Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 Come la scia di una nave
NOV Running
Prologo: questo è uno di quei post che nessuno arriverà mai a leggere fino in fondo. Ma devo riassumere alcune cose mie, per fare un po' d'ordine. E dove lo faccio, se non sul mio blog?

Qualche giorno fa Calexandrìs ha scritto qualcosa che ha fatto un po' il giro di una certa parte dell'internet che corre con le scarpette, e non solo. È stata ripresa su Twitter, rilanciata su FriendFeed e credo sia arrivata anche dalle parti di Facebook.
Io ho corso con Calexandrìs e già solo questo la rende una persona speciale, perché non ho mai corso con nessun altro: sono un runner irrimediabilmente solitario, ma se sto scrivendo questo post, e se sono di nuovo in strada a macinar chilometri dopo due anni di stop, lo devo un po' anche a lei. Ma non è di questo che voglio parlare.
Quel che vorrei è prendere spunto da quel che ha scritto lei per spiegare perché corro io.

Quasi cinque anni fa raccontai proprio fra queste pagine la mia prima volta in tuta e scarpette e aprii una categoria nel blog per raccogliere i miei post sulla corsa. Il registro era volutamente autoironico: prendermi in giro, condividere pubblicamente quelle prime dannatissime settimane di assurda sofferenza mista ad esaltazione adolescenziale - o meglio, da quarantenne invasato - fu la chiave che nell'arco di due anni mi permise, partendo completamente da zero, di arrivare a correre una maratona in quattro ore preparandomi esclusivamente da solo.
Chi segue questo blog da tempo conosce l'epilogo: dopo la maratona di Milano dell'aprile del 2010, complice qualche problema fisico, un previsto calo motivazionale dovuto alla preparazione intensissima delle ultime settimane e alcune difficili vicende personali, un po' alla volta smisi di correre. All'inizio pensavo fosse solo un momento di pausa inevitabile dopo due anni continui e tiratissimi; pian piano diventò un tunnel dal quale non riuscii più a uscire, salvo due o tre tentativi di ripresa a distanza di mesi, andati presto a vuoto dopo solo poche settimane. Semplicemente, erano venute meno in un colpo tutte quelle ragioni che mi avevano portato a correre e solo il riverificarsi delle medesime condizioni avrebbe potuto rimettermi in moto una seconda volta.

Del correre ho dunque scritto tanto in passato. Quel che non ho mai scritto, però, è perché davvero io abbia iniziato a correre. E del perché, ancora oggi, corro - sì, ho ripreso ormai da un po', e ho corso (anche) con Calexandrìs. Ma a questo arrivo più avanti: se vi va di ascoltare questa storia, mettetevi comodi.

Ho fatto sport agonistico fino circa ai vent'anni e ne ho fatti diversi. Ho sempre amato gli sport individuali, anche se per dieci anni ne ho praticato soprattutto uno di squadra, arrivando a livello semiprofessionista. Solo che quello sport non l'ho mai amato.
Sapete com'è: vi piace fare una cosa, ma siete piccoli; gli adulti pensano che abbiate talento per altro e vi indirizzano diversamente. Così, per non dispiacere nessuno, vi ritrovate a fare qualcosa di cui tutto sommato non vi frega un granché, ma tanto l'importante è fare sport, no? Poi gli anni passano, il vostro entusiasmo nel frattempo lo avete riservato ad altro e diventate adulti chiedendovi perché mai abbiate buttato dieci anni della vostra vita a praticare uno sport del quale non vi interessava un accidente e a convincervi che vi piaceva, quando in realtà avevate talento da vendere per altri. Solo che ormai è troppo tardi. Non si iniziano gli sport da grandi. Quasi mai, perlomeno.

