Orizzontintorno Carlo Paschetto
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19 Domani danno sole
MAR Diario
Esco sulla terrazza di camera. Da quando mi sono trasferito qui questi anni non l'ho mai sfruttata, né ho avuto modo e tempo di attrezzarla in proposito, per quante volte mi sia ripromesso di farlo e per quante idee giacciano lì nel cassetto delle cose di cui occuparsi.
Anche oggi c’è il sole, ci sono venti gradi, è una calda giornata di inizio primavera. Sto un po’ lì a guardarmi attorno. Si sente solo il gracchiare dei corvi, niente altro.
Mi rendo conto all'improvviso che non seguo le previsioni del tempo da settimane. Mi sveglio al mattino senza la minima idea di che cielo possa aspettarmi.

Vorrei scrivere delle cose questi giorni. Non so bene quali “cose” per la verità e poi da qualche mese non mi va più di scrivere davvero qui dentro. All’improvviso questo posto non è più il mio rifugio solitario in testa alla valle come a lungo è stato, o mi sono perlomeno illuso che fosse grazie al silenzio attorno. Per qualche ragione, dopo anni di quiete e isolamento, è come se avessero aperto una strada fin qui, e arriva troppa gente.
Sarebbe ora che lo abbandonassi al suo destino, tanto ormai da tempo non mantengo nemmeno più i muri e le finestre, ma non so dove andare e non so come fare per lasciare l’indirizzo appeso alla porta, nel caso.
Comunque.
Intanto son bloccato qui.
E anche dal muro attorno alla terrazza.
Perlomeno ho una terrazza.

Di tanto in tanto lascio dei post-it su Twitter. Ieri scrivevo che son stato al supermercato. L’ho raccontato lì. Raccontare del supermercato è una di quelle “cose” che questi giorni hanno una loro ragion d’essere in primo piano.
Mi è servito come spunto per parlare della paura e della paura della gente. Non "della gente" nel senso possessivo dell’espressione, della gente inteso come di cosa aver paura, questi giorni.
Io poi un po’ paura della gente l’ho sempre avuta. Non è una gran novità, per me.
Nemmeno stare in casa, per la verità.
Nemmeno stare in casa a lungo, a dirla tutta.
Non fosse tutto il resto.

Intanto, conto, come sempre.
Tecnicamente, ho iniziato a rimanere a casa dal 22 febbraio. Il 25 sarei dovuto partire per gli Stati Uniti, e invece no.
Venerdì 28 ho fatto una spesa al supermercato.
Fino al 7 marzo ho poi fatto pochissime cose. Un’altra spesa al supermercato, per iniziare a far scorte, ché il futuro iniziava ad essere fin troppo chiaro. Tre giorni in ufficio per alcune faccende che era meglio far là e non da casa. Un paio di cene fuori, sì, le ho fatte. Erano già surreali. Un giorno ho persino provato ad andare a correre, dopo mesi.
Sì, vabbè, correre. Come no.
Dall’8 marzo, isolamento assoluto. Ho anche deciso di non andare più a prendere i ragazzi, ché son rimasti dalla mamma: avevo frequentato gente fino al giorno prima e ho preferito a quel punto far passare almeno i quindici giorni canonici di incubazione. Sai mai.
Ieri sono uscito per andare a fare di nuovo la spesa, dopo dieci giorni ai domiciliari. Poi ho scritto su Twitter.
Fine.

Osservo cose.
Le videoconferenze, ad esempio. Tutto sommato han sempre fatto parte del mio lavoro, sono abituato. Dall’ufficio. Ora no.
All’inizio, i primi giorni, avevamo tutti la telecamera accesa. Da qualche giorno alcuni hanno iniziato a tenerla perlopiù spenta, tranne nelle chiamate uno a uno. Dopo un po’ anche io. Un po’ per risparmiare banda, così ci diciamo, ma la mia sensazione a latere è che non vogliamo più gente in casa nostra.
Se accendo la telecamera, son tutti in camera mia, o nella mia cucina, o in camera di mio figlio, o nel salotto.
Al contrario, all’improvviso a me accade di videochiamare i figli, i familiari, gli amici. Esattamente coloro con cui non l’ho mai fatto prima e che ora non posso più vedere dal vivo. Coi ragazzi poi passo un sacco di tempo in video. Carola mi mostra i disegni che fa per passare il tempo, io e Leonardo lavoriamo insieme a mantenere in vita l’infrastruttura informatica di famiglia per comunicare fra di noi in tutti i modi possibili.
Si è invertito il mio intero paradigma comunicativo.

