Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


22 Sette chili
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Preparo il trolley combattendo con il limite dei sette chili che, almeno in teoria, ho a disposizione per potermelo portare a bordo senza pagare supplementi o doverlo imbarcare ai check in.
Devo confrontarmi con l’impossibile equazione di un viaggio che attraverserà tre stagioni in due settimane e che, a complicare le cose, non si chiuderà ripassando dal Via, perché partirò da Malpensa e rientrerò a Linate. Ciò significa che devo rinunciare ad andare all’aeroporto in macchina e che, qualunque soluzione di mezzi pubblici decida di adottare, uscirò di casa alle cinque e mezza del mattino e mi avvierò a piedi verso la stazione ferroviaria più vicina, trascinando il mio cabin bag. Destinazione Oceano Pacifico meridionale.

Il mio secondo giro del mondo inizierà così camminando. Ho idea di partire con le scarpe basse da sky-running con la suola in Vibram, leggerissime e robuste a sufficienza per i trekking nella giungla di Rarotonga, impermeabili e chiuse quanto basta per la neve e il mio breve inverno a stelle e strisce. La rigidità plantare mi fa però temere un po’ le maratonine sull’asfalto metropolitano dei marciapiedi americani: in alternativa avrei le mie vecchie Saucony da running, ammortizzate in modo eccellente, ma sono un po’ troppo leggere in caso di pioggia e neve.
Mi sa che deciderò sulla porta di casa, all’ultimo istante, con una monetina.

Le previsioni dicono che il mattino della partenza nevicherà. Indosserò la mia preziosa giacca tecnica da alpinismo, leggera e sottile, doppio strato: shell esterna di goretex, praticamente un foglio, e interno termico staccabile. Ventiquattr’ore dopo si ripiegheranno entrambi ad occupare uno spazio nel bagaglio piccolo a sufficienza.
Sciarpa. Berretto di pile. Guanti in valigia e non escludo la calzamaglia, che pesa un nulla: nel giro di dieci giorni avrò a che fare con il difficile inverno della costa Pacifica fra Stati Uniti e Canada, e ancora ho nelle ossa la neve e i quindici sotto zero di Boston a metà marzo di qualche anno fa.
Un solo maglione, un solo paio di jeans: quelli che indosserò alla partenza. Finiranno poi in valigia insieme alla giacca da alpinismo, ricompariranno dieci giorni dopo a Seattle.

A Rarotonga mi aspettano 28°, umidità alle stelle e pioggia frequente a scrosci, alternata al sole estivo incandescente del tropico. Nel trolley un costume da bagno, un telo da mare il più possibile sottile e occhialini, ché la maschera occupa spazio e pesa. Sandali, che userò anche come ciabatte negli hotel americani.
Magliette da running, sottilissime e senza peso, me ne bastano due o tre: alle Cook le posso lavare e asciugano in un’ora. T-shirt di cotone solo tre: alla partenza indosserò quella comprata alle Hawaii durante lo scorso giro del mondo, in valigia avrò quella presa alle Bermuda e quella gialla, bellissima, comprata la scorsa estate a Porto Santo. Tre scelte significative.
Un paio di pantaloni leggerissimi, tecnici, da arrampicata estiva, con le zip alle cosce per trasformarli in bermuda. Sostituiranno i jeans durante la settimana estiva a testa in giù e, anche se inzuppati dalla pioggia, asciugheranno rapidamente.
Un Kway: occupa pochissimo spazio, il peso è trascurabile e sarà certamente più utile del goretex sotto i rovesci di latitudine 21°S.

Il tema pigiama non l’ho ancora risolto: dormo col maglione in America, o in mutande alle Cook? È escluso che ne porti due, uno invernale ed uno estivo. Quello estivo in teoria mi serve per più giorni, ma quello invernale potrebbe essere più utile, per quanto più pesante e ingombrante.
Deciderò alla fine, prima di chiudere il trolley, in base all’eccesso di peso accumulato da tutto l’equipaggiamento già caricato.

Nel beauty case destinato alla farmacia, oltre allo stick all'ammoniaca per le punture delle zanzare e alle confezioni di medicinali a scopo precauzionale, quelli indispensabili e le relative prescrizioni: sono in italiano, ma meglio comunque averle dovessi incorrere in complicazioni alle dogane australiana e americana. E a tal proposito, oltre alla classica fotocopia del passaporto, come al solito la busta con la stampa di tutte le prenotazioni, hotel e voli, ché la passata esperienza al Logan è ancora lì bella vivida a ricordarmi quanto questa inutile abitudine possa invece rivelarsi determinante per risolvermi eventuali discussioni con autorità pignole e sospettose oltre qualunque ragione.

