Così è curioso, sì, circostanze. Ed il mood è esattamente lo stesso. Preciso. Solo che io ho diciassette anni di più e circa sessanta pezzi di mondo in più nelle scarpe.
A Warszawa è arrivato il freddo. Per meglio dire, non fa più caldo e la gente ha iniziato a tirar fuori giacchette, cappelli, qualcuno osa già il cappottino. I tramonti si accorciano e alle otto i grattacieli sono già illuminati contro il cielo blu fosforescente, che ancora nero non è. Io me ne vado in giro a piedi per le vie del centro con il mio iPod, tramonto, così come diciassette anni fa a Rio Gallegos, e destino vuole che al telefono poco prima si parlasse proprio del Chalten. Come sarà il tempo al Chalten a novembre? Mah, e chi può mai dire come sarà il tempo al Chalten? Adesso al Chalten c'è un paese con una pensione, diciassette anni fa c'erano una baracca di latta, dodici case in costruzione ed io avevo piantato la tenda di fianco al cavallo, legato all'albero. Fra l'altro, è al Chalten che ho perso (perso? Dimenticato? Lasciato?) il mio preziosissimmo Thommen. Oggi ho un altimetro digitale. E un iPod alla cintura, del resto. Non un walkman.
Alla fine scatto foto con il telefonino e metto qui foto fatte con il telefonino, ma non so quasi mai che dire. Di Warszawa, nella fattispecie. Io vivo a Warszawa, buona parte del mio tempo, ormai da cinque mesi. Warszawa non c'entra nulla con quella del duemila e son passati solo sette anni. No, non è la mia memoria, che peraltro di buchi ne ha ogni giorno qualcuno in più. No, è che proprio non c'entra nulla. E' bella Warszawa, oggi. O forse appare a me. Io vivo e dormo qui, ora e spesso, da cinque mesi in qua. Conosco Warszawa, più o meno, abbastanza. Inizio a ritrovarmi qua e là, a capire le distanze, a sapere se ci vuole un taxi o se a piedi ci sei in venti minuti al massimo. Ho i miei punti di riferimento, ora un bel po'. So anche che non si dice ian paula, ma jana pawua, perché quella "ł" particolare lì, quella tagliata dal trattino obliquo, si legge u, più o meno, diciamo una cosa di mezzo fra u e uo. So che la Jana Pawła incrocia con la Świętokrzyska e con la Jerozolimskie, ma queste no, non te lo so proprio dire come si pronunciano, io dico svietoschia e ierozolschi, che ovviamente non c'entrano nulla. La Chmielna sta sotto, sotto a che poi non si capisce, perché nella mappa del centro è a destra del Palazzo della Cultura, e quindi al massimo sta ad est, ma per qualche ragione che non ti so spiegare per me quella zona lì è sotto. L'Harenda è cinque minuti a nord della Chmielna, che lo so come si pronuncia, ma non te lo so scrivere, lungo la Nowy Swiat comunque. L'ufficio, Wiertnicza, è molto più giù, circa una decina di chilometri a sud, verso Wilanów. Dall'Harenda, circa trenta Złoty, dallo Hyatt e dal Sobieski circa trentacinque. Questi giorni dormo al Mercure e gli Złoty sono più di quaranta, ma se sei costretto a prendere la limo dell'hotel, perché quelli della reception del Mercure sono un po' stronzi e non chiamano i taxi, allora gli Złoty diventano più di cinquanta di sicuro.
Con i tassisti a Warszawa vai tranquillo se sai dire buongiorno, buonasera, grazie, ricevuta e l'indirizzo in polacco: sei certo che non ti imbroglieranno facendoti fare il giro della città, perché è evidente che anche se non sei proprio di qui, qui tu ci vivi o perlomeno ci vieni spesso. In caso contrario, non avrai comunque alcun problema a comunicare, un po' di inglese minimo minimo lo masticano tutti, ma con buona probabilità il tuo tragitto si allungherà e la città ti apparirà molto più grande di quanto non sia in realtà. Che comunque Warszawa è grande, parecchio. E verde, molto verde.
Passeggio per il centro di Warszawa, vado a piedi dal Mercure, sulla Jana Pawła, alla Chmielna. Ho indovinato, ci vogliono circa venti minuti. Passo dall'Hard Rock Cafè sotto al nuovo centro commerciale di cristallo, giro a fianco della stazione centrale e attorno al Palazzo della Cultura, il Marriot, l'Intercontinental e il Novotel sono già illuminati contro il cielo, stanno tutti sui cinquanta piani più o meno. Prendo il sottopasso che attraversa la Marszałkowska: una volta, prima di scoprire l'esistenza dei sottopassaggi, ho provato ad attraversarla in superficie. E' una specie di tentativo di suicidio dichiarato. E' tutto cristallo ed acciaio qua in centro, illuminato a nuovo, alto, molto alto. Potrei essere a Francoforte, o a Londra, o a Singapore, non fosse per il clima e la gente che si stringe nelle giacchette troppo leggere. I tram sono ancora quelli vecchi, un po' sbilenchi e sverniciati, ma scompaiono fra i viali ad otto corsie. E' grande Warszawa, parecchio. Sotto al Palazzo della Cultura, ma devi farci proprio caso, la vedi ancora com'era Warszawa dieci anni fa. C'è un raggruppamento di costruzioni basse in mattoni, fai conto dei garage, trasformate in negozietti, esattamente quel tipo di negozi che nella tua testa associeresti ai paesi dell'est. Incredibile che siano ancora qui in mezzo a questa foresta embrionale di cristallo. Poi ti avvicini e guardi bene. Un paio sono stati trasformati in sexy shop. No, impensabile anni fa. E' bella Warszawa.
Poi, ci sono ancora, eccome, i palazzoni sovietici. A file, a battaglioni, a reggimenti. Basta lasciarsi alle spalle il centro ed inforcare ad esempio la Sobieskiego, o viaggiare verso l'aeroporto. Non sono cambiati quelli, no. E' che in mezzo, a macchia di leopardo, anche qui, centri commerciali nuovi fiammanti con architetture avveniristiche, cinema multisala, concessionarie Mercedes. Ogni mattina, andando verso Wiertnicza, passo davanti ad un bazar. Un bazar, davvero. E' quasi nascosto, devi saperlo vedere e riconoscere, non farti distrarre dal traffico, dai palazzi, da tutto il resto. C'è un bazar: baracche di lamiera, il mercato, la scritta bazar all'ingresso. E' affogato fra i palazzi e i centri commerciali. Le donne di Warszawa è lì che vanno a fare la spesa. Almeno, buona parte di loro, giovani e anziane, strette nelle loro improbabili giacche, così diverse da quelle dei negozi alla moda del centro. Sono cinque mesi che sono qui e quel bazar è il mio modo di capire che sto iniziando a conoscere Warszawa un po' più del turista medio di passaggio. Mi piace conoscere Warszawa. More than this, ora, Peter Gabriel. Curioso, sì.
Polacchi famosi. Facile, diresti. I soliti tre: il Papa, Lech Wałesa (sì, si scrive con la l con il trattino obliquo, quindi devi leggerla u) e Zbigniew Boniek. Me lo sono fatto dire come si pronuncia davvero Zbigniew: ricordate il campionario di ipotesi dei telecronisti italiani? Ecco, no, non si pronuncia in nessuno di quei modi. In ogni caso, non sono riuscito ad impararlo. Io comunque aggiungerei immediatamente Jerzy Kukuzcka, Krzysztof Wielicki, Wojciech Kurtyka. E poi, ancora, e temo prima, in ordine sparso, Krzysztof Kieślowski, Ryszard Kapuscinski, Fryderyk Chopin, Niccolò Copernico, Roman Polanski, Maria Curie-Skłodowska. Sì, sono più di quanti avresti pensato a botta calda.
Passeggio per il centro di Warszawa. E' una serata fresca, per fortuna ho portato anche io la mia giacchetta. In ogni caso fa un po' troppo freddo anche per la mia giacchetta. Sta diventando buio, i grattacieli sono tutti illuminati, agli ultimi piani del Marriot è iniziato il gioco di luci sulle finestre che serve a far scorrere le scritte pubblicitarie. I turisti stanno con il naso all'insù per leggere. Io me ne vado a cercare un posticino per cenare sulla Chmielna. Non sono un turista io, a Warszawa. I tassisti lo capiscono subito.
Sto bene quando cammino per le vie di Warszawa alla sera. La musica, sarà un caso, è quella di diciassette anni fa. In qualche modo anche il colore del cielo, stasera.
Tom Waits, intendo. Non posso farne quasi più a meno. Soprattutto camminando di sera per le vie di Warszawa.
Warszawa è blues. E non so se sia dovuto al fatto
che da un po' di tempo in qua attraverso irrimediabilmente
Warszawa accompagnato da Tom Waits e dai Blind Boys of Alabama,
e non c'è altro che potrebbe guidarmi allo stesso
modo, assolutamente. Sta di fatto che Warszawa è
blues, blues dentro, blues nell'aria, che adesso la senti,
ogni sera un po' di più. Anche nei muri scrostati
dei palazzi grigi lungo la Sobieskiego. Va bene anche Jeff
Healey che pesta duro su See the light, il volume
non è mai abbastanza e Warszawa è blues violento,
che graffia a sangue e sfonda le casse, te la senti addosso,
anche se non è stretta, non è chiusa, è
larga Warszawa, molto larga.
