Orizzontintorno Carlo Paschetto
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15 Che del resto ho ascoltato scrivendo questo post
DIC Amarcord, Viaggi fra le note
Per esempio, gli Air li ho scoperti tornando da Seoul, First Class Air France che, vi sorprenderà, per quanto eccellente non è all’altezza della Classe Magnifica Alitalia. Nella fattispecie, l’album era Pocket symphony, che avevo selezionato a caso dal sistema di intrattenimento di bordo. Il 747 aveva iniziato la lunga discesa verso Parigi e verso il naufragio di tutto quel che avevo lasciato a terra un paio di settimane prima, fuggendo in Corea. Una planata lunga e dolcissima, il tempo di ascoltare l’album quasi per intero, ricordo l’aria limpida e la tranquillità del tramonto sulla piana della Senna, la malinconia per il rientro e quella sensazione di resa all’ineluttabilità del ritorno al mio nulla. Non avevo nemmeno un lavoro ad aspettarmi, come già mi era capitato dopo altre fughe del resto.
Poi, di lì a qualche ora, il cielo ormai buio, un piccolo aereo mi avrebbe riportato a casa.

Rileggo questa introduzione e noto l’assonanza casuale e non voluta nel citare gli Air insieme ad Air France. Comunque, comprai poi tutti gli album degli Air.
Sono passati sei anni: Pocket symphony rimane uno dei miei album preferiti, lo ascolto spesso in volo e talvolta la sera prima di addormentarmi.
Per me volare è Pocket Symphony degli Air.

Non sapevo, o perlomeno, ho impiegato anni a realizzare che I’d need a savior è un brano di rock religioso. Non so come mai, considerato il ritornello, “Your name is Jesus”, e il nome della band, Among the thirsty. Credo di essermi sentito molto imbarazzato con me stesso quando l’ho capito.
Anche in quel caso c’era un tramonto di mezzo, rientravo a Honolulu alla guida della mia Chevrolet rossa sull’autostrada che attraversa O’ahu, tornando dalla costa settentrionale e dalle spiagge di Lost. Uno dei momenti più magici della mia vita, di serenità assoluta, laggiù gli antipodi, da solo, in mezzo al Pacifico, ad almeno otto ore di volo dalla terraferma più vicina, in mezzo al mio giro del mondo, una giornata magnifica, il traffico delle Hawaii che scorre tranquillo e l’autoradio che indovina perfettamente come accompagnarmi, hai presente, un po’ come canta Ligabue in Certe notti.
Afferro il telefonino e registro al volo un video per fermare quell’istante della mia vita che non tornerà mai più. Poi, molto tempo dopo, inventano una app che riconosce le canzoni e mi dice il titolo.
Scopro così l’esistenza del rock religioso. Da allora per me O’ahu è I’d need a savior.


A Boston, a fine inverno, può fare molto freddo. Attraverso a piedi il ponte che collega Cambridge, dove si trova il mio hotel, col TD Garden. È quasi l’ora di pranzo di una gelida giornata di inizio marzo, ho bisogno di camminare, di respirare le prime ore del mio ritorno in America, e sono sempre solo. Anche a Boston sono solo.
Sono stato un’ora chiuso nello Starbucks di fronte al mio hotel, ho preso un Tachifludec perché sono molto raffreddato, non mi sono ancora del tutto ripreso dal jet leg. Poi sono uscito e mi sono incamminato.
Fra una settimana camminerò sulle - fredde, ma ancora non lo so - spiagge di Bermuda, adesso nevica a raffiche, c’è un vento forte ed estremamente gelido, il servizio meteo mi dice quindici sotto zero. Parte del Charles River è ghiacciata.
Mi avvolgo ancora più stretto nella sciarpa, ho un pesante berretto di lana e penso che è venuto il tempo di cambiare il giaccone invernale che indosso. Me ne occuperò quando tornerò in Italia.
Nelle cuffiette David Crosby canta What’s broken, l’album è Croz, l'ho comprato apposta prima di partire per il mio ritorno in America. Avevo pensato che per andare in America volevo musica americana. Croz è perfetto, mi scalda e allo stesso tempo mi immerge nel gelo di Boston, mi avvolge e mi consola, mi allontana da casa il giusto, è quello di cui ho bisogno. Adesso mi sento in America davvero, di nuovo.
Mi avvio per le strade di downtown. Poi metto su Crosby, Stills, Nash & Young.

