Orizzontintorno Carlo Paschetto
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02 Morire in Mesopotamia
SET Prima pagina
Premessa: non sarò breve, alla faccia di coloro che mi rimproverano di essere prolisso. Se avete tempo da perdere, leggete fino in fondo.

Svolgimento: a volte vorrei cedere alla tentazione di utilizzare questo spazio diversamente, in modo, come dire, più "impegnato". E già mi si riempie la bocca ad utilizzare questa parola. Il fatto è che Orizzontintorno dovrebbe in primo luogo essere, e in effetti è, lo specchio di ciò che noi siamo ed amiamo, il contenitore dei nostri sogni, il catalogo dei temi a noi più cari e la vetrina sulle nostre attività a questi stessi temi legate. Ne ho già discusso, proprio qui, altre volte.
Che a noi piaccia viaggiare, e che i viaggi siano un po' il filo conduttore della nostra esistenza, immagino traspaia eccome. Molto probabilmente è questo il motivo per il quale siete qua e state leggendo. Che il nostro viaggiare sia fatto solo di spostamenti spazio-temporali è invece totalmente riduttivo.

Noi, questo Globo, lo amiamo davvero. Lo teniamo d'occhio e lo studiamo continuamente, anche a casa. Cerchiamo di aggiornarci, di informarci, di coglierne le infinite facce: culture e costumi, geopolitica, demografia, storia. Un bidone senza fondo, pressoché inesauribile.
Emanuela, ad esempio, legge moltissimo, sicuramente molto più di me che fino a un po' di anni fa divoravo a mia volta libri in quantità industriale. Di tomo in tomo, la sua lunghissima pipeline si arricchisce di titoli di viaggiatori e non, di viaggi e non, di sogni, di storie vissute e di grandi classici (quando l'ho vista girare per casa con due chili di Anna Karenina mi sono preoccupato).
Io, al contrario, tendo ormai all'indigestione da informazione appena sfornata. Lascio sempre più i libri in favore dei Media: giornali, Internet, riviste. Sempre meno telegiornali, sempre meno tv: almeno questo, forse, è un fatto positivo. E quando son libri, leggo comunque di viaggi, o di viaggiatori, o saggi legati alle vicende internazionali attuali o passate.
Credo che divorare informazione sia il mio antidoto al non sapermi guadagnare da vivere facendo informazione.

Così, impegnato dicevo, e pesco a caso: Iraq ed Afghanistan. O anche Somalia, Sudan. O ancora Cina, un tema a noi assai "caro". Tutti argomenti sui quali ho opinioni stratificate, eccome, ancorché le rimetta in perenne discussione con me stesso. Vicende che conosco bene, che seguo da anni, che approfondisco attaccandomi a tutte le fonti possibili. C'è anche che, per quanto legga e per quanto metabolizzi informazioni, mi sento sempre ignorante. Temo il confronto, l'inadeguatezza, in qualche modo.
Poi, talvolta, leggo interventi che mi mandano in bestia e allora alzo la mano, perdo la pazienza. Urlacchio la mia cercando di non elevare troppo il tono di voce, ché il chiasso mi dà fastidio, ma subito dopo torno in ultima fila fra i miei appunti e mi estraneo dal caos, dalle polemiche, dalle discussioni infinite, inutili, vuote, spesso prive dell'ingrediente base: la conoscenza di ciò di cui si dibatte. Opinioni (in)fondate sul nulla, o sul sentito dire, o sul passa parola.
Io, invece, temo la mia ignoranza. Potrei discutere per ore utilizzando le mie opinioni, entrare in un forum a caso e blobbarlo di bla bla bla, ma sta di fatto che ogni volta che ne sono tentato mi rimetto in discussione e mi chiedo se ho davvero cognizione di causa. Se c'è una cosa che detesto è ritrovarmi ad essere vacuo tanto quanto quegli stessi interventi e quelle stesse opinioni che mi danno la gastrite.

Impegnato: a volte vorrei trasformare il Giornale di Orizzontintorno in un campo di battaglia. Vorrei buttar qui le mie idee per poi lasciarmi travolgere dai commenti (ai quali, tanto per batter sempre sullo stesso chiodo, ancora non siamo riusciti ad aprire), ammesso che i commenti vengano. Fra parentesi, abbiamo finalmente scoperto che siete quasi tremila al mese, unici, ma vi fate sempre sentire poco, sia pure per e-mail o guest-book.

