Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione.

In questi trentacinque anni il (mio, anche) modo di viaggiare per diporto è cambiato in maniera drastica: è via via diventato sempre più popolare e universalmente diffuso e ha contribuito in modo diretto alla globalizzazione probabilmente molto più di quanto non abbiano fatto i processi finanziari, industriali e l’evoluzione delle tecnologie di comunicazione, che peraltro sono state l’agente principale nella spinta al turismo di massa, insieme ai voli low cost.
Trent’anni fa comprare un biglietto aereo per andare in vacanza era un piccolo investimento e affrontare un viaggio intercontinentale - soprattutto al di fuori dei pacchetti delle agenzie turistiche - poteva richiedere un paio di stipendi.
Quando nel 1990 partii per la Patagonia lavorai un anno durante la tesi di laurea per potermi pagare il costoso volo della Swissair. Nel 1987, per la spedizione alle Svalbard, non potendomi permettere un biglietto aereo per Longyerabyen da Milano, o almeno da Oslo, dovetti ripiegare su un volo locale da Tromsø, nell’estremo nord della Norvegia, e raggiungere la cittadina scandinava con un lunghissimo viaggio in treno e autobus durato quattro giorni (viaggio ancora più noioso perché lo avevo già fatto quattro anni prima con altri propositi). Poiché fra l'altro anche il biglietto del treno era carissimo, feci apposta un interrail col solo scopo di risparmiare il più possibile anche sulla tratta ferroviaria.

Alcuni dei miei viaggi hanno rappresentato delle tappe cardine sia nella mia esperienza di viaggiatore, sia in qualche modo con riferimento all’evoluzione del (mio) modo di viaggiare.

Nel 1987 le Svalbard erano un avamposto davanti al Polo Nord collegate col resto del mondo grazie a un volo settimanale dalla Norvegia. Non c’erano possibilità di vitto e alloggio, nessuna forma di turismo organizzato e per andarci occorreva un permesso speciale del governo norvegese. A complicare la faccenda, era obbligatorio per regolamento essere armati per difendersi da eventuali attacchi di orsi polari.
Organizzare da solo a vent'anni una spedizione autonoma nell'arcipelago fu una grande sfida e una svolta nella consapevolezza delle mie possibilità rispetto ai progetti che avevo nel cassetto.
Dodici anni dopo, nel 1999, atterrarono alle Svalbard Patrizio Roversi e Syusy Blady. Oggi le isole sono diventate una frequentata meta turistica, molto gettonata anche d’inverno. Ci sono voli quotidiani, hotel, ristoranti, strutture ricettive, guide turistiche per informarsi.

Nel 1990 per comunicare a casa dai centri abitati della Patagonia, bisognava affidarsi ai cablogrammi o a costosissime chiamate satellitari dagli uffici postali. Riuscire ad arrivare in inverno al campo base del Cerro Torre, nell’estremo sud, era ancora una piccola impresa. Niente di impossibile, per carità, ma pur sempre complicato da realizzare: richiedeva tempo, pazienza, fortuna, era molto costoso e bisognava essere autosufficienti. C’era una remota e deserta pista sterrata che correva nella pampa per qualche centinaio di chilometri, transitabile solo con condizioni meteo favorevoli, e da pochi mesi avevano costruito un ponte in metallo per guadare il rio Fitz Roy, che fino all’anno precedente poteva essere attraversato solo a cavallo, il mezzo di spostamento più diffuso.
Si poteva essere quasi certi di trovarsi del tutto soli nel raggio di centinaia di chilometri e non c’era alcun modo di comunicare col resto del mondo, se non attraverso un impianto radio in una stazione a qualche ora di cammino dal campo base, presso il nucleo di baracche che qualche anno dopo sarebbe diventato il villaggio di Chalten.
Avevo venticinque anni quando arrivai davanti al Cerro Torre, da solo, in inverno, con la mia tenda. Qualunque traguardo da lì in poi mi sembrò a portata di mano: dovevo solo immaginarlo.

Oggi al Chalten si arriva con una comoda strada asfaltata, ci sono hotel, B&B, ristoranti; potete telefonare a casa col vostro smartphone e mandare le foto del Cerro Torre agli amici; si può prenotare tutto via Booking e per qualunque informazione, non bastasse la Lonely Planet dell’Argentina, internet è naturalmente una fonte inesauribile di recensioni, fotografie, immagini in diretta tramite le webcam e video in tempo reale su Twitter. Tutto sempre accessibile direttamente dal vostro telefonino. Sono passati “solo” ventisette anni, sembra quasi ieri a me: è un’eternità sulla scala dei Millennials.

