Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018  
   
2 commenti pubblicati
Ciao Carlo, volevo solo dirti ancora grazie per le emozioni che mi dai quando ci racconti così bene dei tuoi viaggi, come forse ti ho già detto quando parto per qualche posto la prima cosa che faccio è venire a leggere quello che hai scritto tu, se ci sei stato. Imparo più cose che dalle guide di viaggio. Poi il tuo post "In Volo" del giro del mondo ritrovo pienamente quanto sento e vivo ogni volta che parto. Anch'io soffro mentre volo ma non posso farne a meno, anch'io statistico ogni volo e conosco ogni momento dal decollo all'atterraggio e prima di partire cerco su Flighradar rotta e quota di volo per sapere quando sentirò i motori salire impercettibilmente di giri per andare da FL 38 a FL 40. Sono cose forse folli per molti ma solo così mi sento sicuro (un po' di più). Sono anche orgoglioso di essere non troppo lontano da te: 90 paesi, 262 voli, circa 660.000 chilometri percorsi volando nei miei ormai 50 anni di viaggi. Solo per la cronaca mentre tu eri in viaggio anch'io lo ero: Dubai e Maldive, 11 giorni, il mio regalo per il compleanno della mia Cristina che adora i mari tropicali (un po' meno io che sono cresciuto con le Alpi negli occhi e nel cuore). Ma comunque è stato lo stesso bello, la città del futuro (o del presente) e i mari tra i più belli. Scusami se ti scrivo ma ci tengo molto a condividere anche solo queste semplici cose con te.
L'ha detto Marco, 3 marzo 2018 alle 21.20
Grazie Marco, risposta direttamente via email :-) A presto! [Il commento di Marco mi è arrivato via email e l'ho inserito qui direttamente io: per qualche ragione che non conosco, anche Marco come altri non riesce più a commentare i post. L'unica cosa che ho scoperto è che mi sembra dipenda dalla rete da cui si sta cercando di pubblicare il commento, perché nemmeno io riesco a farlo da casa, ma questo commento lo sto pubblicando collegandomi altrove]
L'ha detto Carlo, 22 marzo 2018 alle 16.11


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