Orizzontintorno Carlo Paschetto
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08 1983, 1987, 1988, 1989: binari e binari
LUG Amarcord, Spostamenti
[Questo è un racconto che ho scritto qualche anno fa e che non era ancora stato importato nella nuova versione di Orizzontintorno, non essendoci più nel sito una sezione specifica per appunti generali non legati ad uno specifico viaggio.
Poiché volevo conservarlo, lo salvo qui nel blog.
]

***

Epilogo

L'anno prossimo parto in aereo.

Interrail (quello di una volta)

L'Interrail, una volta, era un libretto. Anche oggi è un libretto, ma fino a qualche anno fa con quel libretto ti compravi infiniti chilometri fatti di binari e stazioni: dal Portogallo alla Polonia, dalla Turchia al Nord Africa, dalla Sicilia a Capo Nord. Costava poco, valeva un mese e ti permetteva accesso e chilometri illimitati su tutta la rete ferroviaria europea, est compreso, Nord Africa e una piccolissima parte della vicina Asia. Era la porta d'ingresso all'avventura per migliaia di giovani di tutto il mondo, purché avessero meno di ventisei anni.
Non avevi bisogno di prenotazioni, né di code in biglietteria, né di conservare i soldi per il biglietto di ritorno a casa. Salivi sul treno a casa tua, scrivevi sul libretto la prossima destinazione e partivi. E via così, di stazione in stazione, di città in città, di frontiera in frontiera.
L'unica cosa che dovevi ricordarti era il giorno di scadenza. E sapere che, coincidenze permettendo, sono sufficienti meno di settantadue ore per attraversare tutto il continente da parte a parte.

Il libretto conteneva dodici pagine bianche a righe, sei righe per pagina. In teoria ti permetteva settantadue tratte, ma era un limite teorico. Se esaurivi il libretto, dovunque ti trovassi, entravi in stazione e te ne davano uno nuovo. Comunque, riuscire a viaggiare tanto da arrivare in fondo ad un libretto era considerato un'impresa. A meno di non vivere per un intero mese su un vagone ferroviario.
Insieme al biglietto ti veniva consegnata una mappa del continente, che riportava in dettaglio tutte (e solo) le linee ferroviarie ed i confini dei Paesi. Ed un orario internazionale dei treni, mai abbastanza dettagliato quanto serviva, ma questo era un particolare secondario.
L'Interrail consentiva inoltre di accedere a molte linee di navigazione gratuitamente, o quanto meno a tariffa scontata.
Così, ad esempio, potevi partire dall'Italia e viaggiare verso Gibilterra, traghettare ed arrivare fino a Marrakesh, trovare che il clima era troppo caldo, risalire in treno e fare un salto in Norvegia, sentire la nostalgia del mare e del caldo e correre in Grecia, magari passando attraverso la cortina di ferro e le capitali dell'est, oppure arrivare sul Bosforo e salutare l'Asia dai finestrini del vagone. Stiamo peraltro parlando di un tempo in cui ancora l'Europa si attraversava con il passaporto, cambiando valuta ad ogni frontiera, e per entrare in parecchi Paesi c'era ancora bisogno del visto.

Il fenomeno, per caratteri particolarmente sensibili, era una vera e propria ferrodipendenza. I sintomi tradizionali, dopo la prima settimana, si manifestavano con un senso di vertigine al momento di scendere dal treno e all'idea di fermarsi per più di dieci minuti in un posto, le notti insonni passate sugli orari ferroviari a studiare coincidenze impossibili. I soggetti colpiti si distinguevano per via delle bandierine attaccate allo zaino. Più erano contagiati, maggiore era il numero di bandierine.
Lo zaino era la casa, il letto un sacco a pelo sempre più sporco. I più fortunati - o i soggetti meno colpiti - viaggiavano anche con la tenda, gli altri dormivano direttamente, sempre e comunque, in treno. Preferibilmente per terra, lungo i corridoi. Ma c'era il vantaggio evidente di risparmiare tempo e denaro, avendo le giornate a disposizione per maratone massacranti in giro per le città e risparmiando su ogni forma di alloggio.
L'alimentazione, naturalmente, era a base di carne tritata e impastata a forma circolare mescolata con carboidrati unti, piatto internazionale più noto come "doppio cheeseburger". A meno di metabolismi particolarmente evoluti, in grado di sintetizzare i famosi tranci di pizza di Stoccolma, o il panettone di Belgrado.