A me piaceva correre e andare in montagna. Sugli sci e attaccato alla roccia ci sono nato, per correre avevo parecchio talento. Da ragazzo, però, il mio era talento per la velocità, non per il mezzofondo, anzi: sulla distanza ero proprio una pippa, già ai quattrocento metri schiattavo, per dire. Ero un velocista puro, uno che senza alcuna preparazione particolare e senza scarpette coi chiodi a sedici anni era capace di correre i cento metri sotto i dodici secondi. A scappare non mi prendeva nessuno.
Così, ogni volta che ne avevo la possibilità partecipavo a gare di sci e di corsa veloce, ma sempre in qualità di "free lance": nessuna società sportiva a seguirmi, nessuna preparazione particolare. La forma fisica l'avevo semplicemente perché praticavo un altro sport, che detestavo (*).
E vincevo, spesso. Soprattutto nella corsa, ché nello sci la preparazione tecnica sui pali pesa tanto e più del talento, anche.

Dopo i vent'anni comunque piantai quasi tutto: c'erano l'università, le ragazze, i viaggi, c'era poca voglia di seguire regole e regolamenti, soprattutto di attenersi a una qualsiasi disciplina, condizione necessaria per praticare uno sport con costanza e risultati. L'unica cosa che continuai a fare, anzi, nella quale presi ad investire sempre più tempo libero, fu l'andare in montagna. Ma quello degli alpinisti è tutt'altro mondo, soprattutto la sera nei rifugi davanti a una bottiglia di vino.
La mia carriera culminò proprio fra i venti e i trent'anni. Andavo tutti i weekend dell'anno: uscite scialpinistiche, discese fuori pista, arrampicata su roccia e ghiaccio, tantissime salite in alta quota e persino qualche ascensione solitaria sui "quattromila" delle Alpi. Per anni mi sono realizzato completamente vivendo la montagna in ogni forma possibile (e nei viaggi in giro per il mondo).
La storia è poi un po' quella di tutti: il lavoro che ti porta via sempre più tempo, le trasferte di mesi, anche all'estero, sempre meno voglia di alzarsi la domenica alle quatto o alle cinque del mattino, non parliamo poi di andar via tutto il weekend quando sei appena rientrato a casa il venerdì sera da una trasferta di lavoro; e poi gli amici che via via si sposano, figliano e attaccano l'attrezzatura al chiodo, il mal di schiena che inizia a colpirti a tradimento sempre più spesso. Lo sappiamo, dài, come va.
Fino alla soglia dei quarant'anni, grazie al sodalizio col mio caro amico Bruno, eterno socio di cordata, riuscii a impormi di andare a far qualche salita almeno tre o quattro volte a stagione, ma alla fine gettammo progressivamente la spugna entrambi, praticamente senza nemmeno accorgercene. Nel frattempo mi ero sposato e avevo messo su famiglia anche io, e la verità è che non puoi fare attività sportiva a quarant'anni "tre o quattro volte all'anno". Anche solo andare a sciare era ormai diventato sempre più faticoso e rischioso, soprattutto per la mia muscolatura appesantita e per la schiena, che aveva preso a bloccarsi in media ogni tre mesi con effetti sempre più deleteri e frustranti per il mio morale. Ero arrivato al capolinea: fisioterapista, radiografie, centri specialistici. La consapevolezza di essere definitivamente davanti a un bivio: o facevo qualcosa per me stesso, o il mio stato di salute avrebbe accelerato verso un declino irreversibile e molto rapido.

