Orizzontintorno Carlo Paschetto
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27 Tovshin 2 approx. only
MAG Amarcord, Web e tecnologia
Da qualche mese, con l'aiuto di un amico che ne capisce un bel po' più di me, sto lavorando a un'idea che galleggiava latente da queste parti da almeno un paio d'anni, e niente, non è ancora il momento di parlarne, ma per ragioni connesse sto trascorrendo parecchie nottate a studiare e a trafficare con il kml nelle sue varie release, a smanettare con Google Earth, Google Map e QuikMaps (no, non mi sono dimenticato la c, si scrive proprio così) e a rompermi la testa nel tentativo di far dialogare in modo coerente le tre applicazioni, apparentemente tutte fondate sulle api di Google Map, ma che in realtà si amano come baschi, andalusi e catalani.
Alla faccia, al solito, degli standard web duepuntosailcavolo.

Comunque.

Il web duepuntosailcavolo, la geolocalizzazione for dummies e tutte queste belle app, tanto per dirla alla Steve Jobs, nel 2002 non c'erano. Peraltro eravamo appena all'alba dell'era dei weblog, avere un telefonino umts non era un'opzione e già era un miracolo se il tuo triband, che avevi pagato una fortuna, ti permetteva di chiamare casa - ad esempio - da almeno un decimo dei Paesi dell'Asia. Per dire: non potevi farlo dalla Mongolia, dal Nepal, dagli Stati dell'Asia Centrale, da buona parte della Cina, dall'Iran, da mezza Indocina, eccetera, e se non sbaglio anche chiamare dalla Russia non era così scontato.

Apro parentesi utile al contesto: uno dei miei film preferiti in assoluto è Until the end of the world di Wenders (Wenders è il mio guru, sappiatelo), che è del 1991, mica del dopoguerra dunque, ed è ambientato nel 1999. In una delle scene più evocative Claire è in viaggio sulla Transiberiana. Dal finestrino del treno fotografa il paesaggio con il suo telefonino e lo usa per mandare le foto appena scattate a Trevor, che riceve le foto a casa sul suo computer.
Ehi: quella era fantascienza, capito? 1991.

Tu eri al cinema e ti dicevi guarda che figata, ma t'immagini?
Per un viaggiatore come me era un sogno.

Solo un anno prima mi ero laureato facendo una tesi al C.N.R. sulla georeferenziazione delle immagini da satellite e sviluppando algoritmi in grado (in grado si fa per dire, perché non ci riuscivano quasi mai) di allinearle alle foto aeree ed alle carte geografiche della medesima zona.
Lavoravo su immagini di cinquecento pixel di lato - per inciso, un'enormità all'epoca. Uno dei miei algoritmi contrastava l'immagine per estrarre i contorni degli oggetti. Sapete quella cosa che oggi fate in un nanosecondo su immagini che pesano decine di megabyte utilizzando il vostro amato Photoshop, no? Ecco, appunto.
Io usavo un 386 con due monitor, uno dei quali dotato di una futuristica scheda Matrox. Lanciavo l'algoritmo al venerdì sera, prima di andare a casa, e tornavo il lunedì a controllare il risultato, sperando che il programma avesse terminato e, soprattutto, che non fosse crashato.
Cinquecento pixel di lato. Otto bit di profondità, banda singola. No erregibì-sedicimilionidicolori. 1990.

E in laboratorio si fantasticava. C'immaginavamo le applicazioni del futuro: pensa avere un computer che è in grado di capire dove sei e ti indica la strada giusta. Seee, ciao, fra cent'anni forse (io son sempre quello che di fronte al primo browser della storia, nel 1992, sentenziò 'sta roba non serve a una mazza, non avrà mai alcuna diffusione su larga scala) (capisci anche perché vent'anni dopo io mi arrabatti con Powerpoint ed Excel per mettere insieme il pranzo con la cena mentre alcuni miei coetanei di Silicon Valley si soffiano il naso nei biglietti da mille dollari) (e perché a me tocchi andare in giro vestito come un pinguino anche con quaranta gradi all'ombra mentre nel guardaroba di Steve Jobs ci siano solo polo nere).

Lo sapete che non è di questo che volevo parlare, vero? Mi son perso come al solito. Del resto perdersi è un po' l'argomento di questo post (a proposito: l'altro giorno mi è capitato di prendere la metro in direzione contraria a quella dove dovevo andare. A Milano. La cui metro frequento da quarant'anni e nella quale a cinque anni mi divertivo a imparare le stazioni a memoria con mia nonna. In pieno centro. Ho bisogno di una vacanza. Ma molto, molto lontano).