Oggi l'Interrail, sulla base di un accordo fra i Paesi europei, è stato ridimensionato, ed è un peccato.
Io ho fatto quattro Interrail nell'arco di sei anni. E' impossibile raccontare quasi sessantamila chilometri lungo i binari di un continente. E non sto parlando di Paesi, culture, frontiere e città. Sto parlando di treni e di stazioni. Ed è un'altra cosa.

Personaggi

Conosco Marco mentre il treno entra in stazione a Lisbona. Lui arriva da Atene. Via Stoccolma. Non si ferma molto a Lisbona, vuole ripartire domani sera, per Berlino. Gli mancano otto giorni di Interrail e non ha ancora finito il secondo - secondo - libretto. Praticamente negli ultimi ventidue giorni ha vissuto dentro un vagone ferroviario.
Quattro giorni dopo lo incontro di nuovo, a Barcellona. Ci ha ripensato, è un po' stanco. E' stato solo a Madrid.

Detlef lo incontro a Copenhagen. Sono al secondo giorno del mio terzo Interrail. Ripasso dal campeggio di Copenhagen tre settimane dopo. E incontro di nuovo Detlef. Si è innamorato di una ragazza danese e non si è più mosso. Considerato il prezzo di un biglietto Amburgo - Copenhagen, questo viaggio gli è costato circa tre volte tanto.

Alessandro e Luca li conosco a Narvik, Norvegia settentrionale. Li ritrovo a Bøden dieci giorni dopo, Svezia. Li incontro di nuovo a Helsinki su un autobus. E poi ancora ad Amburgo, ad Amsterdam e a Zurigo. Abbiamo deciso di prendere il treno insieme per Milano, si va a cena a casa di Alessandro.

Il treno

Alcune cose difficili da fare in treno (ma non impossibili): scrivere, cucire bandierine colorate sullo zaino, lavarsi i denti, cucinare, cambiare valuta, spedire cartoline, ritirarsi in intimità con il proprio partner, dormire nei corridoi (molto meglio le griglie portabagagli), mettersi e togliersi le lenti a contatto, ritrovare la lente a contatto caduta per terra inavvertitamente, attraversare frontiere di notte senza essere svegliati, disfare lo zaino alla ricerca del libro che avete lasciato in fondo, partecipare a giochi da tavolo particolarmente complessi e strategici, conquistare la ragazza seduta di fianco a voi, soprattutto se è straniera, trovare il controllore quando serve, evitare il controllore quando serve, ottenere informazioni aggiornate dal controllore sulle coincidenze, sugli orari, sui ritardi, sui servizi, liberarvi del solito attaccabottoni, tornare in possesso di qualunque oggetto abbiate prestato, non essere mai coinvolto in discussioni che riguardano il calcio, riuscire a completare tutto il viaggio senza che qualcuno vi scrocchi una sigaretta.

Fotografie: 1987, Amburgo

Ad Amburgo, comunque, si cambia treno. Ci sono due stazioni ad Amburgo, Hamburg Hautbanhöf ed Hamburg Altona. Mentre il treno entra ad Amburgo decido rapidamente di proseguire fino al terminal di Altona, invece di scendere alla stazione centrale.
Arrivo la sera tardi, come quasi sempre quando si arriva ad Amburgo proveniendo da città europee distanti. Devo prendere la coincidenza per Copenhagen. E' un treno classico per gli interrailer, Amburgo come nodo di scambio fra le rotte verso nord e quelle verso sud. Non faccio a tempo a comprare qualcosa da bere, non importa, ci penserò durante la sosta ad Hamburg Hautbanhöf, là il treno ferma almeno mezz'ora.

Il convoglio si muove, lascia un'Altona deserta, spettrale quasi. I vagoni sono completamente vuoti, e mi impossesso di uno scompartimento intero, sparpagliando zaino, sacco a pelo per la notte, maglione. E' strano, una volta erano molti i ragazzi che viaggiavano di notte dalla Germania verso Copenhagen, gli orari sono perfetti, partenza alla sera tardi ed arrivo in Danimarca all'alba, si dorme in treno e si risparmiano soldi.

