Orizzontintorno Carlo Paschetto
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06 E poi cose così
MAR Travel Log: Business Trips 2019
E poi c'è questa cosa: Houston è la quarta città degli Stati Uniti. Conta poco più di due milioni di abitanti. Meno di Roma. Eppure sembra sterminata.
Philadelphia è la quinta e ne fa un milione e mezzo, circa Milano. Per trovare Boston in classifica bisogna addirittura andare oltre il ventesimo posto: fa meno di settecentomila abitanti, è più "piccola" di Torino.
Eppure quando attraversi Houston, Philadelphia, Boston e qualunque città americana (Albuquerque, cinquecentomila abitanti, per dire), ti sembrano infinite, attraversate da queste autostrade e tangenziali a dodici corsie, con svincoli esagerati, le distanze sempre improponibili a piedi, detto che in America nessuno si muove a piedi.

Già questa cosa delle autostrade, letteralmente, in città. A un certo punto ho fatto mente locale: noi abbiamo le tangenziali, loro passano direttamente in mezzo al centro urbano; tiran su un viadotto, costruiscono uno svincolo a cinquanta metri di altezza e ciao, come si vede nei telefilm. Come se quando arrivi a Milano, invece di trovare il casello a Melegnano, o ad Agrate, e poi infilare la est attorno alla città, potessi proseguire con l'autostrada diritto fino a piazza del Duomo, scavalcare Galleria Vittorio Emanuele e il Castello Sforzesco con qualche pilone di cemento armato, e poi proseguire su per Corso Sempione fino a bucare il centro urbano dall'altra parte.
Moltiplica questo per tutte le autostrade che arrivano a Milano da ogni punto cardinale, falle incrociare tutte a San Babila, e hai fatto Houston, per dire.

Così mi sono chiesto perché e me lo sono chiesto proprio mentre col taxi stavo percorrendo la tangenziale più esterna di Houston, a pianta perfettamente quadrata, come Houston medesima, e dal finestrino potevo distinguere nitidamente il grappolo dei grattacieli di donwtown, a circa venti chilometri in linea d'aria dalla mia posizione.
Venti chilometri in linea d'aria: ho controllato su Google. Significa un diametro di circa quaranta chilometri a racchiudere il centro urbano. Capisci le dimensioni.
Per darti un'idea, nel suo punto più largo il Grande Raccordo Anulare di Roma raggiunge un diametro al massimo di venti, l'anello delle tangenziali di Milano ha un diametro medio di quindici e la cerchia della circonvallazione di cinque. Con una differenza, fra l'altro: il GRA e le tangenziali di Milano passano abbondantemente fuori città, il cerchio esterno di Houston no.
Certo, si può obiettare che è la normalità delle metropoli del mondo, basta andare a Parigi o a Londra, ma qui stiamo parlando, appunto, di una città che ha poco più di due milioni di abitanti, non venti. Di città che, dal punto di vista della popolazione, non sono affatto "metropoli", non perlomeno nell'accezione che diamo loro nel nostro immaginario parlando di grandi città americane.
Uno pensa Houston e immagina grattacieli, autostrade interne, strade infinite: tutto vero. Per associazione, me lo chiedessero, risponderei automaticamente dieci milioni di abitanti. E invece.
Attraversi Albuquerque in taxi dal tuo hotel a downtown, prendi l'autostrada (!) in città, fai almeno venti miglia dentro il centro urbano.

