Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 Georgia: touchdown in Tbilisi
AGO Travel Log: Caucasus
Metti, ad esempio, prendere l'autobus a Tbilisi, Georgia, per andare all'aeroporto, invece del taxi. Facile. E' il 37. Passa proprio a due passi dall'hotel. Ho letto che costa 0,50 Gel contro i 10-15 Gel che ti pela il taxi.
Così aspetto il 37. A naso ci vorrà un'oretta di autobus per andare in aeroporto. Invece no, sono solo quaranta minuti, scopri poi. Ed è pure gratis. Se ce la fai.

Quando il 37 arriva è così pieno che c'è gente già con la testa ghigliottinata fuori dal finestrino. Lipperlì, considerata la mia proverbiale claustrofobia, penso di lasciar perdere ed aspettare il prossimo, ma fa caldo, è quasi sera e da quel che ho capito potrebbe anche essere l'ultima corsa, o comunque il prossimo potrebbe anche essere fra mezz'ora, tipo. Non è che abbia molta scelta. Così salgo.
Salgo: si fa per dire. Perché un piede rimane fuori, non ce n'è proprio. Il trolley invece viene afferrato dalla calca umana e inizia a passare per aria di mano in mano, alla ricerca di un buco dove infilarlo. Lo perdo rapidamente di vista, ma mi fan tutti cenno di non preoccuparmi. Non mi preoccupo. E infatti dopo un po' mi prendono anche il sacchetto che ho in mano, che contiene cianfrusaglie varie, ma anche la macchina fotografica, e fanno sparire pure quello, facendomi cenno, ancora, di non preoccuparmi. Non mi preoccupo. Ma difendo coi denti almeno il cellulare: maledetti, non lo avrete.

Alla fine, dopo una dozzina di fermate, riesco a far salire anche l'altro piede e mi appollaio - altro verbo non mi viene - su un corrimano di fianco all'autista, afferrandomi anche al suo braccio. Lui non fa una piega e continua tranquillamente a guidare. E a fumare come un turco. Solo che è georgiano.

Il 37, fra varie altre curiosità, ha il parabrezza completamente spaccato. Vabbè, andare va. A una fermata c'è un po' di bagarre. Tutti si mettono a discutere, molto pacatamente per la verità. Anche l'autista. Più che una discussione sembra quasi un'assemblea. Tipo che ognuno dice la sua su dove dovrebbe essere la prossima fermata e se sia meglio passare di lì o di là. Almeno, io interpreto così. Una vecchietta sembra particolarmente preoccupata, ma il tipo di fianco a me è sicuro di quel che dice. L'autista no, ha dei dubbi. Segue dibattito. Poi si riparte.
Ogni tanto quelli attorno a me, a cui per stare in equilibrio infilo i gomiti negli occhi e le ginocchia fra le - vabbè, lasciamo perdere - mi sorridono e rinnovano il cenno di non preoccuparmi per il mio bagaglio, che ormai non vedo più da venti minuti. Non mi preoccupo. Ma la temperatura dentro all'autobus è prossima a quella di un carro merci fermo da una giornata sotto al sole dell'Andalusia ad agosto.

Dal 37 non scende mai nessuno, ma mediamente ogni tre o quattro fermate sale (anche) un controllore. Sale, oddio: si aggrapppa a qualcosa o a qualcuno, mentre l'autobus riparte. Siccome io sono uno dei più vicini alla porta, sono palesemente un extracomunitario (nel senso della CSI) e sono anche l'unico che non sventola subito il suo biglietto, mi punta immediatamente e mi fissa piuttosto accigliato. Io, che non ho idea di dove si prenda il biglietto e la mia cui unica preoccupazione è resistere senza farmi prendere dal panico, gli sventolo in faccia una banconota unta da 10 Gel, l'unica cosa che ho in tasca. Tutti sorridono, qualcuno parla col controllore, il controllore annuisce, si gira e scende. Il tipo davanti a me, con la coppola calata sugli occhi, mi fa cenno di non preoccuparmi. Non mi preoccupo.
La scena del controllore si ripete per tre volte in quaranta minuti. Io non ho mai visto un controllore in trent'anni su un mezzo pubblico di Milano.
All'aeroporto arrivo gratis. E quando scendo mi passano indietro tutto il mio bagaglio.

