Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 I'm a marathon man
APR Running
"Ma ad uno che nella vita ha corso quarantadue chilometri, cosa lo ammazza?" [Linus]

Solo una volta nella mia vita avevo camminato - camminato, non corso - per quaranta chilometri. Era il 1983, avevo diciotto anni ed avevo attraversato a piedi l'isola Magerøya per raggiungere Nordkapp. Avevo impiegato dodici ore e dopo non riuscii pių a camminare per due giorni.

***

La sveglia è alle cinque del mattino. Nella notte il tempo è decisamente peggiorato. La temperatura è crollata di quindici gradi in un colpo e c'è vento a raffiche forti, fino a 37km/h secondo il meteo su internet. Nella sacca ho messo di tutto: a questo punto è una roulette, impossibile decidere ora cosa indossare, valuterò all'ultimo momento. Certo, non ci voleva.
Alimentazione: prendo uno yoghurt, un paio di brioche, un caffè. La partenza è fissata per le nove e venti, ma l'ingresso in griglia deve avvenire entro le otto e trenta. Ho in borsa un paio di barrette e alcune buste di carboidrati liquidi. Una la prenderò prima di consegnare la sacca ai camion che raccolgono le borse degli atleti per trasportarle al traguardo, le altre me le porterò in gara. Atmosfera elettrica.

Il freddo è davvero intenso e ha colto tutti un po' di sorpresa, non si parla d'altro. La temperatura è annunciata ad 8ºC, con wind chill a 3ºC. Andiamo bene. Il vento in effetti spazza via. Nelle ore successive dovremmo salire fino ad 11ºC e poi, una volta entrati a Milano, le raffiche dovrebbero essere un po' attenuate dai palazzi. Il problema sarà adesso, nei primi dieci chilometri, quelli che dai padiglioni della nuova Fiera a Rho, dov'è la partenza, attraverseranno la periferia fuori Milano fra campi e boschetti per portare verso lo stadio di San Siro.

E' tempo: mangio al volo la barretta, bevo la busta di carboidrati, mi cambio e consegno la sacca ai camion. Ho osservato un po' quello che fa la maggioranza attorno a me e ho deciso: stesso abbigliamento della Stramilano. La temperatura è pių fredda, ma si alzerà, e comunque non piove né sembra troppo minacciare. Dunque, pantaloni corti, maglietta sottile e sopra maglia traspirante leggera a maniche lunghe. Ho anche una maglia di cotone spesso a maniche lunghe di un pigiama da cinque euro che ho comprato ieri proprio con lo scopo di tenerla addosso fino al momento della partenza e poi buttarla. Ho imparato il trucco lo scorso anno alla Stramilano. E' l'unico modo che hai di tenerti caldo nelle mezz'ore interminabili che te ne stai lì fermo al freddo in mezzo alla folla ad aspettare la partenza.
Niente guanti. Nella cintura mezzo litro di integratore, una busta di carboidrati liquidi, pastiglie di Enervit GT. Il consiglio è di bere, poco, ma bere ad ogni rifornimento - sono previsti ogni cinque chilometri, come al solito - ma non so se lo seguirò. Fa troppo freddo, è umido e la sete non si farà sentire per un pezzo. In compenso potrebbe piantarmisi tutto sullo stomaco. Anche questo deciderò in corsa.

Iniziano le procedure di allineamento alla partenza, con lo smistamento dei concorrenti ai cancelli di ingresso a seconda dei numeri di pettorale e, dunque, dei tempi personali. Io, ovviamente, ultimo settore, pettorale rosso. Individuo i palloncini colorati dei pacer, gialli per quelli delle quattro ore, arancioni per quelli delle quattro ore e quindici. Non ho ancora ben deciso che fare, se accodarmi a loro, provando magari a star dietro a quelli delle quattro ore, o correre da solo scommettendo soltanto sulle mie sensazioni e sulla mia testa.
Mah, aspetto il via e poi deciderò. Intanto non ho fatto praticamente riscaldamento: un po' non ne ho avuto il tempo, un po' è di fatto inutile. Con quarantadue chilometri davanti ed almeno quattro ore di corsa avrò tutto il tempo, partendo piano, di scaldarmi per i primi chilometri senza bisogno di bruciare inutilmente energie prima della partenza.

