Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 Bermuda/1: shots from the Triangle
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
È buio buio fuori, si sentono solo il vento fra i rami delle palme e gli scrosci di pioggia. Anche il ronzio del mio piccolo frigorifero, per la verità, ora. Appena il frigorifero stacca e calano vento e pioggia, silenzio. Un grillo. Sciabordio leggerissimo di onde.
Dalla finestra vedo la luce fioca di un lampione in lontananza e il puntino luminoso verde di una boa al largo. Per il resto, nulla. Qui, una lampada a muro che illumina piuttosto debolmente la cucina dove mi trovo. Con un po' di immaginazione, pare di scrivere a lume di candela.

La mia piccola casa alle Bermuda, colorata di verde e col tetto bianco, bianchissimo come tutti i tetti delle Bermuda, si chiama Coconut cottage. È affacciata sul Great sound, la grande baia di Hamilton: così attaccata al mare che fra il muro di questa cucina e l'acqua ci sono solo una palma, una striscia di green larga una yarda e un parapetto. Fine. Poi, acqua, appunto. Trasparentissima di giorno, nerissima adesso. Qui fuori spiaggia non ce n'è.
Oltre alla cucina, spartana ma con tutto l'essenziale, ho una camera da letto e un bagno. L'arredamento è un po' in vecchio stile coloniale britannico, tipo inizi del '900, come il vecchio bollitore per l'acqua con lo sfiatatoio e lo scrittorio davanti al letto. Combinato con la luce fioca e l'isolamento esterno quasi assoluto - immerso nella vegetazione, prato all'inglese fuori dalla porta, mare a un metro - è l'ambientazione perfetta per iniziare un romanzo di avventure d'altri tempi, una qualche storia di pirati e naufragi, o un thriller con risvolti splatter.
Del resto sono in mezzo al triangolo delle Bermuda.

Se lo guardi sul mappamondo, il triangolo delle Bermuda è grande quanto mezzo Mediterraneo, tipo. Come dire che esiste un'area che va dalla Sicilia alla Siria nella quale ogni tanto scompare qualche barca, o magari un aereo.
Capirai: estensione a parte, basterebbe considerare che siamo nel bel mezzo dell'Atlantico sulla rotta di uragani e tempeste, per dirne una. Che ci potrebbe essere di più ovvio di una barca che scompare qui? O di un aereo che entra in queste nebbie e non ne esce mai più? Altro che alieni. Del resto sulla sponda opposta dell'Atlantico veleggiava l'Olandese volante. Stesse nebbie.

C'è poi il fatto che in generale pochi hanno idea di dove si trovino davvero le Bermuda: per la cronaca, sono più o meno alla stessa distanza dalla Nuova Scozia che dai Caraibi, praticamente alla medesima latitudine delle Azzorre: non è esattamente il Tropico, anzi. Le Bahamas, ad esempio, stan più o meno duemila chilometri giù a sud ovest.
Soprattutto: coi Caraibi le Bermuda non c'entrano un tubo. Né culturalmente, né geograficamente, né meteorologicamente.

Al di là dell'arredamento in stile coloniale, per la verità qui tutto è molto British, a partire dalla guida a sinistra e dalla mia ospite, l'anziana padrona di casa che mi accoglie con un accento così oxfordiano che di più non si può. Mentre mi parla rallenta la cadenza in modo esasperato, quasi apposta a sottolineare quanto qui sia di casa la vecchia Inghilterra. Compreso il tè delle cinque, servito puntuale nel salottino antico della sua dimora, vicina alla mia, ma più arretrata in mezzo alla vegetazione.
Arrivando dall'America si rimane piuttosto spiazzati, anche perché uno si immagina le Bermuda come il prolungamento delle spiagge di Miami, una terra di hamburger e ricchi americani obesi che vengon qui a giocare a golf. Siamo a un'ora e mezza di volo da New York, due scarse da Boston.
Gli americani in vacanza e i campi da golf in effetti ci sono (eccome), ma il green è decisamente inglese. E la matrice culturale anche.
Si tratta comunque di cultura imperiale britannica, sia chiaro: questa non è l'Inghilterra surreale di Gibilterra, questa è colonizzazione. Cottage col patio e le palme, green, il tè delle cinque e i negri nelle piantagioni (a curare i campi da golf, o a tagliare l'erba dei giardini e governare le residenze dei bianchi).
Welcome in Bermuda, il Paese col terzo reddito medio al mondo, la maggior densità di campi da golf per metro quadrato del pianeta e un'economia basata esclusivamente su due voci: turismo e finanza d'assalto.
Tutto il resto, qualunque altra cosa, è importato. Perfino l'acqua dolce qui è un bene preziosissimo.

