Orizzontintorno Carlo Paschetto
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23 Farsi un regalo. Anzi, due. [Parte 1/3]
MAG Fotografia
E niente. Il Covid, la mia vita in viaggio azzerata a tempo indeterminato, il lockdown, il nulla dietro, il vuoto davanti.
Condizioni ideali per la tempesta perfetta, il crollo della diga. Lo shopping compulsivo in rete come risposta all'isolamento coatto, in alternativa a una terapia post traumatica alla quale tanto mai accederemo davvero. Il pulsante che per mesi non hai osato schiacciare. Il carrello, ogni volta riempito e regolarmente, saggiamente, irrimediabilmente svuotato un attimo prima di far danni.
Quell'acquisto innegabilmente inutile, al quale sei riuscito fino ad oggi a rinunciare con perseveranza e senso di responsabilità.

Alla fine, settantacinque giorni fan settantacinque serate di zero, l'iPad a cena con te e internet sempre lì, inesorabile come il pusher in attesa sotto al lampione, con le sue vetrine, le schede tecniche, gli unboxing, le recensioni su YouTube che scavano e scavano e scavano, goccia dopo goccia, serata dopo serata.
C'è sempre quell'idea che mi gira in testa da tempo, mai sopita, di alleggerirmi, abbandonare una volta per tutte la reflex e il circo di ferraglia che tocca sempre trasportare, proposito al quale non ho mai davvero rinunciato e di cui avevo già scritto qui un anno fa a luglio, prima di partire per le Azzorre. C'è ancora quella Sony DSC RX10 IV che costa sempre un patrimonio, rimasta dove l’avevo lasciata allora, nel carrello di Amazon, a un passo dall'acquisto, abbandonato sul filo di lana in favore di un più ragionevole (ed economico) (e già abbastanza inutile) aggiornamento della mia Canon. Ci avevo rinunciato anche in Giappone, a gennaio, di nuovo a un pelo dallo strisciare la carta di credito, fermandomi solo all'ultimo istante davanti alla cassa di quel negozio a Tokyo, mentre ormai tenevo la scatola fra le mani.

Comunque no. Non l'ho comprata nemmeno a 'sto giro la Sony.
Non l'ho fatto e questo non è dunque un post sull'inutile e compulsivo acquisto della RX10 IV e sulla rivoluzione copernicana.
Ci ho definitivamente ripensato e ho svuotato il carrello: non abbandonerò la reflex per viaggiare con una bridge, nemmeno per la migliore bridge sul mercato.
Alla fine mi son detto, una volta per tutte, è una cazzata dài. Costa una fucilata, hai appena comprato l'ennesimo corpo macchina e nemmeno puoi viaggiare. Suvvia, accidenti. Vediamo di essere adulti per una volta.
Solo che non è finita lì. È iniziata una nuova storia e l'età adulta temo debba aspettare ancora parecchio.

Lipperlì, per gratificarmi giustamente della decisione responsabile, mi si è subdolamente insinuata in testa una nuova idea assurda: spendere la metà rispetto alla Sony e cambiare di nuovo il corpo Canon, passando dalla 80D acquistata a luglio 2019 alla nuova 90D, uscita da poco. Ma a nemmeno dieci mesi dall'aggiornamento precedente, dopo aver usato la 80D solo alle Azzorre e in New Mexico (con ottimi risultati), e avendo peraltro tuttora nel cassetto la 60D del 2014, mi è sembrata effettivamente ancor più una cazzata inaccettabile, perfino come terapia consolatoria anti-Covid.
Così ho riflettuto un po' e mi sono chiesto in cosa avrei potuto invece buttar via soldi investire con una certa sensatezza, puntando allo stesso obiettivo che mi ero proposto con l’idea originaria di passare a una bridge: viaggiare leggero senza arrendermi al cellulare e rinunciare a far davvero fotografie; liberarmi degli obiettivi nello zaino, dei chili supplementari, della noia del dover cambiare continuamente lente, mettere lo zoom, togliere lo zoom, mettere lo zoom, togliere lo zoom, la borsa sempre piena di roba, l'irritante attenzione continua nel passare da una lente all'altra in mezzo alla sabbia, sotto la pioggia, con le mani occupate, l'ottica sempre sbagliata al momento sbagliato.