Elicotteri sopra alle nostre teste. All'altoparlante dicono che siamo in ottomila, quarantotto i Paesi rappresentati, tanti i nomi famosi dello sport e, naturalmente, della maratona. Il sole fa capolino fra le nubi nere, per un secondo anche il vento sembra darsi una calmata. In mezzo alla folla non avverto quasi pių il freddo, ma poi sarà diverso. L'arco della partenza è circa trecento metri avanti a me. Musica a palla, Queen, We will rock you.

Poi, si parte.

Il resto vola via. Sarà l'adrenalina accumulata in tutte queste settimane a spingermi, e per un bel pezzo, ad un ritmo che nemmeno sognavo.

Avevo programmato i 5'30"/km e per il primo chilometro mi accodo ai pacer delle quattro ore che in effetti hanno quell'andatura, ma presto inizio a lasciarli indietro e mi rendo conto che la giornata è di quelle, le gambe vanno via scioltissime come alla Stramilano, credo di andare ai cinque e trenta ma la verità, sbirciando il gps, è che sto andando quindici-venti secondi pių veloce.
Il freddo, sì, il vento, ma quasi non me ne accorgo. Accidenti, la giornata sembra esserci davvero. Ma non voglio illudermi, non voglio pensare. Non *devo* pensare, devo spegnere la testa, entrare nel mio stato ipnotico, lasciar perdere i maledetti segnali chilometrici che oggi saranno infiniti. E poi ormai lo so com'è: vai, vai, vai che ti sembra di volare e di non avvertire alcuna fatica, e all'improvviso cedi tutto di schianto senza nemmeno rendertene conto, senza preavviso. Devo temere la testa, il calo - anzi, i cali, perché ce ne saranno pių di uno - di motivazione. E poi la fascite, i crampi, la fame, il caldo improvviso, il vento, la pioggia se arriva. Quantandue sono infiniti. Intanto mi sono ormai lasciato alle spalle i pacer delle quattro ore e vedo davanti a me quelli delle tre e quarantacinque.

Due, tre, quattro, poi otto, nove, dieci, siamo a Milano ormai, siamo passati sotto alla tangenziale. Mi accodo a vari gruppetti, cambio spesso, mi faccio tirare per un po', poi passo a quello un po' pių avanti. Lo so che dovrei tenermi, ma in realtà è quello che sto facendo, solo che oggi le gambe vanno maledettamente, è tutta l'adrenalina che si sta scaricando.
Nemmeno mi sono accorto dei dieci che già sono a quindici, e il cronometro segna tempi ben al di sotto di quello che avevo programmato, sono quasi al ritmo della mezza maratona. Non posso continuare così, ma il fatto è che non sono stanco, affatto, anzi, mi prende un po' la paura di stancarmi di pių rallentando che non continuando a tenere ormai questa andatura alla quale, per il momento, mi sento tranquillo. Ai quindici, però, mi forzo a bere al volo un sorso d'acqua al rifornimento e a prendere una pastiglia di Enervit GT, sebbene non abbia alcuna fame né sete, ma solo per seguire i consigli del mio fisio.
E vado avanti. Viaggio attorno ai 5'10"/km. Comunque vada a questo punto sto accumulando un bel vantaggio sui miei obiettivi. Dovessi crollare, questo vantaggio mi servirà.

Arriviamo all'Arena, il temuto cancello dei 20km. Sto andando come una lepre (per i miei ritmi), non mi sfiora nemmeno per un istante di interromperla lì. Lo so che non sono nemmeno a metà e che ho davanti l'intero percorso della Stramilano, eppure non sono affatto stanco, anzi, accelero! Il prossimo traguardo, ormai, è la conquista di piazza Duomo.
Per strada alcune rock band suonano a tutto volume. Come altri riesco persino a improvvisare un balletto senza fermarmi. Balliamo con gli Stones, con gli AC/DC pompati al massimo, con l'hip hop, tutta musica che ti spinge, spinge e spinge ancora, ti carica, c'è la folla attorno che applaude, e allora via, ancora pių gių sull'acceleratore.