Non c'è nulla come camminare per le vie di Warszawa
centro la sera tardi, o la mattina presto, quando già
fa freddo da sciarpa, che tu lo voglia o no, la luce è
lattiginosa, il vento è leggero quanto basta a spazzare
via le foglie gialle che iniziano a rimpiere le strade,
i ragazzi vanno all'università tappati nelle loro
cuffiette, avvolti nelle loro felpe consumate, o in maniche
corte, ché tanto per loro è lo stesso, e fra
un po' lo è anche per te.
Fra un paio di settimane quassù ci saranno le elezioni.
Mi dice E. che non cambia nulla, tutto scorreva, scorre
e scorrerà uguale, prima e dopo. Ci si incazza E.
quando ne parla, così preferisce cambiare discorso.
In Italia è uguale chetticredi, poi gli eventi e
la storia si declinano in modo diverso, ma il principio
è il medesimo, ed è il principio quello che
ti dà al fegato, molto prima dell'effetto a seguire.
It could all get blown away, immagina sia questa
che ascolti mentre cammini a tempo sotto i cartelloni elettorali
che avvolgono Warszawa tutta, le foglie gialle che ti sbattono
in faccia. Su un manifesto grande hanno cavato gli occhi
ad un gemello. C'è scritto qualcosa sotto, spray
nero, non capisco ma non ce n'è bisogno. Al suo fianco
sorride un'altra faccia, il manifesto è arancione,
approposito, mi sono perso il finale delle elezioni in Ucraina.
Le facce sui manifesti sorridono uguale in tutto il mondo,
non è proprio un sorriso, è uno che ti sta
vendendo un'automobile. In Italia è uguale, chetticredi.
I pirogui li prendo fritti, potendo, ché bolliti
sanno di cavolo, non ce n'è, anche se fritti ti stroncano,
che li riempiano di funghi o meno. Due soli bicchierini
di zoladkowa gorzka mi hanno steso per ventiquattr'ore,
e dire che con il krupnik potrei quasi farci l'happy hour.
Epperò, secondo me, per schiantare un polacco ti
basta una bottiglia di Nebbiolo.
Warszawa è blues e, guarda bene, se la chiami Varsavia
lo è già molto meno. Varsciava, vuoi
mettere?, suona blues in bocca mentre lo dici, Uorsou
fa schifo, lascialo ai turisti. Ananas si dice così,
anche in polacco. Warszawa è blues ed è ancora
piena di ragazzi italiani in gita turistica, si danno aria
da alternativi, più o meno come ce la davamo noi
vent'anni fa e più quando si andava in Scandinavia.
Si potrebbe obiettare che loro si danno aria da alternativi
come se venire a Warszawa fosse alternativo. Non è
alternativo venire a Warszawa, è esattamente come
andare, chessò, a Helsinki, e noi non abbiamo mai
pensato che andare ad Helsinki fosse alternativo, o forse
no, chissà. La storia è comunque passata a
Warszawa come ad Helsinki, uguale, e il muro non c'è
più da un pezzo da queste parti, scordatevi di trovarlo.
Non è alternativo venire a Warszawa, se proprio volete
andate a Tiraspol.
All'Harenda la colazione fa sempre schifo. Finita l'era
del succo caldo d'arancia, adesso solo succo di limone o
di mela. Ma perché? Per quale accidentissimo mistero
polacco a colazione devono servire solo succo di limone
e di mela, e non, od anche, succo d'arancia, fresco possibilmente,
o almeno a temperatura ambiente? Per quale stramaledetto
motivo è impossibile capire di cosa siano fatte le
uniche due marmellate del buffet e, soprattutto, perché
mai devono essere servite dentro a quei due orribili vasetti
usciti dallo scaffale di qualche nonna polacca e perennemente
incrostati di marmellata secca? Perché mai chiedermi
ogni volta, al check in, se faccio colazione, se comunque
la colazione è inclusa nel prezzo ed è a buffet?
Epperò io voglio bene all'Harenda, molto più
di quanto non abbia amato altri alberghi superfighi a diciotto
stelle, ma completamente senz'anima. Anche l'Harenda è
blues, blues sporco, graffiato, roco, scricchiolante. Come
il rumore dell'acqua che gocciola dentro ai tubi a vista
che attraversano la mia microscopica camera con branda singola,
due sedie rivestite di velluto rosso, armadio in fòrmica,
tende rosse strappate qua e là. Tavolino, wifi, rapido
e gratuito.
Ho mal di testa. Non so se è il cielo, che è
diventato color piombo e ci schiaccia tutti quanti, o la
notte passata a girarmi nel letto, senza sonno, che ora
ho, non so perché. Chiamo un taxi, 6444444, 2,40
polacchi al chilometro. E' sicuramente un Mercedes, d'annata,
bianco o nero, probabilmente Classe E, allestimento Elegance,
cambio automatico. Anche il mal di testa, a pensarci, è
blues. Come i vecchi Mercedes. Warszawa è blues,
non c'è un cazzo da fare.
Non posso più vivere senza i Kapela
Ze Wsi Warszawa, per voi profani occidentali
a.k.a. Warsaw Village Band, ma volete mettere chiamarli
con il loro vero nome? Datemi retta: fiondatevi a cercare,
trovare, comprare, scaricare, insomma, procuratevi nel modo
che più vi aggrada Wiosna ludu (per voi, soliti
profani, esiste anche con copertina e titolo in inglese,
People's spring, ma siamo daccapo, volete mettere?),
oppure Remixy, sigillatevi le cuffie in testa
e pompate al massimo Joint venture inna village.
Poi ci rimettiamo a parlare di musica. Anzi, muzyka.
Ciò detto: a Warszawa, come da voi, è ottobre
inoltrato. Ma andiamo in giro con il maglioncino di cotone,
anche a mezzanotte. Mi dicono che la pacchia stia per finire
e rischiamo di svegliarci una mattina sommersi di neve.
Ieri sera mi sono perso il concerto degli US3, e pazienza:
US3 a parte, che avrei visto volentieri, mi rimane la curiosità
di sapere come sarebbe stato partecipare a un concerto polacco
in mezzo a qualche migliaio di polacchi infagottati di birra.
I miei amici dell'Harenda questa settimana mi hanno dato la
suite imperiale, che si differenzia dal mio solito cubicolo
di due metri per tre perché è sull'angolo del
palazzo, ha due finestre invece di una ed un letto matrimoniale
- leggete: due brande affiancate. Grande, non c'è che
dire. Il particolare più interessante della suite imperiale
è la tenda di una delle due finestre. Lipperlì
pensavo di spiegarvi che c'è un vecchio tavolo a fianco
della finestra, e che sporge un po' sotto al binario della
tenda, e che quindi il misterioso arredatore dell'Harenda
ha pensato di sistemare la tenda in modo che... poi no, ho
pensato che facevo prima a fotografarvi questa innovativa
soluzione per design di interni e suite imperiali.
 |
A Warszawa accadono cose che nemmeno Harry Potter. Ad esempio,
pigiate il pulsante per i pedoni sui semafori - avete presente
quei pulsanti che dovrebbero facilitarvi l'attraversamento
pedonale, no? - e, non ci crederete, il semaforo diventa
subito verde, davvero. Se conoscete un semaforo in Italia
dotato di simili proprietà paranormali segnalatemelo.
Poi, capita di imbattersi in mòniti inquietanti.
Come potete immaginare, io ormai mi sento per buona metà
un warszawiano, che a pensarci è un po' come far parte
degli alieni di Star Trek, là dove nessun uomo è
mai arrivato. Insomma, sono perfettamente integrato e già
incazzato per i risultati delle elezioni di domenica prossima.
Qui in Polonia potete incazzarvi per i risultati delle elezioni
prima ancora che le elezioni comincino, che in fondo è
un po' quello che accade anche da noi, anzi, da voi in Italia.
Siccome sono un warszawiano integrato, frequento posti che
i normali turisti non frequentano, ma anche no, insomma, quando
mi capita un po' di tempo libero frequento posti (e faccio
cose, vedo gente). Ieri mi sono fatto un giro da Saturn, che
è un po' come per voi profani occidentali andare da
Media World. Vi dirò, telefonini ed elettronica in
generale costano un po' di più che in Italia. Fra gli
scaffali dei cd potete naturalmente trovare il classico campionario
che rende orgogliosi tutti noi expats, tipo questi, per intenderci,
che immagino non manchino in nessuna delle vostre case:
Poi, se qualcuno di voi fosse anche in grado di spiegarmi
chi diavolo sia Francesco Napoli che canta Balla, balla,
vi sarei infinitamente grato. La cosa curiosa è che
questo signore, secondo me, dovrebbe stare nella sezione world
music, come gli autori francesi per dire, e invece lui, Drupi,
Ramazzotti e Celentano se ne stanno belli belli insieme agli
autori polacchi. Mah. (Avrei anche qualcosa da dire sul CD
di Drupi, The best of Italia, sebbene io non possa
rinnegare che la mia infanzia sia irrimediabilmente legata
a Sereno è, e guai a chi me la tocca, anzi,
adesso vado a vedere se c'è su iTunes.)
Certo è che fra i DVD non mi aspettavo di trovare questo:
Sono fortissimamente tentato di comprarlo per scoprire se
anche Villaggio è doppiato dal Voce.
(*) "Kasiuniu" di sicuro, suppongo...
Non si dice warszawiano. Si dice warszawianin, o warszawiak. Meglio warszawianin, comunque.
Insomma, contro ogni previsione "abbiamo"
vinto e almeno uno dei due se ne va a casa. Se poi
sia davvero una vittoria non saprei dirvi. Quel che so (e
che ho capito) è che mezza Polonia, soprattutto la
metà giovane, si è mossa a ranghi compatti
per affondare i gemelli. E almeno il primo round lo ha portato
a casa. Stay tuned (che chissà come si dice in polacco).
