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Questo (lungo) post è nato altrove, ché l'ho in canna da mesi e mesi. Poi però càpita che una sera, nel ritrovarmi a vedere Giovanni Favia e Davide Bono del Movimento 5 stelle partecipare a un dibattito in televisione, provi il solito disagio a sentire quel che dicono e mi venga da associarli immediatamente ed inevitabilmente ai miei giovani freak, dei quali ormai scrivo da almeno due anni. E però mi viene anche in mente che, tant'è, forse è proprio lì il punto ed è lì che il post che ho nel cassetto da mesi pretende di andare a parare.
Non lo so. Però ci provo: la prendo alla lontana, da quel che voglio dire da tempo, e vediamo se i due temi si agganciano. Magari, una volta in fondo, il risultato non torna nemmeno a me.
L'executive summary è che, a mio parere, no: non esiste alcun popolo di internet. Su internet non nasce alcun movimento di opinione, né tanto meno rivoluzionario: al massimo internet può essere un mezzo rapido ed alternativo di diffusione di movimenti nati altrove. Né soprattutto (e questo è il punto) esiste in Italia un fenomeno, in così evidente crescita, di persone che si informano su internet.
Quel che esiste è solo una gran massa di gente che possiede uno smartphone. Che usa per giocare, ascoltare musica, fare fotografie e taggarle su Facebook. E per leggere le e-mail, se è obbligato per lavoro.
Il post che avevo in mente, però, iniziava in altro modo e da tutt'altra parte.
Io sono nato nel 1965. Ho messo le mani per la prima volta su un computer nel 1984 e son partito direttamente da un assemblato con processore 8088, saltando a pié pari la fase Commodore, Amiga, eccetera. Mi sono laureato in informatica - che all'epoca si chiamava Scienze dell'informazione (è ancora così?) - più per caso che per interesse vero e proprio nei confronti della tecnologia, passione che tuttavia ho iniziato a coltivare proprio nel corso degli anni di studi e soprattutto della tesi di laurea.
Ho fatto a tempo a toccare le schede perforate, ho lavorato sui mainframe, sui primi Macintosh e i primi PC, sulle workstation grafiche e sui primi portatili della Compaq che pesavano come jersey di cemento armato. Ho messo le mani un po' ovunque: dall'MVS al Dos, a tutti i sistemi Unix-like e a tutte le versioni di Windows note al genere umano. Come tutti coloro cresciuti davanti a un monitor, sono (stato) assai poliglotta, nel senso dei linguaggi di programmazione. Lavorando nel mondo della ricerca informatica ho avuto modo di partecipare, direttamente in alcuni casi, indirettamente in altri, alla nascita di parecchie delle tecnologie che oggi diamo per scontate: dalla masterizzazione dei cd, tanto per citarne una, alle tecniche di acquisizione, elaborazione ed interpretazione delle immagini (la mia specializzazione iniziale), allo sviluppo dei protocolli e delle reti di comunicazione.
Soprattutto, ho visto nascere internet.
Per dirla tutta, come quasi tutti "noi" all'epoca, in Rete c'ero già da prima, ché si chattava con i colleghi delle altre università e dei centri di ricerca con sistemi dei quali nemmeno più ricordo il nome, roba che girava su mainframe comunque. Così sorrido quando sento dire "ai tempi di irc", perché c'è stato un tempo, per me, in cui irc era ancora il futuro di un passato prossimo che stavamo già vivendo e sperimentando (fra parentesi, nel momento in cui sto scrivendo questo post, si sta discutendo per caso di questo tema in questo thread di FriendFeed, il che mi serve involontariamente un atout per quanto dirò più avanti).
Anche oggi che non faccio più il tecnologo, che non mi sporco davvero le mani da anni e che la mia vita professionale ha preso tutt'altre direzioni, ho strettamente e quotidianamente a che fare con la tecnologia, alla cui diffusione in qualche modo contribuisco, occupandomi fra l'altro delle implicazioni di questa stessa diffusione. La tecnologia permea buona parte della mia vita, professionale e soprattutto non: internet è invasiva nella mia stessa esistenza.
Nel panorama attuale, sarebbe ben strano il contrario. Se non ve lo pare, secondo me avete un problema. E di questo, anche, andiamo qui a discutere.
