Orizzontintorno Carlo Paschetto
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08 Settima
APR Diario
Negli ultimi trenta giorni sono uscito di casa quattro ore in totale. Lo so con precisione, perché da anni ho una app sul telefono che tiene traccia delle mie giornate e cataloga i miei spostamenti. La uso come diario quotidiano.
Da un paio di settimane questa app mi manda ogni mattina una notifica per consigliarmi di controllare il GPS del mio iPhone e di riavviare il sistema, perché non registra più spostamenti per intere giornate consecutive e suppone che qualcosa non stia funzionando.
Qualcosa non funziona, ha ragione. Ma non è quel che crede.

Giovedì scorso sono tornato al supermercato dopo quindici giorni. Ho aspettato che venisse sera per non trovare quasi nessuno.
Ho scoperto che hanno chiuso tutti gli ingressi tranne uno e delimitato dei percorsi obbligati fra le corsie. Prima o poi peraltro mi spiegheranno perché posso comprarmi le creme antirughe, ma non un paio di mutande. In realtà sono talmente tante le cose che dovrebbero spiegarmi, questi giorni, che ho rinunciato. È più importante ricordarmi che tipo di lampadina mi serve per la lampada a stelo della sala e sperare di trovarla.
Prima di consentirmi l’accesso al supermercato mi hanno misurato la temperatura. Per una frazione di secondo ho avvertito un profondo senso di inquietudine, non so se più per il timore di scoprire che avevo la febbre, o perché il tizio che me l'ha misurata si è avvicinato a me ben sotto la famigerata soglia del metro di distanza. Che poi, di nuovo, vorrei capire perché da noi si è stabilito che sia un metro, ma negli Stati Uniti, ad esempio, son due. Immagino perché in America è tutto più grande, anche il droplet.
Questa volta non ho trovato la mia insalata preferita. Per la verità non ho trovato insalata quasi del tutto, solo avanzi. Nemmeno petti di pollo, braciole di maiale, latte fresco, la mozzarella per la pizza. In compenso c’erano ancora farina, uova e detergente per le mani.
Mascherine, ovviamente, nemmeno a parlarne. Neanche quelle per la polvere. Del resto non le ho trovate nemmeno in farmacia.
Con buona pace di Fontana e delle sue ordinanze del cazzo.
Sì, ho scritto "del cazzo".

Ah sì, sono stato anche in farmacia. Non c'era nessuno, ero da solo. Ho sperimentato la nuova procedura che consente di ricevere le ricette via fascicolo sanitario elettronico, ma alla fine è stato sufficiente un messaggio WhatsApp della mia dottoressa, che mi ha inviato la foto del codice a barre delle prescrizioni.
La lista della spesa sul telefonino e le ricette via WhatsApp mi hanno anche messo di fronte all'evidenza che abbiamo costruito un mondo di scorciatoie inutili al servizio di una ipotetica domanda di sicurezza: è ovviamente impossibile sbloccare il cellulare col riconoscimento del volto indossando la mascherina, o farlo con l'impronta digitale indossando i guanti. Quindi bisogna inevitabilmente digitare il codice, alla vecchia maniera. Ma se hai appunto i guanti, anche questa non è detto che sia un'operazione facile.
Alla ventesima volta che combattevo col cellulare per sbloccarlo, ogni dannatissimo minuto, ho perso la pazienza: ho spostato la mascherina, afferrandola ovviamente davanti coi guanti contaminati in barba a tutte le raccomandazioni del caso, e ho usato il riconoscimento facciale. E vaffanculo.
Il confine fra me e il corona giocato alla roulette per un chilo di mele.

Non posso dire che le giornate non passino, o che abbia il tempo di fermarmi davvero a pensare. Lavoro, e questo va già molto bene. Come alcuni fortunati - ed è il caso di riconoscerlo - lavoro persino più di prima, complice il susseguirsi senza soluzione di continuità di videoconferenze dal mattino a sera tardi, pausa pranzo compresa, e il fatto che queste settimane dovrei essere negli Stati Uniti. Invece sono qui e dunque lavoro di giorno col fuso orario italiano e la sera con quello americano.
Le giornate scivolano via una dietro l'altra, tutte uguali. Le stesse colazioni, gli stessi pranzi con le stesse insalate preconfezionate, gli stessi caffè alle stesse ore del giorno, le stesse cene perlopiù scaldate al microonde.
Ho pressoché smesso di guardare il telegiornale la sera. Non mi interessa più. Che non usciremo di qui tanto presto a me è parso evidente fin dall'inizio.
Che mi abbiano rubato la vita, tutta, anche.
Lo so, le vite rubate sono ben altre.
Ma i giorni passano, i numeri perdono significato, il mondo là fuori è sempre più lontano e il mio sempre più confinato al percorso letto-frigorifero-scrivania-divano.
Così guardo dentro al mio recinto.

Nel mio recinto, la mia vita, i meccanismi che l'hanno governata da perlomeno trentasette anni a questa parte, il mio futuro prossimo venturo, il mio modo di essere, di andare avanti, di rapportarmi all'esistenza e darle un senso, di combattere, di convivere con me stesso e i miei dolori, le mie gioie, i miei progetti, la mia stessa identità, tutto è stato spazzato via in un attimo. Annientato.
A partire dal modo in cui da sette mesi in qua sfuggivo al dolore. Che poi è il modo che è sempre stato, l'unico che conosca.
Me l'hanno tolto e insieme a quello se n'è andato quello che io stesso sono. E per quanto provi ad essere ottimista, so che nulla sarà più come prima, perlomeno per i prossimi due o tre anni, ad andar proprio bene.
Che non sono pochi, a questo punto della mia vita, soprattutto nel momento in cui avevo deciso di imparare a vivere il presente, l'attimo fuggente, smettere di guardare al futuro come mio unico orizzonte temporale, piantarla di voltarmi per fare i conti con il passato gettato al vento per anni e anni, concentrarmi solo su me stesso, su quello che sono, quello che voglio e ho sempre voluto, non sprecare più un attimo della mia esistenza, per quanto possibile.
Vivere. Amare. Staccarmi da tutto ciò che mi sono portato dietro per un'esistenza intera per provare a volare davvero.
È quel che stavo provando a fare, fino al 22 febbraio.
Il mondo si è fermato lì. Prima o poi riprenderà con altre forme e secondo nuove armonie.
Il mio si è fermato lì e al momento non ho alcuna idea di come e quando possa riprendere, se mai riprenderà.

Dormo male la notte. Vado a letto a ore sempre più infami, vivo su un fuso orario regolato da un tempo immobile, chiudo gli occhi senza dormire provando a immaginare, per alcuni istanti, come reinventarmi completamente una vita da capo.
Abbandono immediatamente il pensiero perché mi fa paura la sola idea.

Mi affaccio allora all'esposizione assurda dell'Eigerwand, percorro la Mittelegi come se camminassi sui cocci di vetro e rimango col fiato sospeso in equilibrio sulla lama sottile della cresta del Meru, grazie a YouTube.
Non ci sarei mai andato lo stesso. E la colpa non è del coronavirus, ma solo mia.

corona04
TAG: coronavirus
13.10 del 08 Aprile 2020  
   
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