- Dzień dobry.
- Wiertnicza sto dwadzieścia sześć.
- Płaci Pan kartą czy gotówką?
- Gotówką.
[...]
- Jest po drugiej stronie ulicy.
- Proszę się tu zatrzymać.
[...]
- Poproszę rachunek.
- To tu.
- Dziękuję i do widzenia.
- Dobrego dnia.
Continua?
-----
Traduzione per voi profani occidentali:
- Buongiorno.
- Wiertnicza 126 (indirizzo ufficio).
- Paga con cash o carta di credito?
- Cash.
[...]
- E' sull'altro lato della strada (i tassisti di
Warszawa inforcano Wiertnicza sempre nel senso opposto a
quello che serve a voi).
- Accosti qui per favore.
[...]
- La ricevuta per favore.
- Ecco qui.
- Grazie e arrivederci.
- Buona giornata.
Nota: se il vostro ufficio è ad un altro indirizzo
è un problema vostro, arrangiatevi.
Ho una casa
a Warszawa, Warszawa centro, centrissimo.
E' un piccolo bilocale in un vecchio palazzo di Chmielna,
fai conto Montenapo, solo metti Montenapo
a Warszawa. Adesso sì, sono un po' warszawianin.
Per trovare una casa a Warszawa chiami tipo questi
qua. A me ha risposto Magdalena, che poi fa Magda,
qui si chiamano tutte Magda. Trovare casa a Warszawa, se
ti ci metti (e perché diavolo non mi ci sono messo
prima?), è uno scherzo. Quanto ci metti a trovar
casa a Milano? E mica Milano centro, centrissimo, macché,
periferia-terza-cintura-scarafaggi-compresi. E anche quando
l'hai trovata, quanti chili di carta, e tempo, e menate,
e politburocrazia devi spararti per avere quella stramaledetta
chiave nelle tue mani? E, soprattutto: quanto la paghi?
A Warszawa è uno scherzo, e mica periferia-terza-cintura-scarafaggi-eccetera,
no, centro, centrissimo. E, ti dico una cosa: hai le tue
chiavi in mezz'ora. Ma diciamo anche due, va', perché
Magda deve rispondere a tremila telefonate nel frattempo.
E soprattutto, e tanto che ci sei, piazzandoti davanti a
Magda con una calcolatrice, un foglio ed una penna, e perdendo
un'altra ora a trattare: quanto la paghi? In centro,
centrissimo, fai conto Montenapo.
Senza contare il bello di tutta la faccenda, a partire dal
trovarla, Magda. Perché un conto è
sapere che l'agenzia si trova in Górskiego 4-33, un altro
è ricordare che l'entrata in realtà dà
sulla Baczyńskiego, e un altro ancora farsi sbarcare dal
taxi di turno davanti a Górskiego 4 e trovarla, Magda.
Già farsi sbarcare in Górskiego ti dice che tu ormai
a Warszawa ci vivi davvero. Non importa che Górskiego sia
in realtà in pieno centro, proprio a due passi da
Chmielna a dirla tutta, perché quando scendi a Górskiego
alle sette di sera, fa un po' freddo, non c'è un
cane in giro e ti guardi intorno, capisci che ormai Warszawa
è tua. Non sei già più nelle tue solite
quattrovieincroce e Górskiego sembra già tutto un
altro mondo, Warszawa appunto.
Ti guardi intorno mentre ti annodi la sciarpa e ti allacci
il giaccone. Górskiego 4 è un palazzo senza
portone. Ti ricordi della riga numero due, entrata sulla
Baczyńskiego. Giri attorno al palazzo ed è così
che impari, all'improvviso, dopo mesi che vivi qui, che
l'indirizzo di un palazzo, la sua targa, ben visibile ai
quattro angoli, è quello indipendentemente dalla
via su cui ciascun lato si affaccia. Ti spiego meglio: Górskiego
4 è Górskiego 4 anche se giri attorno al palazzo,
anche se lasci la Górskiego e giri l'angolo della Baczyńskiego.
Tu sei in Baczyńskiego, ma l'indirizzo è ancora Górskiego
4. E in Baczyńskiego il portone c'è. O meglio, ce
ne sono almeno sei. E per tutti quei portoni, e così
per quelli sul lato opposto, sulla Juliana Tuwima, l'indirizzo
è quello: Górskiego 4. Eureka. Il palazzo è
questo. Ma qual è il portone giusto, quello di Magda?
Ti avvicini ad un paio per controllare meglio. E' buio,
fa freddo c'è vento e Baczyńskiego è deserta.
Ti allacci meglio la sciarpa. Warszawa è tua.
Sopra ad ogni portone c'è una piccola targhetta,
qualcosa tipo 1-28, 29-43, 44-61, ecc.
Ti ricordi di quel dettaglio: Górskiego 4-33. Uhm.
Punti tutto sul portone con la piccola targhetta
bianca un po' arrugginita che ti guarda dall'alto: 29-43.
Sì, non può essere che questo. Già.
Ma quindi, che faccio ora? Perché non ci sono altre
targhette più significative, c'è solo un vecchio
citofono a codici numerici ed io, naturalmente, il codice
non ce l'ho. La sciarpa stringe troppo e si è ingarbugliata
con i fili della cuffietta. Mi cade Sinead O'Connor dall'orecchio
sinistro. Woooooof, vento. Foglie gialle che volano. Buio.
Sinead O'Connor solo sul canale destro. Vecchio citofono.
4-33. Mr. Carlo, I suppose?
Magda mi piomba alle spalle. Sorry Mr. Carlo, I'm late,
yes, this is the right door, we don't have any sign on the
door, sorry again. Fa un po' di casino Magda, e parla
pochissimo inglese. E io parlo polacco solo con i tassisti.
Mi porta in Chmielna 10-30. Chmielna 10-30 dà davvero
su Chmielna, lì dove c'è quello slargo dove
spesso vado a cena la sera, poco distante dal Cava. Quasi
non ci credo. Scopro anche, così, quei vicoli dietro
la Chmielna, che in effetti sono una bella scorciatoia e
sì, guarda un po', Górskiego è proprio vicino
alla Chmielna, mica devi fare tutto il giro. Mi viene in
mente quando ero a Warszawa da pochi giorni e chiedevo in
giro in ufficio, ma dov'è che si va la sera a Warszawa?
Che domande, ma sulla Chmielna!
Dentro l'atrio, Chmielna 10-30, è esattamente come
ti puoi aspettare un vecchio palazzo polacco in centro.
La luce sulla scale funziona solo ad intermittenza, non
c'è ascensore, il 30 è al terzo piano. I muri
interni sono color verde palude al tramonto, ma non del
tutto sera. Vecchi contatori del gas a vista sui pianerottoli.
Un vecchio scende le scale. Ci incrociamo. Magda gira la
chiave. L'appartamento è carino, un soggiorno con
divano letto, tv, una cucina abitabile, nuova, arredata
di tutto il necessario, un bagno bello, la lavatrice. Sì
Magda, è mio. Dove devo firmare?
No, non è andata proprio così: siamo tornati
nell'ufficio di Górskiego 4, mi sono fatto dare una calcolatrice,
un foglio ed una penna. Hai presente fare una trattativa
serratissima per un bilocale in Chmielna, Magda in polacco,
io in inglese, il suo boss al telefono? Mr. Carlo, what
about Ptasia 2? No Mr. Boss, Chmielna 10-30. Mr Carlo,
cannot give you Chmielna 10-30 all the month long for that
money. Mr. Boss, do I have to come back to my hotel and
let you find someone else? Mr. Carlo, be reasoning, you
know, I have to do my business. Mr. Boss, understand me,
you're going to loose this opportunity. E' duro il boss
polacco a cedere. No, non me lo dà Ptasia 2 allo
stesso prezzo per tutto il mese, preferisce rischiare di
rimanere a secco con Chmielna nei weekend e darmi quello.
Benissimo, e allora Chmielna 10-30 è il mio nuovo
indirizzo. E non vorremo mica meravigliarci di pagare cash
in euro in cambio di una fattura in Złoty, vero? Dove devo
firmare? 20.30, è ora di raggiungere Gianluca a cena.
Ho una casa a Warszawa, Warszawa centro, centrissimo. E'
arrivato finalmente il freddo. Ascolto a ripetizione 'Til
whisper U something e The state I'm in. Festeggio
a pirogui. E bye bye Harenda & c.
|
|
|
Chmielna 10
|
|
|
|
Pirogui
per festeggiare
|
A Warszawa sta nevicando! E non poco :-)
Ho un abbonamento ad Era.
Ti spiego: da quando ho abbandonato gli hotel e mi sono
trasferito
in Chmielna 10-30 non ho(avevo) più il collegamento
ad Internet, ed è di fatto l'unica cosa che mi manca(va)
rispetto allo stare in albergo. E dunque mi son messo a
caccia di una sim polacca da infilare qua dentro al portatile,
ché fra l'altro mi permette(rebbe) così di
collegarmi ovunque: in casa, in autobus, in aeroporto, seduto
sul ramo di un albero, in riva ad una spiaggia sul Baltico.
Sì, lo so, non mi collegherò mai dalle spiagge
del Baltico, se è per questo (probabilmente) nemmeno
seduto sul ramo di un albero, ma per dire.
Tu dici, facile procurarsi la sim, soprattutto dopo
aver superato la prova del contratto di affitto. E qui ti
voglio. Perché ciò che ti potrebbe apparire
di una complessità frustrante - affittare una casa
a Warszawa - è una sciocchezza, e ciò che
a naso ti sembra particolarmente semplice - comprare una
sim - in Polonia è un'esperienza psichedelica.
