Orizzontintorno Carlo Paschetto
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05 Mondovisioni a Ferrara
OTT Segnalazioni, Viaggi fra le immagini
Nei tre giorni trascorsi a Ferrara per il festival di Internazionale ho seguito soprattutto la rassegna cinematografica Mondovisioni.
In cartellone sette film-documentari di altrettanti registi stranieri, tutte prime proiezioni assolute in Italia. Alcuni di questi han vinto premi internazionali, altri sono stati al centro di accesissime polemiche, vicende giudiziarie e/o scontri politici. Sono pellicole indipendenti, che probabilmente in Italia, se siete interessati, non avrete altro modo di vedere se non sperando che prima o poi arrivino in DVD o scaricandole da qualche torrent.
Io sono riuscito a vederle tutte, in qualche caso infilandomi al pelo nonostante le code chilometriche all'ingresso.
La rassegna ha avuto un notevole successo, sala quasi sempre esaurita, con parecchie persone che non sono riuscite ad entrare alle proiezioni.

Per meglio capire, non stiamo parlando di classici documentari, tipo Discovery Channel o Piero Angela per intenderci. Si tratta piuttosto di lungometraggi, la cui durata media, montaggio e regia sono quelli di un film tradizionale e i cui soggetti sono tipicamente inchieste a sfondo sociale e geopolitico. Giornalismo avventuroso di frontiera insomma, nel senso più crudo del termine.
Se in passato avete visto Jung, il film sull'Afghanistan nato dalla collaborazione di Ettore Mo con Emergency, ecco, il genere è esattamente quello.

Qui di seguito un riepilogo più o meno ragionato delle mie considerazioni su ciascuno dei film in rassegna a Ferrara. In generale, l'esperienza è stata estremamente positiva. L'anno prossimo non mancherò di ripeterla.

Pur essendo difficile stilare una classifica, senza dubbio la pellicola di maggior successo, tanto da meritarsi tre repliche, è stata The red chapel, del danese Mads Brügger. La migliore anche sulle mie note.
Il documentario è girato in Corea del Nord, il che ne fa già di per sé un prodotto originale, centrato su un soggetto ed un Paese di cui quasi tutti sanno poco o nulla. La tesi di fondo è che il regime di Kim Jong-il non sia affatto l'ennesima declinazione distorta e aberrante del socialismo reale di derivazione maoista o stalinista, ma piuttosto una sorta di fascismo iperpopulista con inclinazioni naziste. Altrettanto aberrante nel risultato, ma fondato dunque su presupposti differenti da quel poco che si pensa essere noto.
Il registro scelto da Mads Brügger per raccontare la sua grottesca esperienza nel Paese è semplicemente geniale: Brügger riesce ad accordarsi con il governo nordcoreano per portare in scena a Pyongyang uno spettacolo teatrale comico tipicamente danese, con l'obiettivo dichiarato di uno "scambio culturale". I due attori protagonisti dello spettacolo sono di origine sudcoreana, ma cresciuti in Danimarca e di nazionalità danese. Uno dei due, perdipiù, è handicappato: una condizione che in Corea del Nord viene semplicemente "cancellata" dal regime.
Ricordo che stiamo parlando di un documentario, non di un film: la storia raccontata è reale e accade "durante" le riprese. Ne è il soggetto. E' a tutti gli effetti una vicenda ripresa in tempo reale.

Il viaggio allucinante di Mads Brügger apre ad una visione molto ampia della pazzesca realtà del Paese. La sua stessa premessa è che tutto quello che lo spettatore vedrà è stato filtrato e rifiltrato mille volte dal governo nordcoreano: fornisce dunque fin dall'inizio la chiave di lettura di base necessaria all'interpretazione.
Nonostante la censura, Mads riesce a bucare il muro, ad usare il grimaldello della commedia e dell'ironia per scardinare almeno superficialmente la finzione imposta dal regime e far emergere una rappresentazione a più facce di quello che è davvero oggi la Corea del Nord.
Il risultato è talmente convincente che, come lo stesso regista ha spiegato durante la conferenza al termine della proiezione rispondendo ad una spettatrice che gli aveva chiesto se sarebbe tornato in Corea del Nord, la rappresentanza diplomatica nordcoreana in Scandinavia, dopo l'uscita del film, ha usato toni piuttosto duri nei suoi confronti, per dirla eufemisticamente, così che Mads evidentemente non avrà più alcun modo di avvicinarsi al Paese.
La chiave è che quel che lui ha girato e mostrato alle autorità coreane, rimontato a casa in modo opportuno e con l'aggiunta del commento didascalico è diventato un atto di feroce accusa e di demolizione totale del regime.

