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13 Era solo ieri
APR Travel Log: Islanda
Ma tu che ne sai di com’è alzarsi una mattina per andare in ufficio e infilarsi nella coda in tangenziale a Milano con il cielo d’Islanda negli occhi, quel cielo sotto cui camminavi fino a quarantott’ore prima? Che ne sai del salire e scendere dalla macchina preoccupandoti di trattenere la portiera con entrambe le mani perché il vento non te la strappi via, quando dove vivi tu quel vento non c’è e nemmeno lo conosci, nemmeno riesci a immaginartelo se ti chiedi come sia possibile che il vento possa strappare la portiera di una macchina?

Ma tu che ne sai dello star sveglio all’una, alle due, alle tre di notte, in piedi all’aperto con meno otto, o nove, fors'anche dieci gradi sotto zero, chiuso nel tuo goretex, con il berretto di pile, il passamontagna e il cappuccio completamente allacciato, per difenderti da quel vento che strappa le portiere e dalla neve che, invece di cadere al suolo, scivola via orizzontalmente più veloce delle automobili su un’autostrada, e scivolando ti si attacca addosso, ti ricopre di bianco, mentre aspetti che le nuvole, che corrono via rapidissime spinte dalla tempesta, lascino il posto a squarci di cielo stellato come la carta del presepe, e che in mezzo a quel cielo all’improvviso appaia l’aurora, scintillante, lasciandoti senza fiato e con un misto di incredulità, di inquietudine, persino di paura, come se nel buio si fosse aperta una porta luminosa sull’iperspazio e qualcosa di imponderabile, di imprevedibile e di mistico stia per accaderti davanti agli occhi a cui forse non sei preparato, e un brivido, non di freddo, ti percorre la schiena?

Ma tu che ne sai del vagare per ore in un deserto di soli neve, ghiaccio e lava nera, senza incontrare anima viva, sperando almeno di incappare prima o poi in quella stazione di servizio che è pur segnata sulla tua mappa, dove forse, ma solo forse, troverai almeno un hot dog e una bottiglia d’acqua per pranzare, ché sono le tre del pomeriggio e non ne puoi più dalla fame, perché al mattino, prima di partire, ancora una volta ti sei dimenticato di fare almeno un po’ di spesa, pur ben sapendo, ormai, dopo qualche giorno d’Islanda, che trovare un posto di ristoro sulla tua via sarà difficile, molto difficile, e quei biscotti al cioccolato che hai comprato a Reykjavik prima della partenza ormai ti hanno anche un po’ stancato?

Ma tu che ne sai delle luci dell’Islanda, della fine del mondo, dello spazio, della solitudine, del silenzio, del vento, della neve, del freddo, dell’acqua, del mare, del ghiaccio, del cielo, dei colori, della Terra, se non hai camminato da solo per le distese infinite del Krafla, resistendo al vento sull’orlo del cratere innevato di un vulcano perduto nel nulla dal quale esce vapore che riempie l’aria di un forte odore di zolfo, rendendola quasi irrespirabile, mentre la terra sotto ai tuoi piedi rimanda echi, suoni e gorgoglii profondi che ti fanno vibrare la cassa toracica e incutono timore reverenziale?

Ma tu che ne sai di quello che mi manca e del perché non potrò mai, mai e poi mai, appartenere al qua e ora, finché avrò modo di respirare, se non hai almeno una volta nella tua vita alzato gli occhi al cielo, in un silenzio assoluto, da solo, completamente isolato nel tuo altrove da qualsiasi altra cosa animata, in un raggio che a te appaia perlomeno infinito, per vedere questo e respirare?

Aurora1
Aurora2
TAG: islanda, aurora
14.50 del 13 Aprile 2015  
 
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