Orizzontintorno Carlo Paschetto
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06 Iceland/5: And the wind cries [7 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
Accade tutto in un attimo. Siamo appena riusciti ad arrivare a Dettifoss. Apro la portiera per scendere in questo deserto di ghiaccio e lava: una raffica improvvisa, violentissima, me la strappa di mano e la scardina letteralmente con uno scricchiolio sinistro che non dimenticherò più, piegando irrimediabilmente le cerniere e la carrozzeria.
Un disastro che può avere conseguenze gravissime: la portiera è andata e non c'è più modo di richiuderla.

La tempesta di vento sta spazzando da ore l'altopiano vulcanico ghiacciato, questa mattina l'ufficio meteorologico islandese ha emesso un gale warning. È quasi l'ora di pranzo, siamo a cinquanta chilometri dal centro abitato più vicino, su una deviazione secondaria interrotta per neve, a ventiquattro chilometri dalla strada principale. In tutto fino ad ora abbiamo incontrato forse dieci auto. La temperatura sta attorno ai -3°C, ai quali va aggiunto il raffreddamento dovuto al vento. Non abbiamo nulla, nemmeno acqua, ché questa mattina non siamo riusciti a fare la spesa.
Potremmo provare a telefonare al soccorso islandese, ma è tutto da vedere che quaggiù il cellulare riesca a tenere la linea e comunque dobbiamo riuscire a spiegargli dove siamo e aspettare, chissà quanto, in mezzo a questo inferno di vento, neve e gelo.
L'unica è affidarsi a qualche altro turista fra quei pochi che raggiungono questo posto in culo al mondo in questa stagione. Ma dell'auto, nel caso, che ne facciamo?

La portiera che non si chiude è un problema doppio: oltre alla semplice impossibilità di guidare in queste condizioni, se non riusciamo a bloccarla il vento può strapparla del tutto e rischia di ribaltare l'auto con la sola pressione esercitata all'interno. Dovremmo aprire tutti i finestrini per favorire il deflusso.

Nei pochi minuti che seguono mi passano davanti tutti gli scenari peggiori: non sappiamo come andarcene di qua, né a questo punto, come rientrare a Réykjavik, che è almeno ad ottocento chilometri di distanza di strade perlopiù deserte, attraverso il vuoto spinto per decine e decine di chilometri; in giro non c'è quasi anima viva e in stagione invernale i mezzi pubblici sono pochi e infrequenti; dobbiamo comunque raggiungerli, eventualmente, dei mezzi pubblici: come?
Le condizioni climatiche sono tutt'altro che favorevoli e lungo la nostra rotta in peggioramento, il che, nel caso tutto questo non bastasse, complica dannatamente le cose; sabato all'alba abbiamo il volo di rientro e dobbiamo prenderlo assolutamente; il nostro noleggiatore ha uffici solo nella capitale: anche potesse venirci a prendere in qualche modo, siamo comunque a due giorni di distanza; la situazione, al momento e a parte tutto, è estremamente pericolosa; in ogni caso, vacanza finita qui e, comunque ne usciamo, ci costerà una fortuna, non fosse altro perché questo danno è esattamente l'unico dal quale in Islanda non è possibile cautelarsi con un'assicurazione, proprio perché è purtroppo frequente.
Ci avevano avvertiti: erano giorni che facevamo attenzione, oggi in particolare, in mezzo alla tempesta, ogni volta che scendevamo dall'auto con il vento che spingeva sulle portiere con la forza di un bulldozer.