Internet, dunque: so cos'era, so cosa e come è diventata, so parecchi degli attuali perché, so come funziona abbastanza dal rientrare nella coda statistica dei competenti minimi in materia. So quel che c'è dentro, so come si usa. Ne so un (bel?) po', insomma. E d'altra parte, tecnicamente, ne so ad esempio molto meno di quel che ne sanno buona parte di quelli che hanno partecipato in prima persona e in qualunque misura, come me, alla sua nascita, come ad esempio i partecipanti al thread di FriendFeed che ho segnalato qualche riga sopra.
Dal punto di vista della fenomenologia sociale, poi, sono talvolta così incapace di avere una chiara visione della potenzialità delle cose che io son sempre quello che nel 1992, dopo aver messo la prima volta le mani su Mosaic, sentenziò 'sta roba non servirà mai a nessuno.
Capite quanto sia guru e visionary colui che sta qui scrivendo.
Guru o meno, comunque, sono in conflitto di interessi. Parlare di internet è per me come parlare del telefono per la generazione dei nostri genitori: è una roba che c'è (quasi) sempre stata, perlomeno da un attimo prima che diventassi adulto e questo, a pensarci, mi mette nella condizione paradossale di essere anagraficamente alla pari con i nativi digitali, almeno dal punto di vista strettamente tecnologico e pur appartenendo alla generazione precedente. Per certi versi si potrebbe dire che fra me e i miei coetanei che, quasi trent'anni fa, han preso altre strade formative e professionali c'è di mezzo un'intera generazione tecnologica. O, viceversa, che il mio approccio alla Rete dovrebbe in qualche modo essere più prossimo a quello di un ventenne o di un trentenne di oggi.
Dove il condizionale è parte integrante del problema che sto cercando di affrontare qui.
Ciò premesso.
A me piace googlare la gente. Googlo più o meno tutti: attori, cantanti, giornalisti, scrittori, politici, personaggi storici. E naturalmente googlo spesso le persone che conosco, o che ho conosciuto anche solo per pochi minuti: tipo, veniamo presentati in una riunione, tempo dieci minuti ti sto googlando per farmi un'idea, per quanto approssimativa e superficiale possa essere, di chi sei e della persona con cui ho a che fare.
Personaggi noti a parte, nel nostro piccolo universo quotidiano sembra che quasi chiunque, nella fascia 18-50, abbia un account su Facebook. Nella realtà, dovessi basarmi sui risultati delle mie "googlate", la percentuale reale è ben al di sotto del 50%, con una curva di distribuzione delle presenze ovviamente decrescente con l'aumentare dell'età del profilo ricercato.
In alcuni casi, perlomeno nel mondo professionale e con curva dall'andamento inverso al caso precedente, nella ricerca viene in soccorso LinkedIn. Poi c'è il caso, ancora assai frequente, nel quale càpita di incappare in qualcuno che non esiste digitalmente: nemmeno una citazione in qualche remota banca dati, una comparsa su qualche pdf dell'ente scolastico salcavolo, una partecipazione a un qualche convegno sui lamellibranchi del Pacifico meridionale e nemmeno una firma su qualche petizione on-line contro il maltrattamento dei cani da parte delle multinazionali farmaceutiche.
In una società connessa come la nostra, dove ormai qualsiasi evento e movimento di ciascuno di noi è indiscriminatamente tracciato, è possibile non avere un'esistenza digitale? E come?
Se non usi il web è possibile che tu non ti sia mai registrato ad alcun portale, o a qualche servizio, o che non abbia mai fatto un intervento su un qualche forum, o non abbia mai scritto a un giornale, ma che dire della tua esistenza reale e della proiezione che può avere sulla Rete? Non hai mai partecipato a un convegno? Non hai mai sottoscritto documenti con qualche valenza pubblica? La tua attività non ha alcun riscontro su internet? Per esempio, se offri servizi ai clienti, nessuno ne ha mai scritto in merito? Non sei nemmeno sull'elenco telefonico, né in alcun altro elenco di qualunque categoria? Nemmeno in qualche lista di ex-alunni pubblicata da qualche ex-compagno di scuola a tua insaputa, per dire?
E, detto che la risposta è evidentemente sì, è possibile, solo a me viene di conseguenza spontaneo chiedermi ma allora, chi sei e che accidenti di vita fai?
Tradotta in altri termini: ma in che cavolo di mondo vivi?