Il capitolo tecnologia è sempre difficile e pesante, nel senso della massa per accelerazione di gravità. Partirò quasi certamente con il fidato MacBook: è sottilissimo, è assicurato, pesa poco più dell’iPad, è molto più comodo per scrivere e soprattutto ha il quadruplo dell’autonomia del tablet, caratteristica indispensabile e imprescindibile considerato che ho davanti decine di ore di viaggio senza quasi alcuna possibilità di ricaricare le batterie.
Né d’altra parte, per ingannare il tempo in viaggio e non, mi basterà l’unico libro che porterò, La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz: non amo gli e-reader, unica forma di tecnologia che non adotto, i libri gravano e ad aumentare oltre il consentito il peso della carta stampata nel mio solo bagaglio a mano avrò già con me anche le due piccole Pocket Lonely Planet di Seattle e Vancouver.

Così, oltre al solito Mophie, inseparabile compagno di viaggio, a fornirmi tutta (spero) l’energia supplementare necessaria per il cellulare, ci sarà con me anche il potente powerbank da campeggio: per quanto di dimensioni assai contenute, pesa un accidenti, abbastanza da rubarmi qualche preziosissimo ettogrammo, ma estremamente utile a questo giro.
E pesa anche l’iPod da centosessanta gigabyte che prenderò in prestito sottraendolo temporaneamente dalla macchina, ma d’altra parte ha autonomia ben più lunga di quella dell’iPhone, che devo preservare, oltre alla disponibilità offline del mio intero archivio di duemila album, senza necessità di ricorrere alla rete cellulare per collegarsi allo streaming in cloud.
L’ambaradan tecnologico sarà completato da due trasformatori con spine intercambiabili per tutti i continenti, uno dei quali fornito di ingresso multiplo USB, adatto sia al Mac che a tutto il resto dell’elettronica in valigia: un tipico gadget mai più senza.

Dentro il trolley ficcherò anche il piccolo zainetto verde di Carola: sarà il mio compagno di viaggio quotidiano, quando il cabin bag rimarrà in camera, e soprattutto all’occorrenza potrebbe diventare il mio bagaglio a mano d’emergenza, qualora a qualche imbarco mi facessero storie e dovessi trasferirci tutti i generi di prima necessità, compreso il micro asciugamano giapponese verde acqua comprato a Kyoto.
Ci entra tutto l’indispensabile, anche il Mac e, sai mai, la reflex.

Perché la reflex non so, non ho ancora deciso. Per il momento le ho smontato il battery pack supplementare, ché occupa spazio, fa peso e certamente non servirà. Anche così però è un macigno, senza contare il teleobiettivo a parte e l’inevitabile caricabatterie. D’altra parte è inutile che la porti con me senza almeno le due ottiche che fanno davvero la differenza rispetto all’iPhone.
Che metta tutto nel trolley è escluso, l’apparecchiatura fotografica da sola farebbe più di un quarto del peso consentito. Tenerla al collo tutto il tempo mi rompe però le palle alla sola idea.
Quanto mi cambierebbe davvero averla con me? Panoramiche più belle e ampie, forse. Macro senza paragone, dovesse mai servirmi, chissà. Teleobiettivo sicuramente utile per le foto alle skyline americane, ma potrei anche farne a meno a ‘sto giro, e amen. Son sempre le solite foto, alla fine.
Tutto sommato Boston e le Bermuda le avevo fatte con il solo iPhone e non ricordo di essermi mai pentito, quei giorni. Per certi versi questo viaggio non sarà molto differente.
Senza la Canon viaggio con una preoccupazione in meno, più leggero e non sto nemmeno a menarmela troppo con la questione foto, ché poi mi conosco: se ce l'ho dietro va a finire che mi stresso a cercare lo scatto perfetto dietro ogni curva, invece di rilassarmi in giro con le cuffie in testa e nulla a cui pensare.

Adesso che l’ho scritto ne sono quasi certo: rimarrà a casa.

L’inseparabile moleskine che mi accompagna da sedici anni è già in valigia. Ci sono anche un paio di penne Muji zerocinque nere.

Annoto per caso che in America incapperò anche nel passaggio all’ora legale, non bastassero da soli i ventiquattro cambi di fuso orario in due settimane, e quel che è peggio è che mi sottrarrà un’ora di sonno nella già faticosa nottata di sosta a Seattle.
Me ne sono accorto solo perché il calendario sul telefono, nel registrare i miei orari di viaggio, passa all’improvviso da PST a PDT durante la mia permanenza nella capitale del grunge. Capace che se non ci avessi fatto caso avrei magari fatto riferimento tutto il giorno all’orologio al polso, perdendo così il mio treno per Vancouver.

Poi tornerò in Europa, all’ora solare.
Due settimane dopo anche l’Europa passerà all’ora legale.
Ma a quel punto io sarò di nuovo tornato alle mie abitudini quotidiane e a girare con l’orologio al polso fermo, come sempre.

adattatore
TAG: viaggi
17.48 del 22 Febbraio 2018  
 
Non ci sono commenti a questo post


Inserisci un commento
Nome
Commento
E-mail
Sito web
Controllo CAPTCHA Image
Altra immagine


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2018 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo