Orizzontintorno Carlo Paschetto
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23 Era ormai novembre
DIC Travel Log: Far East for business
Per esempio, prendi Suzhou - si dice “Sugiò” - anonima città cinese nello Jiangsu che conta quasi undici milioni di abitanti. Undici. Milioni. Di. Abitanti.
Andando verso l’ufficio, mentre siamo fermi a un semaforo accanto a uno dei supercondomini di cui Suzhou, come qualunque altra nuova città cinese, è costellata, approfitto per far due conti.
Il condomino, chiamiamolo così, peraltro certo non uno dei più grandi di Suzhou, è composto da sei file di cinque grattacieli ciascuna. Ogni grattacielo è alto quarantadue piani e possiamo assumere, per difetto, che su ogni piano ci siano almeno quattro appartamenti, sì?
Diciamo poi anche che il nucleo familiare medio che abita in un condominio di Suzhou sia composto da tre persone, stima che peraltro, trattandosi di Cina, è secondo me parecchio al ribasso.
Avete fatto i conti? Fanno più di quindicimila persone.
Quindicimila persone.
Dice, tanto in Cina non c’è democrazia e di certo non fanno le assemblee condominiali.

Di condomini così a Suzhou ce ne sono a decine, attorno al centro. Dodici anni fa, mi dice il mio autista, c’erano solo risaie.
Parliamone, poi, del centro di Suzhou. Una sparata di grattacieli nuovi di zecca, cristallo e acciaio e neon colorati ovunque. Qualche Lamborghini che sfreccia per i viali. Ho contato più Starbucks per metro quadro qui che in tutta Cleveland, dov’ero due mesi fa.
Ci sono quattro linee della metro a Suzhou e cinquantasette treni proiettile al giorno che la collegano a Shanghai, un centinaio di chilometri a est, in poco più di mezz’ora.
C'è un ristorante italiano - ne ho visti due per la verità, ma in uno dei due mi ha portato il mio collega indiano - dove ho mangiato una pizza che avrei tranquillamente potuto mangiare, uguale, perfetta, in centro a Milano. Per dirvi la verità, in centro a Milano avrei tranquillamente potuto essere, non fosse stato per le fuoriserie parcheggiate fuori e il cielo illuminato a giorno dall'inquinamento luminoso dovuto ai giochi di luce delle centinaia di grattacieli.
Ci sono anche dozzine di centri commerciali nuovi fiammanti nel centro di Suzhou e la cosa più curiosa non è che siano vuoti come fossero tutti appena stati terminati - e in effetti lo sono, quanto piuttosto che all'interno ci sono solo piccoli negozi sparsi di cianfrusaglie varie. Praticamente hanno tirato su dei centri commerciali come se l'idea fosse stata quella di ricostruire dei tradizionali negozi cinesi racchiudendoli dentro un moderno cubo di vetro e acciaio e scale mobili. Surreale.

Della Cina, la mia Cina di sedici anni fa, la Cina di Lanzhou, di Xi’an, di Xining, che peraltro già allora lasciavano intuire uno sviluppo estremo in corso, oggi non rimane pressoché più nulla.
Maggie, la giovane collega cinese che mi guida attraverso Suzhou e la provincia, ha studiato a Xi’an. Le faccio vedere le foto che ho scattato nel 2002: le guarda sorpresa e mi dice che oggi è totalmente irriconoscibile, che non esiste più niente di tutto quello che le mostro e che il centro è una foresta di grattacieli nuovissimi.

Il giorno dopo viaggiamo verso Tongli, una città vicina dove Maggie si è sposata e che vuole mostrarmi perché dice che ci sono dei giardini e dei palazzi nobili più belli di quelli, famosi e protetti dall’UNESCO, di Suzhou.
La limousine attraversa la periferia e solo per qualche minuto riesco finalmente a vedere un po’ della Cina che ricordavo.
Per il resto è come ho avuto modo di osservare qualche giorno prima a Shanghai e d’altra parte, riflettendoci, come già avevo visto a Pechino sedici anni fa: interi vecchi quartieri suddivisi in grandi aree rettangolari e letteralmente recintati, gli abitanti evacuati (lo scrissi nel 2002 nel mio libro e me lo richiedo oggi: dove?), arrivano le ruspe e piallano tutto. Tutto.
In pochi mesi al posto delle vecchie case vengono tirate su queste torri da trenta, quaranta, cinquanta piani, a grappoli, tutte identiche, tutte grigie, tutte spettrali. Cemento armato ovunque.
Sembra il sito di un qualche film su un futuro distopico, una cartolina da "Billennium", il racconto di James Ballard.