David Crosby è ancora con me, l’album è lo stesso, ma è il 2014 e in verità è con noi quattro. Questa volta non sono solo e forse questo è il viaggio più bello della mia vita. Sono tornato in Sudafrica dopo molti anni.
È l’alba di una fredda mattina di agosto, sono alla guida di un grande fuoristrada bianco e stiamo viaggiando alla volta della frontiera col Lesotho. C’è grande elettricità in macchina, attesa, stiamo vivendo da giorni un’avventura straordinaria, i ragazzi sono euforici e quella di oggi sarà una delle tappe più entusiasmanti e impegnative di tutto il viaggio.
Non so perché ripenso a Boston e a quel momento di grande serenità e pace. Mi viene spontaneo, collego l’iPod al bluetooth dell’auto e seleziono Croz.
Cerco di nascondere le lacrime, mentre una delle frontiere più misteriose della mia vita si avvicina e sono con le tre persone che più amo al mondo.

È agosto anche a Sebastopoli, due anni prima, inizio serata. Impossibile immaginare che le vie in cui sto camminando presto saranno il teatro di una guerra. D’alta parte Sebastopoli è russa fino nel midollo, l’intera Crimea lo è, me lo dicono tutti quelli con cui scambio qualche parola; è russa nelle insegne, nella lingua, nella cultura, nell’aria che si respira.
Sono solo. Sono solo anche quaggiù in Crimea. Desideravo da anni venire qui, è un luogo che ha sempre esercitato un fascino proibito su di me. Ed eccomi a Sebastopoli da solo.
Qualche giorno prima, a Odessa, ho avuto un momento di crisi come non mi capitava da anni e anni. Un momento di solitudine infinita. Mi trovavo in stazione, cercavo senza successo da un’ora di riuscire a comprare un biglietto per il treno Odessa-Sebastopoli, ma non ne venivo a capo, sconfitto dall’indifferenza delle impiegate ai desk, dall’impossibile barriera linguistica e alfabetica, dalla folla, dal caos, dall’inutilità di qualunque mio tentativo. Seduto su alcuni gradini, in mezzo alla stazione, all’improvviso senza più risorse, le mandai un messaggio scrivendo qualcosa del tipo “non so come andarmene da Odessa, sono prigioniero qui.”
Poi, miracolosamente, una mano tesa. Un immigrato nero, gli occhialini rotondi da intellettuale, anglofono, trapiantato a Odessa. Mi nota smarrito su quei gradini, mi sorride, mi chiede se ho bisogno di aiuto, mi tira fuori da guai.
Ed eccomi a Sebastopoli, alla ricerca di un posto per cenare, davanti al mare. È una serata fresca, molto vivace, c’è tanta gente in giro. Sebastopoli è una città allegra, viva, di frontiera, a guardia dell’orizzonte sul mare.
Mi infilo in un locale. Sugli schermi mandano un concerto dei Simply Red. Non so per quale ragione, mi sembra perfetto. Mi viene all’improvviso voglia di ascoltare tutto quel concerto, di averlo con me. Mi collego al WiFi del locale e lo me lo scarico da iTunes.
Giro tutta la sera per Sebastopoli ascoltando in cuffia i Simply Red.
Da allora per me Sebastopoli sono i Simply Red.

Sono passati ventisei anni ed era una serata meravigliosa. Sono affacciato alla finestra dell'appartamento di Pol, all'ennesimo piano di un grattacielo in centro, e guardo dall'alto le luci di Buenos Aires aggrappandomi disperatamente alle mie ultime ore in Sudamerica.
Non voglio tornare a casa, non voglio tornare a casa, non voglio tornare mai più. Non c'è nulla che mi aspetti di là dell'oceano e la Patagonia si è impadronita per sempre di me, mi ha rapito, è il mio altrove, il luogo dove voglio vivere per sempre. Ho viaggiato da solo nelle ultime quattro settimane, sono stato in fondo al mondo, ho piantato la mia tenda solitaria ai piedi del Cerro Torre, nel pieno dell'inverno australe, ho resistito da solo a re Azul ed ora eccomi qui.
Fra poche ore Pol tornerà a casa e io prenderò un autobus per l'aeroporto, dove un grande aereo è pronto per strapparmi da qua e riconsegnarmi a un mondo che non mi appartiene più e che so non essermi mai appartenuto.
Piango da giorni. Stasera sono qua, da solo su questa terrazza, cerco di fissare nella mia mente questi ultimi momenti, di congelarli, di fermare il tempo.
Una radio, o forse è il mio walkman, chissà. Non ricordo. Nelle orecchie ho Woman in chains, dei Tears for fears, con il suo andamento struggente. Non riesco più a trattenermi e, di nuovo, scoppio in un pianto a dirotto.
Sono passati ventisei anni e ogni volta che mi capita di sentire Domani in Chains io sono ancora a quella finestra, le luci di Buenos Aires sotto di me. E mi viene ancora da piangere.

