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13 Centodieci/57: Venezia
MAR Centodieci
Oh, son quasi due mesi che devo buttar giù due note su Venezia e nulla, non so nemmeno da dove iniziare.
Innanzitutto ’sta cosa che invece delle strade con le auto a Venezia ci sia l'acqua coi motoscafi è ben strana, eh. Non so se ci avete mai fatto caso davvero. Per dire, non ci sono nemmeno le strisce pedonali. E le fermate degli autobus dei mezzi pubblici che galleggiano. Che tipo, se sei di Venezia e poco poco soffri il mal di mare, ora, dimmi tu come ti sposti che nemmeno c’è il bike sharing.

Poi c’è che a Venezia i veneziani ti parlano in inglese per default. Entri in un negozio, ti salutano e ti chiedono se hai bisogno in inglese. Arrivi in albergo, ti accolgono in inglese. Fai la coda a una biglietteria e si rivolgono a te in inglese. Va detto che probabilmente eravamo gli unici turisti italiani in giro per Venezia a fine gennaio, un po’ come quando ero in Kyrgyzstan. Comunque io le prime volte li guardavo con faccia da palombo e rispondevo “veramente siamo italiani”, poi ho lasciato perdere e ho iniziato a rispondere in russo per adeguarmi ai costumi locali.

A Venezia, in hotel, abbiamo fatto colazione con le posate d’argento. Questa mi mancava ancora, roba che nemmeno negli hotel degli Emirati quando mi mettevano le orchidee fresche dentro la tazza del cesso. True story. A colazione al posto del miele servivano direttamente pezzi di alveare. La doccia era arredata con un sistema di cromoterapia che nemmeno le luci del 2001 Odyssey de La febbre del sabato sera.
Sono venuto via da Venezia con il desiderio incontenibile di farmi fare la doccia della casa nuova con la cromoterapia psichedelica. E infatti. L’architetto mi ha guardato con schifo e ha detto che è un po’ kitsch, ma vabbè, visto che proprio insistevo.
Non potrò mai più farmi una doccia senza la cromoterapia psichedelica. D’altra parte i pezzi di alveare mi pare più complicato e le mie posate, va da sé, sono Ikea.

Oh, a Venezia non ho quasi colto alcun accenno di accento veneziano. Forse perché parlavano tutti inglese, peraltro. In ogni caso, ciò mi ha per un attimo riconciliato con il Veneto. Finché sulla strada del ritorno il treno non si è fermato a Mestre.
Comunque volevo dirvi che a Venezia sono tutti estremamente gentili e carini, né curiosamente hanno alcuna tendenza particolare a fotterti, cosa che quasi non ti pare di essere a Venezia, nemmeno in Italia, nemmeno a Roma. Ops, mi è scappata.
Anche a Napoli erano tutti estremamente gentili, a pensarci. Forse non mi hanno fottuto nemmeno a Napoli. In effetti Napoli sembra un po’ Venezia, a meno delle gondole, a più del Vesuvio. Comunque fare un giro in gondola a Venezia costa meno che fare cento metri in carrozza a Roma.
No, non abbiamo fatto il giro in gondola a Venezia.
Col senno di poi forse ci sono rimasto un po’ male. Ma tanto lo avevo già fatto quando avevo sette anni, probabilmente.

Ché in effetti, detto che se vuoi completare il Centodieci prima o poi devi ben armarti di coraggio e affrontare anche Venezia, non tornavo in Laguna da almeno una decina d’anni e nell’occasione, per la verità, ero stato solo a Burano. La volta precedente era stata quattordici anni prima e prima ancora, più o meno, una vita intera. E comunque io non l’avevo mai amata particolarmente Venezia e mi sarei anche risparmiato di tornarci, non fosse stato per il Centodieci.
E invece.

E invece lo scorso anno mi aveva regalato Vienna per i cinquanta, quest’anno mi ha regalato Venezia per i cinquantuno. A questo punto, per ragioni di congruità storica, il prossimo anno avrebbe quanto meno senso festeggiare i cinquantadue tornando a Budapest, ma io non l’ho mai amata particolarmente Budapest e d’inverno ci ho sempre patito un freddo bestia. E lei patisce il freddo anche a Venezia, immagina a Budapest. Quindi forse i cinquantadue li facciamo a Bangui.
Comunque questo è un post su Venezia. Tappa numero cinquantasette del Centodieci. Per festeggiare i cinquantuno.

