Orizzontintorno Carlo Paschetto
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19 Cappuccino anche per me (*)
LUG Prima pagina
Anche questa volta me lo sono letto tutto. Nulla da dire: la Fallaci, tecnicamente parlando, viaggia sempre una spanna al di sopra della media. Scorre, scorre e corre, eccome. Se inizi, non la molli fino alla fine, non ce n'è. Magari ti fa imbestialire, magari useresti la pagina di giornale per attività che mal si accoppiano con il piombo dell'inchiostro. Ma in fondo ci arrivi, non fosse altro per vedere dove va a parare.
Peraltro, è fin troppo noiosa e scontata la solita levata di scudi che da buona parte delle "pubblica" opinione intellettualpolitica si solleva scandalizzata contro il suo ennesimo anatema.

Me lo sono letto con attenzione il pezzo. In via del tutto generale, la Fallaci argomenta i concetti in un modo francamente smontabile solo con difficoltà e avendo ottime cognizioni di causa. Altrimenti alzi la mano, davvero, chi non ne condivide alcune posizioni, considerate singolarmente, una ad una. Perché il fatto è che sono proprio quelle argomentazioni a tenere banco, laddove invece i suoi detrattori si arrampicano su luoghi comuni consueti e bolliti, in nome di principi che molto raramente sono in grado di sostenere con altrettanti argomenti e difendere in modo altrettanto intelligente.
Abbaiare è fin troppo facile, soprattutto quando la materia si presta ad essere frullata da un'opinione pubblica anestetizzata dai nostri monoMedia; mordere davvero è molto più difficile e richiede denti, che spesso chi abbaia non ha.

Ci provo io. O meglio, oso. Ché certamente non ho affatto le credenziali per farlo, né la statura, ma poiché sono assolutamente d'accordo con la Fallaci quando afferma che perseguire il reato d'opinione è una cagata pazzesca (lo scrive Villaggio, posso scriverlo anche io), allora difendo in primis il mio diritto ad avere un'opinione e a ritenerla confrontabile, almeno nella mia piccola quotidianità, con la sua.

Io credo molto banalmente che sia il filo logico, sia il risultato dell'analisi fallaciana, non stiano in piedi. Almeno, non sulla base di quegli stessi principi di democrazia, civiltà e tolleranza, laici o cristiani che siano, che lei prende quale metro di riferimento.
Poi posso darle (ahimé) ragione su mille altre cose. Ma non sul pacchetto complessivo che confeziona con il fiocco per i lettori del Corsera.

Faccio un passo indietro. Iran, autunno 2002. Emanuela ed io siamo ormai in viaggio verso casa e Tehran è sulla nostra strada. Abbiamo già esperienza di Paesi arabi: ci siamo sempre trovati bene, certamente molto più di quanto - tanto per fare un esempio - entrambi non ci siamo trovati in estremo oriente. Ne veniamo dall'Asia Centrale e, ancor prima, dal subcontinente e dalla grande Cina.
Entriamo in Iran non attraverso la porta principale, né intruppati in qualche anestetizzata comitiva di occidentali filoradical-chic, anzi. Attraversiamo una remota frontiera nel deserto, a pochi chilometri dall'Afghanistan, nelle estreme regioni orientali che sono fra l'altro la culla dell'integralismo sciita. Del resto, la nostra prima tappa è proprio Mashhad, la città santa per eccellenza, al di fuori delle rotte turistiche tradizionalmente battute.
Tehran è molto lontana da Mashhad, non solo fisicamente. Non meno di quanto Palermo sia lontana da Bolzano, tanto per intenderci. Con qualche differenza fondamentale: i treni a Mashhad funzionano bene come nella capitale e in generale è così per tutti i servizi. Gli impiegati pubblici di Mashhad parlano inglese correttamente, come quelli di Tehran, e la disponibilità verso il turista occidentale è esattamente la medesima. Lo sono anche i sorrisi della gente e la famosa quanto temibile (!) ospitalità aggressiva iraniana.
Le strade - ben asfaltate e segnalate - ed il traffico sono uguali, ad est come ad ovest. Gli iraniani allacciano le cinture anche a Mashhad e se ti capita di prendere il taxi puoi stare certo che l'autista ti farà segno, per favore, di adeguarti al codice. In cambio, se il viaggio è lungo, può capitare che si fermi da qualche parte e ti offra un'anguria per rinfrescarti.

Ci sono anche molte differenze fra Mashhad e Tehran, un po' come fra Palermo e Bolzano. A Mashhad le donne scompaiono sotto lo chador nero, a Tehran le giovani iraniane progressiste sfidano le secolari leggi coraniche lasciandosi scappare lunghe ciocche di capelli fuori dai foulard colorati, provocatoriamente portati sempre più indietro sulla testa.
Però, sul treno fra Mashhad e Tehran, così come su quello fra Tehran e Tabriz, puoi lasciare più o meno tranquillamente il tuo bagaglio incustodito. E a proposito: a Mashhad e a Tehran a quanto pare puoi andartene in giro abbastanza tranquillamente anche di notte, anche se sei donna e straniera. O almeno, diciamo senza usare certo più precauzioni di quelle che useresti a Milano, o a New York, o ad Amburgo. Cito a caso.

