Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Shots from Goa, India
LUG Travel Log: Business Trips 2019
All’aeroporto di Mumbai sono le tre del mattino, fa caldo, sono stanchissimo, sudato, avrei più di dure ore a disposizione per provare a chiudere occhio fra un volo e l’altro, ma se ne vanno irrimediabilmente a combattere con la demenziale burocrazia indiana. A iniziare dall’immigrazione: infilo la corsia veloce riservata alla business class e ai frequent flyer, ma evidentemente in India hanno tutti un qualche status privilegiato, perché sto in coda quasi un’ora, nemmeno fosse ora di punta a Houston. Quando finalmente è il mio turno mi chiedono la carta d’imbarco (in uscita? Chissà dove accidenti l’ho infilata alla partenza), mi prendono le impronte digitali e mi fotografano (ma non lo avevano già fatto apposta al consolato a Milano per rilasciarmi il visto?), mi interrogano, mi chiedono della mia professione, del mio itinerario, delle mie precedenti esperienze in India, delle mie prossime tappe. Dico “Goa” e il poliziotto mi strizza l’occhio: “Ah, vai a divertirti eh?”.
No, vado a lavorare e sono stanco, nel frattempo si son fatte le quattro e se mi tiene ancora un po’ lì a menarmela perdo il volo in coincidenza.

Mi ci vuole un’altra ora, tutta, per attraversare i controlli in aeroporto fra gli arrivi internazionali e le partenze domestiche. Devo anche passare attraverso la coda del ritiro bagagli anche se non ho nulla da ritirare, ma non esiste scorciatoia per i trasferimenti. Mi ricontrollano il passaporto e il bagaglio a mano almeno cinque volte, ogni volta uno scanner, ogni volta mi timbrano la carta di imbarco, ogni volta devo passare la perquisizione, ogni volta una fila e sono quasi certo che almeno in un’occasione il percorso ripassi dal via, perché mi ritrovo in coda a quello che sono sicuro essere l’ufficio immigrazione iniziale, questa volta nella corsia normale, dove naturalmente mi ritimbrano la carta di imbarco, che a questo punto è quasi illeggibile.
Dal momento in cui sbarco a Mumbai mi bastano pochi minuti perché l’India mi investa in pieno ed eccolo lì, il passato mi piomba addosso per intero e all’improvviso sono a diciassette anni fa, mi sento come se non fossi mai andato via. Tutta la fatica e la frustrazione dei mesi dell’overland in Asia, naufragati nell’aria liquida del subcontinente, mi travolgono oggi come allora, e mi assale una stanchezza infinita.
Arrivo a prendere il mio volo Air India per Goa per un soffio. È quasi l’alba, piove, l’aereo è vuoto, la business class è larga e comoda, e sono praticamente da solo. Chiudo gli occhi un po’ mentre decolliamo per l’ultimo balzo di questa notte interminabile e mi lascio trasportare dagli eventi.

Il sole sorge al di sopra dello spessissimo strato di nuvole monsoniche e una luce stupenda illumina il cielo della costa occidentale. Ormai posso rinunciare alla speranza di riposare almeno un’ora. Faccio colazione a bordo e scatto mille fotografie dall’oblò al mio ritorno in India.
L’aeroporto di Goa è un buco di posto stanco, fradicio e fatiscente. Anche qua, code e controlli infiniti. Per uscire dal terminal, nonostante arrivi da un volo domestico, mi ricontrollano passaporto, bagaglio e carta di imbarco almeno tre volte e a ogni controllo me la timbrano.
Metto finalmente, davvero, nuovamente piede in India dopo diciassette anni. Mi libero rapidamente di pochi, poco convinti e stanchi touts, e mentre cerco di identificare il mio autista mi ritrovo a pensare che da qui potrei anche tornare a casa via terra, e che lo so fare.
L’ho fatto davvero, una volta. Vorrei rifarlo. Lo rifarò, prima o poi.
Per ora il passato è qui, attorno a me. Lo riconosco tutto, lo respiro immediatamente. Non so se sono in grado di affrontarlo.
Non ho nemmeno sonno tutto sommato e non fa nemmeno così caldo, ci sono dieci gradi in meno rispetto ad Abu Dhabi e sono le sei del mattino, capirài, par quasi d’essere a Cortina al confronto. Be’, Cortina: facciamo l’Etna, va’.
Per il resto è tutto come quella mattina di diciassette anni fa, alla frontiera fra Zanghmu e Kodari, entrando in Nepal. È quella l’immagine che associo immediatamente, ancora più di quello che fu il passaggio vero del confine indiano a Bhairawa. Oggi come allora pioviggina, l’umidità permea l’aria, il mondo attorno è completamente cambiato rispetto a poche ore fa, sono appena atterrato su un altro pianeta. Un paio d’ore di India e già potrei scriverne per pagine e pagine, ogni passo è una storia da appuntare.