Finché ho fatto sport regolarmente, più o meno fino ai trenta-trentacinque anni, pesavo qualcosa fra i 72 e i 75Kg. Una quarantotto stretta, diciamo. A fine 2007, a quarantadue anni, viaggiavo oltre gli ottantatré chili e verso la cinquantadue. Ormai non era più questione di pancetta: guardando in basso iniziavo a non vedermi oltre l'ombelico. La mia alimentazione era disastrata, tipica di tutti coloro che conducono come me una vita zingara e quasi priva di orari regolari, e non avevo mai seguito una dieta. In più, da un paio d'anni stavo attraversando un periodo molto difficile a livello personale, unito al fatto che il tipo di vita professionale che conducevo comportava un livello di stress continuo e parecchio elevato. Per la prima volta in assoluto iniziai a preoccuparmi davvero per me stesso.
Dopo due anni che non andavo in montagna, una domenica di inizio inverno, insieme a Bruno decidemmo di rispolverare le pelli di foca e andare a farci una facile facile scialpinistica, una breve salita tanto per riprendere un po' di confidenza con l'ambiente: fu un'esperienza disastrosa e avvilente. Di me, o perlomeno della mia forma fisica, non era rimasto nulla. Quella sera iniziai a guardarmi allo specchio con un certo disprezzo. Avevo in qualche modo infranto definitivamente una barriera mentale.
Quel che dovevo fare era mettermi davanti un obiettivo credibile e provare a perseguirlo con metodo. Lipperlì la cosa più ragionevole mi sembrò pormi un qualche traguardo alpinistico, di quelli che avevo nel cassetto da anni e per il quale fosse necessario allenarmi con costanza. La corsa, per quanto mi riguarda, era l'unica forma di allenamento possibile, ché ho sempre odiato le palestre e la piscina mi fa schifo.

Fino a quel momento avevo guardato con vero orrore e molto sarcasmo ai quarantenni (allora ancora non così comuni) che vedevo correre in strada al mattino presto o alla sera: erano uno dei bersagli preferiti del mio cinismo. Ma nel giro di qualche giorno comprai una tutina ai saldi da Decathlon, un paio di scarpette da ginnastica da pochi euro e, vergognandomi come un ladro e totalmente sfiduciato riguardo alla mia reale motivazione, una sera uscii al buio alle nove vestito come Fantozzi e, con un freddo porco, provai a correre un po': non durai cinquecento metri. Dopo venti minuti ero nella mia camera d'albergo di Alba completamente sfatto e in piena crisi depressiva. Il mio obiettivo alpinistico (che non ho poi mai rivelato quale fosse) era evidentemente troppo lontano: nelle mie condizioni, una chimera. Avevo bisogno di ripartire completamente da qualcosa di più realistico e alla mia portata. Dovevo tararmi proprio sulla corsa: in fondo a me correre era sempre piaciuto, quel che detestavo era l'immagine del quarantenne con la pancetta che insegue la moda del momento. Dovevo correre per me stesso, perché piaceva a me, non per un qualche obbligo sociale o per ragioni esteriori. Dovevo lavorare da solo e il primo traguardo che mi posi fu, naturalmente, arrivare a correre dieci chilometri in un'ora.
Era un obiettivo scelto a caso, senza alcun fondamento teorico: avevo solo fatto due conti sul mio passo (disastroso) e provato a fare qualche proiezione attendibile per qualche settimana di allenamento. Ho scoperto solo dopo un po' di tempo che quello è l'obiettivo iniziale di tutti coloro che si mettono a correre.