Poi, la posta. Metti ad esempio di dover spedire delle cartoline da Tbilisi, Georgia. Facile, devi andare all'ufficio postale, ché i francobolli li vendono solo lì. Pensa a quanti uffici postali ci devono essere nella capitale della Georgia.
Ad esempio, se sei in Rustaveli, in pieno centro, di sicuro c'è l'ufficio postale centrale. E infatti è segnato anche sulla Lonely Planet. E' abbastanza vicino all'hotel, dieci minuti a piedi. Così ci vai. Solo che l'ufficio postale non c'è più. Tipo che sembra sia stato bombardato, o qualcosa di simile: comunque non c'è. C'è solo lo scheletro del palazzo e una vecchia scritta "Post Office". Così chiedi lumi ai passanti. Che non hanno la minima idea di cosa sia un ufficio postale, anche perché parlano solo georgiano e pure i fumetti sulle loro teste sono scritti in quel modo, che capite bene.
Allora torni in hotel e ci riprovi: dov'è l'ufficio postale? Ti dicono che sì, è in Rustaveli, ma l'hanno spostato: è proprio davanti al tuo naso. Maddai? Saperlo prima, accidenti. Così esci nuovamente, già piuttosto accaldato e sudato, attraversi la strada e ti guardi in giro. Nemmeno l'ombra. Siccome però ti vergogni a tornare a chiedere di nuovo all'hotel, e ti senti cretino, provi con i negozianti lì attorno. Che, o parlano solo georgiano, o ti rimandano tutti negli stessi due posti: all'ufficio postale bombardato, o a quello che secondo loro dovrebbe essere proprio davanti ai tuoi occhi. Checcazzo, ma sono su una candid camera? Non c'è un ufficio postale qui! C'è solo un (altro) palazzo in rovina. Ti senti davvero scemo.
Allora entri da Geocell, ché ti ricordi che c'è una tipa che parla perfettamente inglese, e chiedi a lei. La tipa scoppia a ridere e ti dice no, una volta era lì, ma lo hanno spostato di nuovo: adesso è nella old town, in sailcavolo 55, di fianco a Sioni church, sai dov'è? Eccerto che so dov'è, porcaccio giuda, dall'altra parte della città, esattamente davanti al negozio dove ho comprato le cartoline! Ci son passato almeno quattro volte gli scorsi giorni senza rendermene conto. Sfiga boia. E a quanto pare è pure l'unico ufficio postale della città.
Non so se posso farcela: è mezzogiorno, fa un caldo bestia, sono stanco e poi, nella peggiore delle ipotesi, ci sarà bene un ufficio postale all'aeroporto. No, non c'è, mi dicono.
Ok. Non mi arrendo. Mi incammino e torno per l'ennesima volta a Sioni church, old town, che alla fin fine è sempre una buona mezz'oretta. In effetti l'ufficio postale c'è, eccolo, non c'è dubbio: un ufficetto totalmente in rovina, con un paio di vetrine rotte. L'unico ufficio postale di Tbilisi, capitale della Georgia. Che chiude fra le tredici e le quattordici.
Io ci arrivo alle tredici e dieci. Immediatamente raggiunto da un danese sudatissimo che, quando arriva, vede me e vede l'"ufficio postale", mi guarda stralunato e mi chiede se è proprio quello e se è davvero chiuso. E tira poi giù una fila di fuck di qui e fuck di là che nemmeno sto a dirvi.
Così ci sediamo sconsolati, uno accanto all'altro, sui gradini dell'ufficio postale, con una birra in mano, ad aspettare le quattordici.
Comunque, cartoline inviate. I francobolli hanno dovuto cercarli nella borsetta di una delle tre impiegate, ché non ne avevano. Per fortuna a lei ne avanzava qualcuno. E speriamo perlomeno non finisca come a Panama e che le cartoline arrivino.