Viaggio verso il mio hotel a Panaji, ho bisogno di riposare qualche ora e di una doccia prima di presentarmi in ufficio. La pioggia lava via tutto: il traffico caotico e surreale, il suono ininterrotto dei clacson, la terra rossa e il fango, la vegetazione tropicale che avvolge qualunque cosa attorno, le mucche in mezzo alla strada, l’India che inizia ad abbracciarmi nella sua stretta claustrofobica.
Viaggiamo fissi in mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, tentando di sorpassare qualunque cosa, autobus, altre auto, motocicli, tuc-tuc, bici, pedoni, animali, mentre altri veicoli fanno la stessa cosa cercando di sorpassare noi a destra, altri lo fanno a sinistra - qui la guida è all’inglese, nel senso di marcia intendo. Viaggiamo perlopiù contromano, rientrando solo all’ultimo secondo per evitare i frontali coi mezzi che provengono in senso opposto. Viaggiamo col clacson spianato, Ganesh che mi osserva dal cruscotto, le perline che tintinnano dallo specchietto, l’autista che non dice una parola. Viaggiamo, forse, verso un angolo climatizzato di tranquillità.
Eppure mi è tutto familiare. Mi sembra tutto normale. Mi sembra normale evitare all’ultimo secondo i veicoli che provengono dal senso opposto, sorpassare in curva cieca, sorpassare a sinistra invece che a destra, a seconda degli spazi probabili o improbabili che si aprono in mezzo al traffico, aggirare le mucche, le bancarelle e la gente che cammina sul ciglio della strada, sotto la pioggia, scalza, in mezzo al nulla. Mi rendo conto che è un caos che mi appartiene, o semplicemente non mi ha mai più lasciato, si è impadronito di me senza che me ne rendessi conto, l’ho fatto mio e lo conosco, quasi non sudo nemmeno.

Per un lungo tratto costeggiamo il mare. A ridosso di queste spiagge chilometriche, fotografate contro il cielo color piombo, giacciono arenate e abbandonate le carcasse consumate di decine di navi, arrugginite dal tempo, spogliate dagli uomini di qualunque cosa potesse essere smontata, portata via, riciclata. Ci sono addirittura scafi di enormi portacontainer e vecchie petroliere che sono stati tagliati a pezzi. Sembra uno di quei cimiteri delle navi in Bangladesh, dove migliaia di disperati rischiano la vita per pochi dollari smantellando illegalmente, a costo zero e al riparo degli occhi e delle legislazioni internazionali, gli avanzi delle flotte occidentali.
L’India è la discarica del mondo, dell’umanità, di tutto. Il caos è qui e qui convivono, fianco a fianco, mescolati senza soluzione di continuità, il ricco trafficante in Mercedes, il borghese benestante con la sua Tata impolverata e il relitto umano scalzo che smonta le navi a mani nude, uniti dallo stesso continuum esistenziale, per cui nella prossima vita i ruoli verranno equamente redistribuiti dalla giustizia divina, magari oggi stesso, se dietro alla prossima curva spunterà un camion troppo vicino per essere evitato e la mano dello smontatore di navi perderà la presa nel medesimo istante.
Ha una sua logica. A distanza di molti anni mi accorgo che l’India può insegnarmi molte cose. Devo resistere alla stanchezza, avrò tempo a casa di riposarmi, adesso c’è da andare in avanscoperta ad imparare.