Già in Italia c'è un negozio di telefonini
ogni metro di strada, in Polonia è tutta un'altra
storia. Comunque.
Ci sono quattro provider di telefonia mobile in Polonia:
Orange,
Plus,
Era
e il nuovissimo Play.
Insomma, pensa - nell'ordine - a Tim, Vodafone, Wind e Tre,
e il paragone è bello che fatto. Play lo tagliamo
subito: non hanno nulla per la connessione dati. Almeno,
così ho capito (sai com'è, il polacco). Certo,
per essere nuovi nuovi sul mercato non è un granché
come biglietto da visita.
Plus mi dicono essere i più fichi, cioè, quelli
che puoi anche essere appollaiato su un albero in mezzo
ai Tatra e puoi star certo che sul tuo cellulare brilleranno
le sei tacche. A Warszawa centro hanno degli uffici spaziali
proprio al pian terreno del grattacielo del Marriot: stacchi
il numerino e in men che non si dica ti accomodi in poltrona
davanti ad un loro client manager. Che nove su dieci non
parla inglese, ma questo è un particolare di poco
conto, con un po' di pazienza.
Sta di fatto che se il tuo problema è la connessione
dati, e no, di telefonare non te ne frega nulla perché
ti arrangi già con l'aziendale e con il tuo personale,
loro ti possono offrire solo una ricaricabile a 3 groszy
per kappa: come a dire che un giga di traffico ti si pappa
un cento euro, groszy più, groszy meno. Se ti metti
a p2ppare da Chmielna 10-30, costa un botto.
Quelli di Era sono più rilassati, quasi zen, e poi
son blu. Quest'anno mi vira tutto al blu, evidentemente:
vestiti nuovi blu, giaccone nuovo blu, auto nuova blu, mutande
nuove blu. Mi sa che devo abbandonare i miei amati occhiali
rossi e passare ad una montatura blu.
Gli amici di Era non trattano ricaricabili, ma ti possono
fare un abbonamento. E fin qui. Sì, stai già
mettendo le mani avanti, lo so: no, l'abbonamento è
un casino, e chi ha il tempo di gestirlo, mi ci manca solo
questo, e bla bla bla. Ma loro sorridono molto, parlano
inglese e in breve ti convincono che il gioco è fatto:
120 złoty al mese e tac, tutto il traffico che vuoi in banda
larga fino a 5 giga di dati.
Yummi, sembra davvero fico, e poi così ho anche un
numero di telefono polacco, un +48 al posto di un +39, lo
posso anche mettere sul biglietto da visita, che vuoi mettere?
Lipperlì l'unico problema sembra essere il contratto:
va disdetto prima di andarsene dalla Polonia, ma che ci
vuole? Gli uffici di Era sono pure a due passi da casa.
Del resto, Orange offre una fra due scelte: ricaricabile,
alle medesime condizioni di Plus, o abbonamento, allo stesso
costo di Era, ma con limite a 4 giga. E dunque.
Ora: tu lo devi vedere un contratto polacco di telefonia
mobile. Innanzitutto, è interamente scritto il polacco.
Io ho capito che podpis significa firma, e dunque
ho firmato ovunque ci fosse scritto podpis, ma potrei
anche avergli firmato, chessò, che gli cedo il mio
stipendio di un anno, l'usufrutto gratuito del mio cesso,
o la collezione intera di Topolino. E vabbè.
Poi: mi hanno chiesto il passaporto. Ecco il passaporto.
Lo hanno fotocopiato. Poi ci hanno ripensato, hanno blaterato
qualcosa fra loro, tipo comunitaski europeski, ed
hanno deciso che bastava la carta d'identità. Gli
ho fatto presente che comunque avevano già il passaporto,
ma no, per sicurezza hanno voluto fotocopiare anche la carta
d'indentità. E vabbè.
Poi ci hanno ripensato, ancora. Hanno distrutto tutto in
una di quelle macchine che nuclearizzano i fogli di carta
- giuro - e hanno rifotocopiato il passaporto. Ok, fine?
No.
Ho una carta di credito? Sì, ho una carta di credito.
E' platinum? Platinum? No, non è platinum,
perché? Vabbè, fotocopiamo anche questa, ma
- attenzione - coprendo il numero di serie con un post-it.
Uh... fantastico... grazie, ma... cosa ve ne fate se coprite
il numero? Ah: serve solo come garanzia per non pagare il
deposito cauzionale. Ho capito. Forse. No, a pensarci non
ho capito un tubo. Ah: se ho una carta di credito significa
che allora posso pagare. E' una garanzia, appunto. Uh...
ho capito... no, non ancora. A parte che se ho una carta
di credito non significa affatto che io possa pagare, ma
vabbè, lasciamo perdere, il punto è: cosa
ve ne fate della copia della mia carta di credito se poi
il numero lo cancellate? Mi spiego meglio: come faccio,
in parole povere, a pagare, io? Nel senso, mi avete fatto
l'abbonamento, e va bene, ma: scusate, io come pago? Come
pago i 120 złoty mensili per il traffico dati e le eventuali
telefonate?
Mi guardano un po' strano e si guardano fra loro. Beh, ma
è ovvio: pago quando arriva la fattura!
Eggià, pago quando arriva la fattura. E dove arriva
la fattura? E come la pago la fattura, quando è arrivata
non so dove?
Ci guardiamo tutti.
Riparto da capo. Dunque. Avete la mia carta di credito:
non potete fare un normale addebito sulla carta? No, non
si può. Il regolamento non lo contempla. Cioè,
fatemi capire: la carta va bene come garanzia che io possa
pagare, ma non vi tenete nemmeno il numero e quindi non
si capisce che accidenti di garanzia sia nel caso io poi
non paghi, epperò non la potete usare nemmeno come
mezzo di riscossione...
Ok: allora addebitatemi direttamente il conto in banca.
No, non si possono fare transazioni internazionali. Ossantapazienza.
Una cosa alla volta, vediamo. Numero uno: dove me la mandate
la fattura? Perché in Chmielna 10-30 non c'è
nessuno a ritirare la posta e non è detto che ci
sia io, e se me la mandate in Italia chissà quando
arriva. Va bene, facciamo in ufficio. Lì almeno forse
qualche anima pia alla reception collega il nome sulla busta
con la mia faccia, e lasciamo perdere che io sia un esterno
e che le receptionist cambino ogni tre giorni.
Numero due: come diavolo la pago, la fattura, ammesso mai
che riesca a riceverla? Come, in CONTANTI QUI DA VOI??
Sob.
Ho un abbonamento ad Era. Funziona da dio, va come una scheggia.
Vedi, lo sto usando anche adesso da casa. Puoi anche chiamarmi
al mio nuovo numero, il +48.
Sì, ma come farò a pagare la fattura?
(Per la cronaca: buferissima di neve su Warszawa)
Gianluca ha ordinato la solita pilsner media. Io,
sempre alla voce "birre alla spina", ho invece
ordinato una piwo grzane. Cioè: io lo so che
piwo significa birra. Una piwo grzane
sarà al massimo una scura, o una rossa, no? Insomma,
qualcosa del genere suppongo.
Invece no. Mi è arrivata questa.
Praticamente una grolla a seimila gradi.
Leggo (?) il libretto allegato alla mia nuova
sim. Ho due
codici PIN (??) e due codici PUK. Uhm. Poiché il
primo PIN ha funzionato, non oso provare a inserire il secondo.
Leggo (?) il libretto. Dice: " Szanowny Abonecie,
pamiętaj, że jesteś jedyną osobą, która zna numery PIN
i PIN2. Dla własnego bezpieczeństwa nie należy ujawniać
ich osobom trzecim."
Seguono un po' di altri bla bla, ma poi ci poniamo la domanda
chiave: " Jak zmieknić PIN
i PIN2?"
Ecco, io lo so che la risposta che mi serve è nelle
cinquanta righe che seguono, soprattutto dove dice " Nie
ujawniaj numerów PIN i PIN2 osobom trzecim!", anche
perché nie significa non.
Comunque una cosa è chiarissima. " I"
significa " e".
Per andare da Wiertnicza ad Elektoralna, il taxi prende la Wybrzeże Gdańskie, che corre lungo la sponda occidentale della Wisła, ossia la Vistola. La Wisła a Warszawa è grande più o meno come il Danubio a Budapest, certamente molto più della Moldava a Praha. Epperò non c'entra nulla.
Budapest non sarebbe tale senza il Danubio, né Praha senza la Moldava. A Warszawa, a meno che tu davvero non ci viva, puoi quasi non accorgerti dell'esistenza della Wisła. Sarà perché è inverno, non so. Ma io ho trascorso qua anche la primavera e l'estate, e la sensazione, a pensarci, è sempre quella. Sarà allora, forse, perché rimane fuori dei miei itinerari quotidiani. Ma siam sempre lì: a Budapest non puoi non accorgerti che il Danubio ti scorre a fianco, indipendentemente dai tuoi percorsi, che diàmine. Divide del resto Buda da Pest: il Parlamento da un parte, il castello dall'altra, l'isola nel mezzo. A Praha la prima cosa che fai è attraversare Ponte Carlo, ed eccola lì la Moldava, proprio sotto ai tuoi piedi, e lipperlì ti sembra pure un fiumiciattolo. Impossibile mancarla, comunque.
La Wisła è grande, davvero. Un gran bel fiume. Dall'aereo, mentre stai atterrando, puoi seguire le sue curve e i suoi canali per chilometri, ed è ipnotizzante. Poi metti giù il carrello e toh, scomparsa. Dov'è?