È passato ormai più di un mese da quando sono rientrato dalla Cina e, come immaginavo, non ho più avuto il tempo di scriverne come avrei voluto. Ho sistemato le foto e per il resto ho continuato ad essere travolto dal lavoro. Così adesso mi mancano le parole per raccontare.
Ad esempio, Shanghai, appunto.

Erano anni che volevo andarci, sin dai tempi di Asia Overland. Ci avevo anche provato allora senza riuscirci e chissà come sarebbe stato confrontare la Shanghai del 2002 con quella di oggi.
Uscendo dalla stazione della metropolitana a Pudong, proprio sotto alla Shanghai Tower, vengo attraversato dai brividi dopo parecchi anni che non mi accadeva, perlomeno al cospetto di una grande metropoli. In fondo le capitali del mondo le ho viste ormai praticamente tutte e le tigri dell'Asia non hanno segreti per me, con l'unica esclusione di Taipei.
La skyline di Shanghai, che si apre attorno a me a trecentosessanta gradi, è indescrivibile. Arrivo da Tokyo e all’improvviso la capitale giapponese mi sembra vecchissima, sorpassata a destra.
Ho impiegato meno di un’ora dal momento in cui sono sceso dall’aereo al mio hotel a Pudong, sdoganamento e ritiro bagagli compresi. Il Maglev, il treno iperveloce a levitazione magnetica, mi ha depositato in centro a Shanghai, agganciandomi direttamente alla rete metropolitana, in soli sette minuti dall’aeroporto, viaggiando ad oltre quattrocento chilometri orari.
Fantascienza.

Giro per Shanghai spostandomi grazie all’infinita ragnatela di linee metropolitane, fra i grattacieli di Pudong, le grandi vie commerciali del Bund, i quartieri della vecchia Shanghai dove mi imbatto in un tradizionale mercato degli insetti, uno degli ultimi retaggi della Cina che anche qui è in corso di cancellazione sistematica, quartiere dopo quartiere, strada per strada.
Riesco per una giornata a perdermi negli strettissimi vicoli di una Cina che ormai non c’è più, dove per un attimo ancora mi sento come un elemento estraneo, totalmente alieno, solo, persino un po’ intimorito, o almeno coi sensi all'erta. Non fossi in Asia, ma in qualunque città europea, o africana, o sudamericana, avrei paura sì.
Invece qui vengo solo osservato dalle feritoie fra le finestre, o con la coda dell’occhio, di nascosto, dai portoni, finché all’improvviso, mentre scatto fotografie e cerco di orientarmi per trovare una via di uscita dal labirinto, puntando la sagoma all’orizzonte della Shanghai Tower che buca le nuvole da ovunque la si osservi da lontano, un vecchio mi arriva alle spalle e mi afferra un braccio.
Trasalisco.

Il vecchio - anche lui - sembra uscito da un film. Avrà cento anni, i baffi sottili lunghi e spioventi, il cappello di paglia. Potrebbe appartenere a una canzone di Battiato, o essere una comparsa di Grosso guaio a Chinatown.
Mi parla, in mandarino. Indica attorno, poi me, poi ancora attorno, poi ancora me. Gli dico in inglese - ma non so bene perché, potrei anche rispondere direttamente in italiano, tanto non cambierebbe nulla - che credo di sapere dove sono, di non essermi perso in realtà. Mi dice qualcosa che secondo me è il nome del quartiere e annuisco, ripeto il nome.
Poi inizia un lungo discorso, sempre tenendomi per il braccio, sempre in mandarino.
Eppure io capisco tutto benissimo, è tutto perfettamente chiaro.

Ruota il braccio tutto attorno, indica in lontananza, colgo un “business”, scuote la testa.
Lo so. Mi sta raccontando che una volta tutta Shanghai era così, ma che adesso la stanno cancellando, che il business ha cambiato e travolto tutto, che presto anche questo quartiere scomparirà e diventerà come quelli laggiù all’orizzonte, come i grattacieli di Pudong.
Gli dico che qua mi piace, che sono a mio agio, che là c'è troppo traffico, rumore.
Non è vero, Pudong è mozzafiato ed è facilissima, riesce ad essere persino familiare nel suo essere proiettata cento anni avanti nel futuro, ma il vero viaggio è qui, col vecchio, a un passo dalle ruspe. Non provo nemmeno a staccarlo dal mio braccio. Lui va avanti a raccontarmi.
Alla fine mi indica e chiede qualcosa. Tiro a indovinare e rispondo Yidàli, Italia. Sorride.
Mi lascia il braccio e indica la Shanghai Tower all’orizzonte, muovendo il braccio.
Sì, lo so. Quella è la direzione. Grazie.

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TAG: Suzhou, Shanghai, Cina
18.43 del 23 Dicembre 2018  
   
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