Orizzontintorno Carlo Paschetto
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MAR Amarcord, Viaggi verticali
Nota: sto cercando di scrivere questo post da tre giorni e non sono mai soddisfatto. Beh, così è. Non lo cambio più.

Sono passati ormai un po' di anni da quando il Monte Rosa era il mio terreno preferito per improvvisate salite solitarie. Nell'estate del '94, rimasto per vari motivi senza compagni di cordata, quasi ogni sabato mattina partivo da solo, salivo al Rifugio Gniffetti, dove mi fermavo per la notte, e proseguivo la domenica per qualche quattromila lì attorno.
Mi è capitato anche di dormire alla Capanna Margherita e di fotografare da lassù un'alba stupenda alle 4.30, dopo aver trascorso la mia prima notte oltre i quattromila metri. Mi ricordo ancora seduto sulla vetta di Punta Gniffetti, di primo mattino, nelle mani la mia tazza di té fumante, un po' di mal di testa a causa della quota. Mille metri più basso una di fila di minuscoli puntini che, partiti qualche ora prima ancora col buio, salgono in cordata verso il Colle del Lys. Entro un paio d'ore mi raggiungeranno quassù: è tempo dunque di indossare gli sci ed iniziare i miei duemila metri di discesa...

Il panorama dalla vetta di Punta Gniffetti
Punta Gniffetti, sul Monte Rosa
Autoscatto in vetta a Punta Gniffetti

E quella volta con Bruno allo Schwarzhorn: arrivammo ad Alagna il sabato pomeriggio, troppo tardi: la funivia per Punta Indren già chiusa. Non potevamo andare a dormire in alto ed io non avevo alcuna voglia di papparmi il giorno dopo la salita integrale in un colpo solo. Ma Bruno fu irremovibile e di tornare a Milano non ne volle sapere. Temo fosse perché ero stato io a trascinarlo fino a lì quel pomeriggio, benché lui non ne avesse la minima intenzione.
Trovammo da dormire in una vecchia roulotte parcheggiata al campeggio di Alagna. Ricordo un freddo assurdo - ed era luglio. La mattina successiva eravamo sulla prima funivia e all'ora di pranzo stavamo già scendendo in sci dalla vetta dopo una salita stupenda, con lo Schwarzhorn tutto per noi.

Bruno Barolo in vetta allo Schwarzhorn

E ancora: la mia epica solitaria alla Parrot, un mese dopo. E' un sabato di metà agosto: sono a casa da solo, mi alzo intontito dal caldo alle quattro del mattino...


Bruno Barolo in vetta allo Schwarzhorn

E ancora: la mia epica solitaria alla Parrot, un mese dopo. E' un sabato di metà agosto: sono a casa da solo, mi alzo intontito dal caldo alle quattro del mattino. Sto qualche minuto in bagno, a fissare la mia faccia stanca riflessa allo specchio. Maddai, ma tornatene a letto.
Alle undici c'è un sole stupendo. Sono indiavolato, annoiato e ho mal di testa. Giro in tondo per i venticinque metri quadrati del mio monolocale come un animale in gabbia. Devo motivarmi in qualche modo: esco e vado a comprarmi una piccozza nuova, ultimo modello, manico corto e lama intercambiabile a banana. Non ne ho affatto bisogno, ma a quel punto vuoi non andare a provarla immediatamente?

Così, la mattina dopo sono ancora le quattro ed io sono in salopette giallo fluorescente sulla soglia di casa, pronto a partire. Carico la solita ferraglia in macchina e la mia piccozza nuova. Alle sei e trenta sono ad Alagna, alle sette sono sulla prima funivia, alle sette e trenta scendo alla stazione di punta Indren. E' agosto avanzato, la temperatura è calda ed il ghiacciaio è ridotto a una pietraia. Senza rendermene conto, mi carico gli sci sullo zaino: la gente attorno mi guarda un po' strano.
Con gli sci che mi ondeggiano sulle spalle attraverso il ghiacciaio di Indren, risalgo le corde fisse del canalino roccioso che dà accesso al Mantova, sbuco sul ghiacciaio del Lys. Ancora pietraia e crepacci larghi come voragini. E vabbé.

Proseguo a piedi, sempre con gli sci agganciati allo zaino. Risalgo fino al colle del Lys, scollino a quota 4.200 e Punta Parrot è ormai davanti a me, mancano poco più di duecento metri di dislivello. Finalmente indosso gli sci e ne faccio altri cento. Poi li abbandono definitivamente e risalgo la paretina occidentale della Parrot con la mia nuova piccozza.
Vetta.