Mi ci vollero cinque mesi per centrarlo e altri tre per scendere definitivamente sotto l'ora: parecchia umiltà verso me stesso, molti chilometri e forza di volontà per superare soprattutto gli inevitabili infortuni del principiante vittima di tendiniti e dolori muscolari ognidove.
Da lì alla mezza maratona il passo fu molto più veloce. Poi, due anni dopo, la maratona: mi presentai alla partenza a settantuno chili, quasi tredici sotto il mio punto di partenza. Non solo non soffrivo più di mal di schiena da mesi, ma da due anni non avevo più nemmeno un'influenza.
Ho raccontato tutta questa storia sul blog e chi mi ha seguito in quei mesi la conosce bene. Non ho mollato per due anni di fila, andando a correre una media di tre volte a settimana, in un crescendo continuo fatto di tabelle, scarpette nuove che iniziarono ad accumularsi, gps da polso, fogli Excel, dieta sempre più ferrea, abbigliamento tecnico per ogni stagione e infine anche i trucchi del mestiere: la vaselina contro gli sfregamenti, le solette ammortizzanti su misura per combattere i periodici (ma sempre più rari) periodi di infortunio, eccetera. E poi le prime gare. La mia prima Stramilano agonistica, la prima mezza maratona corsa di poco sopra le due ore, che quattro mesi dopo eran già diventate un'ora e cinquanta, e poi quaranta: viaggiavo spedito verso il traguardo della mezza distanza in un'ora e trenta. I dieci chilometri ormai li avevo portati a quarantacinque minuti.
E le prime trasferte per seguire il circuito delle competizioni agonistiche, i primi lunghi oltre i trenta chilometri e poi le ripetute a quattro minuti al chilometro, i primi chilometri in salita in Brianza. Tre, quattro, a volte cinque uscite a settimana. Caldo, freddo, vento, pioggia battente, neve, gelo. Ricordo un Rio nell'Elba - Porto Azzurro e ritorno fatto a Ferragosto: diciotto chilometri di tornanti roventi e un discreto dislivello ad oltre trentacinque gradi, percorsi in un'ora e quaranta. E quella volta ad Alba, di sera, sul lungo Tanaro, con la neve a sette sotto zero. Correre era diventato la mia vita.
Perché?

Il peso e la forma fisica non erano ovviamente le sole leve, o perlomeno non avrebbero potuto esserlo per tutto quel tempo. Correre era diventato la mia terapia, il mio modo di ricostruirmi da zero, di ritrovare, davvero, me stesso. Di ricominciare da qualche parte.
Fin da ragazzo mi ero chiesto se sarei mai riuscito a correre una maratona, ma ormai quella domanda, che per una vita mi era sembrata impossibile (correre per quarantadue chilometri, accidenti!) era a un passo dall'avere risposta e non solo era alla mia portata riuscire a correrla tranquillamente sotto le quattro ore, ma con metodo e costanza potevo scendere anche a tre e trenta. Nel 2010, quando ancora ero nella fase finale di preparazione, la mia testa stava già lavorando a scegliere se proseguire sulla via delle sky marathon o delle grandi corse pluritappe nel deserto, combinando la mia passione per i viaggi con la corsa.
Ormai correvo perché correre era il mio modo di isolarmi. Da tutto, da tutti: dai miei problemi, dalla mia vita di quel periodo. C'è gente che paga anni di psicoterapia, o che si impasticca: io correvo fino ad annullare ogni altra cosa, a staccare completamente la testa. Correvo senza musica nelle orecchie, perché la musica mi distraeva dal passo e dal respiro, non potevo ascoltare me stesso, che era quello che dovevo fare per correre sempre più forte e sempre più a lungo: col mio passo, non con i battiti della musica.
Tempo fa ho letto un post di Andrea Beggi in cui scriveva che correre, fra le altre cose, fa bene all'autostima: è verissimo, è una spinta fondamentale che va in crescendo. Io ero tornato io. Potevo di nuovo guardarmi allo specchio ed essere in pace con me stesso. Avevo perso tre taglie, ero un quarantenne asciuttissimo, addirittura scavato, l'occhio sempre attento a non sgarrare troppo con la dieta: non è che non mangiassi, anzi, solo ero attentissimo a cosa e quando. E l'autostima faceva innegabilmente parte integrante della mia terapia di ricostruzione, ne avevo bisogno come l'ossigeno.
Mi sentivo da dio, come un drogato: in effetti correre sviluppa endorfine, il corpo si abitua e pian piano non ne può più fare a meno, diventa davvero una droga. Se non andavo a correre, se per una qualunque ragione mi capitava di saltare una delle mie uscite programmate, rimanevo di pessimo umore finché non l'avevo recuperata.