La prima risposta che mi sono dato è che è una questione di toponomastica. Se noi chiamassimo Milano tutta l'area urbana della "grande Milano", arrivando a comprendere Monza o addirittura Lecco, totalizzeremmo immediatamente dieci milioni di abitanti e viaggeremmo "in città" senza soluzione di continuità per cinquanta chilometri, che poi è come funziona in America.
La prospettiva di downtown Houston, vista dalla tangenziale, mi ha dato però un punto di vista diverso: a parte un pugno di grattacieli in centro, l'area urbana è perfettamente piatta e disegnata su uno sterminato reticolo di isolati quadrati, divisi da strade larghissime e colonizzata da una teoria infinita di case e villette a schiera di uno o due piani, nella quasi totale assenza di palazzi più alti, per cui se prendi due milioni di abitanti e li distribuisci in quel modo sul territorio hai fatto una città di quaranta chilometri di diametro e hai pure lo spazio per far passare le autostrade sopraelevate in centro, senza sforzo particolare.
Ricordo che 'sta storia della città fatta di un gruppetto di grattacieli downtown circondato da chilometri e chilometri e chilometri di periferia tutta uguale, tutta a un piano, tutta anonima, tutta alienante allo stesso modo, dove ricchi e poveri, popolo e borghesia, sono distinguibili solo dalla dimensione e dalla cura del giardino e dalle dimensioni del pickup parcheggiato davanti a casa, l'avevo già notata vent'anni fa a Chicago e in tutti i miei viaggi successivi negli Stati Uniti, con la sola esclusione, forse, di Seattle, e considerando naturalmente che New York (otto milioni di abitanti) fa un po' storia a sé (ma nemmeno troppo, al di fuori di Manhattan).

È vero che le città del New England hanno caratterizzazione un po' più europea, perlomeno avvicinandosi al centro: ad esempio downtown Philadelphia non è molto diversa da una qualunque nostra grande città, ma in effetti si tratta di eccezioni e comunque Philadelphia (un milione e mezzo di abitanti), sul lato lungo, fa quindici chilometri di "centro". Son tre ore a piedi da un lato all'altro: Milano, stessa popolazione, la fai in un'ora (verificato per voi).

E poi altre cose inutili, che annoto così, di passaggio, nel mio girovagare: ho scoperto che le autostrade, anche in centro città - forse soprattutto in centro città - si pagano anche se non c'è alcun casello. In realtà c'è l'"easy-flow multilane" e questa cosa mi fa sorridere, perché molti anni fa, quasi nella preistoria direi, uno dei miei primi incarichi professionali importanti fu per la Società Autostrade.
Eravamo agli albori dell'epoca del Telepass e quanti aneddoti che imparai allora in merito e sulla gestione delle nostre autostrade. Ricordo che mi dissero che il Telepass è un brevetto italiano e che in realtà, come spesso accade, nel momento in cui da noi veniva implementato era una tecnologia già superata, perché la stessa Società Autostrade aveva già sviluppato un altro sistema chiamato Easy-flow Multilane, che non poteva installare in Italia per varie ragioni e che però vendeva all'estero, primo fra tutti in Canada.
Il Multilane era un arco che scavalcava tutta la carreggiata, dotato di telecamere, che consentiva il flusso continuo del traffico senza alcuna interruzione né rallentamento, tracciando i passaggi delle auto e permettendo di addebitare il tragitto direttamente sul conto corrente degli automobilisti evitando il formarsi di qualunque coda. Era collaudato fino a passaggi a duecento all'ora.
Vent'anni fa. Noi siamo qui ancora a fare code al casello e a gestire i pagamenti cash, sulle tangenziali e autostrade americane hanno il Multilane da vent'anni e certo, quasi tutti sono registrati al servizio, ma se proprio non vuoi perché tanto sei di quelli che "io non uso mai l'autostrada, né lo smartphone, né sono iscritto ad alcun social network, né uso le carte di credito perché si spendono un sacco di soldi", be', nessun problema, c'è una corsia apposta col casello riservata per te, dove puoi pagare perfino coi biglietti da un dollaro e le monetine di rame (a Houston vuota).

E in effetti cose come sono stato un mese negli Stati Uniti e non ho mai, mai, mai dovuto usare il contante nemmeno una volta, non ho nemmeno prelevato e ho pagato qualunque cosa, qualunque, in qualsiasi situazione, con la carta di credito, fossero anche il caffè da un dollaro o la mancia al tassista.
Certo, alla collega che in un'occasione viaggiava con me irrita pagare il caffè con la carta di credito "perché si perde il conto delle spese".
E allora fine.

Houston
TAG: usa, america
15.18 del 06 Marzo 2019  
   
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