Ché un conto è non volere avere a che fare con internet, e adesso ci arriviamo e di questo voglio in realtà scrivere, un altro conto è non esistere per internet a prescindere dalla propria volontà.
Davvero, com'è possibile? Non intendo per il pigmeo della Repubblica Centrafricana: intendo, com'è possibile per un adulto che vive in un Paese occidentale come l'Italia e che svolge ad esempio una qualunque professione nell'ambito dei servizi? Possibile che non abbia mai compiuto, o che sia stato volontariamente o involontariamente coinvolto in una qualunque azione degna di essere tracciata e di finire nel pozzo senza fondo di Google?
Mah. Forse sono io, appunto e considerate le premesse, che a volte accredito la Rete di un potenziale eccessivamente sopravvalutato.
Forse sono io e, riprendendo l'introduzione a questo post millemila righe fa, sicuramente lo sono i giovani Favia e Bona di turno. Ecco che vien fuori il primo gancio fra l'impegno politico dei miei giovani freak e quello che ho in mente da tempo di scrivere a proposito del rapporto fra tre generazioni consecutive ed internet.
Andiamo oltre.
Poi, ci sono i refrattari a priori. Quelli che internet non gli interessa, che non ci vogliono entrare e se ne tengono alla larga in tutti i modi. YouPorn compreso, si intende.
Mi viene da fare della statistica spicciola in merito e sì, sono considerazioni sulle quali, trasversalmente, sono tornato spesso fra queste pagine per le conseguenti implicazioni che secondo me hanno, anche e proprio, nello sviluppo del dibattito politico in questo Paese.
La comunità assai ristretta delle persone che frequento e che mi sono più vicine è quasi prossima all'inesistenza digitale assoluta: nemmeno l'account su Facebook, per dire (che nemmeno io ho, ma è un'eccezione praticamente unica e voluta nella mia altrimenti omnicomprensiva presenza in Rete). Questi amici sono più o meno tutti miei coetanei e, fattore ancora più interessante, hanno quasi tutti la mia formazione universitaria: laurea in informatica, o scienze affini.
Di queste persone, quella maggiormente presente in Rete (peraltro esclusivamente da un punto di vista professionale), è l'unica ad avere un background formativo completamente differente.
La cerchia degli amici più stretti rappresenta un piccolissimo campione di una generazione, la mia, che come da tempo vado sostenendo è in gran parte totalmente refrattaria a internet. Uso il termine refrattario non a caso: poi ci torniamo. Paradosso per paradosso, e sempre con riferimento ad un insieme ridotto di conoscenze prossime, i nostri genitori hanno più stimolo ad avvicinarsi alla Rete di quanto sembrino non averlo questi stessi amici.
La refrattarietà ad internet si traduce nel fatto che le persone all'interno di questa comunità (ripeto: che hanno pure una formazione culturale specifica nel settore) non hanno quasi identità digitale alcuna: non esistono, appunto, nei termini che ho descritto prima. Non usano quasi il computer a meno che non sia strettamente per lavoro: ad esempio, molto difficilmente fanno acquisti sul web. Soprattutto, non si informano attraverso la Rete, né conoscono i canali e i modi per farlo: non gli interessa. Seguono solo uno o due quotidiani tradizionali (nei quali rientra l'accesso ai siti come Corriere.it, che non considero informazione alternativa) e, più raramente, la televisione.
Nello scrivere queste righe sono quasi certo del fatto che proprio questi amici, quelli a me più vicini, non le leggeranno mai: non tanto perché non siano interessati in generale a quello che scrivo, che peraltro ci potrebbe tranquillamente stare, ma perché, semplicemente, non hanno alcun rapporto con internet e con qualunque aspetto sociale della Rete. Per dire, hanno pure un pessimo rapporto con l'e-mail e forse questo è l'aspetto più comprensibile e condivisibile: in questo senso io faccio parte del campione opposto dei compulsivi, di quelli cioè che non si separano mai dallo smartphone (anche) per poter tener d'occhio la posta e, tutto sommato, dalla mia posizione non riesco ad essere troppo critico verso l'atteggiamento complementare.
Ma il resto dell'atteggiamento mi irrita, c'è poco da fare, più o meno come se scoprissi che non sanno la tabellina del sette. Per dirla meglio: mi meravigliano meno quelli che non hanno la patente di guida.