Il mio primo deserto vero, il Sahara di Ksar Ghilane, lo affrontai nel ’94 con una R19 a due sole ruote motrici e l’aiuto di un fabbro di Douz che mi aveva forgiato i ferri per smontare e riparare le gomme in caso di foratura. All’epoca Ksar Ghilane era a mezza giornata di viaggio dall’ultimo bivio segnalato nel deserto lungo la pista verso Tataouine: si guidava a vista sulla sabbia, cercando di non perdere le tracce e di non smarrirsi fra le dune. Non c’erano mappe, gps, telefono, alcun modo di comunicare.
Anche a Ksar Ghilane oggi ci sono gli hotel e credo che arrivi una buona strada, se non asfaltata, perlomeno in terra battuta. Arriva sicuramente internet, il segnale cellulare prende benissimo e vi localizza con una precisione di pochi metri.

Nel ’98 feci la traversata del Namib, una vera avventura: di nuovo, tremila chilometri di sabbia, senza gps e telefoni, quando ti insabbiavi erano cavoli tuoi. Lo scorso anno mia mamma, a 74 anni, ha ripercorso alcune delle mie tappe grazie a un viaggio organizzato che ha seguito comode piste in terra battuta, dormendo anche in hotel dove io avevo pernottato in tenda.

E poi il lungo viaggio via terra in Indocina del 2001, in preparazione all’overland dell’anno successivo: ad Angkor c’erano ancora i campi minati e raggiungerla non era affatto banale: non c’era aeroporto e anche trovare da dormire non era semplicissimo. Arrivarci poi durante il periodo monsonico, con mezza Cambogia alluvionata, aveva richiesto parecchio spirito d’avventura e un po' di "ottimismo", se non proprio di pelo sullo stomaco.
Ho scattato alcune fra le foto più belle della mia vita nei villaggi alluvionati del Tonlé Sap, dove già all’epoca, accanto ai generatori a petrolio per la produzione domestica di energia elettrica nelle palafitte, spuntavano le prime torri cellulari. Mi spiegava un operatore di una ONG che in un paese devastato dalla guerra è molto più facile, rapido ed economico ricostruire partendo dalle comunicazioni via rete cellulare, che investire in linee cablate, strade e altre infrastrutture.
Così ti spostavi in barca attraverso le pianure alluvionate, il che permetteva anche di non rischiare avventurandosi lungo la devastata rete stradale ancora minata, e telefonavi a casa col cellulare (in realtà no, perché non esistevano ancora accordi roaming fra il sud est asiatico e l’Italia, ma così per dire).

Quest’estate un mio giovane collega, approfittando di una vacanza in Thailandia, è andato ad Angkor con un comodo volo di linea, pernottando in un moderno hotel con qualche stella. Prima di partire mi ha chiesto se c’ero stato e se potevo dargli qualche informazione, ed è uno di quei casi in cui ho difficoltà a rispondere perché, onestamente, cosa posso rispondere? Se la domanda è “hai visto le rovine di Angkor” la risposta è ovviamente sì - anche se le ho viste in un contesto di accessibilità comunque molto differente da quello odierno e senza un turista nel raggio di chilometri. Ma, in senso allargato, la Angkor che avrebbe visitato lui no, sedici anni fa non l'avevo vista e non sapevo dunque che consigli dargli.