Dieci minuti dopo entriamo ad Hamburg Hautbanhöf. L'inferno. Il treno si ferma fra le ali di una folla sterminata. Migliaia di ragazzi, di zaini, di sacchi a pelo, assaltano letteralmente il treno entrando dalle porte, dai finestrini, da non so dove.
Chiudo rapidamente le tende e la porta dello scompartimento e spengo la luce, mi infilo nel sacco a pelo e mi stendo attraverso tutto lo scompartimento, facendo finta di dormire. La mandria di bufali irrompe sul mio vagone. La porta si apre una volta, un vichingo di due metri infila la testa, si guarda in giro e se ne va. Una seconda volta, altre persone, stessa scena. Inizio ingenuamente a sperare.
La terza volta si rompono gli argini, irrompono due, tre, cinque, dieci zaini dentro il mio scompartimento, vengo calpestato, spostato di peso, travolto, schiacciato da una folla accaldata e inferocita. Finisco sdraiato in alto sulla griglia portavalige con il mio sacco a pelo, le radio a tutto volume, odore di panini stantii, di birra, fumo. Temperatura che di colpo diventa elevatissima. Mi ricordo all'improvviso che non ho niente da bere, ma è impossibile muoversi dalla mia posizione, e del resto se abbandonassi il mio loculo sarebbe per me impossibile risalire su questo treno ormai. La sete diventa quindi insostenibile.
Una ragazza di fronte a me apre lattine di birra a raffica, io ho quasi le allucinazioni. Il controllore non prova neanche a chiedere i biglietti, è già un miracolo che riesca a procedere in questo oceano in tempesta di sacchi a pelo, corpi e zaini ammucchiati fino a riempire ogni spazio disponibile. Del resto è inutile. E' questo il popolo dell'Interrail, sono tutti interrailer, non c'è dubbio.

Ciò che il treno riversa sulle banchine di Copenhagen il giorno dopo non ha niente di umano. E' come se i vagoni esplodessero, eruttassero, rigurgitando brandelli di umanità cosmpolita, miliardi di frammenti roventi di chilometri e binari, ore di inscatolamento forzato attraverso due nazioni e un braccio di mare.
Eppure, che io sappia, proprio non c'è altro modo, almeno altrettanto rapido. La rotta per il nord, comunque, passa attraverso Hautbanhöf, Amburgo. Non c'è interrailer che non lo sappia. Purtroppo.

Fotografie: 1988, Lisbona

- Marjuana? Hashish? Cocaine?

Folla.

- Ola, italiano, marjuana, hashish?

Folla, folla.

- Italiano? Hashish, hashish?

Gente, caos, rumore, traffico. Lisbona Centrale, mattina presto, zaino proveniente da Madrid, binario undici.

Tramonto, tavolino all'aperto, vicolo stretto, lieve brezza atlantica.
Fado in sottofondo. Bicchiere di Porto. Silenzio.
Un tram che si arrampica su per la strada, panni stesi da un palazzo all'altro.
Un vecchio oste portoghese che mi insegna il rumore di Lisbona, Barrio antico, città vecchia.

Fotografie: 1988, Gibilterra

Il treno si ferma a El Indiana. Il nome rappresenta perfettamente il luogo che l'immaginazione gli associa. Non si può fare a meno di chiedersi perché si fermi proprio a El Indiana. Non sale nessuno, non scende nessuno, e del resto chi mai potrebbe salire o scendere in mezzo al nulla? Non a caso in questi posti giravano gli spaghetti western, siamo nell'estremo sud della Spagna.
Un paio d'ore ancora e la ferrovia finisce. Ad Algeciras. Che non è Spagna, non è neanche Marocco, non capisci bene cosa sia, l'atmosfera, comunque, è davvero da frontiera. Una frontiera fra due civiltà.

Ad Algeciras devi prendere un autobus. Ci vogliono forse due ore e l'autobus ti scarica a La Linea. La Linea non è come El Indiana, ma poco ci manca. Almeno c'è un paese.
La Linea, ovviamente, segna la frontiera. Fra Spagna ed Inghilterra. La frontiera si attraversa a piedi, camminando attraverso la pista di un aeroporto. C'è un semaforo, nel caso mentre passate stia decollando un aereo, non si sa mai. Al di là della pista, Inghilterra, Inghilterra davvero, non una copia. Una strana Inghilterra a dire il vero, ci saranno quaranta gradi, ma a parte questo le cabine telefoniche sono proprio loro, rosso londinese, le targhe delle auto sono inglesi, la moneta è la sterlina, ci sono i pub, la gente parla inglese, nelle edicole comprate il Times e naturalmente si guida a sinistra.
Che, ovviamente, è l'aspetto più ridicolo, considerato che a Gibilterra non devono esserci più di venti chilometri di strade.

