Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 3 anni e 2 giorni fa (*)
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Mi capita sempre pių spesso. Al mattino, ad esempio, davanti allo specchio, mentre osservo i miei occhi stanchi. Quando passo davanti a una vetrina e vedo la mia immagine riflessa. Quando gioco con Leonardo e rimango sdraiato sul pavimento, di fianco a lui, con gli occhi chiusi. Quando cammino davanti a una scuola ed incrocio i ragazzi che escono.
O nei bar, a mezzogiorno, quando mi siedo da solo a un tavolino e mangio stancamente il mio panino leggendo il giornale, mescolato agli studenti universitari.
Od oggi, percorrendo il corridoio fra gli uffici ed osservandomi riflesso nella porta a vetri, con addosso il mio completo grigio, la cravatta rossa, gli occhiali. Forse gli occhiali giocano la loro parte: non li ho praticamente mai portati fino a un anno fa, abituato ad indossare le lenti a contatto fin da quando avevo quindici anni.

O forse sono i capelli bianchi, che ormai ingrigiscono quasi del tutto le mie tempie e in fondo mi piacciono. Non ho mai capito quelli che se li tingono per sembrare pių giovani.

E mi accade al mattino in macchina, mentre sono fermo nel traffico e sbircio il Corriere appoggiato sul sedile a fianco. O mentre sono seduto in banca a parlare di investimenti, o davanti al telegiornale, rimuginando fra me e me le notizie.
O quando leggo il mio amato Alp. O mentre saldo il conto alla reception di un albergo. O mentre annodo la cravatta, prima di uscire per andare al lavoro.

Mi accade sempre pių spesso, di vedermi invecchiare.

Che è diverso dal sentirsi vecchio. Se ho un conflitto irrisolto con me stesso, è il medesimo da sempre: il complesso di ritrovarmi sempre troppo giovane in mezzo ad un mondo che mi invecchia attorno molto pių rapidamente di quanto scivoli via il tempo addosso a me. La sindrome dell'ancora troppo giovane, inadeguato, in anticipo: mi accompagna da che possiedo dei ricordi.
Eppure, in qualche modo, va ora ad aggiungersi la consapevolezza dell'essere troppo vecchio in altre vesti, inquadrato da un angolo di ripresa differente, circondato da ragazzini che si sentono sempre molto pių grandi di quanto non siano in realtà. E puoi leggerlo così bene, ora, nei loro occhi: che non hanno davvero la minima idea di come gli si srotolerà la vita e di quanto rapidamente il passato si allontanerà davanti a loro, inghiottiti da un futuro che non dà possibilità alcuna di frenata.

L'ho detto spesso: non ho mai avvertito i trenta, anzi, ho sempre pensato che fosse l'età dell'oro. Ma il passaggio dei quaranta, sì: una sorta di clic c'è stata. Perlomeno, quel qualcosa che ti porta, da un giorno all'altro, a guardarti allo specchio e a non vedere pių la stessa persona che vedevi prima. O meglio, lo stesso ragazzo.

Che sia vero, che sia dunque il passaggio dal ruolo di figlio a quello di padre. Che sia quello l'istante della vita che ti cambia, dentro e fuori. Deve esserci sicuramente molto di vero e ciò che è certo è che, nel mio caso, diventare padre e doppiare la boa dei quaranta sono stati due eventi quasi contemporanei. Psicologicamente non semplice da metabolizzare all'improvviso.