Combatto la solitudine. Ho allargato la mia cerchia di contatti, passo intere serate a chiacchierare su WhatsApp, come immagino facciano molti.
Mi capita di pensare - no, non è vero, ci penso ogni giorno; ogni, stramaledetto, giorno - a come sarebbe stato diverso vivere queste settimane in un universo parallelo, l’universo che avrei voluto vivere.
Combattere insieme. Resistere. Scoprirsi da capo. Reinventarsi. Fare cose. Dividersi i compiti, le “uscite solo necessarie”, la paura - perché c’è la paura, eccome, e sarebbe anche ora che ce lo dicessimo tutti in faccia, una volta per tutte, che lo accettassimo, la esorcizzassimo insieme, la affrontassimo allo stesso modo, abbracciati a distanza, invece di negarla, provare a ignorarla, fingere indifferenza, ostentare noncuranza.
Così non smetto mai di pensarci. Vorrei, ma non è possibile. Avrei voluto altro. Sarebbe stato tutto diverso. Sarebbe stato diverso ogni mattina, invece di svegliarsi da solo, aprire i Velux, vedere il sole, sapere che non ti riscalderà a sufficienza nemmeno oggi e non sai quando mai potrai tornare a farti scaldare fuori, all’aperto, insieme alla gente, quella gente che in fondo hai respinto per tutta la vita e che adesso ti appare un miraggio.
Sarebbe stato diverso preparare il caffè a turno, gestire due computer, tenersi d’occhio a vicenda, pronti a intervenire per l’altro.
Sarebbe bastato un sì.
Mi accorgo invece che ho il gomito del golfino color glicine completamente a brandelli. Era di papà. È arrivato in fondo anche lui, questi giorni.
Mi sto facendo crescere la barba, ancora di più.
I capelli, anche, ovviamente.
Comunque vada, ne uscirò diverso.
Come tutti, direi.

Prendo appunti.
Immagino tutto questo come andare su Marte, ad esempio. La solitudine di un viaggio lungo mesi.
Mi faccio domande assurde, come chiedermi quando potrò cambiare le gomme invernali.
Mi sveglio di notte e mi prende il panico, vorrei salire in auto e allontanarmi, in tangenziale, trovarmi nel traffico, con l’autoradio.
In aereo. Accidenti, certo, in aereo. In volo.
Ho fatto una cartella sul Mac dove raccolgo cose di questi giorni. Meme strani, foto, messaggi, comunicati ufficiali. Ho come idea di conservare un pezzo di Storia, qualcosa che servirà per ricordare, quando si potrà iniziare a cercare di dimenticare tutto.
Dicono che sarebbe meglio distrarsi, non farsi travolgere dal bombardamento mediatico. Mi dico che forse è ancora peggio, l’aggiornamento continuo in questo momento serve a prendere le misure il più possibile correttamente, sapendo filtrare, naturalmente.
Sapendo filtrare, certo. Mi incazzo con la gente, quella stessa gente che mi manca attorno, perché si attacca a qualunque stronzata le arrivi sui gruppi di WhatsApp o legga su Facebook, quando basterebbe un secondo su Google per rendersi conto della mancanza di qualsiasi riscontro con la realtà dei fatti, e allora mi ricordo di quanti danni abbiano fatto anni e anni di massmediologia, di pseudoscienza, di berlusconismo, di sciachimismo, di grilismo, di salvinismo, di movimenti nimby.

Mi chiedo come gestiremo lo stress post-traumatico.
Mi chiedo come sarà tornare alla sveglia che suona alle sei e venti, scendi in cucina, saluti Leonardo con un cenno, ti fai il caffè, svegli Carola, le preopari la colazione, ti fai la barba, ti vesti, uscite insieme, la accompagni a scuola, ti infili in tangenziale, rimani paralizzato in coda, ascolti il giornale radio, arrivi in ufficio ventiquattro chilometri e un'ora e mezza dopo.
Mi chiedo dove andremo la prossima volta che partiremo.
Mi chiedo come sarà, alla fine, tornare alla vita lì fuori, da solo.
Mi chiedo come accadrà.
Mi chiedo quando sarà.
Ho bisogno di abbracciare i ragazzi.

corona01
TAG: coronavirus
17.32 del 19 Marzo 2020  
   
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