Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confòrt dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

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TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019  
   
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