Smettere fu devastante: che prima o poi sarebbe arrivato il crollo motivazionale era in conto e del resto il fisioterapista che mi seguiva da mesi mi aveva messo in guardia. Così, quando a maggio 2010 mi fermai, a tre settimane dalla maratona di Ginevra, con l'iscrizione già in tasca, lipperlì mi sembrò semplicemente una cosa normale, anch'essa programmata. Erano la mia testa e il mio fisico che mi chiedevano una tregua. Del resto avevo appena corso la Milano Marathon, da poche settimane mi ero separato dopo otto anni di matrimonio ed ero tornato a vivere da solo dopo un inferno durato almeno due anni - guarda caso lo stesso periodo della mia progressione come runner. Ero pure senza lavoro da qualche mese e paradossalmente questo mi aveva permesso di riuscire a gestire il trasloco rocambolesco e le ultime settimane di preparazione in vista della maratona di Milano.
Correvo per lasciarmi alle spalle tutto questo: il vertice assoluto della mia carriera professionale buttato nel cesso per i problemi familiari, la disoccupazione conseguente, la separazione, le cause legali, le difficoltà economiche: la corsa era la mia terapia, il mio rifugio, la mia droga. Era tutto quello che avevo e aveva pure il pregio di non costare nulla, a parte un paio di scarpette nuove ogni ottocento chilometri: eravamo solo io e la strada. Avrebbero potuto togliermi tutto, ma nessuno avrebbe mai potuto portarmi via la corsa.

Invece mi fermai. A metà giugno provai a riprendere, ma nulla, un paio di uscite interrotte per assenza di testa, prima ancora che di gambe, e stop. Poi l'estate. Poi l'abbandono definitivo, anch'esso raccontato in queste pagine.
Stavo iniziando a ricostruire la mia vita da zero: una casa nuova, un'esistenza nuova, un lavoro nuovo. La corsa aveva esaurito la sua funzione: non avevo più nulla da cui scappare, anzi, avevo un nuovo punto di partenza. Ero peraltro convinto che non sarebbe stato un problema, che prima o poi avrei ripreso, magari con meno impegno ma giusto il minimo per tenermi in forma, un paio di volte a settimana, anche una sola, giusto quel tanto che potesse bastare.
Dopo un anno di inattività ero invece al punto di partenza: avevo ripreso quasi tutto il mio peso, risfondato quota ottanta, forma fisica inesorabilmente a zero. E ancora mi illudevo che sarebbe comunque bastato poco per ripartire.

La verità è un'altra: quando inizi a correre, quando ti poni un obiettivo come quello di portare a termine una maratona, in realtà non hai la minima idea del sacrificio e dell'impegno che servirà. Vai avanti in progressione, a piccoli passi, e ciascun traguardo che raggiungi è la leva motivazionale che ti lancia verso il successivo. Se guardassi tutto questo dall'inizio, la montagna ti sembrerebbe impossibile a scalarsi, la cima irraggiungibile: correre quarantadue chilometri filati? Una follia. Ma spezzare l'obiettivo, andare avanti un livello alla volta, con pazienza, senza guardare alla meta finale, ti permette di arrivare a limiti che altrimenti considereresti del tutto fuori portata.
Il problema è ripetere due volte la stessa scalata: la seconda volta sai benissimo quanto ti costerà e questa sola differenza è determinante a sufficienza da bloccare sul nascere qualsiasi velleità. Hai bisogno di una motivazione molto più forte della prima volta per riuscire a ripartire e, soprattutto, per reggere sulla distanza. Hai presente una seconda laurea? Ecco...
Ché di tentativi per ripartire, io, negli ultimi due anni ne ho fatti almeno tre. Tutti inesorabilmente finiti nel nulla.