Se Tbilisi è il tuo porto di partenza per volare in Europa, preparati: i voli partono tutti fra le due e le cinque del mattino. Il mio, per Praga, alle quattro e venti. Dunque check-in alle due. Dunque puoi scordarti di dormire. Dunque ne approfitto per aggiornare il blog ché all'aeroporto di Tbilisi, per dire, c'è il wifi gratuito.

Georgia: vediamo.

La frontiera fra l'Armenia e la Georgia è una delle meno complicate che abbia affrontato nella mia carriera: di certo nulla in confronto alle mie passate esperienze in Asia Centrale, anzi, sembra quasi di essere a Chiasso, anche se alla fine, io, questi posti di confine in mezzo alla CSI li amo sempre pochissimo e mi mettono ogni volta parecchia ansia.

Poi, Georgia. Che lipperlì ti sembra uguale all'Armenia che ti sei appena lasciato alle spalle, ma che invece ne è parecchio distante. A partire dai georgiani, che odiano i russi in modo decisamente più esplicito dei cugini armeni, e del resto è storia ben recente l'ultimo conflitto fra Russia e Georgia per la questione dell'Ossezia del sud.
Il paradosso è che i georgiani sembrano, perlomeno nella fisionomia, molto più russi degli armeni. Sono caucasici a tutti gli effetti, almeno tanto quanto gli armeni mi eran sembrati turchi.
Insomma, il confine non è solo geografico e politico.

Peraltro, se l'Armenia è blindata fra Azerbaijan e Turchia, e ha pessimi rapporti con tutti i vicini, la Georgia se la passa quasi peggio, perlomeno a nord, dove confina con la cintura di fuoco caucasica: Inguscezia, Daghestan, Cecenia, Ossezia, Abkhazia. Praticamente uno scacchiere di guerre incrociate che rendono quasi impossibile il transito terrestre verso la Russia.
L'Ossezia del sud, seppure formalmente territorio georgiano, è di fatto indipendente e controllato dalla Russia. Impossibile passare. In Abkhazia, volendo, si può provare ad entrare, ma ci vuole un permesso apposta e la regione è a sua volta indipendente e controllata dai russi.
Lo Svaneti è invece, oggi, formalmente sicuro. Fino a qualche anno fa pare fosse teatro consueto di rapimenti ai danni degli stranieri, adesso è nel catalogo di qualunque agenzia turistica di Tbilisi: nel senso, il prezzo dei riscatti è stato convertito in tariffe tutto compreso per un tranquillo weekend di trekking nel Caucaso.

Alla fine a Tbilisi arrivo con tre giorni di anticipo sul piano e con le batterie comunque piuttosto esaurite. La verità è che non l'avevo in programma qualche giorno in Georgia: la scelta di rientrare a casa da qui era solo un modo per piantare al volo una bandierina nuova e non dover ripercorrere a ritroso la strada dal Debed canyon fino a Yerevan.
Così, di fatto, ci arrivo con poca voglia, soprattutto di affrontare una grande città e le solite maratonine a piedi di intere giornate per visitare tutto quello che una capitale come Tbilisi può offrire.

Perché una cosa è certa: Tbilisi l'avevo sottovalutata. Mi aspettavo l'ennesima replica delle metropoli dell'Asia Centrale, tipo Almaty per intenderci, o Tashkent.
Invece è una bella città, parecchio viva, in gran fermento (e ricostruzione), che ricorda parecchio, ma proprio parecchio, Istanbul, a meno del mare e del Bosforo (che non è poco), a più di un bel fiume che la attraversa.
Nella piazza centrale, al posto della statua di Lenin ce ne han messa una piuttosto pacchiana di San Giorgio. La metro è uguale a tutte le metro delle città della ex-Unione Sovietica, con le solite scale mobili infinite e profondissime, qui sembra ancor più che altrove. In centro, e soprattutto nella old town, ci sono caffè elegantissimi e bei locali dove passare la serata. In periferia ci sono i soliti devastanti condomini sovietici. I tassisti mi dicono essere bastardi come nel resto del mondo (non ho sperimentato direttamente). Wifi ovunque, servizi che funzionano, rete di trasporti piuttosto capillare ed efficiente. Caldo umido, appiccicoso e fastidioso.