Fotografie: 1989, Böden

Böden si trova poco sotto il Circolo Polare Artico. A volere essere precisi, alla frontiera fra Svezia e Finlandia, Golfo del Baltico, millecinquecento chilometri da Stoccolma, più o meno la stessa distanza da Helsinki. Se preferite, diciotto ore di treno da Stoccolma, quattordici da Helsinki.
Böden conta circa cinquecento abitanti. Intorno solo foreste e laghi per centinaia di chilometri, tasso di umidità in estate intorno al novanta per cento, temperatura media dieci gradi. Tasso di zanzare lapponi (categoria Jumbo) da saturare l'aria. Luce quasi tutta la notte.

A Böden, se vuoi andare in Finlandia dalla Svezia via ferrovia, devi per forza fermarti. Primo, perché in Finlandia lo scartamento dei binari è uguale a quello russo, più largo di quello europeo. Quindi bisogna cambiare treno. Secondo, perché, per uno strano scherzo del destino, tutti i treni svedesi che arrivano a Böden sono spostati cinque minuti in ritardo sulle partenze dei corrispondenti treni finlandesi che vanno verso Helsinki.
Se inoltre, ad esempio, arrivi a Böden direttamente dalla Norvegia, è certo che stai viaggiando con l'ultimo treno della sera e il primo treno finlandese parte domani all'alba. Risultato: dormi con il sacco a pelo su una panchina della stazione. Ed è fastidioso, credimi.

Così, stendo il sacco a pelo. Luca sta guardando la cartina. Quella che ti danno insieme all'Interrail, brandelli di carta ormai, recuperati in fondo allo zaino. La studia attentamente per un po'. Il nostro obiettivo è Rovaniemi, sul Circolo Polare, il villaggio dedicato a Babbo Natale, circa cinquanta chilometri da Böden in territorio finlandese.
Strattona il mio sacco a pelo: - Ho un'idea per evitare di trascorrere la notte qui in stazione.
- Ah sì? E come? - Mi giro ormai quasi addormentato.
- Semplice, adesso è mezzanotte, c'è un treno che parte proprio fra dieci minuti per Stoccolma, arriva domani alle undici e trenta. Da lì ci possiamo imbarcare per Helsinki, arriviamo alle ventuno, prendiamo il diretto per Rovaniemi ed alle sette di dopodomani siamo arrivati.

Lo guardo.
- Mi stai forse dicendo che mi trovo a Milano, devo andare a Bergamo, ho perso il treno, ma per fortuna ce n'è uno che parte per Palermo, e dunque vado a Palermo, prendo la coincidenza per Venezia ed alla fine arrivo quindi a Bergamo con un ultimo cambio?

Gli strappo la cartina di mano, la uso per asciugare l'umidità depositata sul sacco a pelo, chiudo la cerniera fino al naso, mi giro dall'altra parte e mi addormento.
Sono passati molti anni. A volte, quando mi telefona, insiste nel dire che era una buona idea.

Fotografie: 1988, Bobadilla

Se andate da Lisbona ad Algeciras dovete cambiare treno a Bobadilla. Se invece andate da Granada a Malaga, dovete cambiare treno a Bobadilla. Se poi vi capita di andare da Cordoba a Siviglia, allora dovete cambiare treno a Bobadilla. Naturalmente, se da Madrid andate a Lagos, ricordatevi di cambiare treno a Bobadilla.
Una volta, ad Oslo, ho incontrato uno di Varese. Arrivava da Gibilterra, ed aveva cambiato treno a Bobadilla.

Un particolare: Bobadilla non è segnata - giuro - su alcuna mappa della Spagna, o almeno, per quante io abbia avuto occasione di vederne e per quanto l'abbia cercata non esiste. Eppure io ho cambiato treno a Bobadilla. Quattro volte per l'esattezza.
Bobadilla è più o meno fatta così: c'è una stazione, ci sono diversi binari, centinaia di zaini ammucchiati fra un binario e l'altro, e corpi seminudi di un po' tutte le lingue accatastati fra gli zaini. Si scende da un treno e si sale su un altro. Praticamente in mezzo al deserto. Minimo, d'estate, quaranta gradi all'ombra.