I controlli di sicurezza all’ingresso dell’hotel arrivano a livelli paradossali. L’auto viene fermata ai cancelli, ci controllano il vano portabagagli, il cofano del motore, passano uno specchio sotto alla carrozzeria. Davanti alla porta di ingresso devo lasciar giù tutto, come se fossi in aeroporto. Il cellulare in una cesta, lo zaino, in un’altra, il trolley viene portato a uno scanner e io passo attraverso l’arco del metal detector. La stessa procedura verrà ripetuta ogni santissima volta che questi giorni rientrerò in hotel.
È per il terrorismo, mi dicono. Come se qualcosa potesse impedire che dal caos a pochi metri venisse lanciato un colpo di bazooka contro questo hotel a cinque stelle piantato nel mezzo dell’India lì fuori. Come se ci fosse poi una qualsiasi ragione per prendere questo hotel a colpi di bazooka. Ma poi mi viene in mente il Taj a Mumbai, e io sono pur sempre al Taj di Panaji e niente, devo arrendermi alla sfiancante paranoia all’americana che sembra avermi inseguito fin qui. Va già bene che non mi riprendano le impronte per l’ennesima volta.
Fuori, dalla finestra della mia camera tutto marcisce sotto la pioggia che va e viene. La climatizzazione non riesce a combattere l’umidità, che penetra nella stanza e permea l’ovunque, cosicché mi ritrovo col passaporto umido, le magliette umide, il telefono umido. Di me, lasciamo perdere.
Mi stendo un paio d’ore, ma di dormire non se ne parla proprio, sono pur sempre le otto del mattino, anche se sul fuso orario di Delhi, e il mio cervello non registra più sonno. Tanto vale indossare l’ultima maglietta buona rimasta dopo Abu Dhabi e affrontare le vie di Panaji, per poi fare un salto in ufficio e pianificare le prossime giornate.

Dell’India mi mandano ai matti le supponenti formalità demenziali inutilmente applicate al disordine universale attorno, la stratificazione sociale, la babele linguistica, la quantità di addetti all’inutile.
Prendi quello che mi schiaccia il bottone dell’ascensore in hotel. Non c’è sempre per la verità, e anche questo: non è chiaro quale sia il criterio perché in determinati orari, senza alcuna logica apparente, ci sia l’addetto a schiacciarti i bottoni dell’ascensore e in altri momenti debba far tu la fatica di pigiarlo. Comunque.
L’addetto a pigiare il bottone dell’ascensore funziona così: tu fai per avvicinarti agli ascensori, lui ti schiaccia il bottone. Appena l’ascensore arriva l’addetto si precipita fra te e la porta che si sta aprendo, ti indica l’ascensore e fa il gesto di trattenere la porta apposta per te, come se ogni volta corressi il rischio di essere tritato dalla chiusura improvvisa mentre tenti di entrare.
L’addetto ti chiede a che piano devi andare e ti indica il bottone da schiacciare. Per fortuna non ti segue, lui.
Gli altri ti seguono tutti.
Per esempio, prova ad andare al buffet.

Al buffet c’è quello che mi accompagna al tavolo, quello che mi indica la sedia, quello che mi sistema la sedia sotto al culo e quello che mi chiede cosa desidero, non fosse che devo rialzarmi perché, appunto, è un buffet, e mi servo dunque da solo, grazie. O almeno ci provo.
Al buffet c’è tutto e quando dico tutto intendo tutto. Perlomeno, la cucina di quattro continenti, distribuita lungo metri e metri di banconi. Devo fare colazione: vorrei un croissant, un caffè, uova strapazzate e bacon. Il caffè però bisogna ordinarlo al tipo che mi segue passo a passo e mi chiede in continuazione cosa desidero, indicandomi una per una tutte le etichette del buffet scritte in tre lingue.
Gli chiedo del caffè.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o sa il cielo quale altro tipo di caffè. Gli dico americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano. Gli rispondo di sì, americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè espresso. Gli rispondo di no, voglio caffè americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o mocha o con la panna o con la vaniglia o col cacao o con il brandy, lo zucchero, il dolcificante, le zollette, la tazza di vetro, di porcellana, take away, lungo, corto, medio, in caraffa.
Inizio a spazientirmi e gli rispondo che voglio caffè americano, sillabandoglielo. A-ME-RI-CAN, BLACK, TALL.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano.
Mi porta caffè espresso.