Il fatto è che la prospettiva e la relatività delle nostre esperienze sono in realtà il viaggio stesso, a meno di non volere identificare il viaggio con la semplice meta: nel 2002 sono arrivato al campo base dell’Everest sul versante tibetano ed era ancora un’avventura per pochi turisti. Ma ci sono arrivato con un comodo fuoristrada, studiando la Lonely Planet, e ho dormito sotto un tetto, per quanto spartano fosse.
Nel 1980, vent’anni prima soltanto, Messner c’era arrivato nella mia stessa difficile stagione con un viaggio epico durato giorni: era totalmente isolato dal mondo e non disponeva quasi di alcuna informazione, a parte quello che aveva potuto reperire dai libri di storia e dalla fonti ufficiali del governo cinese.
Se Messner si fosse rotto un piede sarebbe stato in guai molto seri, di fatto senza alcuna possibilità di aiuto dall’esterno. Se me lo fossi rotto io, avrei potuto avvertire a casa col cellulare, sarei stato aiutato dalla gente attorno a me, dalla nuova rete stradale e di comunicazione, nel giro di poche ore sarei stato evacuato in un comodo ospedale di Lhasa e in meno di un giorno sarei stato a Pechino.
Oggi allo stesso campo base arriva una strada asfaltata, ci sono un hotel, infrastrutture, servizi: è più distante la mia esperienza di quindici anni fa da quella dei turisti che vi giungono oggi, o lo è quella di Messner vent’anni prima dalla mia? E che dire della distanza fra il viaggio di Messner e quello delle spedizioni inglesi degli anni ’30? Abbiamo tutti fatto lo stesso viaggio e visto lo stesso Everest? O meglio, riformulo: siamo partiti per vivere lo stesso “viaggio per andare a vedere l’Everest”?

Nel 2014 sono tornato in Sudafrica coi figli a distanza di sedici anni dalla mia prima esperienza. Abbiamo viaggiato con un moderno e grande fuoristrada, dotato di ogni confort, e alloggiato presso resort e case splendide, tutto perfettamente organizzato dal mio divano di casa e con una mano importante dal mio amico agente di viaggio. Nel ’98, potendo già usare le email e Netscape, avevo impiegato un anno solo per capire come noleggiare un vecchio fuoristrada ed ero partito con la tenda perché non potevo essere certo di dove e come avrei alloggiato in gran parte delle tappe del mio viaggio. Eppure avevo una Lonely Planet già piuttosto corposa.

Quest’estate, quasi vent’anni dopo, abbiamo messo insieme all’ultimo minuto un viaggio a Madeira. Abbiamo affittato un paio di case e soggiornato presso due hotel, noleggiato un’auto, comunicato con casa quasi tutti i giorni senza nemmeno spendere soldi per il roaming, inviato foto ai familiari e pubblicato selfie in tempo reale per gli amici sui social network.
Prima di partire, grazie a internet avevo potuto scegliere le soluzioni per l’alloggio migliori per noi, confrontando milioni di recensioni su diversi siti e fidandomi della mia esperienza; avevo prenotato il traghetto per Porto Santo, studiato le migliori escursioni, letto le valutazioni degli altri turisti, verificato (quasi) ogni dettaglio. Di Madeira conoscevo già ogni sasso e ogni immagine prima di partire.
Eppure a Porto Santo, uno scoglio di pochi chilometri che si può girare a piedi in una giornata, in cinque giorni di permanenza siamo riusciti a bucare l’unica cosa che davvero valesse la pena di vedere e che fosse raccontata e fotografata ovunque su internet. Ne ho letto - su Tripadvisor ovviamente - solo al rientro.

C’è una morale a questa storia? Credo che sia che in questi trentacinque anni, internet o non internet, turismo di massa o meno, il mio modo di viaggiare non è in realtà cambiato affatto. Quel che è cambiato sono il mondo attorno a me, la velocità di spostamento, la facilità di comunicare e il mio modo di organizzarmi, ma non il mio spirito, il criterio con cui scelgo i miei viaggi, la spinta emotiva, la curiosità con cui affronto ognuno di essi.
In questo senso, valgono più la mia esperienza alle Svalbard del 1987, quella del 1990 in Patagonia, il Sudafrica del 1998, quello del 2014, l'overland in Asia del 2001 o il viaggio a Madeira nel 2017? A modo loro, sono tutte declinazioni uguali del mio modo di viaggiare, a prescindere dalla diversa accessibilità e contesto storico. Ogni viaggio è il mio viaggio, diverso dai milioni di turisti che sono lì contemporaneamente con me, che sono venuti prima o che verranno dopo, ciascuno con il proprio modo di viaggiare.