Ho fatto un po' il punto sulla mia situazione attuale. Alle Azzorre avevo portato i due fidi obiettivi Canon stabilizzati, l'ottimo 17-55mm f/2.8 (che continua ad essere il mio preferito) e il buon 70-300mm f/4-5.6, che però messi insieme fanno un chilo e mezzo di roba. In New Mexico avevo scelto di viaggiare più leggero, contando sulla luce del deserto, e avevo portato il vecchio ed economico Sigma 28-300mm e il discreto Sigma 17-70mm, che complessivamente fan poco più di un chilo insieme. Il minimo sindacale insomma per tirar fuori delle buone foto e ricordarsi ogni tanto che il cellulare no, fa un altro mestiere: telefona.
Però, ancora, la rottura, la noia.
Così queste settimane mi sono rimesso a studiare, complici il Covid, la clausura, il trauma, eccetera. Cosa di meglio che comprare attrezzatura fotografica esattamente nel mezzo di una pandemia mondiale che potenzialmente potrebbe non consentire più di viaggiare per anni.
Dove buttar soldi più inutilmente, perfettamente in linea con la patologia da stress traumatico, se non in qualcosa di totalmente superfluo e inutilizzabile perlomeno per un tempo indeterminato a venire, così insensato da rischiare pure di essere obsoleto nel momento in cui, in un futuro più o meno prossimo, quel qualcosa potrebbe uscire dalla confezione per essere finalmente usato.

È stato nel corso di questa caccia a un'effimera soddisfazione del mio io ferito che mi sono imbattuto nel Tamron 16-300mm Di II VC PZD Macro, uno zoom stabilizzato con un'escursione davvero notevole per il segmento a cui appartiene: poco più di sei etti di peso e un prezzo assai contenuto considerate le caratteristiche.
Qualche perplessità me la davano proprio il prezzo e il fatto che non sia un granché luminoso. Nessun dubbio però che potesse certamente sostituire da solo le due ottiche Sigma economiche di cui sopra e, a meno di safari in Ruanda, o caccia alle orche in Antartide, anche l’accoppiata delle lenti Canon, pur sacrificando qualcosa in qualità delle immagini, ma regalandomi per contro qualche grado in più di apertura grandangolare che coi sensori APS-C non è mai abbastanza.
Esattamente il mio obiettivo dunque: un'unica lente adatta a tutte le situazioni, che possa seguirmi pressoché ovunque, consentendomi di viaggiare leggero come se avessi una bridge, ma con tutti i vantaggi della reflex e di una flessibilità focale davvero ottima.

Così, un po' di serate trascorse a leggere recensioni, giusto per convincermi, ché comunque fan pur sempre alcune centinaia di euro; una invitante offerta su Amazon scontata del 30%, apparsa quasi per magia proprio al momento (meno) opportuno, ed ecco dunque il Tamron in attesa nel carrello, come si conviene di regola prima di ogni acquisto compulsivo.
Poi, una saggia notte a dormirci sopra, ché l'idea dell'inutile cazzata, tant'è, circola in testa.
Infine la sveglia, il carrello riaperto davanti alla colazione, la sorpresa di scoprire che nella notte il prezzo è sceso di un altro 5%.
È evidentemente un segno che a quel punto non posso più ignorare.
Pigio il bottone di riflesso mentre giro lo zucchero nel caffè e il primo Tamron della mia vita è sulla via di casa: è un brand che avevo onestamente sempre un po' snobbato, ma negli ultimi giorni ne ho letto invece molto bene (o forse volevo solo convincermi).

Bigma01
Tamron 16-300mm f/3.5-6.3 Di II VC PZD Macro

A questo punto avrei potuto godermi l'effetto terapeutico perlomeno fino alla prossima quarantena, direte voi, o miei quattro affezionati lettori, evitando di farmi travolgere dall'immediato e frustrante senso di insoddisfazione e colpevolezza, come il più classico dei tossici a rota un istante dopo essersi sparati in vena la dose quotidiana.
E invece.
Cosa di meglio che curare il medesimo senso di insoddisfazione e colpevolezza, eccetera, lasciando nuovamente cadere l'occhio su internet senza nemmeno il tempo che Bartolini abbia citofonato recando il conforto della prima dose.