Il fatto è che gli indiani sono davvero convinti di parlare inglese e soprattutto di capirlo. Lo studiano fin dalla nascita, in un paese che ha mille e una differenti lingue ufficiali lo usano correntemente come lingua transazionale per capirsi fra loro e formalmente nell’amministrazione pubblica. Un mio collega indiano, un giorno, mi ha tenuto una filippica di venti minuti per spiegarmi che loro l’inglese lo parlano e lo capiscono benissimo, che non hanno alcun problema, che il resto del mondo li prende in giro ma che siamo noi a non capire un tubo. Era infervorato e offesissimo, mi ha fatto praticamente un comizio.
Almeno, credo che quello fosse il senso. Perché capivo una parola su dieci di quel che diceva e parlava velocissimo.
Davvero se lo credono, crescono a curry e inglese, ma quel che parlano è un dialetto tutto loro, incomprensibile al resto dell’umanità che parla inglese. Puoi abituarti all’accento di Houston e arrivare a intenderti coi contadini dell’Ohio, puoi riuscire a mediare con l’anglogiapponese e il demenziale sinoinglese, puoi capire persino, con l’esercizio, se un inglese vero ti sta chiedendo un accendino o se conosci Elisa (questa la capiamo solo io e lei), ma capire cosa diavolo ti sta dicendo un indiano, be’, da’ retta: fai prima a imparare a leggere il sanscrito.
E quindi, le uova.

Le uova ci sono sode, fritte, in camicia, alla coque, mescolate con qualunque spezia e verdura conosciuta al genere umano, ma non ci sono strapazzate.
Il tipo del caffè è andato, ne ho un altro attaccato che a sua volta mi sta indicando tutte le etichette del buffet, una per una, e mi chiede insistentemente, sorridendo, cosa desidero.
- Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, one side or two side fried?
- No fried eggs. Scrambled eggs.
Lo fisso immobile. Ripeto, sillabando, con calma: scram-bled-eggs. No fried eggs.
- Yes Sir, scrambled eggs.
Mi arrivano fried eggs, double side. Però me le ha fatte fare apposta invece di prenderle dal buffet.

E poi c’è quello che a cena non mi lascia mangiare in pace. Ho il mio libro, ho scelto un tavolo isolato, in un angolo, apposta. Voglio stare solo, non voglio parlare, non voglio nessuno. Voglio leggere.
Arrivano i piatti di portata. Provo a servirmi, ma il tipo si fionda al mio tavolo, mi prende le posate dalle mani e inizia a mettermi il cibo nel piatto chiedendomi quando basta. Lo fermo. Lo ringrazio. Riprendo il mio libro.
Finisco quel che ho nel piatto, ho voglia di prenderne un'altra cucchiaiata, faccio per servirmi, ma il tipo si rifionda su di me, mi afferra le posate dalle mani, mi mette la roba nel piatto chiedendomi cosa voglio, quanto ne voglio, se mi basta, se ne voglio altro, se mi serve altro. Lo ringrazio seccamente e cerco di spiegargli che posso servirmi da solo trattandosi di trasferire del cibo dal piatto che sta alla mia sinistra a quello che ho davanti. Sorride, se ne sta in piedi lì di fianco, aspetta con pazienza che provi ad allungare la mano verso qualunque cosa si trovi sul mio tavolo per anticipare i miei movimenti e impedirmi di fare da solo qualsiasi gesto che non sia portarmi il cibo alla bocca. Ho l’avvoltoio personale.
Rinuncio al dessert, non posso farcela a cenare col palo di fianco che mi spia.