Per caso era pure l’inizio del carnevale. Non lo sapevamo, è capitato così. Il che mi ha fatto riflettere sul fatto che Venezia è quel posto dove per una settimana all’anno, anche se hai la prostata, puoi andare in giro vestito come un deficiente e nessuno ci fa caso, anzi, ti fanno le foto. Cioè, non è che ti fanno le foto perché sei vestito come un deficiente, ti fanno le foto perché è figo come sei vestito (come un deficiente, comunque).
Sì, vabbè, ok. Anche io ho fatto le foto, è vero. Però non ho fatto il giro in gondola.
Col senno di poi, vabbè, eccetera.

Tant’è, questo era un post che avrebbe dovuto essere stato scritto sulla scia delle emozioni del momento e invece è andato sedimentandosi come mille altri questi mesi. Ché a scriverlo in diretta ne avrei davvero avute di cose da scrivere, di Venezia.
Anche se poi, che altro vuoi scrivere di Venezia, o fotografare di Venezia, o dire di Venezia? Persino Roma mi era uscita più facile.
In realtà, parlando di emozioni, una cosa di Venezia alla fine l’ho focalizzata davvero. Ho capito cosa c’è che non va, che non è mai andato, fra me e Venezia. Ho capito che a me Venezia, in qualche modo, non emoziona. O perlomeno non aveva mai emozionato prima, perché in realtà questo weekend è stato bellissimo.

Venezia non mi emoziona come a suo tempo non mi emozionò per nulla New York. Venezia come New York, ecco perché.
Ricordo perfettamente il mio primo arrivo in America, a New York, venticinque anni fa: mi aggiravo per Manhattan, macinavo chilometri e chilometri a piedi fra i grattacieli, dalla East side alla West side, dal Battery Park fin su alla settantacinquesima, e pensavo embè, quindi? Non capivo.
Non capivo New York. A me non diceva nulla.

Capii poi, dopo un po’ di giorni. Io a New York ero già stato. C’ero già stato un milione di volte. C’ero stato nei film, nei telefilm, nei documentari, sui giornali, nei racconti degli altri, nei libri, nei miliardi di poster, fotografie, immagini, in tutte le pellicole della mia vita fino ad allora. New York era esattamente quella cosa lì: quando per la prima volta ci sbarcai davvero, di New York conoscevo ogni angolo, almeno nella mia testa. Non avevo visto altro per i ventisei anni precedenti della mia vita. C'era tutto quel che ci doveva essere. C'erano l'Empire State Building e le Torri Gemelle. C'erano la Statua della Libertà, il Ponte di Brooklyn e il Ponte di Verrazzano. C'era la metro de I guerrieri della notte, i taxi di Taxi driver, le discoteche de La febbre del sabato sera, i teatri di Broadway, Times Square. C'erano persino - pensa te, giuro - Simon & Garfunkel che cantavano al Central Park e i tassisti non ti portavano ad Harlem perché ti dicevano che quei giorni non era aria. C'erano pure i tombini che fumavano di notte come in 1997, Fuga da New York e probabilmente in giro c'era anche Jena Plinsky.
Che cazzo di altro dovevo vedere di New York?
Ah sì, questo è un post su Venezia, scusate.

Venezia è così: quando sei in Piazza San Marco, quando vedi il Campanile, il Palazzo Ducale, il Canal Grande, il Ponte dei Sospiri, le gondole, persino i gondolieri con la maglietta a strisce bianche e rosse pure se ci sono zero gradi, eccheccazzo; e poi, il milione di turisti attorno a te di qualunque provenienza geografica, razza, religione. Be’, non c’è dubbio: sei a Venezia.
Solo che l’hai già vista settordicimila volte.
Anche Paperino e gli anelli dei Dogi, del resto.
Infatti Paperozzo Paperozzi alla fine era andato sulla Luna con un razzo a pedali.

Epperò, questa volta sì: per una volta ho amato moltissimo Venezia ed è stato struggete lasciarla.
Per quanto mi sia vergognato a fotografarla. Col cellulare.

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23.50 del 13 Marzo 2016  
 
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