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11 David Bowie
GEN Viaggi fra le note, Prima pagina
Altrove, Larsen ha scritto:

Sono sbalordito che David Bowie sia morto. Sono sbalordito perché mi ero dimenticato che fosse un essere umano mortale. Me lo ero dimenticato perché aveva fatto scritto e suonato cose così importanti da porlo fuori dal tempo. Il tempo gli scorreva intorno, lui invece era un punto immobile.


Non avrei saputo scriverlo meglio, non avrei potuto trovare altro termine: "sbalordito".

Qualche riga sotto Larsen avevo in precedenza commentato a mia volta scrivendo che è la prima volta che la scomparsa di un artista mi colpisce così, forse anche per una maggior "vicinanza anagrafica", intesa non tanto in termini di età relativa: Bowie era del '47, io del '65, ci son quasi vent'anni, ma in qualche modo è il primo vero (mio) mito ad andarsene appartenente a una generazione di star nate negli anni '40 che hanno scritto la storia della musica rock e che hanno accompagnato la mia generazione fin dai primi anni dell'adolescenza. Perlomeno, escludendo le tragiche ed epiche scomparse premature che hanno costellato la storia della musica nei decenni fra il '60 e l'80, (da Hendrix a Keith Moon, passando per dozzine di altri).
David Bowie se n'è andato alla soglia dei settant'anni, quasi come uno qualunque, un comune mortale, in silenzio, per una inesorabile e comune malattia. Non per overdose, soffocato dal vomito, suicidandosi: è arrivato alla terza età come tutto sommato la maggior parte dei suoi grandissimi colleghi (sono in molti nati fra il '43 e il '47, lo sapete? Da Mick Jagger, a Pete Townshend e Roger Daltrey, a David Gimour e Roger Waters) e poi niente, si è spento di notte nel suo letto. L'altro ieri ha pubblicato il suo ultimo disco, oggi non c'è più.

Fra i miei scaffali di Bowie c'è quasi tutto: su vinile, su cd, in digitale. Ho fatto fatica ad apprezzare alcuni suoi ultimi lavori: è sempre difficile abituarsi ai cambi di direzione repentini che solo i grandi artisti sanno osare, distaccandosi ogni volta dall'impronta del lavoro precedente anche se magari ha regalato loro un successo planetario, per sperimentare di volta in volta strade completamente nuove. Quegli artisti di cui a volte ti capita di ascoltare alla radio una canzone che non hai mai sentito, riconoscerne immediatamente l'inconfondibile timbro di voce e chiederti "Ma questo è Bowie? Ma cos'è 'sta roba?", salvo poi, al terzo o quarto ascolto, ammetterne la genialità.
Ricordo anche quando finalmente lo vidi dal vivo nel 2003 al Forum di Assago in quello che forse è stato il suo ultimo tour in Italia e onestamente devo dire che ne rimasi deluso, fu uno dei concerti meno entusiasmanti a cui abbia assistito. Mi dispiacque tantissimo

Poi, mentre scrivo queste righe, mi viene in mente che in realtà in tempi tutto sommato recenti se ne sono andati altri che ho amato: Lou Reed ad esempio, o Richard Wright, la cui scomparsa ha chiuso definitivamente il capitolo Pink Floyd.
Epperò svegliarsi un lunedì mattina con David Bowie che non c'è più in qualche modo è diverso: come non fosse nell'ordine delle cose.
Forse perché è il segno di un tempo che invece passa inesorabile anche per me. Qualcosa un po' tipo ehi, sono stati quasi quarant'anni trascorsi insieme, per dire. Ed è questo quel che davvero fa rimanere male, a scavare in fondo.

Di Bowie se ne potrebbero scegliere dozzine di immortali. La mia preferita, però, rimarrà sempre questa.
Ricordo una notte assurda di ormai un bel po' di anni fa, trascorsa a Nukus, ai confini del mare d'Aral, nel deserto dell'Uzbekistan, in attesa di varcare la frontiera col Turkmenistan all'alba del giorno dopo. Una notte di zanzare, caldo asfissiante, un hotel fatiscente ai confini del mondo. Insonnia. Lo schermo della televisione che illumina di una tenue luce azzurra la camera. E il video di Quicksand.

Per dire, la musica che ti accompagna da una vita.

TAG: David Bowie
13.33 del 11 Gennaio 2016  
 
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