Parlano volentieri gli iraniani. Di business, soprattutto. In questo, non sono molto diversi dai loro colleghi di quasi tutta l'Asia. Non ti parlano, però, come se si rivolgessero ad un estraneo - come invece fanno i loro colleghi cinesi, ad esempio. Né certo come ad un cane infedele. Oddio, che tu, in quanto occidentale, sia una curiosità per loro è innegabile e se poi ci può scappare del business tanto meglio. Ma non ricordo di alcuno che mi abbia dato l'impressione di vedermi come un potenziale bersaglio, o come un essere inferiore, o come un bianco, grasso e ricco imperialista. Né mi sembra di averne incontrati con lo zaino in spalla carico di esplosivo, o desiderosi di immolarsi per una qualunque stronza causa.
Nemmeno gli impiegati di Mashhad. Nemmeno quelli che lavorano ad Àstàn-é Qods-é Razavì, che è un po' come dire che non mi sembra di aver mai incontrato predicatori cattolici invasati in San Pietro.
E sì che i muezzin di Àstàn-é Qods-é Razavì non devono certo essere particolarmente moderati verso noi corrotti e corruttori occidentali.

Ma forse queste sono tutte percezioni distorte. Una cosa, però, è certa: sono percezioni vissute. Mi chiedo quanti, fra coloro che abbaiano in una direzione piuttosto che nell'altra, possano dire di avere la medesima cognizione di causa. E parlo di opinione pubblica, non di opinionisti titolati a farlo.

Ritorno al punto.

Il grido della Fallaci, ormai trito e ritrito, affonda le radici in esperienze certo molto più consolidate, tangibili e credibili di quelle che porto io. Non mi metto sicuramente a confrontare le credenziali, ci mancherebbe. Ma quello che personalmente non condivido è il ragionamento che via via lei sviluppa.

Guerra, e va bene: ma contro chi? Non si spara ad una ideologia, tanto meno senza selezionare fra le possibili interpretazioni alle quali quella medesima ideologia si presta. E la gran parte della gente comune, di qualunque Paese, luogo, razza, religione, cultura di appartenenza sia, non è mai né direttamente coinvolta, né riconducibile all'ideologia in quanto tale professata da pochi.

Salgo un gradino. Tralasciando lo sciagurato errore strategico compiuto dall'amministrazione Bush - e da tutti coloro che l'hanno seguita - con la campagna irachena, diciamo che va bene: l'America e l'Occidente sono stati attaccati per primi l'11 settembre 2001. Diciamo anche, semplificando così mostruosamente, che i mandanti dell'attacco se ne stessero rintanati in Afghanistan con la benedizione del Mullah Omar, e che di conseguenza radere al suolo l'intero Paese abbia potuto essere una reazione umanamente inevitabile, ancorché discutibile, o non condivisibile, ma che ci sia potuta stare. Per carità, agghiacciante.

So what? Guerra a chi, dopo?
Perché ciò che distingue - o che dovrebbe distinguere - la nostra moderna concezione occidentale, laica o cattolica che sia, di civiltà, democrazia e libertà, da quella barbara e disumana che la Fallaci attribuisce in toto alla cultura islamica, dovrebbero proprio essere la logica razionale, la capacità e la predisposizione al dialogo, la moderazione, il rifiuto della violenza, il proporsi come alternativa - soprattutto nei fatti - alla cultura della guerra e dell'odio. Come si dice: non metterti a discutere con un idiota, la gente potrebbe non cogliere la differenza. E' un'astrazione estrema, va bene, ma giusto per cogliere il punto.

E allora: guerra a chi? Perché? In nome di cosa? E qual è il messaggio della Fallaci? Io non riesco a coglierlo e lei non me lo spiega, mi riempie solo la testa di anatemi, insulti e terribili profezie.
Non capisco: dobbiamo forse buttarli tutti a mare? Invadere ogni Paese musulmano e raderlo al suolo in nome della nostra democrazia? E perché, allora, tanto che ci siamo, non includere nella lista anche la Corea del Nord, o meglio ancora la Cina, che proprio ieri è tornata a paventare l'impiego delle armi atomiche in risposta ad un uso ipotetico di armi convenzionali occidentali a supporto di Taiwan? E perché non andare a prendere a calci Putin e i suoi amici, che certo musulmani non sono, ma che in Asia Centrale calpestano quotidianamente qualunque fra i principi che tanto piacciono alle nostre civili democrazie e alla Fallaci stessa?