Passo l'arco della mezza ad un'ora e cinquanta, sopra ai bastioni, un tempo che solo sei mesi fa era il mio record su quella distanza. Incredibile! Non sono per nulla stanco, anzi, sono caricatissimo, non fosse per il pavé, ora, che ti ammazza le gambe, quello sì, dopo venti chilometri di asfalto liscio. Tremendo il pavé, sia quello a lastroni che i sanpietrini, con tutte quelle sconnessioni e buchi. Per fortuna dura poco, altrimenti addio gambe. Poi la salita dei giardini di Porta Venezia, l'unica di tutto il percorso, brevissima, ma che arriva al ventiduesimo, ed è meglio non sottovalutarla, rallento un filo giusto per scollinare e poi via, in Corso Venezia e verso San Babila, adesso sì, fra due ali di folla, la folla che ti aspetta in Piazza Duomo è davvero emozionante, venticinquesimo chilometro, per la prima volta ho un groppo alla gola dall'emozione. Il Duomo è conquistato.
Tempo di girare attorno alla piazza, in Corso Europa c'è il rifornimento, rallento per dieci secondi per bere un paio di sorsate di integratore e mangiare due spicchi d'arancia, poi via, a risalire di nuovo Corso Venezia fino alla circonvallazione, controcorrente e nella corsia parallela rispetto a quelli che al Duomo devono ancora arrivarci, ed è qui che piazzo addirittura un chilometro, il ventiseiesimo, a 4'55", un tempo che sarebbe ottimo per la mezza, staccato adesso, a questo punto della maratona. Non riesco a crederci.

Ventisette, ventotto, ventinove. Qui ci si stacca dal percorso originario della Stramilano e si devia per la Bocconi. Trentesimo. Da qui in poi per me è terra incognita. Mai arrivato a tanto. Soprattutto, mai pensato che sarei arrivato qui in 2h38'. Sono venti minuti in meno dell'unica volta che ci ho provato davvero in allenamento. Soprattutto, mai arrivato sin qui senza fermarmi almeno un paio di volte. Oggi si vola.

Ma non mi fido pių di me stesso. Soprattutto, adesso sì, da qui in avanti non mi conosco. Non so come reagirò, e le gambe ora iniziano ad essere stanche, ed anche la fame a farsi un po' sentire. Così, al rifornimento del trentesimo, mi obbligo a fermarmi davvero un po', almeno qualche minuto, magari uno o due soltanto, ma per riprendermi con calma. Sono in grandissimo vantaggio sulle quattro ore, posso permettermelo.
Spicchi d'arancia, un pezzo di banana, una busta di gel energetico, integratore, acqua. Mi sembra di stare proprio bene ora. Riparto. Posso puntare a tempi che mai avrei osato sognare.

Trentaduesimo. E' il famoso chilometro delle crisi del maratoneta. E in effetti all'improvviso anche io mi rendo conto che non sono pių così lucido come prima. Vado, sì, ma da quando sono ripartito dal rifornimento le gambe si sono appesantite sensibilmente. Non sono stanchissimo, no, e fiato ne ho ancora da vendere, anzi, non ho proprio alcun problema, ma le gambe, a pensarci, quelle no, non vanno pių molto bene ora, e d'altra parte son trentatre adesso, eddai, ne mancan solo nove Carlo, un'inezia, coraggio, ormai lo sai che la finisci, e pure con un tempo della madonna, forza!
Siamo al naviglio pavese e guarda un po', questa strada proprio non la conoscevo. Il naviglio lo si discende verso sud per un po', poi lo si risale fino alla Darsena, e accidenti, c'è da salire per qualche metro in testa al naviglio, maddai Carlo, forza, la prossima fermata è al rifornimento dei 35km, coraggio, dieci minuti e ci sei! Avanti!

