Orizzontintorno Carlo Paschetto
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11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017  
 
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