Come l'ultimo, che andò presto esaurito senza arrivare nemmeno a fine anno. Ci sono voluti altri mesi perché accadesse davvero qualcosa a livello motivazionale così forte da convincermi davvero a riprendere.
A inizio estate di quest'anno avevo la sensazione che la mia condizione fosse ormai irreversibile e che, soprattutto, avesse iniziato ad accelerare ancor più verso un declino incontrollabile. Anche gli amici iniziavano ad osservare quanto fossi irriconoscibile e visibilmente in affanno rispetto a un paio d'anni prima. Non stavo di nuovo più bene, era evidente, e la schiena aveva ripreso ad abbandonarmi ogni due per tre: troppo aumento di peso in troppo poco tempo, muscolatura e colonna vertebrale in forte difficoltà.
Non mi pesavo da mesi, ma mi bastava il giro di vita per capire che con buona probabilità avevo sfondato quota novanta. Comunque, un conto era immaginarlo, un conto sarebbe stato scontrarsi con l'evidenza dei fatti: per questo mi tenevo lontano dalla bilancia, che ormai prendeva polvere da un anno.
Qualcosa dovevo pur fare, ma c'è sempre stata una sola cosa che a me piace davvero: correre. Di riprovare con la piscina proprio non se ne parlava, le palestre lasciamo perdere.
Il punto, ammesso di essere finalmente arrivato a una nuova forte soglia motivazionale, era che riprendere a correre con tutto quel peso addosso sarebbe stato un suicidio per tendini, menischi, schiena e tutto il resto. Quando avevo iniziato a correre, nel 2008, pesavo fra gli ottantatré e gli ottantaquattro: adesso si parlava probabilmente di almeno sei chili in più, un peso mai raggiunto in vita mia.
Secondo il mio fisioterapista, l'unica sarebbe stata mettermi a camminare un'oretta al giorno con regolarità per qualche settimana, almeno per provare a buttar giù qualche chilo. Era come se mi avesse diagnosticato un coma irreversibile. Ci voleva altro che una buona dose di umiltà e pazienza: significava ripartire ancora più indietro del punto dal quale ero partito quattro anni prima. Non potevo nemmeno mettermi a correre "pronti, via" almeno per provare qualche serie da pochi minuti. Una sfida difficilissima per il maratoneta che ero stato.

Epperò il caso ci ha messo del suo. Quest'estate, durante il viaggio in Ucraina e Moldova di agosto, come mia abitudine ho trascorso due settimane camminando tutti i giorni per chilometri, nelle mie consuete maratonine di esplorazione attraverso le città in cui ho fatto tappa. Senza rendermene conto stavo facendo esattamente quel che mi aveva consigliato il fisioterapista.
Al ritorno ho preso coraggio e dopo mesi ho riaffrontato la bilancia. Il verdetto è stato una legnata: novantuno e spiccioli, venti chili oltre il mio peso maratona di due anni fa, più di due casse d'acqua minerale addosso, per dire! Un rimbalzo da spavento.
È stata la fucilata che ci voleva: ho indossato le mie vecchie scarpette e sono uscito senza pensare, a distanza di ventisette mesi da quella maledetta maratona di Milano che mi aveva consumato ogni briciolo di resilienza.
Ho dovuto davvero ricominciare tutto da capo. C'è voluta una bella forza di volontà per cancellare i miei due anni da maratoneta ancora recenti e ritrovare la motivazione per azzerare il passato, l'umiltà di porsi in una condizione di principiante assoluto dopo la scalata della prima volta. Nel 2008 avevo iniziato la mia avventura partendo con serie da sei minuti, impiegando cinque mesi per concatenare dieci chilometri, passando attraverso una discreta trafila di tendiniti e dolori vari. Questa volta ho iniziato con serie da tre minuti e alla prima uscita non ho retto più di quaranta in tutto, mettendo insieme sei chilometri scarsi.
Era il 1° settembre: pioveva quel pomeriggio, ma mi sembrava una data perfetta come punto di ripartenza. Se l'avessi mancata mi sarei arreso definitivamente. Così sono uscito sotto la pioggia.