Scorre dietro al castello. E la vita, perlomeno quella che conta, sta tutta al di qua. Il centro, il castello, piazza Zamkowy, Stare Miasto, la Cittadella, Nowy Świat, Chmielna, il Palazzo della Cultura, Jana Pawła, Solidarności, Świętokrzyska, Wilanów ed anche l'aeroporto. Tutto di qua.
Ci sono almeno due ponti belli che attraversano la Wisła, e son lunghi non poco. Eppure, in sette mesi trascorsi qua, non li ho mai attraversati. A dire il vero, non sono propriamente di quei ponti che attraversi a piedi, a meno di non voler scarpinare a lungo - con il vento e la neve, ora - e per andare dove, poi? Di là del fiume vedi solo anonimi condomìni, quartieri infiniti, qualche parco. Fai conto che sulla carta turistica del centro quasi non rimane nemmeno dentro, la Wisła.
Di sera - non so se sia perché è inverno, ma io l'ho notato solo ora - le grandi arterie che corrono lungo il fiume sono buie. I ponti sono poco illuminati, epperò a modo loro suggestivi, con quella luce azzurrognola che si riflette nell'aria e le lampadine arancioni fluorescenti. Te la devi immaginare la luce fioca dei grandi ponti che si disperde sopra le acque buie della Wisła. Perché il fiume, dall'auto, non riesci a vederlo. E' tutto scuro. Eppure è lì, grandissimo, di fianco a te. Lo avverti sì, non puoi farne a meno, e pensi che forse è anche più grande del Danubio, a far mente locale. E' proprio lì a fianco e scorre in silenzio, sotto la neve che cade riempiendo l'orizzonte nero del cielo tutto. Non c'è nessuno che cammina lungo il fiume, solo la solita coda infinita di auto nella tarda ora di punta serale. In qualche modo, amo questo grande fiume silenzioso e scuro che nessuno vede.
Elektoralna è a nord, subito oltre il centro, dispersa in mezzo a monumentali palazzi ottocenteschi e strette vie che sanno di storia. Qua e là qualche condominio nuovo di pacca che non c'entra molto con tutto il resto, e il solito cristallacciaio che non manca mai. Il quartiere di Elektoralna è elegante e un po' snob, anche lui silenzioso, non caratteristico e blues come Chmielna. C'è molto verde intorno, parcheggi ordinati e parchimetri, nessuno in giro dopo le dieci di sera, non un rumore. Quello che senti sono i tuoi passi sul pavé e la neve che cade, senza interruzione, a fiocconi grandi e spessi. Sta attaccando, sui prati e sulle auto. Non fa freddo però. Sarà perché ho il giaccone imbottito pesante, la sciarpona, cappello e cappuccio. Comunque io sto bene.
Questa settimana dormo in Elektoralna 12A-kl.3-72. Difficile da trovare, parecchio. Anche il tassista ha avuto qualche difficoltà. Il mio appartamentino in Chmielna non era disponibile questi giorni, ci torno la prossima settimana. Il bilocale di Elektoralna è nuovissimo, modernissimo, arredato ed accessoriato con ogni ben di dio, perfino stereo e lettore DVD. Non si sente un rumore, fuori. La zona è davvero bella, vivo un nuovo angolo di Warszawa tutto per me, ancor più immerso in questo tessuto urbano alieno, al di fuori del solito rettangolo battuto dai visitatori incidentali della città. Però, Chmielna è un'altra cosa.
Credo di aver capito che da qui posso andare in ufficio con il 552 o con il 180. Se trovo dove comprare il biglietto, do un calcio anche ai taxi e mi trasformo definitivamente in un warszawianin. Sotto la nevicata, naturalmente, ché altrimenti che gusto c'è?
Mi spiace di non esser riuscito ancora a catturare un'immagine del fiume, di notte, con la neve che cade. Fate conto che ci sia. E del resto, ve l'ho detto. Siamo in pochi a sapere del fiume a Warszawa.
Traduzione: " Vuoi per caso parcheggiare qui? Che
è, hai per caso un tucano nel cervello?"
Plac Bankowy è cinque minuti a piedi da Elektoralna
12A. Esco di casa: è una giornata più o meno
di sole, fredda. Allaccio il giaccone fino al collo, accendo
l'iPod, mi incammino lungo Elektoralna. Arrivato in Plac
Bankowy mi guardo attorno. I taxi aspettano pigramente accostati
al marciapiede. Attraverso la piazza e punto quello che,
in effetti, sembra un kiosk. - Bilet autobusowy?
- Tak. Eureka! Ne prendo, uhm, facciamo sei. Dziękuję,
do widzenia e bla bla bla.
In cuffia passa Disperato erotico stomp, che in qualche
modo è una combinazione fantastica. Il 522 arriva
puntuale al minuto, come da orario attaccato sulla pensilina
della fermata. Ed eccomi sull'autobus in viaggio verso l'ufficio,
cullato da Dalla e dal Cucciolo Alfredo. Warszawa
mi scorre da finestrini nuovi, stamattina, e io non saprei
dire il perché, ma è tutto diverso. Grazie
a una banale e piccolissima cosa come ho fatto mille altre
volte in mille altri posti al mondo: salire i gradini di
un mezzo pubblico.
Do un occhio alla scritta luminosa che annuncia la prossima
fermata, un ragazzo mi chiede un'informazione. Essì:
se uno di Warszawa si avvicina per chiedere un'informazione
proprio a me, in mezzo ad una folla di altri passeggeri
autoctoni, è fatta: sono come loro adesso, indistinguibile.
Sono definitivamente fuori dalla logica del trasfertista:
hotel + taxi + ristorante + tutto in nota spese + non capisco
la lingua ma tanto in hotel e in ufficio parlano tutti inglese.
E' esattamente quello che cercavo e non so spiegartelo.
E' che non mi sento più alieno. Un pezzo di
me vive qui e Warszawa è davvero mia, ora. Prova
a pensarci: quante volte, all'estero, ti è davvero
capitato di sentirti a casa?
Non fosse per questo tipo che mi guarda e aspetta la sua
risposta: non ho capito la domanda e all'improvviso cade
la maschera.
Nell'ordine.
Sono stato fermato dalla polizia di Warszawa perché ho attraversato una strada deserta sulle strisce pedonali, ma senza aspettare il verde per i pedoni. E quando dico fermato, intendo proprio fermato. In mezzo alla strada. Per venti minuti. A meno due. Mentre i due poliziotti si facevano i cavoli loro, al caldo in macchina.
Rilasciato dopo chilometrica ramanzina in polacco, non sono riuscito a cenare all'Hard Rock Café perché è andato a fuoco. Mentre ero dentro. Sono uscito fra i pompieri, in mezzo al fumo.
Ho terminato la serata in un ristorante chiamato "Ti amo", con una spaghettata all'aglio, olio e peperoncino così carica che, quando sono uscito, sudavo nonostante la temperatura. Gli spaghetti erano perfettamente al dente. Durante la cena il locale mi ha massacrato con una compilation karaoke dei Nuovi Angeli, Ramazzotti anni '80, Celentano anni '60, ed altre evergreen che purtroppo non ho avuto l'accortezza di appuntarmi. La più nuova, comunque, era del 1982.
Uno di questi tre eventi è un po' romanzato. Ma nemmeno troppo.
Fatto numero uno: litigare efficacemente in inglese(*) durante una riunione è difficile. Fatto numero due: dopo sette mesi a Warszawa, dichiaro di saper leggere(**) quasi perfettamente il polacco. Che è assai più difficile.
(*) senza utilizzare fuck di qui e fuck di là, intendo. (**) leggere, ho detto leggere.
Disclaimer: questo post è di una noia mortale. Ma sono le 8.48 del mattino e si prende quel che c'è. Se siete belli pimpanti e rilassati in vista del weekend, passate oltre che non è aria.
Nel mio Golgota personale di apprendimento del polacco - ormai è una sfida fra me e questa gente - sono giunto alla conclusione che la fonetica di questa lingua è stata concepita per uditi sensibili alle frequenze degli ultrasuoni. Ieri, per dire, lezione sulla differenza fra "sz", "si" e "ś". Ho capito che le ultime due rappresentanto il medesimo suono, scritto in modo differente in funzione della posizione nella parola. Almeno, credo. "Sz", invece, fa storia a sé. Il fatto è: come ve lo spiego, adesso?
Sono stato un quarto d'ora davanti a questa collega che mi pronunciava i due suoni per farmi capire la differenza. E io non riuscivo a sentirla. Comunque, alla fine, forse ci sono arrivato. Da qualche parte vi ho detto che Warszawa si pronuncia varsciava. Facile, no? Bene: a quanto pare, la differenza fra "sz" e gli altri due cosi è che il primo si pronuncia come se avesse l'accento. Insomma, immaginate di pronunciare la "sc" di sciare come se fosse un suono accentato. Invece, la "si" e la "ś" sono più morbide, un po' come quando si fa shhh per chiedere silenzio.
Eviterò di massacrarvi con la differenza fra "ł" e "łu" solo perché adesso me ne vado in riunione. Vorrei però lasciarvi con una martellata sulle preposizioni "w" e "z". La prima è più o meno facile: ho capito che significa qualcosa tipo "dentro", "in", "all'interno". Con "z" è tutto un altro discorso. Per cercare di spiegarmelo hanno quasi dovuto mimarmelo! Credo di aver capito che indichi una sorta di moto da luogo, un movimento "a partire da", ma quando ho azzardato ah, tipo il 'from' inglese, insomma i miei amici polacchi sono rimasti un po' perplessi.