Comunque la giri, quel ragazzo dentro di me non c'è pių. Forse non è proprio sparito del tutto, ma di sicuro si è nascosto molto bene.
Emerge qualcosa di molto diverso, quel cuore infantile che, al contrario, non mi ha mai abbandonato e che credo sia parte integrante di me e sempre lo sarà. E' quello spirito con il quale, oggi, faccio la lotta con Leonardo rotolandomi nel lettone, o gli insegno a fare le pernacchie, o gioco con lui a farci le boccacce. E quando lui ride, io sono felice e mi commuovo, perché so che stiamo comunicando davvero, che ciò che ci lega è solido e tangibile, che in me riconosce il suo papà, che c'è (anche) il mio dna nel suo sorriso.
Quando si accoccola fra le mie braccia e se ne sta lì per qualche minuto, a pensare, senza parlare: lo sento riflettere, avverto il suo respiro e mi rendo conto che è lui, ora, quella gioventų che non mi appartiene pių: è come se gliel'avessi trasferita. E sono decisamente un'altra persona rispetto all'immagine che guardavo allo specchio fino a un paio di anni fa.

Non l'ho mai sopportato - né lo sopporto: non ti senti dire altro dal momento in cui comunichi al mondo intero che la famiglia sta per allargarsi. Ti chiedono di che sesso sia e subito dopo ti affogano nel luogo comune: "Eh, vedrai, i figli ti cambiano la vita"

Cosa è cambiato nella nostra vita? Io continuo ad amare le cose che amavo prima, ad emozionarmi per gli stessi eventi, gli stessi colori e i medesimi profumi, continuo a credere in quello in cui credevo prima, continuo a sognare gli stessi sogni, a fare lo stesso mestiere, a progettare gli stessi progetti. Sono pių stanco, certo. Molto pių stanco. E ho sempre meno tempo per me stesso, o non ne ho quasi pių del tutto: lo strappo alla notte, che a ben vedere è un po' come strapparlo alla vita, perché sulla distanza ti logora, non è che non lo sappia. Probabilmente, buona parte di quella stanchezza si riflette nello specchio, mentre mi guardo.
Cosa vedo? Prima vedevo un ragazzo dall'età indefinita e sempre quello ho visto fino a qualche tempo fa. Ora c'è un uomo di quarant'anni, con il suo abito grigio e i suoi appuntamenti di lavoro, la station wagon, il cellulare, il Corriere sotto al braccio, il mutuo, i bruciori di stomaco, la pancetta. Quello sguardo serio.
Ecco, lo sguardo: è quello che davvero non riconosco pių. A volte mi chiedo se sia sempre il mio.

Mi sembra di essere su un treno rapido che salta le stazioni, mentre io vorrei sempre scendere a tutte, fermarmi in ogni dove, avere tempo, immagazzinare, prendere appunti e fotografare, e solo dopo ripartire.
Invece questo treno non si ferma, non si ferma mai e accelera in discesa. Tutto mi passa davanti al finestrino così rapidamente che spesso non riesco nemmeno a distinguere il paesaggio, tranne vedere, inevitabilmente, sempre la mia immagine riflessa nel vetro. Mi dà l'ansia, e anche un po' di claustrofobia.

A volte, spesso, mi sento ancora inadeguato. Del resto, evito da una vita - per quanto possa - ogni forma di confronto.

A volte ho paura e non so dove sia il freno di emergenza.

Ricordo molto bene mio padre a quarant'anni: io ne avevo tredici.

A volte vorrei tornare a sedermi, da solo, sulla neve. Sentire l'aria fredda che mi punge, e il silenzio attorno a me. A volte vorrei ridere di pių.

(*) Questo avevo in mente, poi ho attraversato il corridoio dell'ufficio verso quella porta a vetri.
01.26 del 18 Ottobre 2005  
 
1 commento pubblicato
In un libro di parecchi anni fa ("La parete"), l'alpinista Alessandro Gogna si interroga sulla sua vita, montana e non. Verso la fine del libro, Gogna mette lė una frase, che suona pressappoco cosė: "Ti accorgi che stai invecchiando quando cominci ad assomigliare a tuo padre".
Nel leggere questa pagina del Giornale di bordo, mi č tornata in mente quella riflessione. Mi auguro che anche Carlo la intenda in senso esclusivamente positivo.
L'ha detto mauro mazzetti, 18 ottobre 2005 alle 16.54


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