La capitale della Georgia, a prima vista, appare decisamente più ricca ed europea della cugina armena, ma per contro, ed evidentemente non a caso, qui compaiono mendicanti e ragazzini di strada che a Yerevan sembravano essere del tutto assenti. I prezzi sono decisamente più elevati che in Armenia, direi quasi europei.

Giro stancamente per Tbilisi, trascinandomi più per la consapevolezza che difficilmente tornerò mai più qui che per volontà vera e propria. Tento anche di anticipare il volo di rientro almeno di ventiquattr'ore, ma senza successo. E' come se avessi realizzato all'improvviso che tutto sommato sono quattro settimane ininterrotte che sono in giro, fra la vacanza a Rodi con i Tati e il viaggio qui in Caucaso, e sono state settimane belle, piene e a tratti avventurose, ma anche parecchio stancanti, e forse non ho davvero più nemmeno l'età per sbattermi così senza soluzione di continuità, senza perlomeno trovare il tempo qua e là anche per fermarmi qualche giorno davvero a fare un tubo, magari semplicemente a guardare il soffitto.
Non fosse altro, in queste settimane mi sono anche fatto un'influenza con la febbre a trentanove, una tremenda botta alla schiena che ho malamente tenuto sotto controllo solo grazie alle iniezioni e che non mi ha comunque fermato (il che non ha fatto altro che peggiorare le cose, in realtà) e, per finire, pure qualche problema gastrointestinale negli ultimi giorni. Una bella collezione, insomma. Non mi sembra strano, in effetti, di sentirmi totalmente scarico.

Vorrei forse approfittare almeno di una di queste giornate per fare un'escursione fuori Tbilisi, magari andare a Gori, la città natale di Stalin, ma alla fine lascio perdere. Non ne ho proprio voglia.
Così faccio invece quel che mi piace fare quando sono in una città grande: andarmene a zonzo e perdermici un po' a caso, senza fretta, cercando di assorbirla un po' alla volta, come se ci abitassi. A Tbilisi tutto sommato mi sento abbastanza a casa, chiudessi gli occhi potrei quasi essere a Milano.
Annoto anche poche cose. Ad esempio, i georgiani mi sembran molto più pii ed ortodossi degli armeni, e dire che mi sarei aspettato esattamente il contrario. Per dire, quando passano davanti ad una chiesa si fan tutti il segno della croce, ma proprio tutti, cosicché può capitare di assistere alla curiosa scena di un autobus pieno che transita davanti a una cattedrale e la folla intera pigiata dentro che si segna per tre volte, come previsto nella variante ortodossa.

Poi, solo parecchio sonno. E stanchezza. E una lunga nottata all'aeroporto, in attesa del volo delle quattro e venti per Praga.
Tant'è, riparto nuovamente con il conto aperto. E' come se fosse destino che questa regione del mondo non mi lasci scampo.

Georgia 01
Georgia 02
On the way to Tbilisi, Georgia
Georgia 03
Georgia 04
Georgia 05
Georgia 06
Georgia 07
Georgia 08
Georgia 09
Georgia 10
Georgia 11
Tbilisi, Georgia
TAG: georgia, tbilisi
12.46 del 25 Agosto 2011  
 
3 commenti pubblicati
vogliamo la foto del 37, io intanto me lo gioco al lotto
L'ha detto gianni, 26 agosto 2011 alle 11.25
e si questa foto del 37 deve arrivare!
L'ha detto Federico, 28 agosto 2011 alle 00.05
dimenticate che la macchina fotografica aveva preso il volo col sacchetto nel quale era contenuta :-)
L'ha detto Carlo, 28 agosto 2011 alle 00.21


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