Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Tre anni
NOV Diario
E niente pa’, son tre anni alla fine. Stanotte mi son svegliato di colpo attorno alle quattro e mezza, e nulla, non riuscivo più a riaddormentarmi. A un certo punto ho guardato l’ora sul cellulare, le 4:48. Ho fatto mente locale. Forse è stata l’ora in cui te ne sei andato. Chissà. Mamma mi telefonò all’alba mi pare, si era svegliata al tuo fianco, e tu no, anche se in realtà era ormai qualche giorno da quando ti eri addormentato per sempre. Avevi solo smesso di russare, lei se ne accorse al risveglio.
Non ti ho mai detto che mi sono segnato sul calendario, quello del computer che tiene traccia anche del passato, tutto quello che accadde le ultime giornate, per non dimenticarlo mai più. Ad esempio, 16 novembre: ultima volta che vedo papà e posso parlargli, a Monza. Gli monto le maniglie nel bagno. Poi ci sono altre giornate in cui succedono cose. Poi, ancora, 21 novembre: passo la sera da papà. Dorme.

E niente pa’, novembre ormai mi porta male da allora. Per quanto, a pensarci, novembre mi porta male da ben prima, a occhio son dieci anni ormai. Certo negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso, tipo Black Friday. Arriva novembre, piove merda. Anche quest’anno, puntuale, quasi senza preavviso se non “oh, arriva novembre, chissà se quest’anno lo passo indenne”.
No, nemmeno quest’anno.

E niente pa’, son passato da te un paio di settimane fa e ti ho portato un ciclamino, ché era un po’ che non venivo. Lo so, negli ultimi mesi ho diradato, un po’ che mezza settimana sono via, un po’ che alla fine in questi anni tu non hai mai risposto alle mie domande, che poi in effetti non è nemmeno colpa tua, lo so, oppure magari rispondi e sono io che non son capace di sentirti, chissà.
Resta il fatto che mi chiedo sempre se ti sei portato con te lo scudo di protezione che mi avvolgeva, se quello scudo eri tu, ché adesso mi sento sempre senza difese; se son capace di andare avanti da solo, ché la vita è lunga e io fino a tre anni fa alzavo il telefono e ti chiamavo, e tu mi spiegavi delle cose.
Non che andassimo sempre d’accordo, anzi, e poi, via via che metabolizzo il fatto che non ci sei più, inizio anche a mettere a fuoco nel modo corretto il nostro rapporto, che è sempre stato conflittuale e solo negli ultimi anni si era ammorbidito, quando alla fine ero diventato te, che poi era ciò che da adolescente non volevo diventare e avevo combattuto con tutte le mie forze, scontrandomi con te spesso in modo violento, come solo padri e figli sono capaci spesso di fare. Che poi, alla fine, uno dei ricordi più nitidi e vivi che mi sono rimasti è sempre una sera di tantissimi anni fa, vivevo ancora con voi quindi avrò avuto vent'anni, una brutta sera in cui successero cose, tu uscisti di casa, io ti raggiunsi nell'atrio e ti abbracciai forte, senza dirti una parola, e rimanemmo così. Non lo avevo mai fatto fino a quel momento.
Alla fine ce l’avevi fatta con me eh, pa’: non proprio del tutto per la verità, ché lo spirito di mamma e del nonno son sempre rimasti ben radicati al loro posto, ma tant’è.
Tranne quella frase alla fine, gli ultimi giorni, buttata lì mentre avevo ormai la tua stilo in mano pronta a firmare.
Non l’ho più scordata e continua a tormentarmi dopo anni.
Ma come, io credevo che fosse quello che più desideravi al mondo. O forse non ci ho mai capito nulla di te.

E niente pa’, mi manchi sempre. Mi manchi tanto. Pensa, mi vien da piangere ora, mentre te lo scrivo, e oh, ormai non piangevo più da tempo, credevo di averci fatto l’abitudine.
L’anno prossimo sarebbero stati ottanta. Pensa che festa che ti avremmo fatto.
Stasera porto fuori a cena mamma, va', così non sta sola.
C’è umido lì da te. Cerca di stare riguardato.
Prometto che passo presto a cambiarti il ciclamino.
Dammi sempre almeno un’occhiata per favore, ovunque tu sia.
TAG: papà
11.19 del 24 Novembre 2017  
 
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