Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Francia
Francia
Le chiavi di Pol
1991: Parigi attraverso le serrature

Questa è una storia vera. Anche le altre storie sono vere, ma in questo caso, quando torno a ripensare a quella sera, questa storia sembra inverosimile anche a me. E io c'ero. Ero proprio là, su quei tetti, insieme a Pol. E di tutto ciò mi rimane un'unica, indimenticabile, fotografia.

Mi manca Parigi. Gli Champs Elysees, Les Halles, Place de la Concorde, i ponti sulla Senna. Montmartre. Parigi è sempre Parigi, c'è poco da dire. Un amico mi diceva spesso: "Dici così perché non hai mai visto New York". Ho visto New York è ho pensato: "Parigi è sempre Parigi".

Pol abita a Parigi. E' un ragazzo che ho conosciuto in Patagonia e ho incontrato una seconda volta a Buenos Aires. Credo si parli di lui in altri luoghi sparsi fra queste pagine. Pol studia ingegneria e vive da solo in un bellissimo appartamento della Citè Universitaire, in un palazzo rinascimentale.
Come tutti i francesi Pol non parla altro che la madrelingua, o meglio, conosce un po' l'inglese, ma si rifiuta praticamente di parlarlo. Con il solo francese ha girato tutto il mondo, collezionando, fra l'altro, tre traversate del Sahara dall'Algeria al Mali, dal Niger al Senegal e chissà che altro, un viaggio in Renault 4 da Parigi a Hong Kong, una scappata a Capo Horn gironzolando per la Patagonia, ed un paio di "coast to coast" negli Stati Uniti. Non male come curriculum a ventidue anni.
In Patagonia ho dovuto comprargli delle pellicole per riuscire a dargli qualche dollaro e permettergli di rientrare a Buenos Aires. Si sarà venduto mezzo bagaglio per poter tornare a casa. Pol è fatto così, "c'est toujours la manière", in un modo o nell'altro, indietro, si riesce a tornare sempre.

Io non parlo francese, o meglio, lo parlo come Pol parla inglese. Quando dobbiamo comunicare ognuno lo fa nella propria lingua. Non ci capiamo, ma siamo molto amici, credo sia una questione di pelle.
Sono due anni che non ci vediamo, io e Pol. L'ultima volta è stato in Argentina. Arrivo a Parigi e gli telefono. Più o meno funziona così: Pol risponde al telefono, io dico "Pol?". "Oui?"."Je suis Carlo". "Ooooh, Carlò!". Fine della conversazione, abbiamo esaurito il vocabolario comune.
Impieghiamo più o meno un'altra ora a concordare il luogo e l'ora dell'appuntamento, sperimentando diverse lingue. Un discreto successo lo otteniamo transitando dallo spagnolo.

Parigi è sì stupenda, ma la notte diventa magica. Cerco di mimare il concetto a Pol, davanti a una birra in un pub a Les Halles, dopo una bella serata trascorsa a tavola a raccontarci viaggi passati e progetti futuri. Vedo Pol perplesso, mi guarda in silenzio e dopo un po' esclama: "Sì, Parigi è bella di notte, ma tu, conosci davvero Parigi?".
"Che vuoi dire Pol?".
"Tu conosci bene Parigi, Carlò?". "Sì, credo di sì". "Che programmi hai per stanotte?". "Mah, non so, pensavo di tornare in albergo a dormire". "Se vuoi ti farò vedere qualcosa di Parigi che nessuno conosce, neanche i parigini".

Adesso Pol mi ha veramente incuriosito. Bisogna considerare che stiamo parlando di un personaggio che, quando si annoia, va ad arrampicarsi di notte sulla Torre Eiffel.
Pol è un Viaggiatore, di quelli veri, una di quelle persone che esprime la sua genialità e la sua vena di follia inventandosi inenarrabili viaggi di fantasia, prima ancora che spostamenti spazio-temporali.

