Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 Meno tre (zero, per loro)
APR Diario
Ho sempre avuto un planisfero sopra al letto. Ad ogni trasloco sempre più grande e con un numero sempre maggiore di bandierine piantate in giro per il mondo.
Da quando sono in questa casa - son più di sei anni - per la prima volta ho dovuto farne a meno.
La ragione è che in camera, proprio sopra al letto e in centro alla parete, si trova una (brutta) lampada e non è possibile appendere nulla di così grande. Davanti al letto c’è un armadio, a destra uno specchio, a sinistra una porta finestra. Dunque, niente: lo spazio per il mio mondo, qui, perlomeno in camera, non c’è mai stato.
E il mio mondo deve stare in camera, con me.

Fra tre giorni lascerò questa casa, che non è mia, dopo sei anni e tre mesi. La lascerò per una casa nuovamente mia, che mi somiglia di più, credo, alla quale in questi ultimi quattro mesi ho lavorato per far sì che fosse molto più mia e simile a me di quando l’ho comprata.
La nuova casa ha una mansarda e nella mansarda ho messo il mio letto nuovo e sopra il letto nuovo c’è di nuovo un planisfero, dopo più di sei anni.
Non è un planisfero normale: è un mondo a colori, a chiazze di colore, costituito da tre tele accostate fra loro, America a sinistra, Europa e Africa in centro, Asia e Oceania a destra. Dice Carola che sembra un quadro di Pollock: io non lo so, l’artista è lei. Mi fido e se Pollock non dipinge così pazienza.
Di sicuro c’è che è un planisfero unico e meraviglioso, certo non uno in cui piantare bandierine, e va bene così, perché in questi ultimi anni ho messo insieme così tante bandierine che a piantarle davvero lo trasformerei in una foresta di aghi.
Ormai il mondo è mio.

Chi mi ha regalato il planisfero ha lavorato con me per farmi uscire dalla casa in cui sto scrivendo quest’ultimo post e a immaginare quella dove appendere il mio nuovo mondo. Del resto, chi mi ha regalato il planisfero mi ha regalato anche Habu Jôji (che Carola avrà letto venti volte: sarà un caso?), e Vienna per completare l’Europa, e Venezia per chiudere un cerchio, e soprattutto una nuova vita che sotto al planisfero, che forse è di Pollock, fra tre giorni ripartirà per l'ennesima volta. Sempre insieme a chi mi ha regalato (anche) il planisfero, che evidentemente di me ne sa.
Perché solo chi ne sa di me può regalarmi Habu Jôji e un planisfero a colori dove non ha alcun senso piantare bandierine.

Questa è anche l’ultima notte in cui i ragazzi dormono qui, nel loro letto a castello, in quella piccola camera che sei anni fa ho messo insieme di corsa in pochi giorni, cercando di inventargli al volo un nuovo mondo in qualche modo fatto il più possibile a loro misura, che non li spaventasse, che li tranquillizzasse, che li accogliesse nel modo migliore possibile, ammesso che ci fosse un modo migliore per accoglierli in quelle circostanze.
Ora dormono. Chissà come dormono. Chissà se lo sentono. Certo che lo sentono.
Chissà cosa sentono.
Questo pomeriggio, fra uno scatolone e l’altro, abbiamo per l’ultima volta misurato le altezze di entrambi e segnato le ultime tacche dietro la porta di camera mia, sigillando così la progressione del tempo passato disegnata dai trattini a matita lasciati sul muro: 168cm Leonardo, 141cm Carola.
Le prime due tacche risalgono al ventidue febbraio duemiladieci: 120 e 97,5. Nel mondo dei piccoli sei anni sono quasi cinquanta centimetri.

È tutta la sera che mi guardo attorno senza rendermene conto. Apparentemente è ancora tutto qui, ma in realtà in questi ultimi giorni ho traslocato nella casa nuova molte cose significative, in gran parte piccoli oggetti disseminati in giro che sarebbero andati dispersi alla rinfusa fra dozzine di scatoloni e che fanno parte della mia vita quotidiana.
Ad esempio l’orologio da parete delle ferrovie svizzere appeso in cucina, uno dei primissimi oggetti entrati con me in questa casa. Carola oggi mi diceva che ricorda ancora benissimo quando siamo andati a comprarlo a Lugano e, sulla strada, avevo fatto vedere loro il mio ufficio svizzero vicino al lago, dove lavoravo a quel tempo.
È tutta la sera che mi capita di voltarmi inconsciamente verso la parete per guardare l’ora, dimenticandomi che l’orologio non c’è più: ci sono rimasti solo il chiodino al quale era attaccato e la classica impronta nera lasciata sui muri dalle cose appese per lungo tempo. Non mi ero mai reso conto fino a stasera di quanto quell’orologio, che amo tantissimo, regolasse la mia vita quotidiana in questa casa, fosse il mio riferimento costante.
Questo pomeriggio l’ho appeso nella nuova cucina, sopra al frigorifero, ma l’ho messo troppo in alto e non è nemmeno centrato, non sono contento. D’altra parte mi scoccia, adesso, appenderlo più in basso dopo aver piantato il chiodo nel muro nuovo.

Mancano altre cose, già trasportate di là: il nostro classico calendario con le foto dell’anno precedente, la piccola stazione meteorologica, gli oggetti che stazionano permanentemente sul mio comodino e sul mobile del mio bagno, gran parte delle cose in cucina, tutto il Lego di casa e i contenuti dei cassetti dei ragazzi. È già tutto nella casa nuova.

Poi, giovedì mattina all’alba, arriverà il grande camion a prendere tutto il resto: i libri e le librerie, i vestiti, la mia scrivania, i quadri, i tappeti, le maschere africane, i sassi dei viaggi, le sabbie dei deserti, le fotografie e le macchine fotografiche, la musica, la televisione, i computer, la lavatrice, i piatti e i bicchieri, le pentole, la macchinetta del caffè…

E mi chiuderò la porta di Via Giulio Natta 59 alle spalle, definitivamente.
Un importante pezzo di me rimarrà qui, come altri importanti pezzi di me sono rimasti altrove in passato, da Piazza San Materno 12 fino a Sienna 72a-404.
Poi, giovedì sera, dormirò sotto al mio nuovo planisfero di (forse) Pollock.

pollock
TAG: casa, diario, trasloco
23.56 del 25 Aprile 2016  
 
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