Orizzontintorno Carlo Paschetto
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30 Una mela al giorno: parte terza (well, so what?)
GIU Web e tecnologia
Terza (ed ultima?) parte della mia miniguida alla migrazione da PC a Mac. Sono ormai a tre settimane dallo start-up e la situazione inizia a stabilizzarsi. E sì, confermo: iTaskX apre perfettamente i file mpp di MS Project. Ancora buio invece sul fronte file mdb. Infine, Outlook ormai quasi abbandonato in favore di iCal + iMail (migrazione archivio posta perfettamente ok) + Rubrica Mac OS, anche se ancora devo abituarmi un po' a muovermi nel nuovo ambiente applicativo.

Proprio alle abitudini e all'esperienza utente vera e propria ho riservato quest'ultimo capitolo. In altre parole, a parte i problemi tecnici (quasi) risolti in fase di migrazione, 'sto passaggio al Mac, insomma, dopo averci smanettato un po' di giorni, come va? E' davvero stata una buona idea?

Vediamo: ho preso qualche appunto in proposito questi giorni e per farlo ho usato un'applicazione della dotazione standard del MacBook, "Promemoria", che poi altro non è che il solito programmino che simula i post-it sul desktop. Roba vecchissima anche in ambiente Windows, ma qui, intanto, ce l'ho pronta di default sul Dock e non devo andare a scaricarmela da qualche parte.
A dir la verità, se escludiamo MS Office 2011 per Mac, iTaskX e SyncMate, non avrei praticamente bisogno di altro: sul Mac c'è tutto quello che mi serve, perlomeno così a botta calda e dopo tre settimane di uso abbastanza eterogeneo. Da notare peraltro che quel che ho comprato mi è servito esclusivamente per poter lavorare con i miei vecchi archivi nati sotto Windows, altrimenti avrei potuto farne tranquillamente a meno: in termini di software base per la produttività il MacBook arriva già piuttosto fornito e con ben poco di superfluo. Basterebbe aggiungergli OpenOffice ed oplà, più o meno fine della storia.
Non fosse che poi siamo i soliti nerd.

Vado dunque in ordine sparso, ché sono osservazioni nate così, in corso di lavori.

Uno. Magari a voi sembra pure una cosa stupida, ma a me non la pare affatto ed anzi, la trovo parecchio fastidiosa: perché mai un'azienda come la Apple, che del design e dell'ergonomia ha fatto un innegabile marchio di distinzione, mi costringe a comprare una chiavetta modem usb invece che predisporre uno slot interno per la sim come ormai fanno gran parte dei produttori di laptop? Sia il mio Vaio che il vecchio Dell hanno l'alloggiamento integrato per la sim. Il Mac con la chiavetta invece è come avere la Ferrari con l'autoradio a cassette. Ma perché? Odio dover girare con quella orrenda appendice (che peraltro prima o poi perderò) attaccata al MacBook. Fra l'altro, con la chiavetta del modem inserita, la seconda delle due porte usb disponibili è inutilizzabile, perché il modem è troppo largo e la ostruisce.
Il solito approccio Apple, secondo cui il WiFi dovrebbe essere uno standard universale. Solo che il mondo, lontano da Cupertino, viaggia perlopiù in 3G. Voto: 0.

Due. Stesso film per collegarsi a quasi tutti i proiettori noti al genere umano. Perché diavolo devo comprarmi un cavetto adattatore per la porta VGA? E ho capito che alla Apple vivono già nel XXII secolo, ma noi comuni mortali no. Questo MacBook ha almeno un paio di porte futuristiche predisposte per interfacciare altre device a velocità prossime a curvatura due: peccato però che per ora esistano al massimo un paio di periferiche al mondo in grado di connettersi a tali porte. In compenso, se voglio proiettare la mia presentazione al cliente, a qualunque cliente, ho bisogno di un cavetto apposta.
Altro che "Apple è un mondo chiuso": Apple è un mondo un po' stronzo, almeno per certe cose. Voto: 0.

Tre. Autonomia: sette ore un paio di ciufoli. Quattro al massimo, con utilizzo medio. Il mio Vaio arriva almeno a sei e mezza. Voto: 4, appunto.

Quattro. Lo avevo già anticipato nella prima puntata: se volete fare i nerd dovete rispolverare Unix. Bye bye prompt Dos, qui c'è una shell in perfetto Unix-like-style. Niente più dir, insomma, da oggi ls -la. Voto: 7, sulla fiducia.