"Ti porterò a fare un 'viaggio' Carlò, un viaggio dentro a Parigi".
Detto e fatto. Pol telefona ad un suo amico che viene a prenderci in auto. Conosco così Jerome, un altro personaggio all'apparenza innocuo, un ragazzo come tanti altri, un paio di jeans, una maglietta, capelli un po' lunghi, di immediata simpatia.
Saliamo sulla Renault 4 di Jerome, una macchina che all'apparenza ha vissuto esperienze non comuni. Dentro all'auto c'è un po' di tutto: moschettoni, corde d'arrampicata, un negozio di ferramenta completo, vestiti in ordine sparso, giornali, cartine, anche un fornelletto da campeggio.
Jerome "parcheggia" in Place de la Concorde. Ora, non so se avete presente Place de la Concorde a Parigi. Non è esattamente un posto dove uno arriva e "parcheggia". Lui semplicemente arriva e abbandona l'R4 ai piedi del monumento. Aperta naturalmente.
Inizio a chiedermi se l'auto sia sua e con che mezzo torneremo a casa, certo che la gendarmerie farà sparire quella scatola di latta con un carro attrezzi nello spazio di pochi secondi.
E' circa mezzanotte, c'è ancora molto traffico in giro. Ci troviamo di fronte all'Hotel de Crillon, uno degli alberghi più lussuosi di tutta la capitale francese, e probabilmente del mondo, affacciato proprio sulla piazza. Jerome osserva il mio abbigliamento, uguale al suo: jeans e maglietta. Dice: "Uhm, oui, può andare". Estrae da una sacca tre lampade frontali e me ne consegna una.

La serata diventa interessante. Pol mi guarda e dice: "Non ti preoccupare, è normale".
Ci avviciniamo all'entrata dell'hotel, davanti alle porte girevoli dorate ci sono due maschere che aprono le portiere alle grandi limousine che si fermano per fare scendere gli ospiti.
Jerome mi prende per un braccio e mi dice: "Not fast, not slow. But quickly". E si infila dentro ad una delle porte girevoli passando tranquillamente fra le due maschere. "Bonsoir", saluta anche, sfoderando una faccia tosta formidabile. Io mi infilo dietro di lui e Pol dietro di me. Ci troviamo così all'interno dell'albergo, ma non possiamo fermarci: not fast, not slow, but quickly, siamo proprio davanti alla reception e bisogna levarsi di lì rapidamente.

Pol infila una rampa di scale subito a destra, e via di corsa fino all'ultimo piano. Le scale finiscono contro una botola chiusa, dieci piani più sopra. E qui, nel più assoluto silenzio, accendiamo le frontali. Adesso inizia davvero il gioco più straordinario a cui abbia mai partecipato.
Pol estrae dalle tasche un mazzo di chiavi enorme. Ce ne sono decine, di tutte le forme e dimensioni, sembra il campionario di un ferramenta. Studia un po' la serratura della botola, osserva rapidamente il mazzo di chiavi e ne prova una. Non entra.
Ne prova una seconda. Niente. Una terza entra, ma non gira. Dopo qualche altro tentativo, magicamente, una chiave riesce finalmente ad aprire la botola. Jerome, per nulla sorpreso, mi guarda e dice: "Non so come fa, sono anni che me lo chiedo. In tutta Parigi non esista una porta che le chiavi di Pol non aprano".
Riusciamo così ad entrare nelle soffitte dell'Hotel de Crillon. Le nostre lampade frontali rompono il buio circostante, Jerome e Pol stanno cercando qualcosa. Alla fine Jerome fa un cenno e indica un'altra botola sul soffitto. "Voilà", Pol estrae nuovamente il mazzo di chiavi, prova due o tre volte, e di nuovo "clic", la porticina si apre e usciamo sul tetto. Proprio sul tetto dell'hotel. Di notte. E c'è un bellissimo panorama su Place de la Concorde, al cui centro spicca inconfondibile la sagoma di una vecchia Renault 4.

Scoppio a ridere e continuo a dire: "Incredibile Pol, incredibile". "Siamo solo all'inizio, Carlò. La prima regola di questo gioco è: mai tornare indietro al punto di partenza. Si deve uscire da un'altra parte".
Non riesco a crederci. Ancora non mi sono ripreso, sono già agitato all'idea che ci scoprano tornando per la strada dalla quale siamo venuti ed invece scopro che l'obiettivo è proprio andare a caso. Uscire da un'altra parte.
Già si riparte.