Del resto io lo so che i nostri "a" e "da" si dicono "od" e "do". L'ho imparato leggendo gli orari dell'autobus...
E comunque, sia chiaro: perdere l'autobus a Warszawa alle sei e mezza di sera del 27 novembre, mentre nevica, e dover di conseguenza aspettare venti minuti quello successivo sotto alla pensilina, per quanto possiate essere scafati ed attrezzati allo scopo e vogliate fare i brillanti, è più o meno come bivaccare al campo base del Cerro Torre durante un tentativo estremo invernale, senza la tenda in goretex, e con addosso un vestito da pinguino di città e mocassini di cuoio sottile al posto degli scarponi a triplo scafo.
Nuovo trasloco, nuovo quartiere: venerdì mi raggiungono Emanuela
e Leonardo, e dunque mi sono allargato. L' appartamento
è davvero bello, in un condominio nuovissimo, full optional
come al solito: c'è persino la lavastoviglie. Sienna si trova
al di là di Jana Pawła, più o meno dieci minuti a
piedi dall'Hard Rock Cafè e dal Palazzo della Cultura, venti
da Chmielna. Rispetto ad Elektoralna,
Sienna è più residenziale, viva e centrale, ma in
qualche modo anche più anonima. Dalle finestre di casa, condomini
verticali, tutto attorno e sopra di me. Ma è una bella casa,
calda, ancorché un po' vuota. Comunque, stile minimal Ikea
come gli altri due appartamenti in cui sono stato in precedenza.
Mi piace, molto.
Taxi proprio qua sotto in fila indiana, in caso di emergenza. Andare
in ufficio in autobus è però più scomodo adesso:
un'ora circa di viaggio, prima il 157, poi cambio in Solidarności
per il solito 522. L'ho scoperto da solo, studiando
qui. Interpretare i siti web in polacco e imparare a muovermi
attraverso Warszawa in modo familiare con i mezzi pubblici, confesso,
mi dà una soddisfazione quasi infantile. Ad esempio, ho capito
che il mio bilet normalny vale una corsa sola, ovvero non
ha una validità oraria. In teoria, dovendo prendere quattro
autobus al giorno, mi converrebbe dunque fare il dobowy
miejski, il giornaliero, che costa come tre bilet
normalny. Ma, confesso: azzardo le quattro fermate con il 157
senza pagare il biglietto. Per pigrizia e per smaltire, intanto,
i miei bilet normalny comprati l'altra settimana.
E a proposito: non ho ancora visto nessuno, e intendo proprio nessuno,
timbrare il biglietto. Non solo: quando timbro io, ho sempre un
po' gli sguardi addosso degli altri passeggeri. Delle due, l'una:
o a Warsazwa viaggiano tutti con gli abbonamenti e i biglietti multipli,
e gli sguardi sono del tipo questo è uno straniero,
o non sono l'unico a barare e gli sguardi sono del tipo questo
è un pirla.
A due passi - due - da casa c'è anche un supermercato. Come
di norma a Warszawa, anche questo è aperto fino alle 22,
e siano benedetti tutti i supermercati di Warszawa, ché puoi
uscire dall'ufficio alle otto di sera e fare tranquillamente la
spesa ovunque prima di rientrare.
E' così che ho affrontato anche la mia prima spesa da warszawianin.
Carrello d'ordinanza, lista, sguardo smarrito tipo expat trapiantato
a Warszawa, ho un frigo enorme da riempire. La signora addetta alla
frutta e verdura mi guarda con diffidenza.
Hai presente, no, come funziona il reparto frutta e verdura nei
supermercati? Ti prendi il tuo sacchettino di plastica, ti infili
i guanti, scegli quello che vuoi, metti nel sacchettino, leggi il
codice per la bilancia, pesi, stampi l'etichetta dopo aver schiacciato
il numero di codice corrispondente, attacchi sul sacchetto, vai
in cassa. Semplice.
Più o meno. Perché qui sul cartellino c'è
scritto sì il prezzo, 1,75 Zł per l'uva, nella fattispecie
(all'etto? al chilo? alla tonnellata? mah...), ma non c'è
alcun numero di codice. Sulla bilancia, invece, i numeri ci sono
eccome, come in effetti dovrebbe essere. Mi guardo attorno: nessun
cartellino riporta anche il codice corrispondente. Ecco, lo sapevo:
sto per fare la mia prima figura da expat smarrito in terra aliena.
Punto la signora di cui sopra: ehm, excuse me, sorry, non capisco...
Le mostro il mio sacchettino con l'uva. Mi fa segno, un po' seccata,
di andare in cassa e non rompere. Mah, forse pesano in cassa. Obbedisco
e proseguo fra le corsie, senza fiatare.
Latte, uhm, latte. Come distinguo quello intero, fresco, normale,
da tutti gli altri? Boh. Frigo, etichetta blu? Mi ispira più
di quello con l'etichetta rosa. Prendo l'etichetta blu. Anzi, sono
così sicuro di me che esagero: ne prendo tre litri. Tisane.
Succo d'arancia. Corn flakes, almeno, credo. Zucchero. Formaggi.
Acqua accidenti, acqua!, che poi di notte muoio dalla sete e mi
hanno detto di non bere l'acqua del rubinetto a Warszawa. Nie
gasowana, naturalmente, ma questo lo sapevo dire anche in russo.
Reparto surgelati: il colpo di scena che non ti aspetti. No, non
ci sono i Quattro salti in padella. Siamo in Polonia, che
diàmine. Ci sono però i cugini, i Quattro pierogi
in padella, o perlomeno non saprei come altro chiamarli :-)
Foto d'ordinanza, non la posso mancare questa.
Poi, cassa. Ci siamo.
Uva: 1,75 Zł.
Non ho capito. Come, uno e settantacinque? Ok, è quello
che c'è scritto sul cartellino del prezzo, certo, ma che
ne sa lei, mi scusi, di quanta ne ho presa? Come funziona, uno e
settantacinque qualsiasi quantità ne prenda? Tre acini? Un
chilo? Due casse d'uva, grazie, uno e settantacinque? Mah. Mistero.
Comunque, il mio sacchettino d'uva 1,75 Zł.
Ho fatto la spesa. Abito a Warszawa. E nevica, nevica, nevica.
Una delle cose che più amo di Warszawa è che, rispetto
allo scorso anno in Belgio, qui praticamente non piove mai. Se ci
penso, ho visto piovere davvero pesante solo un giorno in sette mesi.
Per il resto, qualche volta ha piovigginato, sì, ma il tempo
è parecchio variabile e quindi, anche se la giornata è
grigia, un raggio di sole capita sempre di vederlo. E poi qui vento
non ce n'è, o perlomeno non c'è certo quello delle Ardenne.
Non piove, no. Ma nevica. Ed è proprio bello. Perché
un conto è andare in giro sotto la pioggia, un conto è
con la neve, con quella neve a fiocconi grossi, spessi, secchi, neve
che ti scivola addosso e non ti bagna. Soprattutto, non attacca, o
attacca pochissimo e per poche ore. Clima troppo secco, troppo variabile,
non so. Non attacca. Non nevica comunque abbastanza da attaccare.
Eppure ogni tanto ci si mette davvero d'impegno e spara giù
qualche bella bufera, anche per una buona mezz'ora, ma poi più
nulla. Sono contento di essere a Warszawa con la neve, e il freddo.
Sienna è un posto da sushi. Conto almeno tre sushi bar attorno
a casa mia. Non ne ho proprio voglia, vado sul classico stasera.
L'Hard Rock Cafè è al di là di Jana Pawła, ti
dicevo prima. Il problema è attraversarla, Jana Pawła. A proposito,
nel caso sia sfuggito, Jana Pawła per la precisione è Jana
Pawła II, cioè Giovanni Paolo II. Non a caso, è
larga un botto, otto corsie più i tram in mezzo. Nel punto
in cui Sienna incrocia Jana Pawła, non un sottopasso, strisce neanche
a pagarle e del resto in mezzo c'è, appunto, il tram, ed è
tutto transennato. Sono le otto di sera, voglio andare all'Hard Rock,
quasi lo posso vedere dall'altro lato della strada, la temperatura
sarà attorno ai -5. Ma di attraversare Jana Pawła non se ne
parla proprio, non c'è modo.
Guardo a destra, poi a sinistra. Mi gioco la sinistra. E cammino dieci
minuti prima di trovare un passaggio pedonale. Più altri dieci
per ripercorrere Jana Pawła a rovescio sul lato opposto della strada...
All'Hard Rock cafè c'è gran movimento: concerto live
di Thomas
Lang, un batterista che a quanto pare ha suonato con Robbie
Williams, Ozzy Osbourne, The Clash, Gianna Nannini (!) ed una miriade
di altri noti e meno noti. Prezzo del biglietto, 40 Zł. Non posso
certo perdermi l'evento rock a Warszawa. Pago, entro.
Hai presente un concerto rock di un batterista da solo? Ecco, appunto.
L'Hard Rock è bello pieno, anche di pinguinati polacchi sovrappeso
e leggermente alterati dall'alcool. Ora, concentrati e immagina: concerto
rock del batterista (solo) di Ozzy Osbourne, Hard Rock Cafè
di Warszawa, businessmen polacchi sovrappeso in giacca e cravatta,
un po' allegri. Gioventù warszawianin pigiata sotto
al palco, completamente immobile per tutto il concerto.