Vorrei scrivere: sapete che penso, io, della vicenda Baldoni e dell'intervento di Feltri? Sapete che penso, io, dell'Italia in Iraq? Sapete che penso, io, della questione afgana?
Forse, quando avremo risolto la questione dei commenti al blog, e questo spazio sarà infine aperto al pubblico, virerò la rotta del Giornale, almeno per parte mia, verso argomenti a me cari di politica internazionale. A nessun titolo, sia chiaro: sono uno scemo qualunque con opinioni qualunque. Ma se questo sito è lo specchio di chi siamo, io sono anche le mie opinioni di viaggiatore e di navigatore dell'informazione.
D'altro canto, mi chiedo quanto ho voglia di virare e perché farlo. Perché non lasciare che Orizzontintorno sia solo un bel sito di immagini e diari di viaggio. Per aggiungere dell'altro inutile bla bla bla alla Rete? Per ego? Per rispondere ad un bisogno di discussione e confronto che non sono affatto certo di avvertire?

L'unica cosa che so è che quando mi ritrovai un paio di anni fa ad esporre le mie opinioni (parte integrante di Asia Overland) sulla questione cinese, e sui cinesi in generale, bastarono un paio di attacchi frontali a deprimermi e a farmi reagire in modo assolutamente indisponente. Eppure avevo argomenti, eccome. Li trovavo lì sul campo, erano sotto ai miei occhi e ne dibattevo con interlocutori che stavano in tribuna a guardare.
Mi sono però scottato. Difendere un'idea che può apparire scorretta o contro tendenza non è facile. Bisogna anche esserci un po' tagliati, o comunque avere un valido motivo, voglia di discutere e una gran dose di pazienza. A parte la voglia di discutere, delle altre qualità io difetto un po'.
Poi, non c'è nulla da fare: le parole sono fatte apposta per essere travisate e ben che vada c'è sempre il rischio di passare per qualunquisti, o terzisti - posizione che tutto sommato non mi dispiace.

Sta di fatto che io, l'esistenza di Enzo Baldoni, l'ho purtroppo scoperta solo gli scorsi giorni attraverso i quotidiani. Me lo sono letto tutto il suo blog. L'ho pure segnalato su questo sito. Mi sono letto anche tutto quello che aveva scritto e che ho trovato in Rete: Colombia, Timor, Birmania. E ho continuato a navigare, di link in link. Mi sono letto integralmente il blog di Pino Scaccia, che segnalo oggi in home page. Immagino quindi di averne digerito un quid in più della media degli opinionisti che trovo in giro.
Ancora: seguo le vicende irachene da parecchio, come da anni seguo quelle afgane. Mi sono letto quasi l'opera omnia di Ettore Mo, tanto per citare uno a caso.
E, infine, mi sono letto anche gli articoli di Farina e Feltri (che trovate nei commenti qui) pubblicati su Libero.

Ora, detto questo, mi chiedo che accadrebbe se scrivessi che:

a) Quello per Enzo Baldoni è stato un amore a prima vista, riletto anche attraverso gli occhi di Pino Scaccia e di altre testimonianze. A me Baldoni piace (assai tristemente, da postumo). Davvero: umanamente innanzitutto, per come si proponeva e per come scriveva.

b) I concetti espressi da Feltri e Farina su Libero, sui cui toni si può certo discutere, non sono tuttavia a mio avviso del tutto fuori di testa.