Per un po' vaghiamo di tetto in tetto, sfruttando i camminamenti e le scalette esterne che collegano un po' tutti i palazzi di questa zona. Ogni tanto qualche passaggio un po' esposto, per fortuna non soffro di vertigini. Attraversiamo persino un campo da tennis pensile ed una piscina vuota.
Poi arriviamo di fronte ad una porta di legno che evidentemente dà accesso all'interno di un altro palazzo. Pol, per la terza volta, estrae il suo mazzo di chiavi. Questa volta fa centro al primo colpo. Entriamo e ci troviamo di fronte ad una rampa di scale che si perde nel buio verso il basso.
Iniziamo a scendere lentamente, osservando tutte le porte che via via incontriamo. Sembrano appartamenti. Il palazzo, per contro, sembra deserto. A Pol sembra di ricordare questo posto e si consulta un po' con Jerome. Credono di avere capito dove si trovano. Scendiamo ancora un paio di piani e ci troviamo, come al solito ormai, davanti all'ennesima porta chiusa.
Questa volta Pol deve fare parecchi tentativi, intervallati da espressioni locali che riconosco familiari, "Mèrde!", "Putaine!", ma alla fine riesce ancora una volta a far scattare la serratura. Ed entriamo.

Ci troviamo ora in un grande salone da ricevimenti, che ha qualcosa di familiare anche per me. Mi spiega Pol che siamo entrati nella sede della F.I.S.A., la Federazione Internazionale Sport Automobilistici, che praticamente è in un palazzo confinante con l'hotel. Ecco dove avevo già visto questo luogo, alla televisione. Questo è il luogo dove si ritrovano i grandi campioni di Formula 1, i manager, e tutti i personaggi famosi che ruotano intorno al mondo dell'automobilismo sportivo. Qui vengono decisi regolamenti, trasferiti miliardi, organizzati gli incontri che contano. Siamo ora qui dentro.
Adesso sono piuttosto preoccupato. Non mi sembra un posto dove entrare di notte, con in testa una lampada frontale, arrivando dal tetto. Pol cerca di tranquillizzarmi: "Posti come questo", mi dice, "sono studiati per impedire accessi dalle entrate, a nessuno verrebbe in mente di mettere allarmi contro le intrusioni dal tetto". E insieme a Jerome, come se si trovassero perfettamente a loro agio, iniziano ad esplorare le stanze ed i corridoi.

Nella sede della F.I.S.A. si trova di tutto. C'è un salone con i tavoli da ping pong e diamo vita ad un mini torneo improvvisato, al quale, calato ormai nell'avventura, partecipo anch'io, definitivamente in balìa del nostro destino.
Si passa quindi nel salone dedicato alla scherma. Come dubitarne, Pol e Jerome tirano entrambi di scherma. Si cambiano, indossano le maschere e iniziano un duello notturno. Il rumore delle lame che si incrociano mi sembra assordante in quei saloni bui immersi nella notte e sono sempre più preoccupato. Finito il duello si riprende il giro di esplorazione. E arriviamo all'apice della nostra avventura. Piscina coperta e riscaldata. Accappatoi appesi in ordine negli spogliatoi.
Non c'è neanche bisogno di dirlo. In un attimo Pol e Jerome si spogliano e si tuffano. C'è anche un trampolino e quei due pazzi iniziano una gara di tuffi in piena notte, come se fossimo in una tranquilla crociera estiva.
Finito il bagno, c'è ancora il tempo di asciugarsi con calma, prima di iniziare a cercare una via d'uscita. Già, non possiamo, ovviamente, tornare per la stessa strada. E' contro la regola numero uno.

Scendiamo una rampa di scale interna e ci troviamo al pian terreno, dove si trova il bar. Dalle vetrine filtra la luce esterna di Place de la Concorde. Nel bar ci sono avanzi di una festa recente, frammenti di uova di cioccolato (siamo vicini a Pasqua), bicchieri lasciati a metà sui tavoli. Pol va dietro al bancone e chiede: "Posso offrirvi qualcosa ?". Io ordino un caffè, ma non si può, la macchina per l'espresso è spenta, e non è certo il caso di mettersi ad accenderla.
Loro prendono una Coca Cola, e lasciano in cassa qualche franco. Naturalmente. Come dice Pol, regola numero due: "In questo gioco non si ruba mai niente, i posti che attraversiamo devono rimanere esattamente come li abbiamo trovati. O, almeno, in pari".