Cinque. Nel Mac le finestre non possono essere automaticamente aperte a riempire tutto lo schermo, non è possibile comunque farglielo fare, né è possibile passare rapidamente da una finestra all'altra semplicemente cliccando su una taskbar. Una clamorosa rottura di balle per chi è abituato a Windows.
Possono ovviamente essere ridimensionate, ma è possibile farlo solo trascinando l'angolo in basso a destra e non qualunque altro punto del bordo, il che rende scomodissima l'operazione perché bisogna sempre star lì a spostarle. Giocando poi con il mouse è possibile passare naturalmente da una all'altra ma, sarà l'abitudine a Windows (!), qualunque metodo mi sembra qui meno intuitivo e immediato.
Il fatto che sia Mac OS ad aprire le finestre nella dimensione che "ritiene più opportuna" per ciascun tipo di applicazione (come mi è stato spiegato) è, semplicemente, demenziale. Voto: 2.

In generale, poi, l'assenza dei classici due pulsanti nel leggendario touchpad multifunzione del MacBook e l'uso multitouch del medesimo a me, per ora, non sembrano affatto una meraviglia, ma piuttosto una scocciatura alla quale faccio una gran fatica ad adeguarmi. Continuo a sbagliarmi nella gestione e navigazione fra le finestre, faccio casino, non trovo nulla di intuitivo né di così ergonomico. Semplicemente, mi sembra di aver studiato una lingua per anni e adesso di doverne imparare una completamente nuova per comunicare. Voto n/a, in attesa che ci prenda un po' la mano.

Sei. L'interfaccia di Skype per Mac fa schifo. Sembra fatta da Microsoft. Voto 3.

Sette. Veniamo alle cose serie. Prestazioni: mostruose. Perlomeno riferite alla scala delle performance medie dei laptop che montano Windows (e considerando che di norma le configurazioni dei miei pc sfruttano le potenzialità massime della macchina in termini di dimensionamento della RAM e velocità del disco).
Mentre la scrivo mi rendo conto che suona come un'affermazione piuttosto ingenua e superficiale: questo Mac è nuovo, processore di ultima generazione, eccetera, ma la mia è in realtà una considerazione già tarata rispetto a questo scenario.
Mi spiego: ogni volta che compriamo una macchina nuova, ovviamente, ha prestazioni migliori della precedente, ma è un delta che l'esperienza rende intuibile e stimabile già a priori. In altre parole, quando ci accingiamo ad usare un computer nuovo, la nostra mente è già predisposta all'accelerazione auspicata. Non la riscontriamo quasi, piuttosto la diamo per scontata. Viceversa, rimaniamo delusi se l'incremento prestazionale non è adeguato alle nostre attese. Come a dire, se passo da 150CV a 200CV do per normale il salto di performance, per quanto ovviamente possa apprezzarlo: mi irrito invece se la macchina nuova, con cinquanta cavalli in più, va come prima.
Parlando di Windows, poi, di norma l'euforia per l'upgrade va presto ad affievolirsi, perché se c'è una cosa che accomuna tutti i computer che montano il sistema Microsoft è la rapidità di decadimento delle prestazioni iniziali della macchina, tant'è che mediamente una volta all'anno è necessario riformattare il disco.
Ecco: tutto ciò detto, il MacBook è velocissimo. Straordinariamente veloce, per l'utente medio di Windows. Veloce in tutto: veloce nell'accendersi, nell'andare in standby, nel riprendersi dallo standby, nell'agganciare il WiFi, nell'aprire qualunque applicazione, nel copiare file, nell'elaborare migliaia di immagini, nell'archiviare la posta, nella navigazione su internet - con qualunque browser. Così veloce che, nel rimettere le mani sul vostro vecchio sistema Windows, vi vien voglia immediatamente di prenderlo a pugni sulla tastiera.

Mi chiedo quanta di questa velocità sia dovuta alle applicazioni sviluppate specificatamente per l'architettura Apple e quanta, ad esempio, all'assenza di firewall ed antivirus che tipicamente intasano i processori delle macchine su cui gira Windows. Perché questo è l'altro punto chiave della migrazione a Mac: non c'è più bisogno né di firewall, né di antivirus.