È una notte di caldo e nubi di zanzare, ai confini della realtà, in uno dei luoghi più spettrali, alienanti e remoti in cui sia mai stato. Il Nukus Hotel è al confine di una regione devastata dalla follia umana, nell'Uzbekistan occidentale, a pochi chilometri dal fantasma di quello che una volta era chiamato Mare d'Aral e oggi è una sorta di rappresentazione fin troppo realistica del dopobomba, un deserto di sale, scorie chimiche e avanzi di esperimenti di guerra batteriologica, scheletri e rottami di vecchie navi arrugginite appoggiate sul fondo del mare che non c'è più.
Nukus è una città abbandonata, il relitto di una civiltà che un tempo si era sviluppata sulle rive del mare che non c'è più e che oggi è emigrata altrove, e chi non è emigrato muore lentamente di malattie rare, respirando il vento tossico del deserto dell'Aral, privo ormai di qualunque risorsa di sostentamento.
Non riesco a dormire, cerco ancora di metabolizzare le immagini di oggi, la sensazione provata camminando fra quei relitti abbandonati sul fondo del mare, appoggiati sulla sabbia, morti.
C'è una vecchia tv di fabbricazione sovietica e la luce azzurra dello schermo illumina la penombra della camera. C'è David Bowie su un palco che intona una versione acustica di Quicksand, lui da solo con la chitarra e non so perché, è perfetta. Ho i brividi.
Da allora sarà la mia canzone preferita in assoluto di Bowie e Quicksand sarà per sempre Nukus.

È ancora Seoul, ma sono appena arrivato, è il mio primo giorno. Sono schiacciato dal jet lag, sono arrivato all’alba, ma per il mio metabolismo è solo, inesorabilmente, la sera tardi del giorno prima.
Cammino per le grandi e scintillanti vie di Gwanghwamun, prendo le misure di questa foresta di grattacieli che mi è in qualche modo piacevolmente familiare, sono solo, sto bene, a parte il sonno. Sono sereno. Avrei voluto dormire un po’ in hotel prima di uscire, ma se mi fossi sdraiato sul letto non mi sarei più alzato e poi Seoul mi chiamava, volevo uscire subito, camminare per la città.
Nelle cuffiette ho Strange overtones, l’album è Everything that happens will happen today, il nuovo lavoro di David Byrne e Brian Eno, l’andamento allegro e spensierato della voce di David Byrne è perfetto e da questo momento per me Brian Eno e David Byrne saranno per sempre legati a Seoul.
Poi mi fermo su una panchina per annotare due appunti per il blog sulla mia inseparabile moleskine. Mi sdraio per guardare il cielo, chiudo un attimo gli occhi.
Quando mi sveglio è ormai sera da un pezzo e Seoul è illuminata da miliardi di luci bellissime.

Il taxi - chiamiamolo così - ci sta portando attraverso il deserto verso la frontiera con l’Iran. Sarà una frontiera difficile questa, completamente isolata, non c’è un’anima attorno per centinaia di chilometri. La terra di nessuno fra il Turkmenistan e l’Iran è una desolata e vuota striscia di sabbia larga centinaia di metri.
Nell’auto siamo tutti in silenzio da ore: l’autista, Yulya, la nostra interprete, Emanuela, già scomparsa sotto lo chador che ha dovuto indossare per potere entrare in Iran, più di quaranta gradi fuori, ed io. Guardo dal finestrino lo scorrere del deserto, sono perso nei miei pensieri, sono preoccupato. Non so cosa ci aspetta. Stiamo per varcare una frontiera caldissima, siamo a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. L’invasione americana è in corso da pochi mesi.
Di là della frontiera, terra sciita, roccaforte integralista. Non ci sono più occidentali, sono fuggiti tutti. L’Undici settembre è ancora freschissimo, l’Iran è isolato e abbandonato a se stesso, angosciato, scollegato dal resto del mondo.
Noi stiamo per entrare, da soli. Siamo riusciti ad avere il visto a Delhi, grazie a un'improbabile lettera di raccomandazione dell'ambasciata italiana in India.
L’autoradio passa Chris Rea. C’è qualcosa di surreale nel prepararsi a varcare la frontiera iraniana ascoltando Chris Rea a bordo di una BMW targata Turkmenistan, guidata da un silenzioso e incomprensibile autista timuride.
Da adesso in avanti Josephine sarà per sempre il vuoto inesorabile del deserto turkmeno. L’ho messa anche nella colonna sonora della proiezione per le conferenze.