Insomma, i 40 Zł spesi meglio della mia vita.
 |
 |
|
Thomas Lang all'Hard
Rock Cafè di Warszawa
|
E' quasi dicembre, Warszawa si sta piano piano illuminando tutta e
compaiono i primi alberi di Natale in centro. Nevica. Ho visto Thomas
Lang. Ci sono i pierogi surgelati. L'uva costa uno e settantacinque
tutta, qualunque quantità tu sia in grado di portartene via
con un sacchetto di plastica.
Che altro posso volere da questa città?
Ricevo questo sms sul mio cellulare polacco: " Era: Informujemy,
ze juz mozesz skorzystac z f@ktury. Aby zrezygnowac z otrzymywania
faktur poczta wyslij SMS: TAK na nr 6888 (opl.wg cen)."
E dunque?
[secondo me, da qualche parte è arrivata
la fattura]
Uscire di casa al mattino presto, aria fredda, luce congelata nell'alba,
cielo sereno, i grattacieli di cristallo di Warszawa centro attorno
a te, gente che va al lavoro avvolta nei giacconi invernali, volti
nascosti dai cappucci foderati in pelo, cuffiette, traffico, attraversare
i piani sotterranei della stazione centrale, pieni di bar, negozi,
folla di fretta, uscire sotto al grattacielo del Marriot e incrociare
due Babbi Natale con serbatoio sulle spalle che distribuiscono caffè
bollente gratis ai passanti. Cosa vuoi di più da Warszawa?
Puoi non amarla?
Auto a noleggio, si va a Belsk oggi, dove si trova lo stabilimento.
Circa sessanta chilometri a sud di Warszawa, in direzione di Kraków. Chilometri
di campagna polacca congelata e lievemente imbiancata. Zero gradi,
costanti. Mi dice l'uomo di Belsk: "Ha avuto problemi con la
strada? Purtroppo stanno tirando giù tutti i vecchi ponti socialisti
per rifarli nuovi."
Com'è un ponte socialista?
E vogliamo
parlare delle differenze fra " dz", " dż" (occhio alla zeta con il puntino!), " dź",
" rz", " ż" (idem...), " z"
e " g"? Beh, sappiate innanzitutto che " g"
è sempre come in ghiro... :-)
L'ironia non è nella curiosa assonanza. E' nel fatto che,
quella nella pubblicità qua sotto, *non* è una curiosa
assonanza con l'italiano. Significa più o meno proprio questo:
"Se non approfitti dell'offerta sei un idiota."
Ci sono due cose che mi danno particolarmente soddisfazione nella mia vita da warszawianin: guidare tranquillamente per le strade di Warszawa senza navigatore ed avere finalmente capito qual è il tonno sott'olio, dopo averne comprato al supermercato quattro differenti scatolette tutte al naturale.
 |
|
Marszałkowska
|
 |
|
Galeria Centrum
|
 |
|
Jerozolimskie
|
 |
|
Chmielna
|
 |
|
Złote Tarasy
|
 |
 |
|
Wilanów
|
 |
|
Emilii Plater
|
 |
|
Cinquant'anni
di Storia...
|
 |
|
Złote Tarasy
|
 |
 |
 |
|
Jana Pawła
II
|
 |
 |
|
Świętojańska
|
 |
|
Plac Zamkowy
|
 |
|
Rynek
|
Leonardo è un po' deluso: non c'è la neve e il papà
gli aveva detto che a Warszawa nevica sempre. In effetti ha nevicato
fino a qualche ora prima del suo arrivo, ma poi la temperatura si
è alzata di colpo, la neve si è trasformata in pioggia
e la pioggia ha lavato via la neve per terra. Per fortuna basta
qualche chiazza rimasta qua e là sul marciapiede a farlo
felice.
A Leonardo piace soprattutto il grattacielo del Marriot perché
sembra che nevichi. In effetti, l'illuminazione notturna
lungo le facciate simula una nevicata, è una delle immagini
che preferisco di Warszawa by night.
A Leonardo piace anche prendere il taxi. Credo sia perché
molti hanno la televisione a bordo.
Polonia, decimo paese per il nostro piccolo globetrotter: a meno
di quattro anni è un buon bottino. Arriva all'aeroporto di
Warszawa con il suo fido zainetto pieno di giochi, accompagnato
dal suo nuovo pinguino di peluche. Certo, dopo il Giappone
la Polonia gli scivola quasi addosso, e poi non c'è la neve,
uffa, e poi il papà e la mamma non sanno il polacco e non
sono capaci di tradurgli il Topolino comprato a Warszawa, uffa di
uffa. In compenso, lui il polacco lo impara subito: il terzo giorno
sale su un taxi e sfodera con nonchalance il suo dzień dobry
al tassista. Lo adoro (Leonardo, non il tassista).
Peccato aver dovuto lasciare Carola a casa e aver così rimandato
il suo battesimo del volo, ma ad otto mesi è ancora un po'
troppo piccola, e poi Leonardo è qui a Warszawa con la mamma
(anche) perché il papà gli ha promesso di esaudire
un desiderio: mostrargli dove (vivo e) lavoro quando sono lontano
da casa, ma anche (e soprattutto) portarlo a vedere come si fanno
le merendine di cioccolata che gli piacciono tanto. Ed è
così che sabato mattina partiamo tutti e tre alla volta dello
stabilimento di Belsk, dove già vi ho portato la scorsa
settimana.
Per la verità, l'altra volta vi ho solo mostrato il cartello
di Belsk. Così ho pensato di rimediare, anche perché
Belsk è quasi una leggenda fra gli impiegati dell'azienda
con cui collaboro da ormai quattordici mesi. Ho sentito parlare
di Belsk fin dai miei primi
giorni ad Arlon e mi è stato chiaro fin da subito
che, di certo, non ci avrei mai messo piede.
Infatti.
Ora, si fa presto a dire che a Belsk non c'è nulla, che è
solo un incrocio, che è il solito posto dimenticato da dio
e dagli uomini, e bla bla bla. Il punto è che Belsk è
davvero solo un incrocio. Un incrocio ( skrzyżowanie,
in polacco, per la cronaca) fra una piccola strada provinciale ed
una sperduta stradina in mezzo alla campagna polacca. E, davvero,
non c'è altro. Vuoto spinto. Non un bar. Non un ristorante.
Non un'edicola, un chiosco, un benzinaio, un coniglio con una carota,
una talpa - no, talpe ce ce ne sono parecchie, almeno a giudicare
dalle tane nei campi...
Venti case, forse. In mezzo all'incrocio, un mercato improvvisato
con due teloni di plastica e qualche cassetta di legno impilata.
Ah, sì: una chiesa. Sproporzionata rispetto a tutto il resto
(resto?). Insomma, Belsk, a un'ora di auto dal centro di Warszawa,
è questa roba qui:
Bene, qui c'è uno degli stabilimenti più grandi al mondo
del mio cliente. E quando dico grande, intendo davvero grande.
Dovreste vedere il piazzale dei TIR. Credetemi, è affascinante
(per dirvi la verità, io trovo affascinante anche Belsk,
a modo suo). Insomma, qualcuno forse ricorda il titolare qui aggirarsi
un anno fa in
tenuta da Cassandra Crossing in quel di Arlon. Ed ecco qui
oggi il nostro tigrotto in visita allo stabilimento di Belsk, con
tanto di càmice ufficiale taglia xxl arrotolato e foto d'ordinanza
regolarmente autorizzata!
 |
|
Leonardo pronto per
la visita alle linee di produzione!
|
Sempre in tema di analogie con la mia passata permanenza ad Arlon,
fra le cose che ho in lista, prima o poi una guida ragionata ai ristoranti
ed agli alberghi di Warszawa. Più poi che prima, come al solito,
ma contateci. Nel frattempo, vi segnalo che Leonardo, forte come detto
della sua esperienza giapponese, ha molto apprezzato lo Zen Bistro,
un posto molto carino dalle parti della Świętokrzyska.
Lo Zen Bistro
mi dà anche lo spunto per segnalarvi quanto, da queste parti
(come peraltro quasi ovunque, Italia a parte), si diano per scontate
certe attenzioni ai bambini. Ora, lo Zen Bistro non è esattamente
un posto dove la sera si aspettino di dover servire bambini. E' un
locale piuttosto sofisticato e peraltro i warszawianin non
è che portino i bambini a cena al ristorante così frequentemente,
tutt'altro. Be', qui per esempio, Leonardo ha avuto, nell'ordine:
bastoncini speciali legati con l'elastico, che fra l'altro sono anche
un gioco bellissimo; disegni da colorare e scatola completa di pastelli
colorati; foglio decorato e relativa busta per scrivere la letterina
a Babbo Natale; menù per bambini; piatto di gamberoni bolliti
preparato apposta per lui, fuori menù, con decorazioni d'ordinanza.
Devo commentare? Va da sé che lo Zen Bistro non è un'eccezione,
è la regola (nel ristorante della sera precedente gli hanno
portato un palloncino colorato che lo ha fatto diventare matto).
Perché, perché, perché diavolo queste cose in
Italia non accadono? Cioè, ma avete presente andare in un ristorante
di Milano?
Ieri sera, qui a Warszawa, straordinario concerto al Palladium
di Emir
Kusturica & The No Smoking Orchestra. Oltre ad amarlo
molto come regista, sapevo della vita artistica parallela di Kusturica
come musicista e conoscevo già le sue collaborazioni con
Goran
Bregović, così non ho esitato ad affrontare i 250
Zł del biglietto per non perdermi questa occasione irripetibile
di poterlo veder giocare (quasi) in casa. E ho fatto assai bene!