Gli addetti all’inutile sono ovunque. Prendi l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
In mezzo al caos gli indiani costruiscono le grandi opere. Un po’ come da noi, per certi versi. Chilometri di cantieri e lavori in corso apparentemente abbandonati, monconi spettrali di enormi piloni con le armature arrugginite che fuoriescono dal cemento, pezzi di viadotti a cinquanta metri dal suolo destinati forse un domani-chissà-quando a scavalcare l’umanità e l’entropia sottostante, impalcature che impalcano il nulla abbandonate sotto la pioggia, jersey e nastri di plastica arancione che delimitano deviazioni artificiali che tutti sembrano seguire diligentemente, ma che nessuno in realtà segue, perché non esiste un ordine a monte al quale fare riferimento.
In mezzo lui, l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
Se ne sta lì, appeso sotto al troncone di un viadotto staccato da tutto, un tratto a quattro corsie che non arriva da nessuna parte e non porta da nessuna parte, né forse mai porterà ovunque, a meno che attorno non gli venga costruito il resto della strada. I lavori paiono abbandonati, ma forse è il monsone, forse è l’estate, forse è l’India, chissà.
L’uomo col pennello se ne sta lì appeso, sotto alla pioggia, sospeso nel vuoto, col suo secchio di vernice bianca appeso alla cintura e il pennello in mano. Dipinge il pezzo di viadotto. Così, da solo, senza alcuna ragione apparente, con calma, una pennellata alla volta. Il moncone sarà lungo cento metri, a qualche decina di metri dal suolo, appoggiato al suo enorme pilone, cemento armato grezzo grondante acqua. Lui, diligentemente, lo dipinge di bianco, col suo pennello e il suo secchio appeso alla cintura.
Lo immagino ancora lì, fra mille anni, appeso solo qualche metro più in là, a fianco di un tratto di pilone che digrada dal bianco lucido, al bianco opaco, al grigio, al cemento armato.

Al museo di Goa Velha non c’è quasi nessuno. Non che il museo meriti di per sé, ci sono perlopiù statue lignee di santi cristiani portate qui fra il seicento e il settecento, ma Vinay mi sta accompagnando a visitare le testimonianze della colonizzazione portoghese a Goa.
All’entrata del museo una vecchia indiana distribuisce i biglietti di ingresso.
Il biglietto è in realtà un pezzo di carta bianca a quadretti tagliato con un righello dalla pagina di un bloc notes. Esattamente così: ti presenti davanti alla vecchia, lei prende il suo righello, taglia un quadratino da una pagina del bloc notes, non ci scrive assolutamente nulla, ti consegna il fogliettino.
Il fogliettino viene ritirato un metro più avanti - un metro vero, ossia lì a fianco - da un’altra vecchia indiana, che lo butta in una cesta.
Le guardo, guardo l’India, accaldato, frustrato dall’inutilità e dall’inconsistenza. Voglio capirla.

Mi viene da chiedermi perché tutti i miei occasionali accompagnatori, ovunque mi trovi, mi portino a visitare chiese e testimonianze varie della colonizzazione cattolica. Era stato ad esempio così in Brasile, con Decio. Ora Vinay mi porta a vedere le cattedrali portoghesi di Goa.
Belle, per carità, ma siamo in India accidenti. Mi mostra i confessionali e mi spiega come funziona la confessione. Gli faccio inutilmente presente che essendo italiano e di estrazione culturale cattolica so benissimo come funziona, ma non è convinto e si perde nei dettagli.
All’uscita dalla cattedrale del Bon Jesus provo a giocare la mia carta e osservo, quasi distrattamente, che è interessante come in India convivano più o meno pacificamente quattro grandi religioni i cui culti vengono professati a pochi metri uno dall’altro, e chiedo quanti templi di altre confessioni ci siano nei dintorni. Vinay, sorpreso, mi chiede se sono interessato a visitare un tempio induista, la sua religione, ma mi avverte che dovrò camminare scalzo e vuole sapere se è un problema per me. Perché mai poi, chissà. Ovviamente no, non lo è.
Va a finire che abbandono le scarpe in macchina e passo una mattinata per templi indù, definitivamente scalzo, camminando a piedi nudi sull’India, sulla sua umanità, sul suo fango rosso, sull’acqua che scivola via lungo i cammini tutti e lava via i miei, e loro, peccati.

Vengo introdotto a un bramino e accetto (?) di sottopormi a un rito propiziatorio al cospetto di Balaji, il potente dio della ricchezza. Chiedo a Vinay se funziona, mi assicura che qualunque uomo d’affari indiano lo prende molto seriamente. E dunque.
Mi viene offerto un impasto di ingredienti sconosciuti che devo mangiare davanti all’altare di Balaji. Sembra una sorta di bolo premasticato dal bramino. Non mi faccio domande, ingoio. Il sapore richiama fragranze floreali. Non ho sensazioni particolari, mi pare di essere sempre sufficientemente lucido. Ciò nonostante deciderò di abbandonare in hotel il sacchetto con il resto del bolo che mi ha offerto da portare a casa: non me la sento di rischiare in dogana, qualunque cosa sia ai cani dell’aeroporto potrebbe non piacere.
Il bramino mi offre dell’acqua sacra che devo bere dalle sue mani. Ormai sono dentro al trip mistico e non posso più tirarmi indietro, accada quel che deve accadere. Trascorro le ventiquattr’ore successive calcolando ad ogni istante la distanza che mi separa dal bagno più vicino, ma misteriosamente sopravvivo.
Ne deduco che la gastroenterite di diciassette anni fa mi ha definitivamente vaccinato contro qualunque contaminazione biologica, non c’è più nulla che possa ormai ammazzarmi, tranne forse aggirarmi per i campi di raccolta dei contagiati da ebola.

