Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 South Korea/6: Seoul/2
AGO Travel Log: South Korea
Iniziamo col dire che si pronuncia Só(l), o qualcosa di simile, con la "l" finale che di fatto è quasi mangiata e la "ó" chiusissima. Poi scrivetelo un po' come vi pare, Seoul o Seul: qui, come di consueto, si adotta lo standard locale.
Per il resto, del coreano a me è chiarissima una cosa: non ci capisco un tubo, e nemmeno ci provo a pronunciarlo, che è peggio del dialetto khmer.
Ho capito però come scrivono: non è vero che hanno gli ideogrammi come i cinesi, sembra a voi. In realtà utilizzano un normalissimo alfabeto di ventiquattro normalissime lettere, metà delle quali sono vocali derivate dai linguaggi ancestrali dei protonomadi del Gobi, l'altra metà sono consonanti klingon impronunciabili. E' che poi si divertono a scrivere magari due o tre lettere una sopra all'altra, impilandole, o racchiudendole in un quadrato a formare una sillaba, che vuoi mettere come diventa tutto più artistico (e illeggibile, oltre che impronunciabile)?

L'altra premessa d'obbligo è assolutamente soggettiva e, per quanto mi riguarda, di per sé riepilogativa del tutto che poi segue. Per cui, volendo, potete fermarvi anche qua: detto che se mettete un cinese di fianco a un giapponese li distinguete benissimo, se mettete un coreano di fianco a un cinese non ci riuscite ed idem se lo mettete di fianco a un giapponese.
In altre parole, questo viaggio nasce su un'idea sballata che mi ero fatto quattro anni fa in Giappone, ossia che la Corea (del Sud, o più propriamente Repubblica di Corea) fosse un Giappone ancor più portato all'estremo, e di conseguenza i coreani. Da lì il desiderio di venire quaggiù, sulla scia dell'entusiasmante esperienza nel sol levante.
In realtà i coreani sono esattamente il prodotto mescolato di cinesi e giapponesi, e nemmeno saprei dire in che dosi. Dipende un po' dalle angolazioni dalle quali li si vuole osservare. Non è un caso che si trovino esattamente in mezzo e che nel corso dei secoli le abbiano prese un po' da tutti i vicini.

Tecnologicamente ed industrialmente sono giapponesi a tutti gli effetti, e probabilmente anche più competitivi in certi settori. Anche socialmente, nei rapporti interpersonali, sono molto simili ai cugini insulari. Nei comportamenti individuali e somaticamente mi sembrano invece decisamente più prossimi ai cinesi.
Come i cinesi si ciuppano le orribili e maleodoranti minestrine preconfezionate, ma la disponibilità verso lo straniero è quasi pari a quella giapponese, a meno della smaccata piaggeria nipponica che rende spesso palesemente forzata quella medesima disponibilità. Dunque, meglio.
Gli pare però conveniente ruttare in pubblico e talvolta anche sputare, come i cinesi (ma molto meno), ma sono molto più internazionali e cosmopoliti, pur ancora lontani dai giapponesi e per quanto gli stessi giapponesi lo siano più che altro molto in apparenza più che in sostanza.
Di certo, rispetto ai cugini, sono molto più american-fascinated, ma immagino sia dovuto ai differenti trascorsi storici nei rapporti con gli yankee.
Come i giapponesi, infine, giocano a baseball, ma vestono orrendamente come i cinesi.

Tutto questo, naturalmente, potete catalogarlo alla voce informazioni dozzinali, prive di alcun fondamento e basate solo su qualche giorno di osservazioni superficiali.
Ma tant'è.

Io, comunque, in oriente mi sento ormai davvero a casa e mi trovo (quasi) perfettamente a mio agio. Se metto insieme tutte le esperienze vissute negli ultimi anni, ho di fatto accumulato mesi di permanenza in buona parte delle metropoli di questa parte del Globo.
Fra parentesi, l'ultima volta che son stato in viaggio intercontinentale da solo, non per lavoro, è stata se non sbaglio nel '98, che guarda caso fu proprio la mia prima volta in estremo oriente.

Insomma: sono in viaggio su un treno diretto a Busan, seconda città coreana e uno dei porti più grandi del mondo, e ne approfitto per mettere finalmente ordine fra gli appunti e le foto di questi giorni a Seoul.

Vediamo, consulto le mie note. Cose che ho fatto appena arrivato a Seoul: districato fra gli autobus e riuscito a raggiungere l'hotel; comprato abbonamento mezzi pubblici e metro: qualche perplessità di fronte alla macchinetta automatica coreana, che dopo aver studiato per un po' ho affrontato infilando alcune banconote nell'apposita fessura.
Mi aspettavo in cambio una tessera magnetica, come quella che hanno tutti, invece mi ha sparato fuori questa:

Seoul, chiave T

Siccome sono sufficientemente evoluto tecnologicamente, ho fatto la cosa più logica: mi sono avvicinato ai tornelli e ho provato a passare tenendo in mano quell'affare. Ha funzionato. Ottimo. Credo sia una versione della tessera magnetica per bimbiminkia manga coreani, da tenere attaccata al cellulare insieme al pupazzetto di Hello Kitty.