Ora, di mestiere me ne vado in giro per clienti e quando non lavoro sono perlopiù a zonzo per il mondo per i fatti miei. Per metà del mio tempo son connesso alle reti aziendali più disparate e per l'altra metà viaggio in 3G o in WiFi, ma in ogni caso sono, davvero, always on. Dunque, per definizione, esposto. Ho quindi sempre tenuto aggiornatissimi i miei firewall, nel corso degli anni ne ho anche provati diversi proprio per far fronte ai problemi di prestazione che tali strumenti trascinano irrimediabilmente con sé. Insomma, sono particolarmente sensibile al tema.
Faccio quindi parecchia fatica ad accettare il fatto che il mio nuovo MacBook possa tranquillamente fare a meno di qualunque barriera e, detto in generale, non mi fido per nulla. Ma a quanto pare, e a quanto dicono tutti gli scafatissimi (?) proprietari di Mac che ho interpellato negli ultimi mesi, è così. Così "così" che è quasi difficile trovare sul mercato un prodotto antivirus specifico per Mac.
In realtà, nella configurazione di sistema del MacBook esiste un firewall standard, che per scrupolosità ho attivato e che ha influito zero sulla mia percezione delle prestazioni della macchina. Però continuano tutti a dirmi che è comunque inutile. Mah.

Sta di fatto che questa macchina, cari miei, è un razzo. E che la sola idea di riaccendere un PC, in questi termini, mi mette angoscia. Voto: 9. Non 10, un po' perché qualunque velocità può solo essere migliorata e un po' perché vedremo fra tre mesi se le prestazioni saranno ancora le stesse. Voto alla sicurezza: 8 sulla fiducia. Anche in questo caso, aspettiamo e vediamo.

Otto. La differenza fondamentale fra lavorare in ambiente Mac OS vs. Windows è, di fatto, nel paradigma di base con il quale i due sistemi sono stati concepiti. Si sente spesso dire che il Mac è studiato per l'utente finale, ma che significa esattamente? In cosa, l'esperienza, è davvero diversa?
Provo a rispondere in due parole: in Windows il centro del mondo è il file, su Mac è l'applicazione (le famigerate apps).
Di conseguenza, sono completamente differenti nei due mondi i modi con i quali sono state disegnate le interfacce ed è stata impostata la semantica del dialogo.

In altre parole, chi è abituato a lavorare da anni sul sistema di Redmond ha ormai un approccio mentale all'uso del computer orientato a "pensare per file". In questo modo di ragionare, Gestione risorse è il perno attorno al quale ruotano tutte le attività. Il file system è il riferimento di qualsiasi utente medio Windows: con Gestione risorse (Explorer) organizza, copia, sposta, cancella, individua i file che deve aprire e con i quali lavorare. Clicca su un file e il clic apre l'applicazione scelta dall'utente per la gestione di quel particolare tipo di file. Se è un'immagine, cliccando in ambiente Windows si apre di default il visualizzatore standard, ma se l'utente ha installato, ad esempio, Photoshop e lo ha battezzato come applicazione generale per l'elaborazione delle immagini, allora cliccando su una foto jpg sarà Photoshop ad aprirsi. Non solo: lo stesso utente potrebbe aver scelto di trattar sì i jpg con Photoshop, ma di usare Paint per i file bmp e Fireworks per le immagini gif e di conseguenza, a seconda del tipo di immagine sulla quale andrà a cliccare, si aprirà un'applicazione differente.
In sintesi, per muoverci dentro Windows partiamo tutti dal file system e il nostro approccio all'uso del computer è fondato sull'organizzazione che diamo alla struttura dei folder: l'albero delle directory è esattamente la rappresentazione dello schema mentale con il quale gestiamo il nostro patrimonio informativo. Le applicazioni vengono a valle: le scegliamo sul mercato, molte sono prodotte da terze parti e hanno peraltro complessità sempre maggiore. Di fatto usiamo mediamente il 5% delle potenzialità di qualunque applicazione per produttività che installiamo su un PC.
In ultima analisi, le applicazioni sono il vero tallone d'achille dei sistemi Windows: per quanto azzeccate possano essere, non sono mai esenti da conflitti di sistema e sono per contro sempre più pesanti e poco user-friendly.

L'equivalente di Gestione risorse di Windows, o Explorer che dir si voglia, in ambiente Mac OS è Finder, uno strumento la cui inefficienza ed inutilità sono pari solo al pedantissimo tool di Windows per la pulizia del desktop. Finder, come del resto suggerisce il nome stesso, serve solo a trovar file, cosa che peraltro, abituati a muoversi dentro un PC, non è così immediata nel passaggio a Mac.
Innanzitutto Finder organizza i contenuti di ogni folder in rigoroso ordine alfabetico, mescolando file e directory. Potete ordinare per tipo e ripristinare apparentemente la consueta vista Windows, ma va così a farsi benedire l'ordine alfabetico. Tutto ciò è fonte di un certo disorientamento, che sfocia rapidamente in frustrazione vera e propria: ogni volta perdete un sacco di tempo ad individuare ciò che vi interessa nell'elenco dei contenuti di un folder.