Ma no. All'improvviso, davvero, non ce la faccio pių. E non è la testa, né i polmoni. Son le gambe. Le gambe mi stanno abbandonando di colpo. Noddài Carlo, avanti perdìo, fino al rifornimento dei trentacinque, coraggio!!
Niente. E' un istante. Due crampi, uno per gamba, mi salgono improvvisamente dalle ginocchia e mi falciano i quadricipiti, bloccandomi del tutto. Sono fermo in mezzo alla strada, quasi in fondo alla Darsena a due passi dal cartello dei 34km. Lascio passare qualche concorrente, provo a fare due passi, ma non riesco praticamente nemmeno a camminare. Non mi resta che appoggiarmi ad un lampione e provare a fare stretching per qualche minuto.

Poi riparto. E a fatica arrivo al rifornimento del trentacinquesimo. Dove mi fermo nuovamente.
Spicchi d'arancia, acqua. Questa volta ne bevo mezzo litro. Poi riprendo, ma cammino per un po', vado avanti così per qualche centinaio di metri. E intanto il cronometro ha ripreso a correre, lui.

Da qui in avanti è un calvario. Gambe e ginocchia completamente andate, praticamente impossibile correre per pių di qualche centinaio di metri alla volta. Alterno, come del resto avevo previsto: un po' corricchio, un po' cammino, ogni tanto devo appoggiarmi da qualche parte e fare stretching, ma ormai sono al trentasettesimo, non esiste proprio mollare adesso. E poi il cronometro mi dà ancora ragione, se resisto potrei incredibilmente arrivare ancora sotto alle quattro ore. Pazzesco. Significa che fino al trentesimo sono davvero andato ben oltre ogni mia pių rosea aspettativa.
Prima della fiera mi raggiungono i pacer delle quattro ore. Io sto camminando. Uno di loro mi ìncita ad agganciarmi al gruppo. E' il mio ultimo treno per cercare di star sotto alla soglia sognata, devo provarci. Ma non ci riesco, le gambe non rispondono proprio, e devo riprendere a camminare. Poi ancora corsetta. Poi fermo. Poi cammino. Poi corsetta. Poi fermo. E via così.

Trentotto, trentanove. Corso Sempione, di nuovo. Ho chiuso l'anello di Milano. Ero qui due ore fa con venti chilometri in meno nelle gambe. In fondo, l'Arco della Pace. Ancora band che suonano. Raccolgo le mie ultime forze. Fra un po' scattano le quattro ore. Mi brucia ora, accidenti, mi brucia non esserci riuscito. Ieri sembrava un sogno, ma dopo quello che ho fatto oggi fino al trentesimo adesso mi brucia davvero un po'. Ma mi riprendo subito: la verità è che ieri me lo sognavo questo tempo, altroché. Sono stato bravo. E adesso su, avanti Carlo, metti insieme 'sti ultimi due chilometri fino al Castello. Coraggio!

Giro dell'Arena. Quarantunesimo. Quasi mi accascio davanti a un fotografo. Bevo tutto quello che mi è rimasto, sono sali. E poi la verità è che per la solita questione dei punti di corda ho accumulato quasi un chilometro in pių di distanza. Alla fine, al traguardo, ne avrò percorsi pių di quarantatre. Il che significa, gps alla mano, che in realtà nelle quattro ore, sulla distanza reale della maratona, ci sono praticamente stato, anche se non conta :-)

Il traguardo lo taglio fra due vere ali di folla che applaude ancora tutti quelli che arrivano. Lo passo, fra l'altro, insieme ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Il cronometro segna 4h08'. Eccezionale, comunque, per me. Anche se ho impiegato un'ora e mezza per fare gli ultimi dodici chilometri.
Passo sotto all'arco del traguardo con un groppo in gola. L'emozione è fortissima, una delle pių grandi della mia vita, sicuramente. Mi trattengo un po' a stento. Mi mettono al collo la medaglia dei finisher, un telo di alluminio attorno alle spalle per riscaldarmi. Non ho uno specchio ma penso di essere piuttosto stravolto. Afferro un paio di bottiglie d'acqua, una di integratore, do qualche morso ad una mela. Poi mi accascio su un prato sotto alle mura del Castello, sfinito. Felice come non mai. Sono un maratoneta. Ce l'ho fatta.