Insomma, dieci e lode. Il mio commento: struggente.
Qui un approfondimento.

War don don (The war is over) di Rebecca Richman Cohen è, in due parole, feroce ed agghiacciante. Nei miei tweets l'ho definito a caldo una badilata in faccia al genere umano tutto. Due giorni dopo mi rimane esattamente la stessa impressione. Qui il sito del film.

La pellicola prende spunto dal processo per crimini contro l'umanità intentato a Issa Sesay, ex-leader del RUF, il fronte ribelle della Sierra Leone che ha insanguinato il Paese africano per dieci anni con una delle guerre civili più terribili della Storia recente. Per dire, non è esattamente un film da vedere al mattino dopo la colazione, come ho fatto io.
Il racconto in presa diretta del processo è lo strumento usato per analizzare a fondo il ruolo dei tribunali internazionali odierni, da Norimberga ai processi contro i criminali della guerra nella ex-Yugoslavia, oltre che per cogliere l'occasione per una disanima di quanto effettivamente accaduto durante la guerra civile in Sierra Leone, attraverso le interviste ai sopravvissuti ed i differenti punti di vista delle fazioni in campo.
Sebbene sembri in partenza del tutto scontato "prendere le parti" dell'accusa nel processo, la forza del film sta proprio nel far uscire lo spettatore con molti più dubbi e molte meno certezze di quante ne avesse all'ingresso in sala.
I personaggi chiave sono l'avvocato di Issa Sesay ed il suo staff: figure che per forza di ruolo il tuo inconscio e la tua cultura bollano immediatamente come odiose alla loro prima apparizione, ma che due ore dopo - se hai il coraggio di sfuggire alla trappola del politically correct - ti sembrano gli unici esseri su questo pianeta con i quali ti siederesti ad un tavolo a parlare dell'orrore del genere umano, di misericordia e di giustizia.

E' un film straordinario, sull'uomo e sulla nostra civiltà. Il mio commento è quello sopra: atroce. Da vedere, assolutamente.

Last train home, di Lixin Fan, e The town of badante women, di Stephan Komandarev, sono due pellicole molto simili, seppure girate agli antipodi culturali del pianeta. Proprio per questo andrebbero viste insieme.

Il primo tratta della migrazione interna che in occasione del capodanno coinvolge decine di milioni di cinesi, che dalle grandi città industriali dove si sono trasferiti per lavoro ritornano alle famiglie, rimaste nei villaggi d'origine spesso a migliaia di chilometri di distanza. Si dice che sia il più grande fenomeno di migrazione umana al mondo.
A me Last train home ha confermato più o meno quello che penso da sempre dei cinesi e della Cina. E' un Paese che mi sembra di conoscere ogni giorno di più, sebbene naturalmente non sia affatto così e sebbene le mie esperienze dirette siano ormai datate ad otto anni fa. Di certo c'è che ho conosciuto quei treni e c'è che vedendo il film ho riavvertito distintamente l'odore delle zuppe precofenzionate cinesi.

Mi è piaciuto, il film? Sì. Ma non è riuscito a travolgermi, né a sorprendermi. Ho un po' il sospetto che della Cina a me non sorprenda più nulla.
Merita? Sì, comunque. Soprattutto per chi di Cina sa poco o nulla.

The town of badante women ti trasporta diecimila chilometri ad ovest, ma il tema alla base è identico: il film è girato interamente a Varshets, in Bulgaria, un paese caratterizzato dalla migrazione di massa delle donne locali verso l'Italia dove, appunto, si trasferiscono per fare le badanti, lasciando a casa mariti e figli.
in teoria sono storie che dovremmo conoscere come le nostre tasche e delle quali dovremmo essere perfettamente consapevoli. Nessuna sorpresa, dunque, se lo siete. Il film è però coinvolgente e commovente a tratti. Per quanto mi riguarda, poi, fa leva sul mio debole per i Paesi dell'est e per le loro storie: son luoghi che conosco, che amo e che fan parte di me.

Sul mio taccuino annoto l'elemento nascosto che lega indissolubilmente i due film: bulgari e cinesi migrano con le stesse grandi sacche di juta a righe colorate, nelle quali stipano le vagonate di regali che portano ai familiari al loro rientro annuale (ma a causa dei problemi di regolarizzazione in Italia, per le donne bulgare il primo ritorno a casa può avvenire anche dopo anni, e in qualche caso mai più).