Rewind: dunque, vi dicevo. Queste settimane sto facendo 'sto lavoro con Google Map eccetera, e in effetti il fatto che nel 2002 questa roba non ci fosse è proprio il punto della questione.
Nel 2002, durante i sei mesi di Asia Overland, ci è capitato spesso di sapere benissimo dove dovessimo andare e quale fosse il nostro obiettivo, ma di non avere la minima idea di dove ci trovassimo o di quale fosse la strada per andare da A a B, ammesso che strada ci fosse.

Se vi pare strano, provate ad immaginarvi di essere in Mongolia, in mezzo al Gobi, senza carta geografica né gps, affidati unicamente all'esperienza della vostra guida che, per inciso, si orienta con il sole e con le indicazioni tracciate sulla sabbia dai nomadi incontrati occasionalmente qua e là in mezzo al deserto. Tanto per dire.
O, chessò, di dover attraversare la Cina occidentale e il deserto del Taklamakan, per cui sapete bene di essere, ora, nella leggendaria oasi di Turpan, riuscite più o meno a collocarla sull'atlante nel posto giusto e avete anche un'idea piuttosto chiara del fatto che il vosto obiettivo sia Kashgar, dall'altra parte del deserto, suppergiù duemila chilometri di nulla a sudovest. Dopodiché a vostra disposizione avete una carta stradale scritta solo in cinese, un autista cinese che quel deserto non lo ha mai attraversato ed una guida cinese che non si è mai mossa da casa propria. Entrambi, inutile dirlo, non parlano altro che non sia cinese, puro han nella fattispecie. In una regione grande come mezza Europa la cui popolazione parla invece uyghuro e scrive in arabo. Eccapirài.

Siccome siete bravini e avete una certa esperienza nel viaggiare in culo al mondo, eppoi siete in giro per l'Asia ormai da quattro mesi consecutivi, la prima sera della vostra traversata riuscite a capire che il paese dove fate sosta si chiama Luntai. Forse. E comunque questo è quello che annotate sul vostro diario.
E siccome avete preso anche nota dei chilometri percorsi tenendo d'occhio il cruscotto dell'auto, sapete che vi trovate circa seicento chilometri ad ovest di Turpan, ai margini settentrionali del Taklamakan, e che domani mattina dovrete puntare decisamente a sud.

Poi, cambio scena. Qualche mese dopo siete a Milano e avete sulle ginocchia il vostro bell'atlante De Agostini scritto in Italiano.
E mo' adesso provate a tracciare esattamente quale sia stata la vostra rotta attraverso i deserti della Cina Occidentale, fra Turpan e Kashgar, e a piazzare una bella X proprio su Luntai. A trovarla. Ammesso si chiamasse davvero così, poi. Perché quella era scritta in cinese e voi adesso la state perlomeno cercando trascritta in alfabeto latino.
Potrei farvi decine di esempi analoghi.

Così, fino ad oggi, parecchie tratte del nostro Asia Overland erano state tracciate - anche qui su Orizzontintorno - in modo parecchio sommario, per non dire che la toponomastica di alcuni dei luoghi citati nel diario di viaggio e nelle mappe degli itinerari, dove facemmo sosta o dai quali transitammo, è quantomeno approssimativa e basata sul mio diario.
Località tipo Dundgobi camp, Gobi centrale, che poi vattelapesca se davvero si chiamassero così: questo era quello che avevo capito cercando di traslitterale nel modo più preciso possibile i suoni gutturali della nostra guida mongola, o fidandomi delle località scritte in cirillico (versione mongola) che mi indicava sulla sua cartina, detto che nemmeno lui era certissimo del fatto che ci trovassimo esattamente in un certo punto in un dato momento. Di fatto, dove davvero fossimo e di come si chiamasse il luogo di turno, spesso avevamo un'idea molto molto vaga. Né riuscii in seguito, nei mesi seguenti, a ricostruire con precisione percorsi e località.

Fino ad oggi.

Ché uno dei risultati di questo lavoro che sto portando avanti è stato proprio la ricostruzione, il più fedele possibile, dell'itinerario da noi seguito durante Asia Overland 2002.
Ci sono riuscito usando pesantemente - e non avete idea quanto - sia Google che le foto da satellite di Google Map per confrontare alcuni luoghi con le mie fotografie e georeferenziare a colpi di coordinate gps i punti cardine precisi della nostra lunga rotta.