Navigo sui miei siti di riferimento che trattano di fotografia professionale. In testa ho quella Luna piena fotografata l'altra sera, che non mi ha proprio proprio del tutto soddisfatto.
È che dovrei sempre ricordarmi di disattivare lo stabilizzatore quando ho la macchina sul cavalletto.
E non eccedere con la chiusura del diaframma quando uso il 70-300, attestandomi su un f/8, al massimo f/11.
E poi mi ci vorrebbe un bel filtro neutro potente.
Certo, altra cosa sarebbe avere un vero telezoom pro, di quelli belli pesanti, con un'escursione davvero estrema: altro che il mio pur volenteroso 70-300, che anche moltiplicato dal sensore APS-C e dall’anello 1,4x rimane comunque sempre una soluzione amatoriale di compromesso; oppure un "bianchino", epperò i bianchini non hanno delle focali lunghissime.
Non sono aggiornatissimo sul mercato, è una vita che non guardo più a 'ste cose, da quando mi son fissato con la storia della bridge e dello star leggero, ma a questo punto alla bridge ho rinunciato, e quindi un’occhiata in giro potrei anche darla; al problema peso penserò caso mai poi, ché intanto l’ho comunque risolto col Tamron appena acquistato.
Così, solo per guardare, giusto un attimo...

Scopro che Sigma ha in catalogo un esagerato 60-600mm, che però è enorme e costa una fucilata, anche usato e anche se tutto sommato su eBay alcune offerte non hanno prezzi proprio così inavvicinabili (oddio...). È pur vero che in fondo quest'anno non andrò nemmeno in vacanza e dunque non spenderò altri soldi (ma se non vado in vacanza perché accidenti spendere in attrezzatura fotografica? Ok, vabbè, andiamo oltre...).
Approfondendo la questione mi accorgo che il Sigma 60-600, una vera bestia le cui recensioni dicono peraltro meraviglie, pesa ben due chili e settecento grammi.
Due chili e settecento grammi. Fan tre chili e mezzo circa con la macchina fotografica, il filtro, il paraluce, ecc.
Prendo due bottiglie di minerale in mano e provo ad immaginare che siano una macchina fotografica.
Il Sigma 60-600mm, i suoi 2700 grammi, i suoi 120mm di diametro per 300mm di lunghezza (da compresso) e i suoi quasi duemila euro, anche usato, ritornano nella lista delle cose davvero inutili. Perlomeno del tutto ingestibili.
Sembra quindi finalmente finita lì.
Ma purtroppo mi cade l'occhio sulla riga sottostante del catalogo.

Il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM è il modello precedente, il fratellino minore. È più vecchio di qualche anno, ma l’ultimo aggiornamento sembra avere uno stabilizzatore ottico eccellente e molte recensioni ne parlano addirittura meglio rispetto al più recente 60-600mm.
È innanzitutto un po' più "piccolo" e maneggevole (finché uno non lo vede dal vivo...), e pesa mezzo chilo in meno. Non che quasi due chili e due siano uno scherzo, ma insomma. E poi il prezzo è anche decisamente inferiore. Oddio, da nuovo passa pur sempre abbondantemente i mille euro, ma per un'ottica del genere non è affatto caro e sul mercato dell'usato si può spuntare a cifre interessanti.
In effetti usato non è così semplice da trovare, a differenza del fratello maggiore, e questo per la verità è un ottimo segno, perché significa che chi lo ha non lo vende facilmente. Promette davvero bene, insomma.
Finisce che passo due giorni a studiarmelo. A tratti chiudo tutto e mi convinco a lasciar perdere, ma tant'è poi sempre lì torno.
Ne punto un paio su eBay. Uno ha un ottimo prezzo ed è praticamente nuovo, ma è in Giappone e rischio di spendere una fortuna con l'importazione. L'altro è qui in Italia: è usato, ma dalle foto sembra in condizioni eccellenti.
La grande cazzata è ormai lì a un passo dietro l'angolo, la carta di credito non abbastanza fuori portata.