L'inviato di guerra è un gran bel ed affascinante mestiere, dove probabilmente una pallottola in zucca la metti in conto. Mi spiego, e consentitemi l'inadeguata metafora: se vado a farmi una scialpinistica, sono certo che tornerò a casa. Però indosso un apparecchio Arva di segnalazione in caso di travolgimento da valanga. E, che possa capitarmi una valanga, lo metto in conto.
"Lo metto in conto" non significa che me ne fotta una sega, che sia un pazzo, o che sia in me un pensiero costante. Significa che so che può accadere e sarei un criminale a non considerare che la possibilità esiste. Quindi, prendo tutte le precauzioni del caso e mi tocco anche le palle.
In tanti anni di attività mi è capitato una volta sola di vedere una valanga e di assistere al soccorso dei travolti. In un altro caso, mi è capitato di trovarmi le gambe bloccate da un inizio di slavina che ha iniziato a scivolarmi sotto: non è stato affatto bello e credo che mi si sia fermato il cuore per un secondo. Certo sono diventato di gelatina.
Però a sciare sono tornato la domenica successiva.
Se dunque fai l'inviato di guerra sai già il ginepraio (eufemismo) nel quale andrai ad infilarti. E prendi, immagino, tutte le precauzioni del caso.
Se ti dicono che quella domenica il rischio valanga è 5, su una scala da 1 a 5, puoi fare due cose: startene a casa con moglie e figli, o andare lo stesso a farti la tua uscita. Ma attenzione ai termini: se esci non sei un eroe, sei uno che ama la montagna. Hai tutto il diritto di amarla e di farti la tua uscita, ma quello che io ne leggo è che la montagna ti tira più della tua famiglia.
Non è un giudizio, chiaro? E' solo un modo di vivere e ognuno si sceglie il proprio, a maggior ragione laddove vi sia sostanzialmente il sostegno morale della propria famiglia. Non è giusto o sbagliato: è giusto che ognuno viva la propria vita secondo coscienza.

Baldoni scrive: "[...] ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".
E ancora: "Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me".

Ora, intitola Libero: "Voleva vacanze col brivido, è stato accontentato" (mi manca il riferimento, ma il titolo mi sembra fosse esattamente questo). Attacco durissimo.
Ho letto entrambi gli articoli incriminati a firma di Farina (25 agosto) e Feltri (26 agosto). Si può ampiamente discutere della volgarità e dell'opportunità dei toni, non foss'altro perché dare del pirlacchione ad uno che rischia la testa in mano a dei terroristi, per qualunque ragione la stia rischiando, è semplicemente indice della tristezza intellettuale di chi esprime il giudizio e di una buona fetta della nostra cultura odierna.
Ma, ciò detto, le opinioni espresse da Libero hanno assoluto diritto di cittadinanza. Valgono più di quelle dei molti detrattori che parlano, o scrivono, a vanvera, semplicemente sulla scia emotiva indotta dallo schieramento politico di appartenenza e che fanno di Baldoni, ora, una bandiera, laddove prima facevano di Cupertino e soci dei mercenari fascisti.

Per carità, se volete che mi schieri lo faccio: sono dalla parte dell'informazione libera ed indipendente. Per quanto mi riguarda l'informazione pura è l'evelina. Poi, ad ognuno la propria interpretazione. E di seguito, gli interpreti degli interpretatori, in questo caso Farina e Feltri. Con le loro opinioni.
Sta di fatto che se i due scrivono che Baldoni avrebbe fatto meglio a starsene a casa con moglie e figli invece di andare a lasciar la pelle in Iraq, per quanto quella stessa moglie e quegli stessi figli possano sostenere tuttora pubblicamente le scelte di vita del padre/marito che è mancato loro, non credo di andare molto lontano dalla verità immaginando che dentro di sé vorrebbero con tutte le loro forze la stessa cosa incautamente gridata con toni insostenibili dalla coppia Feltri/Farina: che il giornalista se ne fosse rimasto a casa invece di lanciarsi in quella sciagurata avventura.

Perché, c'è poco da fare: è stata un'avventura sciagurata. Da qualunque punto di vista la si voglia leggere. I fatti sono che Baldoni è partito per una terra dove oggi nessuno, *nessuno*, può scommettere con sicurezza sulla propria pelle. Dove, che tu ci vada per missione, per soldi, per sete di conoscenza, per sfida, per motivi umanitari, non puoi essere affatto certo di tornare a casa con le tue gambe. Nemmeno se ti fai venti giorni nella piscina del Palestine.
I fatti sono che Baldoni ci ha lasciato la pelle e il suo culo, questa volta, non l'ha salvato. I fatti sono che Baldoni, che lo si voglia ammettere o meno, una bella dose di incoscienza e sopravvalutazione del proprio culo, come lo chiamava lui, ce le ha messe tutte. Sia detto: io rispetto moltissimo coloro capaci di interpretare la vita con quella dose di incoscienza necessaria alle grandi imprese, ma di incoscienza si tratta.
Del resto, ogni impresa passa sul filo del non ritorno. Volo pindarico: se Colombo ci avesse lasciato le penne, l'America l'avrebbe scoperta qualcun altro e lui sarebbe passato alla storia come un navigatore pirla.