Così, riprendendo l'esempio di Dundgobi, scopro oggi su Google fra le pochissime citazioni riconducibili a ciò che sto cercando (e già il fatto che lo stesso motore di ricerca di Google sia in difficoltà ve la dice lunga su di cosa diavolo stia andando a caccia) che esiste un luogo nel Gobi Centrale a cui due o tre diari di viaggio russi fanno riferimento chiamandolo Dundgovi, e mi viene così in mente che la b e la v, in effetti, in russo e nella trascrizione cirillica si confondono.
Google Map non è in grado di localizzare alcun toponimo simile, ma uno di questi siti russi ne riporta le coordinate gps e così riesco a puntarlo una prima volta.
Solo che quella è una generica località chiamata Dundgobi, o Dundgovi che sia. In effetti noto che la posizione approssimativa è riconducibile al luogo dove probabilmente abbiamo pernotatto noi.
Sul mio diario ho annotato "Campo ger di Dundgobi, circa 30km a sudest di Erdenedalay". Aumentando il fattore di zoom noto che le coordinate gps riportate dal sito russo sono relative ad un punto che è a circa 10km da un villaggio che Google Map etichetta come Erdene, e su un altro sito russo il nome viene indicato come Erdenedalai. Ci siamo.
Adesso si tratta di capire con precisione dove è il campo: trattandosi di un insediamento fisso deve essere ben visibile dal satellite. Mi ci vuole un'ora di paziente ricerca al fattore di zoom massimo possibile, ma alla fine lo trovo: non è 30km a sudest, è 30km a nordest e non c'è dubbio, è lui. Tombola.
Accedo al mio account di Google Map, apro la mia mappa personale della tratta numero 3 di Asia Overland, "Mongolia", con un segnaposto rosso fisso il punto esatto al metro in mezzo al deserto e passo alla ricerca della tappa successiva.
Infine, quando ho segnato con precisione tutte le tappe, provo a collegarle seguendo le flebili tracce delle piste nel deserto, che però sono centinaia e dunque devo affidarmi un po' all'intuito e un po' ai ricordi, anche perché spesso noi stessi non seguimmo alcuna pista ed attraversammo aree completamente vergini.

Così per la Mongolia, per la Cina, per alcune zone dell'Asia Centrale. Ma anche del Tibet, ad esempio.

Siamo stati al campo base dello Shisha Pangma, e fin qui vabbè. Ma dov'è esattamente il campo base dello Shisha Pangma? Perché la verità è che io, fino a qualche giorno fa, non ne avevo la minima idea.
E se questo vi sembra ancora più assurdo, perché in fondo lo Shisha Pangma è uno dei quattordici 8000, è pure uno dei più saliti e dunque su Google si trovano centinaia di diari di spedizioni e di siti web che vi fanno riferimento, be', bravi, benvenuti: provateci.

Il punto è che di campi base, lo Shisha Pangma, ne ha innanzitutto almeno tre, uno per ciascun versante. E a differenza del campo di Dundgobi, in nessuno dei tre vi è alcuna struttura permanente che possa servire come riferimento. Peraltro, nessuna spedizione è solita annotare nelle proprie relazioni le coordinate gps del campo base, né descrivere esattamente la strada per arrivarci.
E sapete perché? Perché viaggiano tutti come noi, ovviamente: "Partiamo da Nyalam [da Tingri, nel nostro caso] ed arriviamo al campo base. Piantiamo la tenda e bla bla bla", e fine della storia (o meglio, inizio del diario della spedizione vera e propria).
Al massimo note su quanto sia bello e difficile il viaggio, e dura la pista fuoristrada di avvicinamento. Dunque, vallo a scoprire dove accidenti è situato effettivamente 'sto campo base, sulla cartina geografica o sull'immagine da satellite. Tutti son capaci di arrivarci, ma peste se a qualcuno è venuto in mente di piazzarci una bella bandierina su una mappa e di pubblicarla poi su internet, o di trascriverne le coordinate gps, o almeno di buttar giù due righe di indicazioni sommarie per arrivarci.

Eggià: perché in realtà tutti noi, sia che siamo due peones italiani dispersi per l'Asia da mesi o spedizioni alpinistiche miliardarie, volenti o nolenti veniamo inesorabilmente accompagnati al campo base dello Shisha Pangma dalle guide autoctone, e le guide autoctone non usano, né certo hanno bisogno, del gps, delle carte e di Google Map. Sanno dove andare e di norma la loro seconda attività non è pubblicare foto ed informazioni su internet, né giocare con Google.
A pensarci, è tutto molto ovvio è stupido, nel senso di normale (per carità, certamente su qualche sito cinese ci sarà ben scritto dov'è 'sto campo base, basta probabilmente saper leggere il mandarino).

Ci sono riuscito, comunque, anche in questo caso.