Il punto è cosa accidenti me ne faccio, a parte tutto.
È evidente che non è un affare che uno si infila nello zainetto e poi ci viaggia assieme. E poi com'era tutta quella storia del viaggiare leggeri, il Tamron al posto della bridge, bla bla bla?
Il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM è più piccolo del 60-600mm, ma fra gli appassionati è noto come "il Bigma" e il soprannome è tutto un programma già di per sé.
Resta il fatto che del Bigma parlano tutti un gran bene e ne spendono le lodi ovunque. Sembra davvero un'ottica eccellente. Con un cannone del genere la Luna la fotografi eccome, tanto più che montato sulla 80D, con il sensore APS-C, alla focale massima diventa un 800mm e se gli monto anche il moltiplicatore 1,4x si arriva a ben 1120mm, praticamente un telescopio.
Leggo anche che in condizioni di luce piena, tipo safari, lo stabilizzatore funziona egregiamente ed è possibile usarlo a mano libera senza troppi problemi, peso a parte, garantendo ottimi risultati fra f/8 ed f/11.
Sul web è pieno di scatti dimostrativi fatti col Bigma e sono davvero notevoli.
Ma la vera tentazione, lunghezza focale a parte, è dovuta al fatto che al momento il mio migliore obiettivo è il Canon 17-55mm f/2.8, al quale il Bigma si accoppierebbe perfettamente, a differenza del mio attuale Canon 70-300mm, permettendomi di coprire con due sole ottime lenti tutte le focali da 17mm fino a 500mm. Certo, trascurando il peso complessivo dell'attrezzatura, quasi 4kg a questo punto, ma parliamoci chiaro: dovessi andare a fotografare i gorilla in Ruanda ci andrei mai con due vetri da quattro soldi per risparmiare sul peso?
Il punto caso mai è togliere il condizionale e partire per il Ruanda.

E niente. Non so come sia potuto accadere, ma in poche ore di nulla e di Covid, mesi e mesi di menate e pontificati sull’apologia della leggerezza e dell’inutilità di smazzarsi chili e chili di costosissima ferraglia si sono disintegrati in un istante davanti a un’offerta scontata a tradimento per un Bigma usato, pervenutami via email da un negozio di apparecchiature fotografiche.
Ventiquattr’ore dopo, un corriere SDA ha depositato Little Boy davanti al cancello di casa mia.

Il solo filtro protettivo per il mostro, che ha una lente da 95mm, costa più di 100 euro, anche perché se spendi [censura] per un obiettivo del genere non è che poi gli proteggi l'occhio con un vetro cinese da quattro soldi.
Ho anche acquistato un filtro solare e due filtri ND, un 1000 ed un 64, ché magari in Ruanda non andrò mai, ma a maggior ragione a questo punto voglio perlomeno andare a passeggiare nel Mare della Tranquillità come fossi lassù.
Adesso ho solo bisogno di una bella Luna e di una giornata di macchie solari, e posso affrontare un altro giro di quarantena comodamente appollaiato sulla terrazza di casa, col naso per aria e il cannone puntato verso il cielo.
Perlomeno finché non mi verrà voglia di dare un'occhiata alle mirrorless.

Nelle prossime puntate le prove in strada del Tamron e del Bigma.

Nota: ho pesato l'arma completa, Canon 80D + Bigma + moltiplicatore 1,4x + filtro pro UV 95mm + paraluce.
Fan 3097 grammi.
Dieci scatti a mano libera sono circa mezz'ora di pesi in palestra.

Bigma02
Il “Bigma”, ovvero il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM
Bigma03
Le mie attuali lenti a confronto (in blu le new entry)
Bigma17
Il Bigma montato sulla Canon 80D
TAG: Tamron, Canon, Bigma, Sigma, Fotografia
17.40 del 23 Maggio 2020  
   
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