Per essere ancora più esplicito, mi capita spesso di sentirmi chiedere, anche dagli amici, perché mai io abbia un blog, che senso abbia e, soprattutto, dove trovi il tempo di "occuparmi anche di queste cose". Che è una domanda evidentemente pleonastica.
Leggevo l'altro giorno questo post di Domitilla Ferrari. Mi è piaciuto molto e contiene alcune risposte alla domanda precedente, ma ha un difetto: è comprensibile solo per quelli come me, non è la risposta giusta ai miei amici. Perché ai loro occhi la presenza in Rete di per sé non ha un valore intrinseco degno di nota: è un hobby come un altro, come andare alla partita. Soprattutto, è visto come un'alternativa a qualcosa d'altro, un'attività che porta via tempo a scapito di altre potenziali attività con cui impegnare il proprio tempo libero.
Allarghiamo ora il cerchio: la comunità professionale che frequento - e mi riferisco nel caso specifico ai colleghi di lavoro, quindi (ancora) a persone con estrazione e formazione assimilabile alla mia, ma che sono un campione molto più esteso del precedente - ha un approccio ad internet che è inversamente proporzionale alla fascia generazionale. In altri termini, e per sintetizzare parecchio il concetto che voglio esprimere, mi capita spesso di lavorare con coetanei - che si occupano di informatica, che fanno i project manager, i consulenti, i responsabili IT, riempite a piacere… - che non hanno idea di come funzioni un social network, che hanno un'immagine assai distorta di internet, che non hanno mai fatto un acquisto in Rete, che non hanno un'identità digitale definita e consistente (salvo, talvolta, ma non sempre, un profilo LinkedIn e/o ancor più raramente un account su Facebook poco mantenuto), che non sanno ad esempio cosa sia un feed RSS.
Possibile? Può un project manager IT quarantenne non sapere oggi cosa sia un feed RSS ed essergli allo stesso tempo riconosciuta un'elevata autorità in materia di informatica? Sì, eccome.
Ha senso usare l'esempio del feed RSS come metro di valutazione delle competenze utili e necessarie per sapersi muovere sul mercato IT odierno? Secondo me sì, ma parliamone.
Per buona parte delle persone appartenenti alla comunità tecnologica e professionale che mi capita di frequentare vale il teorema generale "Internet = Facebook ⇒ Facebook non mi interessa ⇒ Internet non mi interessa, o mi interessa giusto per fare ricerche su Google e poco altro". Alcuni più illuminati vedono internet più che altro come canale verso il quale estendere i tradizionali processi aziendali cliente-fornitore, ma spesso non siamo molto più in là dell'e-mail, o del mettere in piedi una transazione web per favorire l'order entry.
L'uso sistematico del web, Google a parte, è spesso limitato ai collegamenti su LinkedIn, nuova frontiera dello scambio dei biglietti da visita, o alla consultazione dei siti istituzionali dell'informazione, tipo Corriere e Repubblica, dunque paradossalmente al modo meno internettiano possibile di informarsi.
E', per inciso, anche la stessa gente che immancabilmente ti inoltra automaticamente, con lo stesso approccio, le catene di e-mail sugli stipendi dei parlamentari o sulle bambine ammalate di leucemia che solo la Rete può salvare, senza minimamente preoccuparsi di verificare se son bufale, o le fonti in merito. E in effetti, non c'è nulla di più lontano da queste persone dello stretto legame esistente fra la potenzialità di internet e la ricerca di fonti, l'informazione e il modo di informarsi: usano internet come assorbono il Tg1.
Detta in altri termini, la penetrazione della Rete nella loro vita quotidiana è quasi irrilevante: vita quotidiana, non professionale: è questo il punto. Sto parlando di quella permeabilità fra quotidianità e uso/presenza in Rete di cui parlavo prima citando il mio caso.
Fra la comunità professionale allargata di cui sopra e il mondo al di là del digital divide che caratterizza questo Paese, secondo me, esiste un solo grado di separazione. Oltre quella barriera la percezione di internet è quella del luogo dove è meglio non far sapere chi sei, né che esisti, dove non devi pubblicare le tue foto né il tuo indirizzo ché è pericoloso, dove c'è solo pornografia, dove ti rubano la carta di credito, dove ci sono pedofili ad ogni angolo, dove Facebook è un girone di violenti e di giovani corrotti déditi perlopiù alle messe sataniche, al consumo di alcol e alle orge. Per non parlare della internet addiction, naturalmente.