Ancor peggio. Tutte quelle semplicissime operazioni di taglia file, incolla, sposta, eccetera, che eravate abituati a fare con i vostri archivi usando Explorer, dentro Finder diventano una noiosa lotta con la gestione delle finestre. L'unico modo di spostare un file è aprire contemporaneamente due finestre dell'applicazione, posizionarne una sul folder di partenza, una su quello di arrivo e trascinare l'icona del vostro file. Se volete cancellarlo, dovete trascinarlo nel cestino.
Il tutto condito con una mappatura della tastiera e delle consuete scorciatoie in ambiente Windows non perfettamente replicate sul MacBook, che rende qualunque semplice operazione lipperlì abbastanza irritante.
Ad esempio, non c'è il tasto Canc, per cui per cancellare un file senza doverlo trascinare nel cestino dovete selezionarlo e schiacciare Fn + backspace, che certo non è intuitivo. Non ci sono i tasti PgUp e PdDn, e francamente non ho ancora capito da cosa accidenti siano sostituiti: alt + cursori? Fn + cursori? Cmd + cursori? Boh.
Le operazioni classiche di copia e incolla, che sotto Windows sono associate a ctrl + C, ctrl + V, eccetera, in ambiente Mac OS sono rimappate su cmd + C, cmd + V e così via, pur con la presenza del tasto ctrl. Il che confonde ancor più.
Non c'è nemmeno il tasto Stamp per la classica cattura dello schermo. Come si fa? Mah.

Sempre in tema di Finder, se volete vedere i file "invisibili", che sotto Mac OS sono quello il cui nome inizia con un punto, dovete lavorare a livello di shell Unix. In Finder non sembra possibile. Questo significa anche che alcune proprietà dei file non sono modificabili a livello di Finder, mentre con Gestione risorse di Windows potete fare un po' tutto quello che volete.

Insomma, quanto a gestione dei file Explorer batte Finder quasi senza partita. Perlomeno quello di Windows XP, ché la versione di Seven è inguardabile.
La diversa (e più limitata) mappatura della tastiera del Mac, poi, rende ancor più faticoso il passaggio fra i due mondi.

La parziale inutilità del Finder come strumento gestionale del vostro archivio, e la contemporanea sensazione di inadeguatezza nell'organizzazione della tastiera, però, altro non sono che la declinazione sul campo di quel che scrivevo prima: voi arrivate da Windows e pensate per file e comandi, sul Mac, invece, dovete dimenticare questo approccio e passare ad un mondo che ragiona manipolando oggetti in base al loro significato.

Ad esempio: su Windows il miglior modo di navigare nel vostro archivio immagini è organizzare il file system come più vi aggrada e scorrere poi le foto dentro ciascun folder, cliccando la prima e usando il visualizzatore di Windows per il browsing vero e proprio, per lo zoom, eccetera.
Il miglior modo sul Mac di gestire il vostro archivio immagini è lasciar fare al Mac, usando ad esempio iPhoto o Aperture. E' l'applicazione che pilota, con le vostre istruzioni, la costruzione della libreria immagini, la condivisione dei contenuti, l'elaborazione, il browsing, l'organizzazione tutta insomma. In teoria potete scordarvi completamente del modo in cui poi, l'applicazione stessa, mappi effettivamente la libreria sul file system. Potete anche vincolarla sulla vostra vecchia struttura di folder, ma di fatto è utile solo alla tranquillità del vostro schema mentale, non all'efficacia, né all'efficienza del vostro operare con le immagini in ambiente Mac. Superato il disorientamento iniziale diventa tutto molto "ovvio".
E se proprio avete bisogno di sapere dov'è, nel file system, il file che contiene l'immagine che state guardando, basta chiederlo all'applicazione e vi aprirà Finder alla posizione desiderata. Ma il punto è: perché vi serve saperlo? Tanto, se quell'immagine dovete spostarla, cancellarla, rinominarla, condividerla sul web, elaborarla, insomma, farci qualunque cosa, lo potete fare in modo assolutamente intuitivo e naturale all'interno dell'applicazione, senza bisogno di scomodare la gestione fisica del file system.

In altre parole, in ambiente Mac l'organizzazione logica e fisica dei file possono essere disaccoppiate, perlomeno lavorando con tutto ciò che è multimedia. L'organizzazione fisica è demandata alle applicazioni, l'utente gestisce quella logica, scollegandosi dal concetto di gestione dei file e concentrandosi sull'elaborazione dei contenuti.
Continuando con l'esempio: se lavoro con le immagini quel che mi interessa è "post produrre", creare album, sfogliarli, pubblicarli sul web, lavorare con diverse versioni della medesima immagine, taggarle. In quest'ultimo senso, soprattutto, la classica organizzazione a folder è assai limitativa. La stessa immagine posso volerla catalogare per tema o sotto a un viaggio specifico. Apple si aspetta che a me interessi, appunto, lavorare con le immagini, non con i file, e le applicazioni in dotazione sono dunque concepite con questo criterio e per usare il computer in questo modo: tengono una sola copia fisica e lasciano a me la gestione logica, consentendomi di archiviarla in luoghi, versioni e dimensioni diverse. La condizione all'ingresso è che ogniqualvolta io debba portare un nuovo file-immagine sul mio computer, invece che organizzarmi copiandolo dalla sorgente ed assegnandogli semplicemente un folder nella mia struttura (fisica e mentale), lo importi utilizzando l'applicazione dedicata e archivi logicamente il contenuto nel/negli album, o nel/nei progetto/i, o ancora nella/nelle libreria/e definite, ad esempio, con Aperture.

Nel mondo Mac, ogni applicazione fa tipicamente una cosa (sola): quella per cui è stata concepita. Così la posta è gestita da iMail, l'agenda da iCal e la rubrica dalla Rubrica indirizzi di Mac OS. Le tre applicazioni non solo dialogano perfettamente fra loro, ma lo fanno con tutte le altre applicazioni installate a bordo della macchina.
Ad esempio, la funzione di classificazione automatica dei volti di iPhoto vede la Rubrica indirizzi, per cui è possibile assegnare un volto ad un nome pescandolo in modo integrato dalla rubrica e creando direttamente l'associazione.

Questo cambio di paradigma è di fatto il cardine principale attorno al quale ruota la migrazione dal mondo PC al mondo Mac.
E' una buona cosa? Mah. Intuitivamente, sì. L'impatto però non è facile, con buona pace della resistenza al cambiamento contro la quale, per lavoro, io stesso mi batto da anni con tutti i miei clienti.
L'impressione generale è tutto sommato l'ennesima conferma, ora però sperimentata in prima persona, del luogo comune secondo il quale Apple lavora con una logica orientata all'utente finale, Microsoft no. Il punto è che esiste una fetta di mercato, della quale io in fondo faccio parte, che non appartiene geneticamente all'"utente finale" di Apple, né è, all'estremo opposto, così geek dal poter apprezzare davvero il dietro le quinte tecnologico dei sistemi Mac OS.
Siamo nati informatici (mamma mia, che brutta parola!), ma nel corso degli anni siamo diventati utenti in prima persona, nostro malgrado. Abbiamo una forma mentis cresciuta sui file system dei mainframe: il file è l'unità elementare del nostro pensiero. Il jpg è un file con un'estensione puntogeipeg, (molto) prima ancora che un'immagine da pubblicare sul web, però siamo costretti al ruolo di utenti di Photoshop per poter rimettere a posto i danni fatti in fase di scatto. Sappiamo com'è fatto un filtro passa-basso e come lavora l'algoritmo di contrasto immagine, ma dobbiamo dialogare con un mondo che sempre più ci chiede se vogliamo "migliorare" la nostra foto.
E' innegabile che sia più semplice rispondere a quest'ultima domanda, e che in ultima analisi sia esattamente quello che vogliamo dal nostro software di elaborazione immagini, ma è un sistema che non ci dà quella falsa sensazione di controllo della situazione tipica del muoversi in ambiente Windows. Peraltro è proprio il consentire quella sensazione che rende l'odierno mondo Windows inutilmente complesso e ingestibile per qualunque utente normale con poco tempo da perdere dietro inutili tecnicismi.

Dunque la mia, con buona probabilità, è per il momento davvero solo resistenza al cambiamento. Voto al mondo Mac per il primo trimestre (che poi son tre settimane): dal 6 al 7, con la fiducia che possa solo migliorare con l'uso e l'abitudine.
Del resto, ogni volta che vedo con quale velocità il MacBook mi apre una presentazione PowerPoint, il mondo mi sorride immediatamente.