Ovviamente ho dovuto innanzitutto stabilire quale fosse il versante dal quale ci eravamo arrivati noi e ho "deciso" che non potesse essere altro che quello settentrionale, dal quale parte la via normale di salita.
Il campo base nord è il più lontano dalla montagna e si trova a circa 18km di morene e ghiacciai dal campo base avanzato, dove le spedizioni iniziano effettivamente la salita. Ho letto in giro che è possibile arrivare fino al campo settentrionale in fuoristrada e in più, osservando le immagini da satellite, ho notato un grande lago nelle vicinanze della probabile zona di riferimento. In effetti ricordo che durante il viaggio di avvicinamento al campo base costeggiammo a lungo un lago, lasciandolo alla nostra destra.
A quel punto, zoomando nuovamente al massimo l'immagine, ho notato che in quella direzione è possibile intravvedere una sottilissima pista in mezzo al deserto d'alta quota, che guarda caso passa alla sinistra del lago e termina in un punto che, misurandolo, è a circa diciotto chilometri dall'inizio del grande ghiacciaio che scende dal versante settentiornale dello Shisha Pangma.
Tombola anche in questo caso: lì dove termina la pista, quello è il nostro campo base, e la pista è esattamente il percorso da noi seguito per arrivarci.

E via così: il campo nomade presso il caravanserraglio di Tash Rabat, la yurta al Song Kol, in Kyrgyzstan, il tracciato della strada che collega Mary in Turkmenistan a Mashhad in Iran, l'antica città di Merv nella steppa turkmena, il Torugart Pass, il Karakul, le cave di Bing Ling Si, il campo sugli Altai mongoli.
Ma anche il percorso esatto della Transiberiana e le stazioni sperdute che via via annotai al tempo sul mio diario ad ogni sosta, e la strada verso Shakhrisabz, la toponomastica esatta delle località in Mongolia ed in Cina, il traghetto sul lago Van in Kurdistan, e via fino al ponte sul Danubio fra Ruse in Bulgaria e Giurgiu in Romania.
Metro a metro, oltre trentottomila chilometri ricostruiti passo a passo a distanza di otto anni: come ripercorre di nuovo quello straordinario viaggio, impararlo da capo.
Per accorgersi, ad esempio, che forse 38.000 chilometri - la stima fatta all'epoca sommando tutte le distanze che mi ero annotato via via sui diari di viaggio, giorno per giorno - non sono affatto, perché il satellite e Google non perdonano e ad ogni tappa che fissi ti restituiscono la distanza esatta al metro da quella precedente calcolata lungo il percorso che hai tracciato.

No, non l'ho rifatta la somma con Google Map. Ormai per me quei trentottomila sono un dato acquisito ed archiviato della mia vita, pure definitivamente consegnato alla storia dalla pubblicazione di "Notizie dall'Asia Centrale", per cui non ha alcun senso, per me, ora, andare a riverificare se effettivamente fossero di più o di meno (l'impressione è che siano di meno, comunque, ad intuito più o meno duemila).

Intere nottate trascorse a guardare il mio passato con l'occhio del satellite. Asia Overland, ma anche il deserto del Namib, le distese infinite della Patagonia, la pista che attraversa lo Chott-el-Jerid, il percorso ferroviario delle ferrovie lapponi verso Narvik, la strada verso Port Arthur in Tasmania e il Bac sulla costa occidentale della Nuova Caledonia.
L'inutilità, tutto sommato, di questo stesso lavoro di rimappatura. Di cinquantamila fotografie ordinate negli scaffali della mia libreria. Di centinaia di cartine geografiche accumulate in quei medesimi scaffali.
Internet che fa a pezzi i miei stessi ricordi, che mi corregge i nomi trascritti sui miei diari di viaggio, i percorsi, le distanze. Che mi mette inesorabilmente di fronte al fatto che la maggior parte degli alberghi dove ho dormito in trent'anni di viaggi in giro per il mondo non esiste nemmeno più. Basta passare sui link di Orizzontintorno, nelle schede viaggio: molti di quei link non puntano già più a nulla, si perdono nel vuoto codificato 404. Per quanto Google scolpisca qualunque informazione in modo definitivo all'interno della Rete, dentro internet tutto si crea e tutto si distrugge con la medesima velocità, per qui ciò che è oggi esiste e ciò che era ieri è ormai dato e svanito.

Eppure io ci sono stato in quegli alberghi, ho dormito in quei letti, mi sono seduto ai tavoli di quei ristoranti, e mi ricordo benissimo che il contachilometri della macchina segnava duecento, non centotrenta.
Mi ricordo che quella strada non era asfaltata, anzi, non era nemmeno segnata sui roadmap del deserto, e adesso eccola lì, il numero è quello, così come la segnai sul mio diario. Solo che oggi il satellite me la fa vedere asfaltata.

Così come mi fa vedere il nuovo aeroporto di Calafate, la pista per Zaafrane, le case del Chalten.

E no: secondo Google non esiste alcun ristorante "da Eugenio" al Chalten.

Così chiudo Patagonia 1990. E penso che me ne andrò a dormire.

Tutto sommato, forse, non mi interessa poi così tanto sapere davvero dove sono passato. Quel posto probabilmente o non è mai esistito o non esiste più, tranne che nel mio diario.
03.48 del 27 Maggio 2010  
 
1 commento pubblicato
panta rei
L'ha detto gianni, 27 maggio 2010 alle 18.25


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