Questa visione di internet, ancora fortemente radicata e piuttosto diffusa, è del resto in parte dovuta a una buona parte dell'informazione tradizionale che ha una spiccata tendenza a parlare della Rete spesso solo in chiave negativa (profili su Facebook di giovani assassini, pirateria, pedofilia, sesso e pornografia), sponsorizzata peraltro da una classe politica a propria volta totalmente ignorante in materia. Chiunque, con cognizione di causa, segua un minimo le vicende delle varie proposte legislative sui temi della Rete che di volta in volta si avvicendano fra i banchi del Parlamento, non può che provare ulteriore sconforto allo sconforto già generale suscitato dai nostri politici.
La mia percezione del rapporto fra questo Paese ed internet è dunque ben rappresentata nelle due comunità di persone che frequento, contrapposte al resto della popolazione che sta ancora al di là del muro e che, per quel che vedo e leggo, costituisce ancora l'insieme più esteso.
Provo anche a dirla in altro modo.
Ci sono quelli che internet, semplicemente, alla larga: o perché "non gli interessa", o "perché è pericolosa". E sono ancora parecchi.
Poi ci sono quelli che internet è solo Facebook e di questi solo una parte minoritaria sono quelli che Facebook non è il male. Peraltro, questi ultimi sono quelli che vent'anni fa si trovavano davanti al muretto della gelateria o della scuola, oggi si ritrovano su Facebook, e fine del rapporto con la Rete. Sono anche quelli che fanno la fila davanti all'Apple store ventiquattr'ore prima dell'apertura per essere i primi ad accaparrarsi il nuovo modello di iPhone. Con questi, secondo me, arriviamo al 50% della popolazione.
Poi ci sono quelli che internet sì, la usano, ma solo per leggere le e-mail, o il Corriere, o Repubblica, o googlare di tanto in tanto. Diciamo che sono un altro 20%. Sono gli utenti di nicchia dello smartphone, perlopiù declinato in versione Blackberry. Di norma non fanno acquisti su internet, perché temono per la carta di credito. A volte hanno un profilo trascurato su Facebook, più spesso lo mantengono su LinkedIn, ma il grado di partecipazione alla vita digitale è comunque prossimo a zero, anche solo perché la trovano una cretinata ed una perdita di tempo. Molti di loro hanno anche l'iPad, perché è di moda.
Poi ci sono gli addicted da social network: internet è la loro bibbia, hanno profili ed account ovunque, migliaia di contatti in Rete, le loro interazioni sociali si dipanano principalmente all'interno della comunità digitale che frequentano. Non si staccano mai dai loro iPhone, o dagli smartphone Android, e del resto buona parte della loro attività in Rete consiste nel partecipare attivamente allo scontro fra sostenitori di Cupertino e di Mountain View. Sono spesso molto giovani e le loro idee sono perlopiù estreme come la loro giovane età: infarcite di luoghi comuni, caratterizzate dal rigetto totale per la politica reale, pronte ad accodarsi all'indignazione generale senza se e senza ma, ma senza capacità alcuna di partecipazione attiva alla definizione di un'alternativa consistente. Stan qui, di fatto, i miei giovani freak. Fanno un altro 20%?
E poi ci sono gli altri. Che, e qui viene il punto finale, sono in realtà il vero target dei Giovanni Favia e dei Davide Bono, che però sono convinti che siano una comunità molto più allargata di quanto l'evidenza (mi correggo: la mia esperienza diretta) non dimostri: tutti quelli che usano internet anche per informarsi e cercare fonti, per partecipare attivamente, per condividere contenuti, per dibattere, per lavorare, per scambiare e-mail, per fare acquisti in Rete, per accedere a servizi vari, per studiare, per confrontarsi.
Sono coloro che di internet hanno una visione sufficientemente laica ed allo stesso tempo la accettano e la usano per quello che è, una commodity che permea e favorisce la nostra esistenza quotidiana, accrescendo allo stesso tempo in maniera esponenziale il nostro potenziale informativo e comunicativo (nel bene e nel male, ovviamente). Ma quanti sono, davvero, in questo Paese?
Prendendo per buoni i dati dei sondaggi e considerata la politica di informazione portata avanti dai grillini, potrebbero valere almeno il 5,6%: la fetta che il Movimento 5 stelle si è portata a casa dalle elezioni in Molise. Un movimento che fa e pretende di fare di internet il solo canale di informazione.