Studiamo la situazione cercando di mantenere la calma. Devo rimanere seduto al posto di guida, trattenendo la portiera con forza perché il vento non la spalanchi nuovamente spezzando definitivamente le cerniere, ma è una fatica improba e non resisterò a lungo.
Non abbiamo un solo pezzo di corda. Mi sfilo con una mano la cintura dai pantaloni, provo a passarla nella maniglia interna della portiera, ma non ho alcun punto di aggancio a cui arrivare all'interno dell'auto. Allora abbasso il finestrino di un centimetro, la passo attorno alla cornice e la ripasso nella maniglia interna attaccata al tetto dal mio lato, tirando il più possibile per cercare di non fare entrare aria.
Proviamo dunque a muoverci in questo modo per uscire fuori almeno dai guai più immediati.
Guido piano con il solo braccio destro, tenendo salda la portiera con la mano sinistra, ma dopo un paio di chilometri devo fermarmi. Raffiche di blizzard sempre più violente stanno spazzando la strada. Abbiamo il vento al traverso che entra di lato forzando la portiera verso l'esterno, il mio braccio non ce la fa più e la cintura da sola non reggerà a lungo, senza contare che tenere l'auto in strada con questa tempesta non è facile nemmeno tenendo il volante con entrambe le mani.

Siamo soli, davvero soli ora. Non c'è un'anima all'orizzonte. Io non riesco quasi più a trattenere la portiera. Inizio ad avere un po' paura, perché non c'è nulla che possa fare tranne rimanere aggrappato alla portiera sperando che il vento di lato, sempre più forte, non ci ribalti.
Lorenza scavalca i sedili e riesce ad accedere alle valigie dall'interno dell'auto. Tira fuori una calzamaglia, la leghiamo al mio poggiatesta e alla maniglia interna della portiera. Il secondo ancoraggio tiene bene e ripartiamo, io sempre aggrappato alla portiera con una mano.
Dopo venti chilometri rientriamo sulla strada principale e guido finalmente controvento, alleggerendo completamente la pressione sulla portiera e sul mio braccio destro ormai crampizzato. Dopo altri venti chilometri, un villaggio, un'officina.
Il meccanico chiama il noleggiatore a Reykjavík, si parlano, poi armeggia un po' con due attrezzi e qualche rondella, e infine ci sigilla la portiera. Non potremo più riaprirla, ma salviamo il resto del viaggio.

Nel pomeriggio, sulla strada da Husavík al Mývatn, ad altri cinquanta chilometri di nulla dalla nostra destinazione, si accende una spia del motore. È una spia generica, potrebbe essere qualunque cosa, da un semplice problema di miscelazione aria-benzina a qualcosa di più serio. Non abbiamo alcuna alternativa che proseguire e incrociare le dita. Non incontriamo anima viva e guido tutti i chilometri successivi prendendo mentalmente nota dei chilometri che ci separano da ogni segno di civiltà che incrociamo, che sia una fattoria, un palo della luce, una qualunque installazione, anche se perlopiù sembra tutto disabitato.
In officina, la sera, non sono molto rasserenanti, ma nemmeno pessimisti. Non c'è modo di diagnosticare quale sia davvero il problema, ma a parte i consumi molto irregolari la macchina sembra continuare ad andare. Decidiamo almeno per domani di provare a proseguire per Akureyri, la seconda città dell'Islanda: non abbiamo molte alternative, il chilometraggio previsto non è eccessivo e attraversa zone abbastanza abitate, e nel caso perlomeno là troveremo un aiuto.

È stata una giornata difficile e avventurosa. Abbiamo rischiato molto. Anche stasera siamo ai confini del mondo, dopo oltre trecento chilometri di meraviglia assoluta, di tempesta, di natura estrema, di vento, ghiaccio, lava.
Dormiamo a Reykjahlíð, Islanda settentrionale, sulle rive del Mývatn ancora ghiacciato, oltre milleduecento chilometri alle spalle da Reykjavík.
Durante la notte nevica forte. Niente aurora questa volta.
Siamo stanchi, ma carichi di adrenalina e felici. Ce la siamo cavata anche oggi.

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Sugli altipiani settentrionali, verso Dettifoss
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Mývatn
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Husavík
TAG: islanda, dettifoss, myvatn
00.25 del 06 Maggio 2015  
 
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