Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 Rosa e viola
FEB Diario
7.45, nel mio ufficio al decimo piano. Sono pari, io. Sarebbe anche una mattinata meravigliosa, a voler ben vedere. Se riuscissi ad aprire gli occhi. Se avessi dormito più di tre ore (no, non è per questo). Se mi trovassi in un rifugio d'alta quota davanti a un tè bollente e non, appunto, nel mio ufficio.

Dalla finestra osservo la luce rosa e viola colorare a nord un orizzonte il cui profilo verticale, lungo qualche centinaio di chilometri, racchiude la pianura attorno a me. Mi è familiare questa vista, ma mi incanta sempre come fosse la prima volta.
In fondo, ad occidente, la piramide perfettamente triangolare del Monviso. Poi lo sguardo corre da ovest ad est: a destra il Monte Rosa si alza all'improvviso, disegnando una parete bianca e scintillante contro il cielo. Oltre, una teoria di creste che a poco a poco tornano ad essere solo marroni. Il Pizzo Stella, il Legnone, i monti della Val Chiavenna. E ancora, le linee regolari delle Grigne: le potresti toccare, proprio qui davanti. Distinguo quei canaloni che ho percorso decine di volte e le rughe della Grignetta. Poca neve, appena accennata sul paretone. Ancora più a oriente, al di là del Resegone, la vista sfugge fino alla Presolana e all'Adamello... O forse sono già Ortles e Cevedale? Adesso scrivo a Gusme e glielo chiedo.

E qualcuno ancora viene a raccontarmi del panorama attorno a Torino.

Anche a Torino ho un ufficio: al dodicesimo piano dell'unico vero grattacielo in città. Col cavolo che regge il paragone.

Fra un'ora la foschia grigia nasconderà tutto, fino ad un tramonto probabilmente incandescente e nucleare, come spesso accade in giornate come questa. Naturalmente ho lasciato a casa la piccola digitale, anche se in realtà ci vorrebbero la mia fedele Nikon e il suo zoom.

Un paio di sere fa: mi trovo in Piazza Duomo, più o meno intorno alle nove. Aria fredda, ma non pungente. La Galleria quasi deserta, pochissima gente in giro, luci soffuse di vecchi lampioni attorno al Duomo. La Madonnina illuminata incisa contro un cielo nero limpidissimo, sotto una mezzaLuna quasi alogena.
Nessun vero rumore. Una base appena accennata di musica chilly out diffusa sotto ai portici, davanati a La Rinascente; un leggero brusìo di voci in sottofondo: un po' di russo, di spagnolo, un lieve inglese molto british, il solito pizzico di arabo, l'immancabile giapponese. Anche tre romani incravattati in trasferta milanese.

- Ci sarà un posto dove mangiare qualcosa qua attorno...?

No, a dire il vero siete fuori zona: a Milano non si mangia in Duomo. Almeno, non secondo il concetto romano di mangiare.

Tutto qui. Noi e nessun altro, e poiché io non parlo direi che nell'aria non c'è alcuna inflessione milanese, né avverto rumori estranei: non squillano cellulari, non c'è traffico, non ci sono urla.

E' così che io amo Milano e Milano mi commuove, quasi, quando mi avvolge così, a me che vengo dal mare e che sono uomo di montagna. E' la mia Milano, fredda, silenziosa, le cui centinaia di guglie e statue di marmo bianco che si innalzano dalla più straordinaria architettura del mondo bucano il cielo notturno.
Hanno anche tolto le insegne pubblicitarie luminose dalle facciate dei palazzi. Non ci avevo fatto caso fino a questa sera.

I russi fotografano la Galleria coi telefonini. Le due ragazze giapponesi si stringono nei cappotti e camminano guardando per aria. Io me ne sto lì in mezzo, non mi nota nessuno e forse sono totalmente invisibile.
Amo questa città, questa stessa città che mi nausea presa in un qualsiasi sabato pomeriggio, stesso punto d'osservazione, stesso palcoscenico, stesso marmo bianco. Questa stessa odiosa e grigia ammucchiata di palazzi che mi inghiotte nel suo maledetto traffico al piombo, ogni mattina dell'anno. Questo groviglio di asfalto e cemento dal quale solo qualche mese siamo fuggiti, per aprire le finestre davanti agli alberi e alla Grigna, ogni mattina.

Poi, un pub inglese, a pochi passi dal Duomo. Un angolo di Dover, o forse di Manchester. E' quasi vuoto. Ci siamo solo noi, un paio di giovani inglesi con la loro pinta, un personaggio solitario seduto in un angolo col suo hot dog. Ci scommetteresti il tuo conto in banca che è inglese pure lui. Del resto, indossa un abito molto inglese. E' qui per lavoro, gioca con il telefonino.

Silenziosi schermi tv, appesi alle pareti, fra magliette del Liverpool e dell'Arsenal. Rimandano le immagini colorate di Sky, quella vera. Calcio, naturalmente. Nessun altro, null'altro.
Mangio il mio hot dog, bevo la mia Kilkenny. Come vent'anni fa. Anzi, no: vent'anni fa avrei ordinato una Tennent's Super. Non so perché questa sera ho ordinato Kilkenny.
00.36 del 18 Febbraio 2005  
 
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