In realtà io non voto Grillo, anche se il modo di approcciarmi all'uso di internet fa sì che faccia parte del target potenziale verso il quale il Movimento indirizza il suo messaggio.
Dunque, verosimilmente, il bacino reale di utenti internet assimilabili per comportamenti al mio è più ampio. Dovessi dire, comunque, non credo di molto.
Resta comunque il muro generazionale, che è l'altro nodo della questione. Chi dovrebbe risollevare davvero le sorti di questo Paese, chi dovrebbe prenderlo in mano, guidarlo, proporsi in prima linea, non può essere e non sarà mai (come è stato per tutte le generazioni precedenti) la generazione dei giovani freak, ma quella successiva che, almeno in teoria, ha dalla propria parte l'esperienza, l'energia, l'equilibrio e la cultura per farlo.
Oggi esperienza e cultura passano - eccome! - in grandissima parte attraverso la Rete, nelle mille forme e potenzialità che essa può offrire: canali di informazione, aggregazione, scambio e condivisione. Ma la verità è che siamo pochissimi ad essere davvero presenti, in qualunque forma si declini la nostra presenza più o meno attiva, e fra le centinaia di voci che seguo su internet i miei coetanei li conto davvero sulle dita di una mano, pur rappresentando alcuni di loro punti di riferimento consolidato e aggregatori di comunità molto attive (mi vengono in mente al volo Massimo Mantellini, Stefano Quintarelli, Luca Sofri, tanto per citarne alcuni).
E' ingenuo e del tutto fuorviante credere che, siccome tutti hanno uno smartphone e un account Facebook (che come ho scritto più sopra non è peraltro affatto vero), in questo Paese esista un substrato allargato e incisivo di popolazione che si informa attraverso internet, una comunità tecnologicamente preparata il cui ordine di grandezza sia sufficiente a promuovere una qualsivoglia politica.
Quel che sembra invece a me, guardandomi intorno, è che manchino completamente i presupposti. E mi irrita ancor più pensare che fra i presupposti mancanti vi sia la presenza massiva ed attiva in Rete della mia generazione. Mi irrita ogni giorno di più constatare la miopia dei miei coetanei nei confronti di internet, il loro disinteresse, il liquidare il tema come se una presenza ed un uso attivo della Rete, oggi, fossero davvero portar via tempo ad altro. Sentirmi dire che internet è Facebook. O che serve solo (quante volte l'ho sentito!) per cuccare. O che tanto Wikipedia non è attendibile. O che non mi fido perché mi rubano la carta di credito. O che le uniche relazioni vere sono quelle reali, come se davvero esistessero un mondo reale ed un mondo parallelo su internet, il famoso "popolo della Rete".
Quando i giornali scrivono che "il popolo della Rete si è sollevato a favore o contro qualcosa", in realtà stanno contribuendo a deformare una volta di più la visione reale di internet (anche) per coloro che, a quella stessa Rete, sono refrattari. Che sono la maggior parte e che non comprendono affatto solo la casalinga di Voghera, ma purtroppo anche una gran parte di popolazione che dirige, governa, decide e dovrebbe costituire il motore propulsivo della nostra società.
Fra parentesi, poi, andrebbe anche osservato che una parte considerevole di coloro che appartengono alla comunità dei non refrattari, invece, semplicemente non ha alcuna voglia di impegnarsi in prima linea. E perché mai dovrebbe, del resto? Sarebbe come pretendere che, prima dell'avvento di internet, lo stesso campione di popolazione avesse dovuto sentire il dovere morale di impegnarsi in politica.
Per inciso, io stesso faccio parte di questo insieme: il fatto che appartenga alla microcomunità di persone che vivono la Rete in prima persona non fa di me un potenziale candidato ad impegnarmi direttamente in politica.
Quel che però è vero è che il mio modo di vivere la Rete, e dunque anche di informarmi, condiziona il mio voto. Che è quello a cui auspicano i grillini e i giovani freak con loro.
Solo che sono (siamo) quattro gatti, tutto qui, e nemmeno votiamo tutti allo stesso modo. Il mondo reale, purtroppo, è altrove. Almeno in questo Paese. |
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| TAG: internet, digital divide, informazione, nativi digitali, identità digitale |
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22.52 del 01 Novembre 2011
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