Scendo la parete, mi riprendo gli sci, faccio due curve ed arrivo subito al primo grande crepaccio. Tolgo gli sci, li carico nuovamente sullo zaino, aggiro il crepaccio, ridiscendo a piedi tutto il ghiacciaio del Lys e poi le corde fisse del canalino roccioso, con gli sci che sbattono da tutte le parti e gli altri alpinisti, sopra e sotto di me, che mi maledicono.
Riattraverso a ritroso il ghiacciaio di Indren ormai ridotto a una pietraia bollente, arrivo alla funivia, torno giù a valle. Nel parcheggio mi tolgo tutto - salopette, giacca a vento, strati vari - e mi infilo in macchina: dentro ci saranno cinquanta gradi. Autostrada.

Due ore dopo ero a Milano, ore 17.30. In tredici ore mi ero fatto Milano - Punta Parrot - Milano, e un migliaio di metri di dislivello con gli sci in spalla, in salita e in discesa.
Poi uno dice: vent'anni si hanno una volta sola. Anche trenta, evidentemente.

"...Punta Parrot è ormai davanti a me..."
Punta Parrot: una cordata mi precede sulla cima

Anche la Giordani ho fatto in solitaria: in vetta un tempo davvero orribile, una pessima discesa nella nebbia in mezzo a un labirinto di crepacci. Brutta sciata, per nulla tranquilla.
Alla Piramide Vincent invece no, non ci sono andato da solo. Io e Francesco riuscimmo pure a sbagliare itinerario nell'avvicinamento e ci trovammo a batter pista nella neve fonda - immancabilmente, con gli sci in spalla: in quel caso perché eravamo troppo sul ripido. Credo fosse la mia prima volta in quella zona.
All'epoca non era obbligatorio prenotare la notte alla Capanna Gniffetti: bastava aver gambe buone ed arrivare su di buon'ora. Il Mantova non lo prendevi nemmeno in considerazione, ché poi la mattina dopo ti toccava sgambettar duecento metri di dislivello in più.
Quanto amo quella foto di vetta che ritrae Francesco un po' schiacciato dall'obiettivo, in bilico sul profilo della cima e contro le nuvole. Una foto quasi himalayana.

Sulla vetta della Piramide Vincent
Francesco Dicorato in vetta
alla Piramide Vincent

Sono cresciuto in Brenta, ma sulle cime del Monte Rosa ho imparato ad andare davvero in montagna: ad andarci da solo, a conoscere i miei limiti e a rispettarli. E' stato un bel banco di prova per misurarmi con me stesso e buona parte di ciò che sono oggi ho imparato ad esserlo lassù. E' per questo che amo il Monte Rosa in modo particolare.
Non è una gran montagna, certo non è il Monte Bianco, né compete con le cime dell'Oberland, tanto per dire. Però, sempre lì torno alla fine: potessi scegliere un posto al mondo dove ritirarmi con la famiglia, vorrei che fosse una baita in alta Val d'Ayas (o in alternativa all'Argentiére - che però presuppone una filosofia di vita completamente diversa).

Così, leggere questo mi fa piangere il cuore. Perché non si tratta solo dell'ennesima sconsiderata e sciagurata devastazione ambientale, in nome del dio denaro e della logica di un mercato alimentato da una società che tutto vuole permettersi e che, come un bambino di un anno, pesta i piedi e urla se non può avere immediatamente, e nel modo meno complicato possibile, tutto ciò che vede e che pare irraggiungibile.

E' che cancellano i nostri spazi più intimi. E' che portano la logica della discoteca, della tavola e del rumore, del divertimentificio modaiolo, chiassoso ed idiota, anche lì, dove altrimenti non arriverebbe, certo non con le proprie gambe. E' che ci stanno togliendo tutto.
E' che oggi è la Cresta Rossa, domani la nuova funivia di Punta Helbronner, e prima o poi sarà la volta della Punta Gnifetti. E via così, di vandalismo programmato in vandalismo legalizzato, di tempio dell'umana idiozia in tempio dell'umana miopìa.

Ho pensato spesso in questi ultimi anni di tornare alla Piramide Vincent, o di rifare la Punta Giordani con una bella giornata per scattare qualche nuova fotografia. Forse avrebbero potuto essere il terreno ideale per portare un giorno Leonardo a imparare qualcosa d'alta quota ed aria sottile, ammesso che mai si lasci un giorno incantare dai racconti del suo papà.

Invece Leonardo alla Giordani potrà salirci, di fatto, in funivia. E le mie foto, come tutte le vecchie diapositive, piano piano sbiadiranno negli scaffali del mio archivio.

Navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione...
00.34 del 14 Marzo 2005  
 
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