Io ho camminato sicuro per le strade di Tehran, ed Emanuela - con un velo in testa - pure. Ho trovato gente cordiale, aperta, disponibile. Non posso dire la stessa cosa di Almaty, tanto per tirare un nome a caso. Non posso certo dire la stessa cosa nemmeno di Milano, tanto per tirare un altro nome a caso. E vorrei osservare che non potevo dirlo nemmeno prima dell'avvento delle ondate migratorie che hanno portato in Italia e in tutta Europa il Mostro, come lo chiama la Fallaci.

Torniamo in Cina. Lo Xinjiang, nell'estremo occidente del Paese, occupa circa un quarto della Cina intera ed è abitato da una larga maggioranza etnica musulmana. C'è qualche milionata di uyghuri nell'area che da cinquant'anni è perseguitata dal governo di Pechino, né più né meno di quanto accada analogamente ai tibetani in casa loro.
Chi sono, dunque, i cattivi nello Xinjiang? E se anche nella moschea di Kashgar si nascondessero estremisti islamici fanatici carichi di dinamite, chi ha ragione fra questi ultimi e la temibile polizia politica cinese che controlla l'intera regione? Già mi viene la pelle d'oca ad usare il termine ragione.

Io ho mangiato al tavolo dei commercianti di Kashgar, e sono stato invitato a prendere il té dagli avventori di Hotan. Non mi è sembrato che nessuno di loro volesse sterminarmi: di certo non mi hanno avvelenato, perlomeno non più di quanto non abbiano fatto induisti, confuciani, taoisti, ebrei, seguaci dello sciamanesimo mongolo e atei in generale in giro per tutto il resto dell'Asia.

Quindi, siamo in guerra? Con chi, Iraq a parte? Con l'Iran? Con l'Arabia Saudita? Con la Libia, la Tunisia, l'Egitto, la Siria, gli Emirati, l'Oman, l'Algeria? O con il Senegal, l'Albania, la Romania, le Filippine, la Cina, l'intero Sudamerica, l'Ucraina? Così, per dire: tutta gente che arriva e lavora qui, legalmente o meno. Si infiltra nella nostra società, manda i propri figli a scuola con i nostri, professa talvolta altre religioni. Ruba, come noi. Tende spesso a farlo più per fame che per altri motivi. Noi, più che altro, per farci il Cayenne.
Sto estremizzando, lo so. Ma cerco di ragionare, giocando sullo stesso piano della Fallaci, e quindi devo volare alto.
Butto lì: la nostra democrazia e civiltà è anche quella dell'ETA, dell'Irlanda del Nord, delle Brigate Rosse. Che c'entra il Corano? Lo Stato Italiano ha forse combattutto le Brigate Rosse dichiarando guerra al PCI?

Sono tuttavia d'accordo quando scrive - o vorrebbe scrivere - che tolleranza, integrazione e disponibilità, non significano e non devono significare annullamento dei nostri valori per far spazio a culture aliene. Ma entriamo su un terreno assai spinoso. E' un po' come il dibattito crocifisso sì, crocifisso no: non ha mai dato fastidio a nessuno, il crocifisso, finché qualche testa vuota non ha iniziato a strumentalizzarne stupidamente il valore simbolico.
Sono d'accordo con la Fallaci quando si scaglia contro la faciloneria e la demagogia con la quale i nostri politici e una certa classe intellettuale mescolano indifferentemente alcuni episodi di criminalità comune compiuti dagli immigrati con il problema del razzismo e della tolleranza. Ma il brevissimo passo verso la generalizzazione è tanto stupido quanto strumentale.
Peraltro la Fallaci, in questo senso, non fa altro che dar fiato a quello che pensa(va) la mia segretaria - che spero non legga, o che se legge mi auguro non me ne voglia. Sta di fatto che è un campione statistico perfetto: "Non ho nulla contro di loro, finché se ne stanno a casa propria e non mi danno fastidio."
Certo, bisognerebbe capire chi sono loro, anche perché davanti alla fotocopiatrice lei non me lo sa spiegare, tranne genericamente indicare tutti quelli che vengono qui. Dice solo che rubano tutti, che ci vogliono solo male, che sono tutti terroristi e delinquenti. Chissà cosa ne pensa la mia filippina che ormai da dieci anni lavora per me ed alla quale affidiamo qualche volta anche Leonardo.

La Fallaci gioca a fare la Cassandra e dall'alto della sua penna lancia mòniti a noi, povera massa inerte e rincoglionita che accoglie il diavolo in casa e assiste impotente alla propria condanna a morte.
Ora, io posso anche svegliarmi, come mi chiede lei, ma quand'anche mi sia seduto sul bordo del letto che altro posso fare se non smettere di andare in metropolitana? Non devo più parlare al macellaio egiziano? Smetto di versar soldi ad Emergency? Voto Lega?
Grazie, ma dovendo proprio scegliere preferisco tenermi l'egiziano e mandare a casa Calderoli.