Anche se la frontiera più difficile del mondo, dicevano, è il Torugart Pass, nel Pamir, il valico inaccessibile a quasi quota quattromila che divide l’impero cinese dalle impenetrabili e anarchiche ex repubbliche sovietiche. Un confine blindato, costellato di innumerevoli posti di blocco lungo la strada infinita e mozzafiato che sale al passo, bunker ovunque, torrette armate, militari e mercenari per nulla amichevoli, in assetto da guerra, il kalashnikov col colpo in canna e i ray-ban a specchio, servizi segreti e misteriosi burocrati. Per arrivare quassù e attraversare il Torugart devi trafficare per settimane con permessi, carte scritte in alfabeti incomprensibili, intrecci, diplomazia, burocrazia, corruzione di funzionari e un po' di pelo sullo stomaco.
Poi devi trovare un cinese che possa portarti fino al confine e un kirghiso che ti aspetti dalla parte opposta, devono essere perfettamente sincronizzati, al giorno e l'ora concordata, tutto deve accadere come uno scambio di ostaggi in alta quota, in una regione completamente isolata e deserta, seguiti dagli sguardi di mille occhi nascosti che controllano e interpretano ogni tuo piccolo e insignificante gesto, perquisiti ogni dieci passi, fin dentro ogni fotogramma scattato e ogni secondo di filmato girato.
Ho scalato tutti i tornanti del Torugart ascoltando nelle cuffiette Lucky man, dei Verve. Qualche anno dopo, nel corso di un’intervista radiofonica, mi hanno chiesto se avessi un brano che mi rappresentasse più di altri e che sintetizzasse la mia carriera di viaggiatore.
Ho risposto Lucky man, dei Verve. Lo hanno mandato in onda mentre l'intervista sfumava.

Durante il mio anno di vita a Varsavia ho girato ore di filmati, per la maggior parte in inverno, soprattutto dai finestrini dei taxi che mi portavano in giro quasi quotidianamente, almeno prima che facessi l’abbonamento agli autobus, prima che decidessi di diventare davvero un Warszawiak.
Ho iniziato a filmare quando mi sono deciso a lasciare gli hotel e ho affittato il mio primo monolocale in Chmielna 10-30, prima di trasferirmi nel bellissimo e aristocratico appartamento di Sienna 72a-404. Uscivo la mattina presto, mi chiudevo la porta di casa alle spalle, accendevo il telefonino e iniziavo a filmare mentre scendevo le scale del vecchio palazzo in Chmielna, aprivo il portone e mi affacciavo sulla mia Warszawa innevata e nuvolosa.
Ascoltavo sempre le stesse tre o quattro playlist: Pearl Jam, Tom Waits, The Blind Boys of Alabama, Sinead o’Connor, i Kapela Ze Wsi Warszawa che mi aveva fatto conoscere Ewa. Eravamo andati anche al concerto di Emir Kusturica, uno spettacolo straordinario.
Da allora nel mio iPod c’è una playlist che raccoglie tutte le canzoni della mia vita a Warszawa, ma non l’ascolto quasi mai, perché mi prende una malinconia infinita e struggente e mi viene da piangere.
Quanto mi manca Warszawa.
Quanta vita persa, buttata via.
Ripenso alle mie lunghe camminate da solo di sera, lungo Jana Pawla, New York State of Mind di Billy Joel a sfondarmi le orecchie fra le folate di nevischio illuminato dalle luci dei nuovi grattacieli attorno a me.
Non sono mai riuscito a finire di montare il mio film su Warszawa, per quanto ci abbia provato. È tutto nella mia testa, fotogramma per fotogramma, canzone per canzone, l’ho visto mille volte. Ma nulla, non riesco a montarlo.
So però come inizia, la prima scena: la porta di casa di Chmielna 10-30 che si chiude alle mie spalle con un cigolio, i miei passi in discesa per le scale, il portone che si apre. Accendo l’iPod, Via Paolo Fabbri 43 mi dà il buongiorno, mentre l'aria fredda e pungente di Warszawa mi brucia le guance: "Fra krapfen e boiate le ore strane son volate / grasso l'autobus m'insegue lungo il viale / e l' alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia".
Finisce con Streetlife serenade che passa sui titoli di coda, mentre un aereo decolla alle prime luci del tramonto, lasciandosi dietro per sempre Warszawa che piano piano si accende, e io non riesco a trattenere le lacrime.

Ho ascoltato Holocene la prima volta in un autogrill nel nord dell’Islanda, la neve fuori, una luce pomeridiana bellissima. Non conoscevo Bon Iver.
Ho montato tutto il film sull’Islanda costruendolo su misura apposta per Holocene.
Che, da allora, è la mia sveglia ogni mattina.
TAG: musica
01.29 del 15 Dicembre 2016  
 
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