Vinay mi spiega un po’ la questione delle milionate di divinità indù e di come di ciascun credente ne scelga una fra quelle principali (di solito Shiva, Vishnu, Brahma, Ganesh, o Parvati, ad esempio) a cui votarsi in particolare, un po’ come quando i cattolici si scelgono il santo preferito a cui raccomandarsi. La complicazione maggiore è che ciascuna divinità ha le proprie regole, perlopiù alimentari, cosicché nella famiglia di Vinay, cinque componenti, ciascuno devoto a un dio differente, ogni sera sua moglie deve preparare la cena incrociando obblighi e veti specifici relativi al giorno della settimana in funzione dell’accoppiata dio-familiare, il che richiede un sistema a più incognite e molta, molta pazienza, suppongo.
È complicato essere induisti, ma favorisce un esteso mercato delle infradito, ché alla terza volta nella giornata che devi toglierti le scarpe chiuse e le calze alla fine abbracci il bramanesimo e ti abbandoni allo scorrere dello yuga.

Per uscire dall’India devo attraversare sette controlli - sette - dei documenti, carta d’imbarco, bagaglio, perquisizione, mostrare un biglietto da visita, spiegare la mia professione a un funzionario di dogana eccessivamente zelante, cercando fra l’altro di giustificare che no, non so quanto la mia azienda paghi i propri dipendenti indiani, non dipende da me; superare un altro funzionario eccessivamente zelante che proprio davanti al mio gate, alle quattro del mattino - evidentemente l’ora di punta negli aeroporti indiani - decide di pesare il mio trolley con il suo bilancino a molla tascabile e impedirmi l’imbarco perché sforo di un paio di chili il limite stabilito dal regolamento; parlare col suo superiore e col superiore del suo superiore; mettere in scena la parte del Very Important Person che ha amicizie molto in alto, facendo intendere che mi sto annotando i nomi di tutti i miei inquisitori affinché vengano presi adeguati provvedimenti.
Alla fine, dopo una buona mezz’ora, il bluff funziona e vengo fatto imbarcare con le scuse d’ordinanza. Di sicuro ho imparato molto rapidamente il sistema delle caste e la regola del clacson spianato.

Sprofondo, sfinito, nella mia poltrona sul volo Qatar Airways per Doha. È quasi l’alba, ho un’altra a notte saltata alle spalle, il volo durerà solo tre ore e l’arrivo è previsto alle prime luci del mattino, fuso orario della penisola arabica. Si preannuncia un’altra infinita giornata.
Ho cenato bene, prima di partire. Vinay e Deepak mi han portato in un ristorante sull’oceano. C’era un tramonto meraviglioso con una luce quasi commovente.
Sono sopravvissuto alla cucina speziata in modo assurdo, non ho perlopiù idea di cosa abbia mangiato e all’uscita dal ristorante mi è sembrato perfino normale inciampare nelle mucche e abbandonarmi alla pioggia monsonica che mi ha inzuppato l'ultima camicia buona e i pantaloni, e all'acqua che mi è entrata inesorabilmente nelle scarpe trascinando con sé il suo (s)carico di India decomposta.
Sono sfinito, bagnato, ma sereno, in pace con me stesso e con l’universo.
Prima di provare a chiudere un po’ gli occhi mi godo il decollo sull’oceano e saluto Panaji. Mi dispiace andarmene, devo tornare assolutamente, con più tempo.
Ci sono voluti diciassette anni, ma ho infine fatto pace con l’India.

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Panaji, Goa
TAG: goa, panaji, india
11.28 del 01 Luglio 2019  
   
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