Alla Fallaci vorrei poter rispondere che mi è piaciuto il suo pezzo. Davvero: vorrei saper scrivere io così e inventarmi quattr'anni o finoggi. Ma vorrei spiegarle che temo nessuno di noi abbia bisogno di lei per immaginare che con buona probabilità il prossimo sarà il nostro turno e sì, attorno alle elezioni del 2006. Se vuole lo scrivo anche io, così poi potrò unirmi a coloro che lo avevano detto e starnazzare che noi sì che eravamo svegli.
Ma a parte che preferirei passare l'intera mia vita da idiota, piuttosto che far centro su questo tipo di previsioni, come preveniamo questa possibilità? Bombardando Tehran e Mashhad? O dialogando con il macellaio egiziano sotto casa?

(*) Lo spunto per il titolo l'ho preso da qui.
00.34 del 19 Luglio 2005  
 
2 commenti pubblicati
A tuo supporto e conforto, il motivo percui trovo la fallacitudine non degna di integrazione nel mio modo di vedere il mondo è che inverte il rapporto ragionamento-conclusioni. Nella mia mente semplice il ragionamento (dei dettagli) "costruisce" implicazioni e - da ultimo - le conclusioni.
Da un po' la Fallaci non fa altro che partire dalla conclusione e "spaccarla" in elementi a supporto (fatti del suo passato, assunti più o meno discutibili e - purtroppo - congiunzioni e avverbi che, si sa, non hanno un significato nel mondo reale).
Le conclusioni dalle quali parte sono quelle quattro idee semplicistiche e brachilogiche che rappresentano la metà urlante della nostra società: pappa (Leo non me ne voglia), cacca (e due), cayenne, questo-è-mio-fatti-in-là, ecc.
Diciamo che è molto più brava a scrivere di quasi tutti i giornalisti operanti sul territorio nazionale... anche se finoggi sul DeMauro Paravia non c'è!
Attendo - un po' sulle spine, un po' sperando - il 2006.
L'ha detto dago, 21 luglio 2005 alle 13.38
Ciao Carlo,
è la prima volta che ti scrivo ma è molto che "vi" seguo, quindi, forse presuntuosamente, mi permetto di darti del tu...e poi tra genovesi...
Mi è piaciuto il tuo commento sulla Fallaci, personalmente ho percepito in lei una sorta di metamorfosi. Mi spiego meglio.
Da anni ne leggo le vicende, da "Un uomo", passando per "Penelope alla guerra", "Niente e così sia", "Lettera ad un Bambino mai nato" ecc...e la mia idea di metamorfosi consiste nel fatto che fino a prima dell' 11 settembre, si, il suo filo-americanismo non lo negava, ma neanche disdegnave le bombe.
Alekos Panagulis, con cui sicuramente si "trovava affine" le bombe le metteva eccome, e peraltro non riusciva a farle nemmeno tanto bene.
E' vero mi dirai, era un "resistente", ma il concetto di nemico è sempre più difficle oggi da definire.
Con l'attacco alle torri, si è sicuramente incattivita (come spesso accade ai vecchi , malandati e soli) senza capire che non foss'altro per un mero confronto matemetico con "loro" bisogna per forza averci a che fare.
Questo non significa abbassare la testa, ma semplicemente partire senza per-concetti e scoprire che poi magari "loro" non sono ne meno ne peggio di noi.
Personalmente mi ricordo quando "loro" erano i meridionali ai quali a Torino non si affittavano case. Forse molti problemi del mondo sono solo dovuti ad un concetto di latitudine.
Io non ho ancora avuto la possibilità di viaggiare quanto voi, ma ho una zia mussulmana e marocchina per cui per la Fallaci potrei essere un fiancheggiatore ma ti assicuro che i suoi problemi quotidiani nel fare la spesa sono gli stessi di mia madre nata a Salice d'Ulzio o di mia nonna di Bologna.
E' vero, non tutti i mussulmani sono terroristi ma tutti i terroristi (recenti) sono mussulmani; come dire, non tutti gli italiani sono mafiosi ma tutti i mafiosi sono (almeno in origine) italiani.
Temo che col passare del tempo, le tesi della Fallaci siano sempre più simili al suo cognome.
Purtroppo anche chi gira col Cayenne spesso ti ruba in tasca come lo zingaro sul bus, solo che usa un avvocato per farlo!
Finisco col dirti che mi tengo volentieri anch'io l'egiziano, il Marocchino, il Milanese ed il Palermitano e sono il primo a voler mandare in galera chi di loro onesto non è.....Calderoli compreso.....
L'ha detto Massimiliano, 4 agosto 2005 alle 16.04


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