Adesso però è tardi e bisogna davvero trovare il modo di uscire di lì. Jerome e Pol si avvicinano all'ingresso principale, è tutto sbarrato. Jerome fa ancora qualche passo, ma si ferma di colpo e fa cenno di rimanere in silenzio. Torna indietro preoccupato e sussurra: "Di qui non si passa, ci sono allarmi dappertutto". Anche Pol si guarda in giro ora, io non vedo niente, ma evidentemente loro sanno cosa guardare. No, non si può proprio passare.
Torniamo sui nostri passi e sbuchiamo in un cortile interno. E' quasi l'alba, bisogna affrettarsi. Jerome fa qualche passo avanti, noi rimaniamo un po' indietro, si infila in un portone. E' un attimo, giusto il tempo di sentire una voce che urla: "Chi è là? Fermo! Chi sei, non ti muovere!". Un guardiano notturno ha fermato Jerome. Non ci ha visto, ma non possiamo abbandonare il nostro amico nei guai e usciamo anche noi allo scoperto.

Nel quarto d'ora che segue accade di tutto. Il guardiano urla come un ossesso, io non capisco un accidente e già mi vedo in un posto di polizia francese a cercare di spiegare la mia situazione, sono rassegnato. Jerome e Pol continuano a parlare con il guardiano cercando di calmarlo. La scena va avanti per un po'.
Poi accade l'incredibile. Il guardiano smette di urlare, parla ancora per qualche minuto con Pol e Jerome ed alla fine ci accompagna verso l'entrata principale, spegne gli allarmi, apre le porte e ci saluta. Siamo di nuovo su Place de la Concorde. Rimango senza parole.
Pol e Jerome mi prendono per un braccio e ci allontaniamo rapidamente verso l'auto, che naturalmente è ancora parcheggiata al suo posto. Loro scoppiano a ridere, si abbracciano e gridano:"Grand sortie! Grand sortie!".
Nella confusione che segue riesco a malapena a capire qualcosa. Pol cerca di spiegarmi come hanno fatto a convincere il guardiano. Da quel poco che ho capito gli hanno raccontato di essere soci del club, dicendogli che dopo la festa erano andati in piscina e lì si erano addormentati, risvegliandosi solo in piena notte. A quel punto si erano trovati chiusi dentro e non sapevano più come fare ad uscire.
Non saprò mai se è vero.

Quello che so è che, mentre mi riaccompagnavano in albergo, sono accadute tre cose.
Prima cosa: hanno fermato la macchina vicino ad una cattedrale. Pol è sceso, si è avvicinato ad una piccola porta laterale, ha tirato fuori il suo ormai leggendario mazzo di chiavi ed ha armeggiato per un po'. Sconfitto, è tornato in macchina: "Merde, hanno cambiato la serratura. Stanotte non possiamo finire l'avventura suonando l'organo in chiesa come al solito".
Seconda cosa: parcheggiamo davanti a Les Halles, entriamo nei sotterranei della metropolitana, passiamo davanti ad una piccola porta blu di metallo, quelle porte di servizio un po' misteriose che esistono in tutti i metrò del mondo. Pol infila una chiave, la apre, butta dentro il fascio di luce della sua frontale ed illumina un cunicolo buio, all'apparenza infinito e misterioso. Guarda Jerome e gli fa: "Ricordami di venire qui una sera, è tanto che ho un progetto su questa porta".
Terza cosa: arriviamo davanti al mio albergo. Ci salutiamo come fratelli, io sono ancora un po' stordito, continuo a ripetere "incredibile, incredibile". Pol ha appena finito di raccontarmi che lui, Parigi, la conosce ormai tutta così, palazzo per palazzo. Solo nei musei non riesce ad entrare, troppo pericoloso, troppi allarmi.
Mi stringe la mano e, sorridendomi, mi dice: "E' tanto tempo che sogno di venire a Milano. Deve essere bellissimo suonare l'organo del Duomo di notte".

Non ho mai più visto Pol. E non so se posso dire che il mio a Parigi sia stato un "viaggio".
Ma ogni tanto guardo quell'unica fotografia che mi rimane. E mi viene da ridere. Nessuno conosce Parigi come la conosco io.
Anzi, uno c'è. Pol. Chissà se è mai andato a vedere cosa c'è dietro la porta blu del metrò.
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