Orizzontintorno Carlo Paschetto
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08 Saparmurat 451
MAG Prima pagina, Cina e non solo
A quanto pare Saparmurat Niyazov, alias Turkmenbashi, presidente a vita del Turkmenistan, ne ha sparata un'altra delle sue.
Combinazione, la notizia arriva mentre scivola via il terzo anniversario della nostra partenza per Asia Overland e, solo per un istante, la testa è altrove.

Che Niyazov fosse sul libro paga degli States - anche se non nei termini citati dal peraltro sempre aggiornatissimo Pfaal - non mi era nuova. Del resto, basta un rapido sillogismo: quanti di voi sanno indicare su una carta geografica il Turkmenistan, conoscono il nome della capitale, del suo presidente Niyazov, e sono aggiornati su ciò che accade laggi¨?
In altre parole: com'è che eravate bravissimi su Saddam e continuate a non sapere un tubo di Turkmenbashi?

Poiché Notizie dall'Asia Centrale continua a prender polvere fra i byte del mio hard disk, ecco a voi in anteprima ciò che scrissi a proposito del nostro amico giusto un paio d'anni fa, all'interno del capitolo dedicato al nostro passaggio nel paese centroasiatico:


Čć "[é─Â] Ashgabat, capitale del Turkmenistan, surreale cattedrale di marmo bianco e cupole dé─˘oro ai margini meridionali del deserto del Karakum, chiusa a sud dalla catena di montagne bruciate dal sole sulle quali corre il confine con lé─˘Iran. Ashgabat è il nostro trampolino per il salto finale che ci porterà fino a casa. È la sera del 25 settembre quando, al termine dellé─˘infinita traversata del Karakum, entriamo in città.
A prima vista, il Turkmenistan sembra la rappresentazione, neanche troppo allegorica, della Corea del Nord. Almeno, è il primo paragone che ci viene in mente durante il nostro soggiorno in questo angosciante Paese.

Il Turkmenistan è il Presidente Niyazov. Niyazov è il Turkmenistan, ne è il padre (Turkmenbashi), il padrone, il capo del governo, del Partito (unico) e dellé─˘esercito, il dittatore, il mito, lé─˘eroe, quasi santo, o forse già dio. Del resto il libro sacro del Turkmenistan, il Ruhnama, lo ha già scritto. È esposto in tutte le librerie, insieme agli altri tre o quattro libri dei quali è lé─˘autore, obbligatorio nelle scuole di tutti i livelli, recitato alla televisione in continuazione su tutti i canali di Stato da bambini e ragazzi che ne declamano a memoria i capitoli, sottolineando a braccia allargate i passi fondamentali con sguardo spiritato e fisso verso la telecamera.

Il Turkmenistan è agghiacciante, o schiacciante, o una barzelletta sarcastica, o una sorta di curioso dopobomba. Dipende un poé─˘ da quale angolazione lo si osserva. Ma ha petrolio e gas. Trasuda petrolio, ha i porti sul Mar Caspio, è in posizione strategica, fra Iran, Afghanistan ed Uzbekistan; ufficialmente non è musulmano, ospita militari americani e forse anche qualche base sconosciuta. E allora non fa notizia, o per meglio dire, a differenza dellé─˘Iraq ad esempio, non esiste.

Lo stridore dei contrasti che avvertiamo in Turkmenistan è quasi folle. Il centro di Asghabat con il resto del Turkmenistan. Le cupole dé─˘oro del palazzo del Parlamento, i giardini allé─˘inglese regolarmente annaffiati, i viali deserti ad otto corsie attraversati da Mercedes e BMW nere nuovissime, con lé─˘infinito squallore di Dashoguz, o di Mary, il vuoto del deserto, la povertà evidente delle campagne, dove le donne si spezzano la schiena per raccogliere il cotone dai campi strappati alle sabbie.
Lé─˘elettricità non costa nulla, lé─˘acqua è gratis, la benzina costa così poco che il pieno di uné─˘automobile di grossa cilindrata costa meno di un dollaro. Sono i regali di Turkmenbashi al suo popolo. Un popolo la cui unica attività redditizia è il cambio in nero agli angoli delle strade buie. Già, perché in Turkmenistan cambiare moneta ufficialmente sembra impossibile.

Se alle frontiera appaiono paranoici nel controllare la valuta in ingresso, e cambiare in nero è uno dei peggiori reati perseguiti da papà Niyazov, cercare di convertire dollari nelle banche è però uné─˘impresa senza speranza. Lé─˘intera piccola, e forse anche grande, economia del Paese si basa sul cambio in nero. Ci vive probabilmente la metà della popolazione. Surreale? Non è ancora niente.

Turkmenbashi è dappertutto. Delle librerie ho già detto. Ma è anche clonato in decine e decine di statue, buona parte delle quali in oro massiccio. La pi¨ grande ad Ashgabat, in cima allé─˘Arco della Neutralità, un treppiede di ottanta metri di altezza in cemento bianco, che sorregge i dodici metri dé─˘oro scintillante nei quali è scolpito Niyazov a braccia aperte che guarda il sole. Tutto il giorno: la statua gira seguendo il sole, dallé─˘alba al tramonto: Turkmenbashi saluta il sole che illumina il suo Turkmenistan.
Le statue del Presidente sono le uniche che popolano tutto il Paese, fatta eccezione per una piccola statua in bronzo, nascosta in un piccolo parco, che rappresenta Ataturk, il padre dei turchi, al quale Niyazov si ispira. Il parco è intitolato allé─˘amicizia fra il popolo turco e quello turkmeno. Viene da chiedersi se i turchi sappiano di essere amici dei turkmeni.

