Il sette-quattro-sette planava nel cielo di Parigi, era un pomeriggio stupendo, senza un alito di vento, non una nuvola nel raggio di centinaia di chilometri, perlomeno fin dove poteva perdersi lo sguardo sull'orizzonte, sonno, sì, la testa annebbiata alla ricerca di un'alba mai esistita dopo una strana nottata trascorsa interamente con il sole nascosto dal buio artificiale delle tendine di plastica degli oblò, talvolta nel dormiveglia avevo aperto una fessura per sbirciare la luce fuori, sopra al Mar cinese orientale, nel cielo del mio Gobi, poi il confine invisibile degli Urali, le grandi torri eoliche della Germania e la centrale nucleare di Thionville, che ho sorvolato dozzine di volte atterrando a Lussemburgo e che come il Gobi fa inevitabilmente parte di me, tutto già riavvolto in poche ore, mentre piano piano la terra si avvicinava, ed in cuffia passava Pocket symphony degli Air.
Come adesso.
Ed io sono di nuovo lassù. |