Quindi, depositate le valigie in camera, armato di chiavetta manga, mappa della metro in mano, completamente fuso dal fuso, mi sono fiondato ad affrontare Seoul.
Ho addiritura lasciato la macchina fotografica in camera, ché almeno il primo pomeriggio desideravo solo vagabondare per il centro e godermela, la città. Immergermici, farmi inghiottire e trasportare dalla folla. Sentirmela addosso, Seoul, prima di iniziare l'esplorazione metodica. E son partito con Brian Eno e David Byrne nelle orecchie, ché Strange overtones ci stava proprio bene per farmi cullare nella corrente umana.

Non son durato molto: dopo un paio d'ore di maratona ero bello secco su una panchina a downtown, sotto ad un ombrellone, circondato dalla solita foresta di grattacieli di cristallo ed acciaio. Ci son rimasto fino al tramonto, un po' a dormicchiare, un po' a scrivere, un po' a guardare il passaggio, finché Seoul non ha iniziato ad accendersi tutta, dal basso verso l'alto, e a riflettersi nel cielo nuvoloso.
Poi, in compagnia di Al Stewart, mi son messo per vicoli a caccia di un posto dove cenare, ingannando il fuso orario.

Per le strade di Seoul si fa fatica a vederne, di occidentali. Li conti sulle dita delle mani. Soprattutto, quei pochi giovani bianchi che vedi son quasi tutti per mano ad una ragazza coreana. Non han la faccia di averla trovata lì: sembrano piuttosto europei che con una coreana ci si sono fidanzati a casa loro, e la tipa adesso li sta portando a visitare il proprio luogo d'origine. O forse mi sembrano a me. Mah.
L'altra cosa che noti è l'incredibile quantità di tavolate di sole donne la sera al ristorante, come a Warszawa. Addirittura sono in numero maggiore degli uomini, che comunque son viceversa sempre accoppiati, al massimo con un amico. Non mi risulta però che, come in Polonia, anche qui gli uomini siano tutti emigrati in Germania a lavorare. Mah, reloaded.

In generale, per Seoul vale quello che ho detto del mio approccio con i sudcoreani: prendete Tokyo e Beijing, aggiungetegli un po' di Bangkok, buttate tutto in un frullatore ed eccovi Seoul.
Se conoscete le tre capitali di cui sopra, Seoul non vi riserverà alcuna sorpresa, salvo proprio il fatto di ritrovarvici perfettamente ad ogni semaforo e che ad ogni angolo vi sembri di essere in una a scelta delle tre sorelle asiatiche.
Con Beijing condivide i grandi palazzi imperiali: dovessi proprio proprio dire, a memoria Gyeongbokung e Changdeokgung mi son piaciuti più della Città proibita, ma sono probabilmente condizionato dalla mia radicata antipatia verso la Cina.
Sono cinque i palazzi imperiali di Seoul, e girarli tutti in un paio di giornate con il tipico clima locale estivo è challenging almeno quanto un corso di sopravvivenza nella giungla malese (fatto, anche quello).
Tanto che ci sono vi faccio vedere qualcosa, va'. Anche un po' di tipi strani del posto.

Seoul, Changdeokgung
Seoul, Gyeongbokung
Seoul, Jongmyo
Seoul, Jongmyo
Seoul, Changgyeonggung
Seoul, Changgyeonggung
Seoul, Changdeokgung 1
Seoul, Changdeokgung 2
Seoul, Changdeokgung 3
Seoul, Changdeokgung 4
Seoul, Changdeokgung 5
Seoul, Changdeokgung
Seoul, Unhyeongung
Seoul, Unhyeongung

I palazzi grandi e le piazze d'armi non ve li metto, ché tanto dentro l'obiettivo nemmeno ci stavano (ah, quanto mi manca il mio buon vecchio 24mm), ma ci sono anche quelli.
E i tipi strani, dicevo:

Seoul, costumi 1
Seoul, costumi 2
Seoul, costumi 3
Seoul, costumi 4
Seoul, costumi 5
Seoul, alla corte degli imperatori

Del clima, appunto, ho già detto, e vale anche in questo caso la regola del frullatore: prendete il caldo asfissiante di Tokyo o Bangkok ad agosto, aggiungete lo smog e la foschia di Beijing e benvenuti a Seoul. Piove spesso questi giorni, alterna diluvi universali di mezz'ora con lampi e fulmini a sprazzi di sole e cielo e azzurro, a pioggerellina fastidiosa ed ostinata.
Quando piove, poi, si alza all'improvviso un'umidità atroce che ti si appiccica letteralmente addosso. Avere la t-shirt costantemente fradicia è la regola e a pensarci questo mi ricorda ancor più la Cambogia in periodo monsonico.
Ho avuto un'intuizione geniale a mettere in valigia il piccolo asciugamano verde "da passeggio" che avevo acquistato in Giappone proprio per ragioni analoghe. La differenza è che mentre in Giappone tutti vanno in giro con l'asciugamano al collo, qua sembrano fregarsene. Oppure non sudano, loro (ma non mi sembra).