Niyazov non è salito al potere. Cé─˘era già. Al momento della dissoluzione dellé─˘Unione Sovietica, era il dimenticato rappresentante di Mosca del Partito Comunista locale, lé─˘autorità per il controllo del Turkmenistan, una remota provincia della Russia abbandonata da Dio, dagli uomini e pure dal Cremlino, che la utilizzava come deposito di spazzature varie, probabilmente come poligono e, naturalmente, per lo sciagurato programma di coltivazione del cotone del quale ho raccontato nella lettera precedente.
Quando Mosca ha dato forfait e le altre repubbliche del centro Asia ne hanno immediatamente approfittato per sganciarsi e proclamare la propria indipendenza, il Turkmenistan ha protestato. Di lasciare mamma Russia, proprio non ne voleva sapere. Non aveva i mezzi, né economici, né politici, né sociali per farlo. Non che gli altri Paesi confinanti ne avessero molti di pi¨, ma certo le spinte indipendentiste interne erano assai motivate. Nel referendum del 1991 i turkmeni votarono invece a grande maggioranza per rimanere con Mosca.
Ma la Russia aveva ben altri problemi di cui occuparsi ed il Turkmenistan si ritrovò indipendente suo malgrado. Niyazov era lì, e non si è mai pi¨ mosso. Da allora, per il mondo esterno, il Turkmenistan è Niyazov. Dopo avere spazzato via lé─˘opposizione e cancellato qualunque partito, nel 1998 si è autorinnovato il mandato presidenziale fino al 2002 ed ultimamente ha deciso di rimanere é─˙finché morte non lo separié─¨. Non fa peraltro mistero di non amare particolarmente la democrazia. Dice che è uné─˘inutile preoccupazione per il popolo.

Se in Uzbekistan il Presidente Karimov ha promesso alla popolazione che il 2030 sarà il grande anno di prosperità del Paese, mettendo così una solida assicurazione sulla propria permanenza al potere e rimandando a data sicura qualunque malumore degli uzbeki relativamente alla propria condizione economica (i manifesti che declamano il 2030 come anno della prosperità si sprecano a Tashkent), Niyazov è stato molto pi¨ visionario. Ha convinto (?) i turkmeni che il loro Paese diventerà gli Emirati Arabi del ventunesimo secolo, che ha battezzato é─˙il secolo dé─˘oroé─¨. Fantastico.

Ci aggiriamo per lé─˘incredibile e deserta Asghabat: fontane faraoniche (ma stanno per costruire la pi¨ grande del mondo) irrigano i prati allé─˘inglese che circondano i palazzi del governo costruiti in marmo bianco, specchi e cristallo. Questo spreco dé─˘acqua è un pugno in faccia allé─˘Aral ed alla desertificazione che inizia appena usciti dalla città. Le statue dé─˘oro sono un pugno in faccia a tutto il resto. Entriamo in un piccolo supermercato, dove non si trova praticamente nulla. Ma le etichette dei pochi prodotti che ci sono riproducono, quasi sempre, il volto sorridente del nostro amico Turkmenbashi. Lo stesso sorriso appare sulle centinaia di manifesti e cartelloni appesi in tutta la città e dovunque in Turkmenistan. Il profilo del Presidente è del resto il logo dei tre canali televisivi di Stato, quelli che in palinsesto hanno sempre e solo lui: Niyazov che saluta il popolo, Niyazov in visita a Dashoguz, Niyazov in visita ai campi di cotone, Niyazov alla sua scrivaniaé─Â

E pubblicità ad oltranza del suo libro, e folle festanti che si aprono al suo passaggio, e bandiere del Turkmenistan che sventolano dappertutto; e lui che sale e scende dal suo elicottero personale, e lui che pensa, e lui che parla, e lui che scrive, e lui che sorride, e lui che firma documenti importanti con le delegazioni dei Paesi amici (Bangladesh, Andorra, Tonga, Repubblica delle Bananeé─Â).
Lui, lui, lui sempre, dovunque, dappertutto, immancabilmente in camicia bianca, a maniche corte, ascella pezzata (spesso), cravatta slacciata (talvolta). Un vero Presidente quasi operaio. È una presenza asfissiante.

Una delle sue migliori perle è recentissima. Una nuova legge, da lui stesso promulgata, suddivide lé─˘intera popolazione in categorie in base allé─˘età delle persone. Ci sono i é─˙giovanié─¨, i é─˙maturié─¨, gli é─˙uominié─¨, gli é─˙anzianié─¨ ed i é─˙saggié─¨. Pi¨ o meno, non abbiamo capito bene le classi, ma il concetto è questo. Ad ogni categoria corrispondono dei diritti e dei doveri sociali (soprattutto doveri sociali). In ogni caso, per essere saggi ed avere qualche speranza di poter dire la propria bisogna essere molto vecchi, cosa non facilissima da queste parti. Secondo papà Niyazov, a quaranté─˘anni si è a mala pena nellé─˘età per parlare. Naturalmente, lui sfugge a questo principio [...]"
00.35 del 08 Maggio 2005  
 
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