E' stupido, lo so. Lo è sicuramente per chi corre decine di maratone abitualmente. Lo è probabilmente anche per quel signore di oltre settant'anni che mi ha letteralmente tirato, incitato, trascinato ed aspettato per gli ultimi chilometri. Eppure non la misuro, la mia felicità. Cosa ti ammazza quando sei riuscito a correre per quarantadue chilometri?

In realtà io lo so bene: la mia è un'emozione che è perfettamente comprensibile proprio a quel signore ed agli altri tremila che han tagliato il traguardo, quanto probabilmente è inspiegabile invece a chi non l'ha provata o a chi non ha mai provato l'emozione di inseguire un sogno per anni, accanircisi e infine realizzarlo.
Io l'ho fatto, una volta di pių.

Correre una maratona era un sogno nascosto che avevo nel cassetto fin da ragazzo, ma davvero non credevo sarebbe mai stato nelle mie corde. Ero un velocista io, per il mezzofondo proprio non ero tagliato. E poi la vita mi ha portato in altre direzioni.
Due anni fa pesavo quasi ottantaquattro chili. Non facevo sport da anni ed anni, tranne andare a sciare saltuariamente. Ero spezzato dal mal di schiena, curvo, avevo smesso di fumare da poco, la mia alimentazione faceva schifo. E quando sono sceso in strada quella sera di gennaio del 2008 non pensavo davvero che mai sarei arrivato qui oggi. Non ci credevo.
Ho imparato strada - è il caso di dirlo - facendo. Partendo da piccoli obiettivi, che è un metodo che davvero non è nella mia natura. Un passo alla volta. Senza voler strafare, con curiosità, qualche sacrificio e un briciolo di pazienza. C'è un abisso fra il Carlo di oggi e quello di due anni fa. E non è fatto solo di quei dodici chili che ho lasciato indietro.

In questi due anni è cambiato tutto. E' cambiata drasticamente la mia vita, è cambiato un mondo. Passare sotto a quell'arco è stato davvero importante per me. E' stato come rinascere, dimostrare a me stesso che quello che sono, che la mia volontà di inseguire i miei sogni, di saperli realizzare, è ancora intatta. E' tutta lì.

E allora la domanda è la stessa di un anno fa: ce ne saranno ancora? Be', che diamine. Ci potete giurare. Così come ho mantenuto la promessa di un anno fa, questo è solo l'inizio! Intanto ci sarebbe Ginevra il 9 maggio. C'è poi da scendere sotto alle quattro ore, anzi, da puntare alle tre e mezza, ché le potenzialità ci sono eccome! Ci sono poi Berlino, Roma, Londra, New York naturalmente, magari nel 2011.
E c'è la Monza-Resegone e le corse in salita, e ci sono i grandi trail del deserto. C'è da entrare nel Club dei Nobili. Chi lo sa qual è il limite verso il quale spingersi, fin dove e quando andare avanti? Quel che conta è semplicemente la voglia di migliorarsi, di alzare l'asticella, di inventarsi nuovi progetti e di divertirsi, soprattutto. Fin quando ci saranno queste cose si può continuare.
Quando dovessi all'improvviso rendermi conto che non ne ho pių voglia, fine della storia, e quel che sarà fatto a quel punto sarà fatto. Fosse anche domani, alzandomi dal letto tutto rotto chiedendomi chi me lo fa fare di andare avanti.

C'è, innanzitutto e fra l'altro, sempre quel vecchio sogno, sempre lui, che mi insegue da una vita. Adesso pių che mai so che ce la potrei fare, anche quello. Si tratta solo di crederci e di darci dentro. Come al solito, del resto. E dunque...

01.26 del 13 Aprile 2010  
 
2 commenti pubblicati
Complimenti!!!! Bravo!
L'ha detto Massimo, 13 aprile 2010 alle 17.23
Accidenti, bravissimo!!!
Io sabato scorso ero ad Alagna e alla fine della giornata le mie gambe erano cosi' stanche che a fare il Col d'Olen e tutto il rientro fino al paese (neve squagliata) saro' caduta 7 volte, mannaggia... altro che 42km, io morirei gia' al secondo...
L'ha detto Lara, 14 aprile 2010 alle 09.35


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