Sono passati due mesi: corro ancora, sempre di più. Ho corso anche con Calexandrìs. Da quando ho ricominciato ho messo insieme oltre duecento chilometri per quasi una trentina di uscite. Questa volta ho impiegato un solo mese per concatenare dieci chilometri e ormai son lì lì per riportarli sotto all'ora. Ho ricominciato anche con le ripetute e riesco a farle già sotto i 5'/km.
Che abbia iniziato a perdere peso è evidente dal giro vita, un buco-cintura riguadagnato, ma la strada è ancora lunga. Quel che conta è che sto di nuovo bene. Che mi piace. Che continuo a uscire. Che seguo una tabella e che se buco un appuntamento mi innervosisco parecchio. Che ho di nuovo un obiettivo sfidante.
Non ho più invece (per ora) un foglio Excel e non memorizzo i tempi. Guardo il gps solo a fine sessione per verificare se ho completato la distanza che mi ero prefissato in partenza e quanto ho impiegato. Non mi peso nemmeno, non voglio sapere se e quanto sono dimagrito: lo farò solo nel momento in cui correrò di nuovo dieci chilometri regolarmente sotto l'ora e senza fatica.

È incredibile che memoria abbia il corpo: nonostante il peso da mettere in movimento, da quando ho ricominciato non ho avuto alcun problema, né di tendiniti, né muscolare. Le camminate di quest'estate evidentemente sono davvero servite.
Dopo qualche uscita ho ricomprato un paio di scarpette nuove: sempre le mie amate Saucony Progrid Jazz, ho scoperto che le fanno ancora. Ho anche preso un nuovo paio di solette ammortizzanti. Adesso ho un Mac e il mio fido Geonaute non si interfaccia con OS X, solo con Windows, così non posso scaricare i dati del gps, ma mi va bene così. Per ora. Più avanti, magari, inizierò a studiare con cosa sostituirlo. Magari per affrontare la prossima gara alla quale mi iscriverò.
Ho alcuni obiettivi da raggiungere, ma non mi illudo: so che sarà una risalita lunghissima e non è detto che ce la faccia. Ho già scritto tempo fa, fra queste stesse pagine, più o meno queste medesime parole: mi fermai quasi subito ed è passato un anno da allora. Ma adesso sono in strada da due mesi e non ho più bucato un appuntamento. E mi diverto.
Corro come tre anni fa: per quanto sia stanco, per quanto alla sera possa non averne voglia, esco lo stesso e parto, e man mano che corro penso alla strada che mi sto lasciando alle spalle e immagino una scia dietro di me, come quella di una nave. È la stessa immagine che usavo per andare avanti nella mia precedente vita da maratoneta ed è di nuovo con me, forte.

Io corro così, lasciando una scia di schiuma dietro di me, come una nave in mezzo all'oceano.

E siccome oggi vivo una parte del mio tempo con i miei Tati, e non è che possa portarmeli fuori d'inverno a farmi da lepre con le loro biciclette come abbiamo fatto a settembre, ho deciso di farmi quel (grosso) regalo al quale gli scorsi anni avevo infine rinunciato. Ma di questo ve ne parlo la prossima volta.
Per adesso dite ciao al mio nuovo tapiro domestico.

Tapis
TOORX TRX 90, il mio nuovo tapiro domestico

(*) Ah, non ve l'ho poi detto? Quello sport era la pallacanestro. Giocavo come guardia ed ero molto veloce, ovviamente :-)
TAG: toorx, trx 90, running
00.28 del 03 Novembre 2012  
 
1 commento pubblicato
Figo, mi trovo anche io in una situazione...strana. Sono emigrato da qualche mese, fino a prima di trasferirmi facevo triathlon e andavo in montagna regolarmente, con tutti gli obiettivi e le motivazioni possibili e immaginabili. Ora ho ancora voglia di fare sport, ma continuo a rimandare perchè "fuori piove" o "fà freddo". Devo ri-trovarmi (prima me stesso) e poi le mitivazioni arriveranno....
L'ha detto Davide, 16 dicembre 2012 alle 13.53


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