Orizzontintorno Carlo Paschetto
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10 Lamerica, once again
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Di nuovo sopra l’equatore. Ho cambiato ancora una volta emisfero, stagione, continente, abbigliamento, e ho nuovamente tirato fuori dal trolley giacca a vento e berretto.
Ho un altro oceano alle spalle e due pasti saltati.
Ho un'altra notte, freddissima questa, trascorsa in aereo senza chiudere occhio.
Ho due fusi orari in più, o due ore di distanza in meno da casa, che stanotte diventano subito tre, perché nel frattempo in America arriva l'ora legale.

Ho avuto uno stop over rocambolesco e pazzesco a Los Angeles, questo pomeriggio: il mio volo da Rarotonga era in ritardo di tre ore, saremmo dovuti partire a mezzanotte e arrivare alle undici, e invece, per ragioni non chiare, siamo rimasti fermi sulla pista di Rarotonga fino alle tre del mattino, chiusi in aereo, con un caldo atroce e poche, quasi nulle, informazioni. Perfetto per la mia claustrofobia.
A bordo, mentre ci distribuiscono qualche snack di conforto, la manager del volo raccoglie nomi e numeri dei voli di coloro che hanno coincidenze previste a Los Angeles, almeno un centinaio di passeggeri. Il mio è uno dei casi disperati: Delta non fa parte della stessa alleanza di Air New Zealand, i biglietti dei due voli non sono collegati e in più il mio biglietto per il volo Delta non è assicurato (è uno dei biglietti Millemiglia), se lo perdo non ho alcuna speranza di rimborso, né Air New Zealand può riprogrammarmi su un volo successivo di una compagnia alleata, tipo United.
Insomma, se buco il volo a Los Angeles devo ripagarmi il biglietto a prezzo pieno, perdo quasi certamente anche la prenotazione dell'hotel a Seattle, già pagata, e probabilmente devo a questo punto cercarmi un volo diretto per Vancouver perché non faccio più a tempo a far tappa a Seattle, oltre naturalmente a dovermi perlomeno pagare una notte non prevista a Los Angeles.
Un disastro.

Arriviamo a Los Angeles alle 14:00. Il mio volo parte alle 15:15, l'imbarco è previsto alle 14:35: devo passare tutta l’infinita procedura di immigrazione negli Stati Uniti, capire da dove parte il mio volo, cambiare terminal di conseguenza tenendo conto che è la prima volta che sono a Los Angeles, non so come orientarmi e questo è uno degli aeroporti più grandi del mondo, rifare la procedura di check in e un nuovo controllo bagagli, arrivare al gate. Un incubo.
Come non bastasse, l'aereo parcheggia in un'area lontana dal terminal di arrivo: non siamo attaccati al finger e bisogna prendere l'autobus. Il bus impiega esattamente dieci minuti dall'aereo al terminal. Per dire quanto cazzo è grande questo aeroporto.

La coda all'immigrazione è spaventosa e non ho alcun modo di saltarla, questo è l'unico imbuto nel quale non provare a sgarrare dalle procedure, già è un miracolo se non mi selezionano per il controllo del bagaglio.
Se ne vanno quaranta minuti e mi va già bene: per fortuna dall'ultima volta hanno automatizzato la lettura del passaporto e la rilevazione delle impronte e della fotografia di identificazione, che adesso si fa da soli usando dei totem.
Entro ufficialmente negli Stati Uniti per la quinta volta e sono le 15:00 in punto. Una hostess di terra mi dà al volo l'indicazione che mi serve: il mio volo per Seattle parte fra quindici minuti esatti dal terminal 3. Io sono al terminal B. Devo uscire, poi left, poi upper level. Non sono più di cinquecento metri, è il terminal a fianco. Potevano essere chilometri.