Vedeteli, insomma. Possibilmente insieme.

Stolen, di Dan Fallshaw e Violeta Ayala, racconta l'avventura di due documentaristi australiani che, partiti per i campi profughi del Sahara Occidentale per filmare i programmi di ricongiungimento familiare organizzati dall'ONU, si ritrovano loro malgrado invischiati in un intrigo internazionale che li vede scontrarsi con il fronte Polisario per l'indipendenza del territorio occupato dal Marocco, e con i governi marocchino ed algerino.
I due vengono sequestrati dal Polisario per aver filmato alcune testimonianze del fenomeno di schiavitù che sembra essere presente nei campi profughi con il tacito benestare del governo del Polisario medesimo, e che ove divulgato diventerebbe un pericolosissimo boomerang nelle trattative internazionali che il Polisario manda avanti da anni con il Marocco per l'indipendenza del Sahara Occidentale.
E' di fatto un film di spionaggio montato su una vicenda vera, che fra l'altro si trascina da anni a colpi di denunce internazionali incrociate. Da una parte il film continua a collezionare riconoscimenti in ogni parte del mondo, da un'altra viene boicottato, accusato di mistificazione dei fatti e denunciato come prodotto di propaganda marocchina, costruito su false traduzioni dall'arabo e riprese montate ad arte.
Per dire, all'uscita dalla proiezione siamo stati volantinati da sostenitori del Fronte Polisario con un documento che smonterebbe le accuse lanciate dalla pellicola, elencandone e sottolineandone tutte le falsità e le contraddizioni. Di più c'è che addirittura i protagonisti filmati nei campi profughi hanno pubblicamente sconfessato il documentario, salvo poi ritrattare nuovamente le loro dichiarazioni, adducendo il timore di ritorsioni dal fronte Polisario stesso.

Insomma: un casino. Proprio per questo va visto. Qui il sito del film e un po' di chiarezza sulla vicenda.

God bless Iceland, di Helgi Felixson, è un documentario sulla crisi islandese del 2008. Trascinante e incredibilmente violento, non molla mai.
Soprattutto, montato ad arte con una colonna sonora che tiene in ansia per novanta minuti filati. Il che, per un documentario costruito con interviste in islandese miscelate con spezzoni girati durante i cortei di protesta, capite bene che è un risultato di per sé straordinario.
Con la crisi internazionale ci riempiamo la bocca tutti da mesi e del crollo dell'Islanda abbiam letto tutti qualcosa, probabilmente senza capirci molto granché, né immaginandoci peraltro in cosa si traducesse in termini effettivi. Helgi Felixson prende lo spettattore per il bavero della camicia e lo porta direttamente dentro a quella crisi, sbattendogliela in faccia in tutta la sua forza angosciante e schiacciante.

Aggiungeteci anche il clima islandese in inverno.

Infine, Bananas!, di Fredrik Gertten, che con God bless Iceland condivide il fatto di essere il più "film" fra i documentari della rassegna. La vicenda è relativa alla causa internazionale promossa dai bananeros nicaguarensi contro la Dole, la multinazionale che, fra le altre cose, commercia banane in tutto il mondo. L'accusa è di aver fatto per anni uso nelle piantagioni del Nicaragua di pesticidi proibiti in tutto il resto del mondo, con effetti devastanti su migliaia di agricoltori, colpiti da cancro, malattie renali, sterilità.
I personaggi chiave sono una coppia di avvocati americani che decidono di farsi carico delle rivendicazioni dei bananeros contro la Dole. E' il primo caso al mondo in cui una minoranza povera del terzo mondo riesce a portare davanti a un tribunale civile americano una grande multinazionale colpevole di sfruttamento, e a vincere la causa.

Il film è molto interessante e coinvolgente, anche se confrontato agli altri soffre un po' della sindrome da Erin Brockovich, per cui l'aspetto documentaristico della vicenda rimane un po' in secondo piano rispetto al lato epico della faccenda ed al modo nel quale viene raccontata.
Di certo c'è che dopo averlo visto non vi avvicinerete più ad una banana Dole (e forse a nessun'altra banana).

Emblematico il finale nello studio degli avvocati vittoriosi. Che ovviamente non vi svelo.
TAG: stolen, the red chapel, war don don, documentari, mads brugger
01.12 del 05 Ottobre 2010  
 
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