Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Cinque.
NOV Diario
Ti ricordi, pa’, quando sono passato di lì lo scorso marzo? Ti avevo chiesto se potevi dirglielo tu, perché io non avevo avuto la possibilità di farlo.
Forse averglielo detto non è servito a nulla. Al massimo a far spostare bicchieri, ma chissà poi che voleva davvero significare.
O forse non vi siete poi incontrati.
Non cambia nulla: nel caso, se lo vedi tu diglielo comunque, anche se le cose cambiano, talvolta vanno a rotoli, il tempo scorre. Quelle cose lì insomma.

Son cinque anni. Ti dico la verità: raramente “mi sembra ieri”, come si dice sempre. A me sembra proprio una vita, adesso. Lo sembra ancora di più queste settimane, ché avrei bisogno di te, ché sono state e sono tuttora settimane, di nuovo, di grandi terremoti, e sliding doors, e novità, e conferme, anche.
La prima, sempre, è che la gente non è mai quel che appare e che ti vende di sé, soprattutto quella più prossima a te. Non fa un po’ paura ‘sta cosa?
Immagino valga anche per me, d’altra parte.
Immagino di avere usato “immagino” come intercalare, per quanto sia in effetti convinto del contrario.

Che è poi ben la ragione della mia proverbiale misantropia. Diciamo che scoprirlo, ogni volta, non fa mai bene, anzi. In questo caso ha ferito doppiamente, perché per una volta, almeno questa volta, guardando in faccia la gente che mi sorride, mi son chiesto “ma io che c’entro?”. Che volete da me? Che v’ho fatto, io, a voi?
Fa anche, sì, paura. O perlomeno ti lascia addosso un senso costante di inquietudine perché non la guardi più negli occhi allo stesso modo, la gente attorno a te.
Io poi mi chiudo definitivamente, lo sai. Inizio a fingere, mentre sto già migrando altrove.

Mi manchi. Mi manchi ogni anno di più. Vengo raramente ormai, una volta al mese se va bene, lo so. È che non so più che dirti, anche perché non hai mai risposto questi anni e se lo hai fatto - e magari lo hai fatto sì - non sono stato in grado di capirlo.
Però vengo, poco, ma vengo. Sto lì e ti guardo un po’. Ti porto sempre le stesse piantine, lo so, è che quelle ci stanno, lo spazio è quel che è.
Mi chiedo sempre, ogni volta, se ci sei. Se davvero sei lì e mi vedi. Se sai che son lì da te. Guardo la tua foto e ogni anno che passa ho paura di non ricordarmi più di te, di non riconoscerti più.
Recentemente ho letto alcune cose di molti anni fa, una quarantina suppergiù. Mi è capitato anche perché avevo cominciato a scrivere proprio quando avevo l’età di Leonardo oggi e dunque cerco risposte, confronti, spiegazioni, interpretazioni.
Non mi piace mai rileggermi. Tornano a galla eventi sepolti da una vita che non hanno ormai davvero alcun significato per nessuno, certamente non per me, se non quello di far parte della mia memoria, come vecchie enciclopedie inutili che stan lì a prendere polvere e che non butti più che altro perché ti pesa il culo, non perché abbiano davvero un qualunque valore intrinseco.
Comunque.

Leggevo di me, immaginavo qua e là Leonardo, talvolta mi imbattevo in te.
Ogni volta son brutti ricordi. Ogni volta, pa’. Ogni accidenti di volta.
Che poi è ben quello che mi sono trascinato dietro per gran parte degli anni successivi.
Quel che sono oggi, nel bene e nel male, è anche opera tua, molto probabilmente più per buona fede e involontariamente che per un disegno cosciente.
Ché fare i padri è difficile, maledettamente, non te lo insegna nessuno, di solito nemmeno il tuo.
L'unica cosa sensata, davvero sensata, l'unica cosa che all'improvviso mi ha fatto capire che di me, tu, sapevi davvero tutto, che ero tuo figlio eccome, che eri mio padre, me l'hai detta quando ormai era troppo tardi. Il tempo di guardarti all'improvviso, dopo cinquant'anni, con occhi nuovi e sorpresi, di abbracciarti, e te ne sei andato. Mi hai lasciato così.
Adesso vengo lì a portarti le piantine, sto lì a parlare con te, adesso. Torno sempre lì, a quelle ultime disgraziate settimane, quelle in cui mi sono aggrappato disperatamente a te che te ne stavi andando, cercando di trattenerti in tutti i modi.
Quell’accidenti di maniglia in bagno.
Quella sera in garage sotto la pioggia, gli ultimi giorni, quando mi arrabbiai con tutti e ti dissi "andiamo a casa papà, dài accidenti".
Il tuo maglione, che ancora ho e talvolta indosso.
Ti parlo sempre, o almeno spesso.
Sto sempre a pensare che quando capitano le cose, quelle che contano, quelle che cambiano in corner il corso degli eventi, che ti allontanano all’improvviso dal precipizio, che lipperlì ti appaiono come disgrazie, ma col tempo ti sembra appartengano a un disegno più grande e logico, quando capitano queste cose penso sempre che dietro ci sia tu, che sia opera tua.
Che guidi tu, che sia tu al mio volante e sai quel che fai.
Così, nel caos, tendo ad affidarmi a te, e quando per caso inciampo nel destino penso sempre che in mezzo alla mia strada ce l’abbia messo tu.

Non smettere di guardar giù, per favore.
Ne ho sempre bisogno.
E se lo incontri, per favore, ricordati di dirglielo.
Perché io, di qua, non so più che fare.

Papa5
TAG: papà
00.32 del 24 Novembre 2019  
   
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