A dirla proprio tutta, topograficamente la capitale sudocoreana ricorda anche Hong Kong, non fosse altro per il territorio collinare sul quale si estende. La posizione, comunque, non è all'altezza della bellissima ex-colonia britannica (le foto fanno parte dell'orribile set scattato dalla cima del Namsan, di cui avete avuto qui la panoramica d'assaggio).

Seoul, panoramica 1
Seoul, panoramica 2
Seoul, dal monte Namsan: panorama verso sud

Seoul si gira come Tokyo: non ci sono indirizzi, né nomi delle vie, ma con un po' di pratica si prende la mano rapidamente. I punti ed il sistema di riferimento sono piuttosto chiari, la metro è semplice. Tutto sommato, perdersi davvero è impossibile, anche in mezzo ai quartieri hanok, per quanto ci abbia provato.
Ad esempio, nel quartiere di Buckchon.

Seoul, Buckchon 1
Seoul, Buckchon 2
Seoul, Buckchon Hanok village

Ci ho anche provato a chiedere un'indicazione ad un vigile, un mattino. A parte che qui nessuno spiccica una parola una d'inglese, l'ho ovviamente mandato nel panico. Detto che in realtà sapevo quasi esattamente dove mi trovavo e quale fosse la direzione che mi interessava, e volevo più che altro una conferma, ho visto il tutore dell'ordine (stradale) consultarsi prima via radio con almeno tre colleghi e poi - fantastico - tirar fuori di tasca il suo quadernino a quadretti dove si era disegnato a manina, con la penna, tutta la rete stradale del circondario e si era segnato i punti di riferimento.
Ma ve lo vedete, voi, un ghisa col quadernetto in tasca con disegnate a penna Montenapo e Via della Spiga?

Come di mia abitudine, scarpino per chilometri e chilometri. Seoul si presta, è abbastanza a misura di pedone: non nel senso delle distanze, che sono quelle tipiche di una metropoli da quattro milioni di abitanti, pure collinare, ma in termini di viabilità. Il traffico non è particolarmente da incubo e questa sì è una novità in Asia. In compenso la folla per strada è travolgente come di consueto da queste parti, soprattutto nei distretti tipici dello shopping e delle vasche serali.

Seoul, Myeong-dong
Seoul, Myeong-dong

E naturalmente c'è la classica downtown molto cool, molto alta ed alla moda, come in qualunque altra tigre asiatica che si rispetti. Con la caratteristica in più di essere attraversata da una specie di canale, con tanto di cascata, nel quale adulti e bambini si diverton come pazzi a nuotare e sguazzare, soprattutto alla sera.
Dovessi dire, dall'odore che sale a tratti e da alcuni canali che ho visto scaricarvisi dentro, ecco, a me tutta questa voglia di rinfrescarmi lì dentro, nonostante tutto, non è venuta.

Seoul, Gwanhwamun 1
Seoul, Gwanhwamun 2
Seoul, Gwanhwamun 3
Seoul, Gwanhwamun 4
Seoul, Gwanhwamun 5
Seoul, Gwanhwamun 6
Seoul, Gwanghwamun

Le religioni ci son ovviamente tutte, a partire dal buddismo coreano, che trova la sua massima rappresentazione nello Jogye-sa (a proposito, è di lui che scrivevo).

Seoul, Jogyesa
Seoul, Jogye-sa

E infine c'è la gente, ci son le solite bancarelle, i soliti spiedini, i soliti colori che amo e per i quali, tant'è, ritorno sempre da queste parti. In particolare, adoro quelli che fanno i frullati ghiacciati su misura, per strada: sono la mia sola arma di salvezza contro le solite salse e i soliti fritti orientali che mi stanno già facendo a pezzi.

Seoul, gente 1
Seoul, gente 2
Seoul, Jongmyo park
Seoul, Insadong 1
Seoul, Insadong 2
Seoul, Insadong 3
Seoul, Insadong
Seoul, bancarelle 1
Seoul, bancarelle 2
Seoul, street food

E adesso mi metto a scaricare le foto di Busan, che ne ho fatte milioni. Pant, pant.
TAG: seoul, corea del sud
04.24 del 18 Agosto 2010  
 
1 commento pubblicato
Solo un primo piccolo commento: mi mancavano i tuoi viaggi e i tuoi resoconti. Ispirazione per i miei e gioia nel leggerli. Buon viaggio
L'ha detto Marco, 18 agosto 2010 alle 18.50


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