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08 Rarotonga inside
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Dice Roberta che qualche anno fa hanno avuto cinque cicloni consecutivi, ma che per fortuna qui arrivano solo le frange esterne, altrimenti tirerebbero giù tutto. Dice che il problema è il vento. A volte non viene nemmeno dato l’allarme per il ciclone e poi il vento ti frega lo stesso e ti scoperchia il tetto.
Dice Roberta che qua hanno tutti la mania del prato all’inglese e che segano via gli alberi per avere spazio aperto e giardini perfettamente rasati al millimetro, e in effetti avevo notato questa cosa. Roberta invece dice che il giardino deve essere libero di esprimersi e lei lo lascia fare.
Roberta in giardino ha un albero pazzesco che secondo me ha mille anni. Credevo fosse un baobab, incute un certo timore, anche perché è una foresta di radici e liane intrecciate che le avvolgono mezza casa. Invece mi dice Roberta che è un Ficus Benjamin, “come certo sai”, ma io invece non lo so e un po’ mi vergogno, così faccio finta di nulla e annuisco. Lei accarezza il suo albero, gli parla, perché le protegge la casa. Dice che la gente di qui continua a dirle che dovrebbe potarlo, ridurlo, ma lei lascia che si arrangi da solo e si esprima, e a me pare una cosa molto giusta.
Per quanto, io, sotto un albero così, forse non ci vivrei.

Perché la natura di Rarotonga è così, primitiva e vergine. Colorata in un modo assurdo da dozzine di specie di fiori tropicali spontanei trasportati qui da tutti i continenti attorno grazie, immagino, ai venti prevalenti oceanici.
Ovunque puoi riconoscere la flora africana, sudamericana e asiatica, e tutte le varianti mescolate fra loro.

Mi sono addentrato nel cross island track, il sentiero che attraversa Rarotonga passando per il Needle, la cima più alta.
E niente, ho camminato - o meglio, più che camminare direi che mi sono arrampicato e ho strisciato fra il fango, i rami e le radici - in una foresta sempre più fitta e calda e umida. Sempre più solo, sempre più risucchiato dalla vegetazione, sempre più sudato, accaldato, assetato. Nessun segnale del cellulare, incautamente non avevo nemmeno portato acqua con me.
Ho fatto il bagno nel repellente prima di addentrarmi, ma me lo sono sudato via tutto e un cartello all’ingresso segnalava, fra altri avvertimenti, di fare attenzione al pericoloso centipede di Rarotonga, e alla vespa della carta, e naturalmente avevo sempre in mente il problema della dengue.
E insomma, dopo un’ora, a malincuore, ho rinunciato e sono tornato indietro. Ho avuto paura di perdermi, non ritrovare la via a rovescio e soprattutto di farmi male, perché il terreno era sempre più verticale e scivoloso, la foresta sempre più fitta e non c’era nessuno. Ho così rinunciato alla cima del Needle e alla vista circolare su tutta Rarotonga.
Mi ha detto poi Roberta che nel punto in cui ho fatto retromarcia ero ormai a dieci minuti dalla vetta.
Le ho detto che in caso avessi avuto bisogno di aiuto non sapevo chi mai avrebbe potuto venirmi a riprendere. Mi ha risposto, ma io, che domande!

E ho fatto così una riflessione a cui non avevo pensato fino a quel momento. La differenza fra prenotare un hotel e appoggiarsi a una soluzione tipo Airbnb, come in questo caso, è in fondo tutta in questa risposta, soprattutto se viaggi da solo: se sei ospite di qualcuno, in qualche modo sai che per quanto solo tu sia in terra straniera e sconosciuta c’è qualcuno vicino che veglia su di te e si preoccupa per te, che sa esattamente dove sei, conosce il posto in cui sei, ti può aiutare in caso di bisogno.
E all’improvviso questo nuovo modo di viaggiare mi è apparso diverso e mi ha confortato ancora di più.

Epperò non essere stato sulla cima del Needle un po’ mi rode. Come quando non sono andato in cima al Fujiama. Alla fine son sempre quello delle cime mancate.

Poi c’è anche questa storia che i maori sono in overdose da evangelizzazione. Sembra che tutta la loro storia millenaria e cultura ruoti attorno al sottolineare ossessivamente che prima erano selvaggi ma poi, per fortuna, sono arrivati i missionari. Perfino nelle versioni delle danze tribali per i turisti le coreografie sono tutte centrate su un prete che sventola il Vangelo e i poveri selvaggi che scoprono nostro Signore.
E in effetti a Rarotonga ci son quasi più chiese che noci di cocco, perlopiù appartenenti alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ogni volta che qualcuno mi invita a mangiare prima bisogna pregare insieme e che God bless us tutti. Un po' tipo America insomma, o perlomeno quella che si vede nei film.

I morti poi se li tengono in casa. Vai in giro e ai lati della strada è uno sfilare ininterrotto di tombe e lapidi, alcune nuove, alcune abbandonate e in rovina, e ogni villetta prefabbricata ha il suo giardino con le tombe di famiglia in bella vista sulla strada principale.
Che va tutto bene ed è anche folkloristico. Solo un po’ inquietante se vogliamo, soprattutto quando vai in giro di notte per ‘ste strade avvolte dal buio pesto dove non esiste nemmeno un lampione.

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Rarotonga cross island track
TAG: rarotonga, cook, rtw2018
16.40 del 08 Marzo 2018  
 
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