Orizzontintorno Carlo Paschetto
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21 Armenia /3: on the way to Nagorno-Karabakh
AGO Travel Log: Caucasus
Albert, che poi sarebbe A?????, o giù di lì, è il mio driver. E' armeno, di Yerevan, parla solo armeno e russo, e nella vita ha sempre fatto il driver, fin dai tempi della Sojuz Sovetskich. Ha guidato spesso anche fino a Mosca e ci vogliono tre giorni da Yerevan. Tante volte fino a Baku, in Azerbaijan: bella Baku, molto bella, shat lav Baku, ma Yerevan, certo, è un'altra cosa. E ha guidato fino a Novosibirsk e ad Omsk, ma non è mai andato a Tashkent, no.
Albert, o A????? che preferiate, a pranzo beve chai, tè, il che fra parentesi mi fa venire in mente che il mondo si divide fra quelli che il tè lo chiamano chai (e in tutte le varianti simili) e quelli che lo chiamano tè, appunto, e comunque il chai armeno è very gut, perlomeno secondo lui. A cena invece, Albert, pasteggia a vodka come ogni buon russo-armeno-kirghizo-kazako-eccetera che si rispetti. Così accetto il suo invito e, dopo un bicchiere del famoso vino armeno (mah), brindo con lui all'amicizia italo-armena e tracanno anch'io il mio bicchiere di vodka armena (lui è al terzo).
E schiatto al suolo. E' praticamente Paraflu rinforzato.

Per non dire di quella strana erba cruda che mi fa assaggiare, avvolta nel pane armeno, che lui sembra apprezzare tantissimo e che secondo me ha un retrogusto di azoto congelato. Se ho ben capito dice che è prezzemolo e magari è anche così, ma io il prezzemolo crudo a ciuffi non l'ho mai mangiato.
Fatto sta che a distanza di tre ore ce l'ho ancora nel naso. L'esofago mi si è invece fuso con la vodka.

Albert è un brav'uomo, età indefinibile. Fa il driver da quarantaquattro anni, quindi fate un po' voi. Indossa sempre un cappellino bianco da baseball e ha lo stile di guida tipico dell'Asia Centrale. Questo significa che sui rettilinei lancia la sua Volga (?????) 2110 nera (che avrà perlomeno la sua età professionale e una milionata di chilometri) a fondo acceleratore, che magari significa solo centodieci-centoventi, ma provate a toccarli con la Volga su una strada armena. Poi, dopo il decollo, mi dite.
Significa anche che viaggia fisso in mezzo alla strada, come tutti i suoi compari, e si sposta solo quando ormai il frontale è inevitabile. Oppure si sposta quell'altro. Dipende dall'esperienza e dal caso.

La frizione non è contemplata, se non in casi di estremissima necessità, quindi si va fissi in quarta (la Volga non ha la quinta): salite, discese, soprattutto curve. Di qualunque raggio, tornanti (tantissimi tornanti) compresi.
Ecco, parliamo dei tornanti. Che finché sono in salita, ok: si prende la rincorsa e ci si lancia in quarta sul tornante, girando con forza il volante, finché la macchina non muore. A quel punto, ma solo a quel punto, vabbè: ci si arrende e si scala in terza. Addirittura gli ho visto usare la seconda un paio di volte in duemila chilometri. Dunque vedete voi. E considerate che si sta parlando di tornanti del Caucaso, non di quelli di casa vostra.
Questo per le salite, comunque. Poi ci sono anche le discese, dopo le salite, tipicamente. E la tecnica è esattamente la stessa, ma in questo caso la quarta basta e avanza: ci si lancia giù dal rettilineo a rotta di collo fino a quando la staccata è inevitabile (avete presente la pubblicità di Alonso, "io non stacco mai"? Ecco, appunto) e a quel punto si tira un'inchiodata micidiale che fa vibrare la Volga come lo Shuttle sulla rampa di lancio, ci si attacca al volante con le due mani e si sterza a tutta forza, sperando che la macchina rimanga perlomeno nella sede stradale.
A volte, naturalmente, cercando anche di sistemare la sim del telefonino. E la batteria. E poi telefonando.
Non devo, vero, perder tempo a raccontarvi dello stato degli pneumatici e del battistrada?

In montagna la Volga è in grado di sorpassare tantissmi altri mezzi, soprattutto le vecchie Lada (ma se la cava molto bene anche ad evitare le mucche all'improvviso). Il sorpasso si fa sempre, comunque e ovunque. E se dico ovunque intendo proprio ovunque, con una particolare predilezione per i tornanti ciechi. Basta suonare. Nel senso: quello che sta davanti viaggia (anche lui) in mezzo alla strada. Oltre non si vede chiaramente un tubo. Prima Albert prova a infilarsi di forza a sinistra, ché magari ci si passa, chissà. Poi si spazientisce e suona al tipo per farlo spostare. Siccome nel Caucaso sono tutti molto gentili, quello si sposta. Allora Albert finalmente si infila e, poiché la curva davanti è totalmente cieca, suona di nuovo, ché sai mai arrivi qualcuno. Che comunque arriva sempre. Soprattutto, sulle strade del Vayots Dzor e sui passi del Karabakh, vanno molto i TIR iraniani che arrivano in senso opposto. E sono molto grossi. Noi però stranamente non siamo riusciti a centrarne nemmeno uno. Nonostante in un caso abbiamo anche fatto un sorpasso sul sorpasso. Nel senso che abbiamo sorpassato a sinistra una Lada che a sua volta stava sorpassando un camion.
Manovra perfettamente riuscita, peraltro, come potete ben immaginare, visto che il vostro cronista è qui a raccontarvela.

E comunque in Armenia bisogna mettere la cintura. In Karabakh invece no, così, quando passiamo la frontiera, Albert mi fa segno che posso pure toglierla. Per non offenderlo la slaccio, ma non mi sembra un'idea brillantissima.
Finché non arriviamo a Tatev.

O meglio, torniamo da Tatev, ché per arrivarci ho invece preso il Wings of Tatev, ma vabbè, questa è un'altra storia. Di Tatev, ed anche del Karabakh, vi racconterò prossimamente: qui si sta parlando di Albert.

Comunque: per tornare da Tatev c'è una strada che la Lonely Planet definisce curiosamente hair pin e ricordo quando a casa, un paio di mesi fa, avevo letto questa definizione e avevo riso molto. A casa.
A Tatev invece non ho riso un cazzo. Perché i quarantonove tornanti hair pin - sterrati, scavati sui fianchi del canyon di Tatev, Albert li ha fatti particolarmente agitato e di fretta, e a un certo punto ho smesso di contare le derapate sul ciglio della strada e le inchiodate al limite, con la Volga che slittava e partiva dritta verso il burrone, senza considerare le buche, i sassi, le gomme liscissime.
E no, così a contorno, non ci sono i guard-rail. Mavalà.
Così, mentre scendiamo da Tatev "un po' di fretta", penso che un cazzo la cintura in Armenia è obbligatoria: me la slaccio lo stesso e mi preparo a saltare dall'auto in caso di necessità.
Giuro, l'ho fatto.

Sappiate inoltre che la Volga va a gas e che quando si fa il pieno bisogna scendere tutti. Ché magari salta in aria, sai mai.
Con un pieno di gas la Volga fa duecento chilometri. E ad Albert gli scoccia tantissimo fermarsi lungo la strada, perché deve scalare le marce. Se proprio deve, foss'anche per i cinque secondi necessari a scattare una fotografia, lui spegne il motore. Ché il gas costa.

Albert mi preleva a Yerevan la mattina di Ferragosto e facciamo rotta verso sud, puntando Stepanakert, capitale dell'inesistente Stato del Nagorno-Karabakh, a circa trecentoventi chilometri di distanza.
Costeggiamo la frontiera turca per un bel pezzo, con la sagoma dell'Ararat che riempie l'orizzonte di fronte a noi. Il monastero di Khor Virap, praticamente attaccato al filo spinato della frontiera e distante non più di un chilometro dalle pendici dell'Ararat, è in una posizione davvero spettacolare.
Tocchiamo poi il confine con il Naxçivan, una regione appartenente all'Azerbaijan, ma separata dalla nazione madre dal territorio armeno, che di fatto si incunea verso sud tagliando in due parti l'Azerbaijan stesso. Una delle innumerevoli assurde anomalie geopolitiche del Caucaso e, in generale, delle ex-repubbliche sovietiche. Il Naxçivan è anche noto, fra l'altro, per essere stato nel 1990 il primo territorio a dichiarare la propria indipendenza dall'Unione Sovietica, battendo la Lituania di poche settimane. La riunione (politica e non geografica) con l'Azerbaijan è avvenuta solo successivamente.

Più a sud, le belle gole del monastero di Noravank e il Vayots Dzor, una regione di altipiani scoscesi, steppe ed orizzonti infiniti, e un passo ad oltre duemilaquattrocento metri di quota.
Adesso sì, in viaggio.

Caucasus 23
Le rovine della cattedrale di Zvartnots, con l'Ararat sullo sfondo
Caucasus 25
Le gole del fiume Avan, presso Garni, Armenia
Caucasus 26
Il tempio di Garni, Armenia
Caucasus 27
Caucasus 28
Caucasus 29
Caucasus 30
Monastero di Geghard, Armenia
Caucasus 31
Caucasus 32
Khor Virap
Caucasus 33
Monastero di Noravank
Caucasus 38
Caucasus 34
Caucasus 36
Caucasus 37
Vayots Dzor, Armenia meridionale
TAG: armenia, zvartnots, garni, geghard, khor virap, noravank, vayots dzor
16.12 del 21 Agosto 2011  
 
1 commento pubblicato
Ciao Carlo, ti seguo da poco (virtualmente intendo...) e ti faccio i complimenti per tutto quello che hai fatto, per questi splendidi viaggi e per il modo in cui li racconti. Questo diario di viaggio poi mi ha fatto piegare dalle risate... Sono anche io come te appassionato di viaggi per cui nelle pagine del tuo sito ci passo ormai tanto tempo tra foto e racconti. Con mia moglie stiamo progettando un viaggio in Asia, simile a quello che hai fatto per cui ci piacerebbe entrare in contatto con te e chiederti consigli che sicuramente saprai darci. Non ti rubo altro tempo e ti auguro un buon proseguimento di viaggio. Sabino
L'ha detto Sabino, 22 agosto 2011 alle 10.18


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