Dice sostanzialmente la mia amica sul socialino che viaggiare è diventato un inferno perché ormai la gente sa già tutto prima, qualunque sia la destinazione e per quanto remota e improbabile possa essere. Naviga fra milioni di recensioni, webcam, guide turistiche e quando arriva sul posto, invece di "viaggiare", si fa i selfie per mandarli in tempo reale agli amici sui Facebook.
Così accade il paradosso di milioni di turisti che davanti al monumento o al panorama famoso, invece di godersi il momento, immergersi nel contesto, ascoltare eventualmente quello che le guide o la gente locale racconta loro, respirare gli odori, assaggiare i sapori, hanno come unico interesse quello di scattarsi immediatamente il selfie, o fotografare il piatto, e postarlo sul social network, isolandosi completamente dallo spazio circostante.
Mi scriveva il mio amico Gianni quest'estate dalla Malesia, raccontandomi dei gruppi di turisti cinesi che venivano sbarcati a centinaia sulla spiaggia, tutti col giubbotto salvagente perché non sanno nuotare. Diceva che la costa malese è ormai diventata peggio di Rimini, che i cinesi nella giungla non ci vanno perché piove e non gli piace; che arrivano in spiaggia, scattano i selfie, passano come gli unni (questa è una mia libera interpretazione del suo pensiero), ripartono senza aver capito o visto un cazzo della Malesia. Mi ha inviato una foto sul cellulare per mostrarmi la scena. Il che, se ci pensiamo, è un paradosso.

Per un attimo mi viene da pensare che io sono stato in Malesia nel 1998. Stavano ancora costruendo le Petronas towers, pensa te.

Faccio di nuovo un salto indietro (sostanzialmente perché non ho voglia di fare ordine in quel che sto scrivendo).
Nel 1990 la Lonely Planet in Italia era ancora quasi del tutto sconosciuta. A Milano la trovavi presso alcune librerie specializzate in viaggi - la mia era Luoghi e libri. Il volume dell’Argentina era molto piccolo e non trattava quasi per nulla la Patagonia, che era la mia meta. Partii da solo con pochissime informazioni, senza alcuna prenotazione, alla ventura. Uno zaino, un biglietto aereo per Rio de Janeiro.
Per Rio, non per Buenos Aires. Quello avevo trovato ed ero riuscito a comprare. Non è che potessi collegarmi a Skyscanner e scegliere con tutta calma dal divano di casa le migliori soluzioni per volare ovunque a buon mercato, e se andavi in Patagonia era difficile aiutarti, se non impossibile, anche per un’agenzia viaggi in Italia, sia con i voli, sia col resto dei servizi di cui avevi bisogno. Non esisteva nemmeno l’email, per dire: altro che siti web e Google Map.

Sto provando a focalizzarmi su quello che voglio dire. Io credo che il nostro modo di viaggiare sia innanzitutto sempre figlio del criterio personale con cui selezioniamo le mete e del grado di curiosità con cui ci avviciniamo al viaggio, non del tempo in cui viaggiamo, o perlomeno non in misura così rilevante, né dell'accessibilità più o meno complicata delle destinazioni, almeno non in linea generale. Almeno non per me.

Da anni tengo aggiornata una lista di progetti. Ogni tanto uno di quei progetti diventa realtà e di solito per uno che realizzo ne entrano in lista almeno un paio di nuovi.
La mia lista è più o meno segreta: sono luoghi e viaggi “miei”, che incuriosiscono me e che hanno significato per me, qualunque esso sia. Non mi interessa condividere i miei sogni con amici o estranei e mi interessano in modo molto relativo le esperienze di chi c'è già stato.
Non necessariamente sono tutti viaggi impegnativi, né che “non ha fatto nessuno”, anzi: molte idee nascono proprio perché ne ho letto altrove, mi hanno catturato, ho desiderato saperne di più, ho fatto qualche ricerca e ho approfondito. Peraltro alcune mete potrebbero sembrare strane o particolarmente estreme viste da qui, ma il più delle volte non vengono affatto considerate tali nel panorama turistico che fa da contesto locale a quelle stesse mete. Semplicemente, non hanno terreno e non vengono vendute qui, qualunque sia la ragione.

Alcuni dei miei progetti di viaggio non hanno una meta precisa, ma sono più itinerari specifici. Altri puntano invece a un luogo ben definito, magari difficile da raggiungere e in cui non c’è nulla di rilievo da visitare, ma che nella mia testa ha significato in quanto esperienza vissuta di quello stesso luogo. Altri ancora soddisfano semplicemente la mia maniacale forma di collezionismo: sono stato in Macedonia e Montenegro non perché mi aspettassi di trovarci qualcosa di specifico o che non avessi già visto altrove declinato in forme molto più belle e meritevoli di un viaggio, ma solo perché i due Paesi mi mancavano per completare l’album dell’Europa. Nel mio modo di viaggiare questa è una ragione più che sufficiente per spendere dei soldi e quindici giorni di ferie.