D'altra parte stiamo parlando di uno scoglio isolato, sperduto in mezzo all'oceano, lungo trenta chilometri e largo al massimo tre. Le chiamano arcipelago, ma in realtà sono quattro isole minuscole attaccate fra loro da piccoli ponti stile Venezia (nel senso delle dimensioni dei ponti) e una ventina di scogli veri sparpagliati attorno, a tiro di nuotata, il più grande dei quali ha spazio a malapena per far ormeggiare due o tre yacht.
Il mare delle Baleari, per prenderne uno a caso di riferimento, è molto più bello, ve lo dico. Qua praticamente non ci sono nemmeno delle spiagge vere come quelle che credete che ci siano. Le Bermuda sono completamente addomesticate: tirate a lucido, coi prati perfettamente tagliati ovunque, fino a bordo riva. Hanno salvato due o tre quadrati di qualche ettaro di verde originale e lo hanno chiamato "riserva naturale". Giuro.
Qua è là piccole insenature di sabbia, che chiamano "spiagge spettacolari", si insinuano in mezzo alla vegetazione che scende fino in mare. Non c'è una vera e propria barriera corallina continua, non è un atollo, ma le isole poggiano su una piattaforma di corallo con fondali bassi che arrivano al massimo a una ventina di metri. Un bagno ti verrebbe voglia di farlo sì, anche perché l'acqua è cristallina e il fondo azzurro, ma non siamo - appunto - ai tropici, è metà marzo e fa fresco, sui 18-20°.

Le strade, strette, intersecano spesso i campi da golf privati dei ricchissimi ed esclusivissimi resort. La segnaletica stradale invita le auto a rallentare per dare la precedenza ai giocatori che attraversano con le loro macchinine elettriche, spostandosi da una buca all'altra, e soprattutto a non raccattare assolutamente le palline, pena multe severissime.
Questo è un posto dove la ricchezza è del tutto smisurata. Tant'è, c'è anche una delle innumerevoli residenze di Berlusconi: il tassista che mi preleva all'aeroporto, appena saputo che sono italiano, me la indica immediatamente.
Tutto il resto è di una noia mortale. Nemmeno gli uragani son come quelli dei Caraibi, ché da queste parti passano molto più smorzati.

Hamilton, la capitale - diciamo così - di questo scoglio sperduto, sta proprio davanti a me, dall'altra parte della baia, nemmeno un chilometro in linea d'aria. In mezzo un po' di queste isolette microscopiche, qualcuna con giusto solo un ciuffo di vegetazione, altre che nascondono qualche villa e danno àncora a barche a vela e piccoli yacht.
Il Georgia, un piccolo battello, durante il giorno traghetta avanti e indietro la poca gente fra Salt Kettle, la località dove alloggio, Hamilton e altri ormeggi qua attorno nella baia. In effetti la mia casa, così silenziosa di notte, di giorno dà su una via un po' trafficata: di yacht.

Poiché alle Bermuda guidare un'auto è un privilegio riservato ai soli residenti, per andare in giro ho noleggiato uno scooter.
Ora, va detto che l'unica cosa vicina a uno scooter che io abbia mai guidato, bicicletta a parte, è il Ciao di qualche compagno di classe del liceo, sul finire degli anni '70.
Nell'istruirmi sul mezzo, la mia anziana ospite oxfordiana mi ricorda che la guida è a sinistra (e vabbè, sono abituato) e mi dice di fare attenzione, ché le strade sono molto strette e tortuose - ma poi aggiunge, "come in Italia, sei certamente abituato, mica come gli americani che arrivano qui da New York e si spaventano". Infine mi fa presente che il casco è obbligatorio. Le rispondo che anche in Italia lo è. Mi fissa sorpresa, ci pensa un po' e poi ribatte: "Makes sense."
Così infilo il casco, salgo sullo scooter, faccio un paio di giri del parcheggio per capire quello che c'è da capire e poi parto alla scoperta delle Bermuda.

A marzo alle Bermuda fa un tempo di merda primaverile.
Per guidare lo scooter con un tempo di merda primaverile servono almeno due cose: un k-way e una visiera. Ad avercela, meglio comunque una tuta integrale anti pioggia, soprattutto in caso di violenti acquazzoni atlantici.
Naturalmente, in valigia io ho solo jeans, scarpe da tennis, la giacchettina primaverile di pelle scamosciata (mah, porto la giacchetta va', non occupa spazio nel trolley e metti che la sera alle Bermuda ci sia arietta...) e, soprattutto, non ho una visiera, ché alle Bermuda i caschi con visiera non li noleggiano.

Naturalmente, pioggia scrosciante e raffiche dall'Atlantico di vento teso a venticinque nodi.

Bermuda02
Coconut cottage, Salt Kettle: la mia casa alle Bermuda
Bermudac3
Me and my scooter
Bermuda04
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Shots around Bermuda
TAG: Bermuda
23.57 del 18 Marzo 2014  
 
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