Un'ultima considerazione. La migrazione da PC a Mac porta con sé, o perlomeno trasmette a me, la spiacevole sensazione che sia un viaggio senza ritorno, proprio in virtù di quel che ho appena scritto sopra. Se infatti da una parte, tecnicismi a parte, traslocare da PC a Mac significa alla fin fine migrare il proprio archivio dati e imparare a ragionare per applicazioni, dall'altra c'è che le potenzialità gestionali indotte dalle applicazioni Mac, e la conseguente nuova organizzazione logica delle informazioni, siano quasi irreversibili.
Usando sempre lo stesso esempio, la possibilità di organizzare l'archivio delle immagini in librerie, di taggarle, di estrarre automaticamente volti, associarli alla rubrica, georeferenziare le foto e rimapparle sulle carte di Google, eccetera, tutto all'interno del mondo standard Mac, fa sì che qualunque migrazione a rovescio comporti la perdita di tutta questa piramide informativa "supplementare". Da PC a Mac, di default, questa perdita non c'è.
Idem nel passaggio da Outlook alle applicazioni standard di Apple, che scompongono e disintegrano le informazioni in base alla loro natura, per riorganizzarle in un modo semanticamente e logicamente più ovvio e naturale, lasciando alle applicazioni il compito di integrare ciò che serve al livello corretto.

In altre parole, la mia impressione è che il passaggio fra i due mondi sia una strada da imboccarsi con la consapevolezza che tornare indietro sarà, nel caso, estremamente complicato, o perlomeno comporterà parecchie rinunce in termini di benefit acquisiti nel viaggio di andata.

E visto che ce la siamo menata per tre puntate con la Mela, e siamo dunque in argomento Cupertino, chiudo con una breve parentesi sull'iCloud, tema di grande attualità a proposito del quale l'intervento di Mario (autoreferenzialità inevitabile) mi dà lo spunto per buttar giù due rapidi note in merito che mi frullano per la testa da qualche giorno.
In sintesi: per me, la nuvola, è una bufala pazzesca. Per dirla in due parole, stiamo parlando di storage di rete, punto. NAS accessibili in remoto invece che in rete locale, se preferite. Biblioteche digitali alimentate dagli utenti. Quella roba che esiste da quando esiste l'informatica, anzi, da prima.
Insomma, stiamo dicendo che il futuro è evolvere verso un modello basato su un bel mainframe sistemato da qualche parte, nel quale siano archiviati tutti i (nostri) dati, ed un terminale stupido installato in casa per accedere ai nostri file da remoto. Del resto è quel che dice Mario con parole diverse: sulla nuvola, molti di noi, stan già da tempo ormai. Ad esempio, io uso Dropbox e quasi tutte le applicazioni Google, e ho usato Hubble e Plaxo in passato.
L'intuizione (al solito) di Apple è stata solo metterci una "i" davanti per vendere al mercato un concetto che chiunque usi regolarmente internet sposa già da parecchio tempo.

Il tema peraltro si presta ad aprirsi verso ben altre discussioni legate all'opportunità o meno di demandare sempre più a terzi la gestione e conservazione di informazioni personali e non, un argomento - anch'esso - vecchio quanto la nuvola stessa che Jobs spaccia per nuova.
Magari prima o poi ci torno su. Adesso cerco di capire una volta per tutte come diavolo fare ad aprire i miei archivi mdb su questo MacBook.

Nota: Le puntate precedenti sono qui (prima) e qui (seconda).
TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, icloud, nuvola
09.30 del 30 Giugno 2011  
 
1 commento pubblicato
Due cose: la prima e' sui firewall / antivirus non necessari sul Mac. Ho letto da qualche parte che e' solo un problema di numeri, cioe' che siccome il mondo ha sempre girato in stragrande maggioranza su Windows, tutte le energie "pirata" si sono concentrate li'. Ma ora, con tutte queste Mele i giro (laptop, pads, phones, etc.), non e' che a qualcuno verra' in mente di attaccare da quelle parti?

La seconda e' sulla nuvola: a me sembra tanto "Big Brother is watching you".

E per entrambe le cose, piu' che resistenza al cambiamento mi sembra la classica, genetica diffidenza italica che ha recentemente funzionato nel Referendum sul nucleare, del tipo: fico 'sto nucleare / cloud / Mac, ma col cavolo che te lo faccio gestire tutto a te stato italiano / server pincopallo / niente-antivirus-siamo-Mele.

E per me la Mela rimane ancora e solo iPod...
L'ha detto Lara, 30 giugno 2011 alle 12.31


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