Esco correndo come un pazzo, trascinandomi il trolley, prendo anche la pioggia per un breve pezzo, entro al terminal 3, salgo tre gradini alla volta le rampe di scale verso l'upper level, chiedo indicazioni, un altro impiegato mi dice al volo "gate 28" e mi indica la direzione, che ovviamente è dall'altra parte del terminal. Corro, corro, corro più che posso attraverso tutti i lunghi corridoi.
Arrivo al controllo dei bagagli per accedere ai gate e mi trovo davanti un'altra coda infinita: decido di forzare la mano, chiedo permesso, mi scuso, urlo che mi parte l'aereo, la gente si sposta, la fila si apre. Sono sudato fradicio, sto correndo con il maglione pesante addosso e i jeans, passo tra la gente sempre con 'sto trolley dietro che sette chili stocazzo, ormai sono quindici emmezzo, lo so perché l'ho pesato a Rarotonga.
La folla si apre in due, mi fanno passare ridendo per fortuna, qualcuno mi incoraggia, "run guy, run, come on, you can do it", salto le serpentine incanalate dai nastri che delimitano la coda, tagliando tutto il percorso, passo davanti a centinaia di persone, arrivo al tunnel per i raggi X e al body scanner: mi devo spogliare, via le scarpe e il maglione. La polizia non sorride ma capisce la situazione, mi dà una mano spiegandomi bene passo per passo tutto quello che devo fare, ma non mi concede nulla.
Chiedo se devo togliere la cintura, mi dicono di tenerla, ma la cintura ovviamente suona nel body scanner e quindi devo ripassare anche il controllo manuale.
Una ragazza nota la t-shirt della Milano Marathon e mi apostrofa ridendo: "That's why you're trained for!" La sua amica, mentre mi controllano millimetro a millimetro, mi chiede qual è il gate, mi dice come raggiungerlo e mi tranquillizza dicendo che è procedura normale a El’ei partire con quindici minuti di ritardo, e che ce la farò.
Mentre mi rivesto mi fanno gli auguri e mi chiedono infine di dove sono, ma ormai sono già a cinquanta metri di distanza in corsa per il traguardo finale.
Arrivo davanti al gate.
Chiuso. Deserto. Volo imbarcato.

Sono disperato e frustrato. Un tipo delle pulizie mi dice di provare a bussare al finger, qualche volta dietro la porta c'è l'addetto.
Busso, busso più forte, urlo di aprire, ma non risponde nessuno. L’aereo è ancora lì, lo vedo dalle vetrate, sta per partire.
Mi guardo in giro: un paio di gate più avanti c’è un altro volo Delta in partenza. Mi fiondo dal tipo al gate che sta per imbarcare i passeggeri, gli chiedo se può per favore contattare qualcuno e farmi salire sul mio aereo. Scuote la testa, mi dice che ormai il finger è chiuso. Lo imploro, gli dico che devo prenderlo assolutamente. È chiaro dalle mie condizioni che ho corso come un pazzo. Gli spiego che il mio volo era in ritardassimo, che non posso perdere questa coincidenza perché dopo ne ho un’altra.
Si consulta col suo collega, prende la ricetrasmittente e bofonchia qualcosa a qualcuno. Poi si avvicina al mio gate e mi fa cenno di aspettare. Parla ancora al walkie talkie, si fa aprire il finger e scompare dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Riappare dopo qualche minuto e mi chiede di mostrargli la carta d’imbarco. Ho quella digitale, gliela mostro.
Accende il computer e riapre la lista passeggeri: eccomi lì, in rosso. Mi guarda senza alcuna espressione. Parla ancora alla ricetrasmittente. E infine mi stampa la carta d’imbarco: “Come on guy, run on board”.
La porta del finger si riapre e una hostess viene a prendermi.
Sono a bordo. I did it.

Mi viene in mente che ho saltato pranzo. E ieri sera cena, perché quando infine l’avevano servita in volo erano ormai le quattro del mattino, ero stravolto dalla stanchezza e volevo solo cercare di dormire.
Su questo volo non sono previsti pasti. Devo accontentarmi di quattro cookie al cioccolato e un bicchier d’acqua. Ho ancora dure ore e mezza di volo davanti.
In cuffia ho David Crosby. Come a Boston. Lamerica per me è David Crosby.

Seattle. Stanco morto e con un principio di otite che in tarda serata va pure peggiorando. Di fatto sono sordo dall’orecchio destro, il che certo non aiuta a capire ‘sta gente quando mi parla.
L’atterraggio è meraviglioso, con la luce radente del tramonto e una vista mozzafiato sul cono innevato del Mount Rainier e di tutte le montagne circostanti. La neve dopo la sabbia del Pacifico meridionale, in sole ventiquattr’ore.
Pure il tassista che mi porta all’hotel sbagliato. Me ne accorgo solo quando sono ormai sceso dal taxi e lui se n’è andato. Per fortuna il mio hotel non è lontano, sono cinque minuti a piedi.
Fa freddo, c’è vento. Sono sul Pacifico, d’inverno ora. La serata è limpidissima.

Prima di crollare svenuto sul letto, raccolgo le ultime energie ed esco per cenare. Mangio finalmente bene, in un bel ristorante greco di upper town.
Mi regalo una bottiglia di Retsina, che peraltro coi betabloccanti mi darà la botta definitiva facendomi dimenticare dell’orecchio fuori uso e dell’acufene insopportabile.
Vorrei farmi una doccia bollente, ma non ho le forze, rimando a domani mattina.
Domani Seattle, di corsa.
Domani sera si riparte per il Canada.

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I did it!
RTW2018-38
Landing in Seattle-Tacoma
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E di nuovo indosso la giacca a vento...
RTW2018-40
Cena a Seattle uptown, finalmente!
TAG: seattle, America, los ángeles
23.38 del 10 Marzo 2018  
 
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