Per certi versi dal mio punto di vista non fa molta differenza che la meta sia il Polo Nord o Formentera. Potrebbero essere entrambe nella mia lista per ragioni diverse: ormai so che sono in grado di organizzare e andare al Polo Nord, esattamente come posso comprare un biglietto low cost per Formentera. Tutt'al più a guidarmi è il momento che sto attraversando, il tempo che ho a disposizione, o qualche ragione collaterale, ma non andrei oggi al Polo Nord con uno spirito diverso da quello con cui sarei andato venti o trent'anni fa, e nemmeno a Formentera. Il punto, per quanto mi riguarda, è che forse non sarei andato a Formentera nemmeno trent'anni fa, non so, ma soprattutto, poiché il mio modo di viaggiare non è cambiato e non lo sono i miei criteri di selezione e la mia curiosità, forse oggi il Polo Nord non sarebbe più una mia meta, per quanto abbia potuto desiderare di arrivarci trent'anni fa.
Ecco: pur sapendo che oggi avrei i mezzi, il tempo e le capacità per andarci, probabilmente lo cancellerei dalla mia lista. Perché il Polo Nord di oggi non è il luogo dove sarei voluto andare negli anni '80, quindi non rientra più nei miei criteri di selezione.
Per contro, se avessi potuto, mi sarei fatto probabilmente un selfie al Polo Nord anche trent'anni fa, dopo aver cercato quel che mi serviva sapere su internet: magari non su TripAdvisor, ché la gente non sono io.

Questo è un punto interessante ed è anche una delle ragioni per cui io non lascio quasi mai recensioni sui social network e sui siti del settore: perché il mio metro non è quello altrui (ultimamente mi capita di farlo per gli hotel, ma facendo sempre più attenzione a specificare il contesto della mia recensione e a motivare le mie osservazioni).
Al ritorno da Porto Santo, che non è ancora tutto sommato una destinazione di massa ed è poco nota sul mercato turistico, sono andato a leggermi per curiosità un po' di recensioni su TripAdvisor e naturalmente ci ho trovato di tutto.
C'è quello che si lamenta perché non c'è nulla da fare e non ci sono discoteche, quello che si lamenta perché la spiaggia non è attrezzata. Addirittura quello che si lamenta perché in hotel non ha potuto fare la talassoterapia tutti i giorni.
Il punto è che a mio avviso questi modi di viaggiare ci sono sempre stati, solo che prima non avevano un luogo dove scriverne. Allargandosi, è lo stesso paradigma identico di Facebook applicato allo specifico settore del turismo.

Sto divagando alla grande, lo so, ma ormai questo post è andato a puttane e si è trasformato in una sequenza disordinata di pensieri a caso sul tema del viaggiare. Peccato che i blog non esistano più e non si possa aprire un dibattito nei commenti qua sotto.

Così, semplicemente, io non ho mai scelto una mia destinazione perché “è bella”, o perché c’è il “mare bello”, o perché è una classica destinazione molto rinomata, c’è da divertirsi, c’è tanta gente, si mangia bene, i servizi sono ottimi, è rilassante, “la cultura è differente”, “è ecosostenibile”, è economica, è di lusso, è avventurosa, è trend, me l’hanno consigliata tutti. Soprattutto, io non scelgo mai una destinazione per fare “una vacanza”.
Scelgo una destinazione perché sono attirato da una mia personalissima forma di curiosità, che è inevitabilmente diversa da quella di chiunque altro, perché ho aspettative diverse da quelle di chiunque altro, o necessità diverse, emozioni diverse. E perché sono innanzitutto uno zingaro.
La mia curiosità può essere attratta tanto dalle piramidi egizie, visitate da milioni di persone tutto l’anno, quanto dal supermercato di Podgorica, che onestamente fa schifo. Nella mia testa, entrambe le destinazioni hanno pari dignità di viaggio e possono coesistere nella mia lista dei progetti. Entrambe le destinazioni a modo loro possono emozionarmi.

Certo, mi dà fastidio la gente. Ma non è che mi dia fastidio perché viaggia, perché si fa i selfie, o perché ha letto le recensioni prima su TripAdvisor e arriva sapendo già tutto (?). Mi dà fastidio la gente. Mi dà fastidio anche a casa. Parto per allontanarmi dalla gente e se trovo gente non sono quindi a mio agio.
Il fatto che poi quella gente stia viaggiando in modo diverso da me mi è abbastanza indifferente.
Mi dà fastidio che la gente invada i luoghi, invece di passare inosservata.
Io cerco sempre di viaggiare passando inosservato e osservando. Per la stessa ragione non amo particolarmente nemmeno i contatti con gli autoctoni: mi incuriosiscono, non li evito, ma non ne vado matto. Il mio viaggio ideale è quello in cui cammino, tocco, respiro, osservo in silenzio, ma nessuno mi nota. Dunque è questo ciò che detesto del turismo di massa, il fatto che la gente non viaggi per passare inosservata, ma del resto non fa nulla per passare inosservata nemmeno a casa propria, quindi perché dovrebbe farlo in viaggio?

C'è una contrapposizione solo apparente, a mio avviso, fra il mio desiderio di farsi il selfie e condividerlo su un social network, rispetto al passare inosservato in un luogo osservandolo. Ha comunque e innegabilmente a che fare con una forma di esibizionismo, ma - se ci penso - il mio selfie punta a me, non alla piramide dietro di me. Punta al mio stato d'animo, che è quello che voglio condividere, non al luogo che mi causa quello stato d'animo.
Mi capita - lo faccio, sì - di fare la foto alla piramide, o a un piatto, e condividerla. D'altra parte pubblico da diciotto anni le mie foto sul web. Non ho mai viceversa mostrato le mie foto analogiche a meno che non mi fosse esplicitamente richiesto, ma io sono uno che nemmeno racconta mai i propri viaggi al ritorno ad amici e colleghi. Non l'ho mai fatto e mi ha sempre dato un certo fastidio farlo a richiesta. Non intervengo mai nelle discussioni e nei racconti di viaggio altrui, soprattutto se si parla di posti che conosco, ed anzi, tendo spesso a isolarmi di proposito in queste situazioni (i racconti delle vacanze in mensa o alla macchinetta del caffè: ecco, no, proprio no).
Però ho tenuto molte conferenze sui miei viaggi, ho proiettato foto e filmati, ho scritto un libro e parecchi articoli di viaggio, ho pubblicato fotografie su libri e riviste.
Non sono comportamenti in contraddizione: sono parenti del passare inosservati nei luoghi. Mi piace mettere a disposizione di chi lo desidera, preferibilmente di gente che non conosco, le mie esperienze di viaggio, ma allo stesso tempo mi piace pensare che quegli stessi contenuti possano essere tranquillamente ignorati. Non impongo le mie fotografie e i miei racconti di viaggio a chi mi è prossimo, metto tutto da qualche parte dove, chi lo desidera, possa andare a curiosare.

Quindi a me non dà fastidio che la gente pubblichi migliaia di foto sul web, brutte, belle, inutili o straordinarie. Mi piace sapere che sono a disposizione e che ho la libertà di scegliere se andarle a vedere o ignorare.
Di mio, faccio parte di quelli che perlopiù ignorano i contenuti degli altri, con alcune eccezioni, solitamente quando intuisco un modo di viaggiare e osservare il mondo simile al mio. Quello sì, mi interessa, mi soffermo.

Non posso ignorare con fastidio un fenomeno al quale contribuisco in prima persona da sempre: ogni aggiornamento che scrivo per una Lonely Planet, ogni fotografia che condivido, ogni diario di viaggio che pubblico, è un piccolo ingranaggio nel meccanismo che porta la gente a farsi i selfie in quegli stessi luoghi che sono nella mia lista, gente che arriverà in quei medesimi luoghi viaggiando in modo diverso da me, con uno sguardo diverso dal mio, pronta a farsi i selfie appena io stesso, del resto, lascerò libero il posto dove me lo sto facendo in prima persona.

Selfie che mi faccio chiedendo naturalmente in prestito a mio figlio il bastone che ha comprato allo scopo dai cinesi e per l'acquisto del quale l'ho tormentato prendendolo in giro per settimane.
TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017  
 
1 commento pubblicato
come sempre condivido tutto e i tuoi spunti mi arricchiscono di pensieri e sensazioni.

Grazie
L'ha detto marco, 4 settembre 2017 alle 16.02


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