Baldoni aveva tutto il diritto di giocarsela la propria pellaccia in Iraq, e ha pure la mia stima - ahimé postuma - per questo. Ma certo non era indispensabile che andasse laggiù.
Anche Gino Strada ha moglie e figlia. Anche lui vive da tempo sotto le bombe. Mi sia consentito pensare che forse - e ripeto, forse - le motivazioni alla base di Strada, come quelle che sono alla base di qualunque professionista della Croce Rossa, siano un po' più "nobili" ed eticamente irrinunciabili rispetto a quelle che hanno spinto Baldoni a lasciare la famiglia per incontrare il proprio destino sulla strada per Baghdad. Lo scrivo anche con tutto il rispetto che provo per gente come Pino Scaccia e in generale per tutti gli inviati di guerra. Ricordo che Ettore Mo è citato (a nome di tutti coloro che praticano questa professione) fra i nostri "viaggiatori" simbolo.

L'informazione è uno dei beni più preziosi della nostra civiltà contemporanea e la circolazione dell'informazione è possibile anche grazie a personaggi come Enzo Baldoni. Dirò di più: i valori stessi della democrazia sono possibili grazie a ciò, poiché informazione libera è sinonimo stesso di democrazia. Ma anche opinione libera ne è sinonimo in maniera analoga. E, peraltro, anche io ho in testa il dubbio che la scelta di sostenere una famiglia, e soprattutto di crescere dei figli, sia in netta contrapposizione con la volontà di andare a cercar guai in Iraq, soprattutto se cercar guai in Iraq non è ciò che ti dà da vivere e che ti permette di crescerli i figli, ma è solo una passione, per quanto grande essa sia.

Lo scrivo ancora una volta: penso questo pur con tutta la stima che ho per il lavoro di Baldoni e per la sua persona (stima peraltro costruita in una settimana, sulla base soltanto di quello che ha scritto) e ritengo ignobili i toni usati da Libero. Ma rispetto l'opinione di Feltri e, a tratti, trovo che il dibattito che voleva evidentemente sollevare abbia la sua ragion d'essere.

E' tempo di caccia alle streghe, e mi fa paura. Non mi erano affatto simpatici i nostri quattro connazionali presi in ostaggio, ma ancor meno mi è piaciuta la strumentalizzazione politica che della vicenda è stata fatta e che adesso, tant'è, si ripete a parti invertite.
Non solo: francamente, non conoscendo nessuna di tutte queste persone, non riesco davvero a fare distinzione fra ostaggi italiani e di altre nazionalità. No, proprio non ce la faccio. Per quanto mi riguarda sono tutti dei poveracci in pessime acque, indipendentemente dal motivo che li ha spinti ad andare a cacciarsi nei guai laggiù.
Tutta questa gente in Iraq c'è andata a titolo personale e professionale, a fare un mestiere, sapendo a che andava incontro. A priori non è un valido motivo né per innalzarli al ruolo di eroi, né per crocifiggerli. Il problema è solo tirarli fuori dai guai se possibile, o rispettare in silenzio il dolore di chi è stato loro vicino, quando l'epilogo sia tragico come nel caso di Baldoni e Quattrocchi.
E lasciamo stare il fatto che tant'è, quando in ballo sono gli italiani, le cose non siano mai chiare. Così, che sia accaduto davvero a Baldoni non lo sapremo forse mai e questo è l'unico fatto sul quale dovremmo soffermarci a riflettere tutti.

Tutti noi, che scaldiamo il culo a casa davanti al televisore a commentare. Chiunque sia laggiù, fino a prova contraria, ha negli occhi un orrore che a noi non è dato sapere, né immaginare neanche lontanamente.

Moderiamo dunque i nostri commenti. Tutti.
20.30 del 02 Settembre 2004  
 
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