Il Bomba e il Pino una volta hanno perso un treno a Bobadilla. Hanno dovuto aspettare il treno successivo per quattro ore. Allora, spinti dalla curiosità, dal caldo, e dalla noia mortale, hanno compiuto il grande passo. Sono usciti dalla stazione di Bobadilla.
Riporto testualmente la descrizione che mi fece il Bomba, tempo dopo, davanti a un boccale di birra: "La scena era questa. Una piazza sabbiosa, case a cerchio intorno, un pozzo nel mezzo. Niente altro. Nessuno in giro. Mezzogiorno e sole a picco. Non un bar. Non un negozio. Non un telefono. Niente. Io sono seduto all'ombra di una tettoia. Il Pino ha fatto amicizia con un cane randagio, l'unico essere vivente visibile, e gli toglie le zecche con le forbicine per le unghie. Non c'è nessun rumore. Da un momento all'altro mi aspetto che saltino fuori Tex Willer o Ringo. Ma stiamo lì quattro ore, io, il Pino ed il cane. E non cambia niente."

A tutt'oggi, che io sappia, questa è l'unica testimonianza fra milioni di interrailer che sono transitati da Bobadilla.

Fotografie: 1983, Helsinki

Dal mare soffia una piacevole brezza sul parco dell'Esplanade. Luigi è assorto nel suo libro, io ho trovato un giornale italiano. E' tanto che non ne leggo uno, mi tuffo fra le righe curioso di sapere se ci sono novità a casa. E' una bella giornata e la temperatura è assolutamente gradevole.
Dal mercato vicino giungono rumori di folla, odore di pelli appese al sole, pesce, odore del nord. E' strana questa città, per metà sotterranea, scavata, labirintica, preparata al grande freddo invernale, e per metà solare, verde, azzurra di mare, familiare.
E' strana questa città, europea fino al midollo, ma contagiata dall'atmosfera della vicina Russia, mercatini di oggetti sovietici, orologi, cappelli, colbacchi e bamboline, strani treni alla stazione, insegne in cirillico, stelle rosse che viaggiano oltre cortina, che ti portano in poche ore a Leningrado. Leningrado! La senti nell'aria e ti viene una voglia irrefrenabile di andare, di chiedere il visto di ingresso e di avventurarti fuori dalla mappa dell'Interrail.
E' strana questa città, dove i tratti somatici delle persone sono molto diversi da quelli dei vicini di casa svedesi e norvegesi, la lingua locale non ha alcuna parentela con gli idiomi europei ed occidentali ed è assolutamente incomprensibile.

1983, dal treno

Viaggiando di notte, verso il Circolo Polare, estate avanzata. La ferrovia corre esattamente verso nord. Guardo il cielo. A nord, verso l'orizzonte, la nostra direzione, il cielo è chiaro e l'orizzonte è illuminato dal sole. Alle spalle, verso sud, è completamente buio, nero. Ci stiamo avvicinando al sole di mezzanotte.
E' forse lo spettacolo più mozzafiato che abbia mai visto.

1983: un dato di fatto

Mi sono svegliato ad Amsterdam, ho fatto colazione a Bruxelles, ho pranzato a Lussemburgo, ho cenato a Zurigo, ho dormito (in stazione) a Basilea.
TAG: interrail, capo nord
23.30 del 08 Luglio 2010  
2 commenti pubblicati
Mi hai fatto venire nostalgia e un pò di malinconia... sono passati molti anni forse troppi e siamo ancora qui a cercare la nostra strada. (che forse non esiste). Comunque grazie
L'ha detto marco, 9 luglio 2010 alle 10.39
C'è tanta poesia ed emozione in questa frase: << Salivi sul treno a casa tua, scrivevi sul libretto la prossima destinazione e partivi.>>

Mi aveva colpito anni fa, la prima volta che ho letto questo post sul tuo sito, e la riprovo adesso. E la stessa che ancora mi accompagna quando parto per un viaggio.
L'ha detto Massimo, 12 luglio 2010 alle 18.11


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