E' stato travolgente. E' parecchio che non vedo Bregović dal vivo,
ma a caldo mi verrebbe da dire che la
band di Kusturica merita ancor di più. Nele Karajilic,
il cantante e leader della band, è un raro animale da palcoscenico
e ha trascinato il pubblico come poche volte capita ancora di vedere.
E poi, Kusturica a Warszawa, è come (attenzione: eresia a
fine di iperbole...) Venditti al Circo Massimo (ecco, l'ho detto,
oibò). Certo, il Palladium di Warszawa non è il Circo
Massimo, ma insomma, fate conto che l'atmosfera fosse quella. Aggiungo
che nonostante l'età media del pubblico fosse curiosamente
quasi più alta di quella del mitico concerto
dei Police di settembre, la birra scorreva comunque a fiumi
e ha fatto la sua parte.
Uno degli aspetti più interessanti della mia serata, peraltro,
è stato il tipo seduto al mio fianco. Strano era strano,
in effetti, non fosse altro per la pettinatura. Il fatto è
che a un certo punto Nele Karajilic ha detto al microfono che in
sala era presente un grande e famoso artista suo amico, e ha iniziato
a chiamare un tale Kazik, o qualcosa di simile: Kaziiiiik,
Kaaaaaziiiiiiiik where are you? I fari hanno iniziato a spazzare
sul pubblico e attorno a me si sono all'improvviso materializzati
un paio di energumeni vestiti di nero che hanno salutato, appunto,
Kazik Staszewski: il tipo al mio fianco. Che si è alzato fra il delirio
del pubblico ed ha raggiunto la band sul palco per continuare la
performance insieme a loro.
Mi è parso di capire che l'amico sia parecchio popolare da
queste parti, una specie di Vasco Rossi locale che vende dischi
a palate. Ma pensa te: ero seduto di fianco a una celebrità
e mi sono lasciato scappare l'occasione di un autografo!
Insomma, mi sono così divertito che, oltre a tirar giù
qualche foto, ho deciso di aprire anche uno spazio
su YouTube per scaricarci qualche (pessimo) filmato fatto
con il cellulare, naturalmente in linea con le tendenze giovanili,
per cui ormai ai concerti non si va per vedere il concerto e ballare,
ma per fotografare e filmare il concerto con il telefonino.
La qualità è ahimé davvero scarsa, ma rende
perfettamente l'idea, a partire dall' apertura
del concerto sulle note di Sovietsky Soyuz, semplicemente
geniale. Bellissime le luci e le coreografie, dello stesso Kusturica,
il lungo assolo di batteria e violino, il duetto esagerato fra il
violino e la chitarra distorta di Kusturica suonata con un archetto
gigante, le gag di Karajilic con il pubblico (non sono ahimè
riuscito a riprendere lo spogliarello, soprattutto quando ci ha
mostrato il culo).
E dunque, cacciate via mezz'ora di ufficio, ficcatevi una cuffia
in testa e venite
con me al Palladium di Warszawa. Partendo dall' inizio,
mi raccomando.
Puoi non amare un paese dove "dare la precedenza" si
dice pierszeństwo przejazdu (trascrivere la pronuncia è
impossibile)? Ho trascorso la mia ultima domenica a Warszawa
girando come un matto per andare a coprire tutti i quartieri e gli
ultimi hotspot che ancora mi mancavano. Ho finalmente attraversato
la Wisła, sono stato a Praga (Lara, è vero: fa tendenza.
Significa che lo raderanno al suolo per ricostruirlo da capo, ma
per il momento, fortunatamente, è ancora considerato un quartiere dal quale
è meglio tenersi alla larga dopo il tramonto :-), ho messo
piede nel famoso ed infinito mercato polacco-russo-ucraino-vietnamita
che, peraltro, nei prossimi mesi verrà smantellato per far
posto al nuovo stadio, ho visto la chiesa ortodossa di Praga e il
monumento alla fratellanza con l'Armata Rossa, uno degli
ultimi simboli dell'era sovietica sopravvissuti in città,
ho riattraversato a rovescio la Wisła per fare un salto a Łazienki,
e quindi il 180 mi ha riportato di corsa in centro, mentre su Warszawa
scendeva la sera (alle tre e mezza del pomeriggio), in tempo per rifotografare
Rynek decorata con le illuminazioni natalizie e finire il pomeriggio
davanti a un bicchiere di wino grzane e ad un piatto di formaggi
polacchi, dentro a una piccola trattoria di Świętojańska, a due
passi dal castello.
E' così che ho imparato che puoi girare Warszawa di autobus
in autobus, senza soluzione di continuità, semplicemente
consultando ad ogni fermata i percorsi di ciascuna linea ben evidenziati
sotto alle pensiline, saltando sul primo bus che più o meno
va nella direzione che ti serve e scendendo alla prima fermata di
interconnessione con altre cinque, dieci linee, dove sicuramente
ne troverai un altro che ti porterà lungo la tua rotta. Autobus
presi in fila, concatenati uno dietro all'altro, affollati di warszawianin
a zonzo, attraverso una tranquilla Warszawa domenicale pronta per
il Natale, persino baciata da qualche raggio di sole che filtra
nella nebbia in sospensione e da una temperatura insolitamente autunnale.
Ecco dunque l'ultima sequenza che rubo a questa città,
che per quasi otto mesi mi ha accolto, insegnato, benvoluto. Domani
riporto in Italia una grossa valigia, la prossima settimana
mi basterà un piccolo trolley per soli tre giorni. Poi, forse,
se ne riparlerà il prossimo anno, o forse no, chissà.
Non più così, quasi sicuramente.
Adesso è tempo di tornare davvero a casa. A casa mia.
 |
 |
|
Rynek, Stare Miasto
|
 |
|
Piwna, Stare Miasto
|
 |
|
Podwale, Stare Miasto
|
 |
|
Attraverso la Wisła,
Most Łazienkowski
|
 |
 |
|
La cattedrale ortodossa,
Praga
|
 |
|
Łazienki
|
 |
|
Park Łazienkowski
|
 |
|
Pomnik Braterstwa Broni, Praga
|
 |
|
Attraverso il grande mercato di Praga
|
A pelle, meno cinque o giù di lì. La Nowy Świat è
tutta illuminata a festa, c'è tantissima gente in giro nonostante
il freddo e l'ora tarda serale. Cammino in direzione di Chmielna
e ho in cuffia Suerte, che fa un po' strano e tutto sommato
non c'entra nulla. E' la mia penultima sera a Warszawa, perlomeno
nel 2007. Ho lasciato Sienna 72 la scorsa settimana: per questi
ultimi tre giorni sono tornato all' Harenda
e attorno a me tutto, come dire, è cambiato. E' come essere
tornati indietro nel tempo, come se questa Warszawa, all'improvviso,
non fosse quella che ho vissuto negli ultimi tre mesi, come fosse
ancora quella in cui ho mosso i primi passi la scorsa primavera.
Non fosse per il freddo e le illuminazioni natalizie.
Passo davanti alla mia prima casa in Chmielna. Le luci sono spente.
Proseguo verso Marszałkowska, ma mi fermo un attimo prima. In qualche
modo, Marszałkowska segna il confine fra la mia prima Warszawa,
quella di passaggio, e quella recente, da warszawianin. Ed
oggi sono solo di passaggio. Torno indietro lungo Chmielna.
Lasciare la casa è come essersi chiusi la porta alle spalle
definitivamente. Questa non è la mia Warszawa, non è
il mio quartiere, sono di nuovo un (non proprio) turista per caso,
un qualsiasi ospite dell'Harenda.
Però ho ancora due bilet autobusowy normalny. Posso
andare un'ultima volta in ufficio prendendo il 180.
Il prossimo anno si vedrà. Intanto, ciao Warszawa, e buon Natale.
 |
|
Nowy Świat
|
Atterro a Warszawa avvolta da una fittissima bufera di neve, passo
dall'ufficio in Wiertnicza 126, pian piano la neve sta prendendo
e ricopre automobili, marciapiedi e giardini, un taxi mi porta all'Harenda,
è sera e cammino lungo la Nowy Świat ancora illuminata dalle
decorazioni natalizie, nelle orecchie ho i Guns N'Roses e c'è
anche un perché, risalgo la Chmielna, ceno al Klub Muzyczńy,
la finestra di camera mia si affaccia sulle luci della facciata
di Palazzo Staszic, è una mattinata di sole bellissima,
vento freddo, una nonna sgrida una bimba perché si sta rotolando
nella poca neve rimasta a terra, mi fermo ad un kiosk, dwa bilet
normalny, prendo il 180 e attraverso Warszawa tutta, approfitto
della pausa pranzo per fare un salto al Muzeum Katyńskie, giro fra
residuati di carri armati, Mig sovietici, rampe lanciamissili, elicotteri,
avanzi di trincee, postazioni radar ed altra chincaglieria del genere,
la neve e il freddo danno un tocco spettrale alla faccenda, mangio
un paio di hot dog alla stazione di servizio, il 180 mi riporta
in centro, ceno al messicano in Nowy Świat, risalgo Chmielna per
l'ultima volta, ripasso davanti al 10-30,
le luci sono spente, mi affaccio sulla Marszałkowska, giro per la
Jerozolimskie, do un ultimo sguardo in direzione di Sienna,
poi è tempo di tornare all'Harenda, non fa più tanto
freddo, gente ancora in giro, Guns N'Roses sempre in cuffia, e c'è
anche un perché, penserò poi alla valigia.
Domani si parte. Non è da escludere che possa anche venirmi
da piangere per un istante, ma rimanga fra noi. Credo di aver detto
e fatto tutto.
Adesso sì, do widzenia Warszawa. Ci si sente.
|