Orizzontintorno Carlo Paschetto
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20 Alogenuro d'argento, addio
NOV Coffee break
Questo è un post noiosissimo, che aspettavo ormai da mesi di poter scrivere, ed è anche un post che tratta - quasi - una buona metà della mia esistenza o poco più. Sappiate perciò fin d'ora che è destinato solo ai più curiosi e ai pignolini che vogliano dire la propria in merito: si può quasi dire che lo scriva solo per me stesso, a futura memoria di questa epica giornata.
Perché, amici miei, oggi (o meglio, giovedì 17, ma solo ieri sera ho trovato il tempo di buttar giù queste righe) anche per noi si è definitivamente chiusa un'era e si sono spalancate le porte del futuro.
Sì, vabbè, lo so che siamo gli ultimi arrivati, ma parliamoci chiaro: questo balzo tecnologico ci è costato lacrime (in forma di vent'anni e più di ricordi legati a quel passato che da oggi finisce in soffitta), sudore (in forma di nottate passate ad aggiornarsi e a studiare cosa, perché e come) e sangue (in forma di filigrana tipo €000).

Ora, ad onor del vero va detto che il sottoscritto, una volta di più, si è distinto per coerenza e preveggenza. Cioè, io sono sempre quello che quindici anni fa, fresco di una laurea in Scienze dell'Informazione, di fronte alla prima versione di Mosaic (e se non sapete cos'è, giovani, studiate!) pronunziò il mitico epitaffio: "Questa roba non servirà mai a nessuno".
Recidivo: non più tardi di tre anni fa ancora vagavo per il nostro pianeta lanciando anatemi alla che dio vi perdoni, voi, infedeli e miscredenti, dilettanti dello scatto, soggiogati dal moderno diavolo digitale. Mai e poi mai abbandonerò i miei telaietti bianchi 35mm, mai e poi mai i vostri blasfemi xmegapixel vinceranno le sacre armate dei cristalli di alogenuro d’argento nella grande battaglia per la Qualità.

Poi, poco meno di un paio d'anni fa è nato Leonardo, che già di per sé è stato un bel balzo nel futuro. E voi, papà e mamme che qui state leggendo, comprenderete bene che l'esigenza di catturare ogni istante della sua burrascosa presenza attorno a noi mal si sposava con la conseguente necessità di dotarsi di metri e metri di pellicola. Il che, fra l'altro, mi porterebbe anche in una direzione differente da quella verso cui vi sto invece faticosamente guidando: intendo, avete mai ragionato sul fatto che noi, del nostro passato, conserviamo a mala pena qualche fotogramma in bianco e nero con il bordo dentellato, mentre i nostri rampolli della loro esistenza potranno ricostruire quasi ogni istante in formato sedicimilioni di colori e 192MhZ stereo? Io lo trovo inquietante - e del resto è colpa nostra.

Torniamo però al punto. L'avvento di Leonardo costrinse il suo papà e la sua mamma a dotarsi di un mezzo più adatto ad incassare milioni di fotografie senza spendere il patrimonio familiare in sviluppi e stampe. Un po' come la pubblicità del papà che vuole comprarsi il monovolume, avete presente, no? Ma sto già correndo troppo e invece voglio trascinarvi con me fino alle origini di questa tediosissima storia, perché è ben lì che sono tornato oggi - anzi, giovedì 17 - con la memoria quando sono uscito dal negozio con i miei due sacchi di plastica in mano e un bidone di sudore, lacrime e sangue (vedi sopra) in meno.

In principio, e vi parlo del 1983 o giù di lì, fu la Zenith EM che, per chi non lo sapesse, era una reflex di fabbricazione sovietica, ovviamente totalmente meccanica, con uno strano obiettivo Helios a focale fissa da 58mm, f2, innesto a vite, particolare che agli appassionati del genere può già dire molte cose sulla versatilità di questa macchina.

Zenith EM, con me dal 1983

La Zenith, comprata dal papà qualche anno prima a Madrid in seguito ad uno sciagurato e maldestro movimento di mia mamma che aveva fatto cadere per terra la di lui leggendaria Yashica medio formato 6x6, mi venne a quel tempo passata in eredità a seguito di un nuovo aggiornamento tecnologico da parte della patria potestà.
Era una macchina indistruttibile, ovviamente, come indistruttibili erano gli operai che le costruivano nelle lontane terre russe. Certo non soffriva il freddo: tutti i movimenti erano a molla e l'obiettivo, tant'è, era niente male. L'unico neo di questo giocattolo era che aveva l'esposimetro completamente starato, per cui le foto te le dovevi inventare: a quel tempo io seguivo la regola del papà, secondo cui "1/125, f8 fa sempre bene e non sbagli mai". Questo è il motivo per cui, per ora, su questo sito non compare alcuna foto scattata con la Zenith: Photoshop non è ancora abbastanza evoluto da poter rimediare.
Un'altra caratteristica della Zenith EM era il peso, equiparabile ad una betoniera a pieno carico: credo fosse fabbricata in acciaio a prova di guerra termonucleare, il che la rendeva esattamente quel tipo di apparecchio che ogni alpinista desidera caricarsi nello zaino per scattare la foto di vetta.
Naturalmente la Zenith è ancora con me e sono pronto a scommettere che se la carico con un rullino è ancora in grado di fare il suo lavoro, sempre che la luce sia in condizioni 1/125, f8: a quasi quarantuno anni, con un archivio di cinquantamila diapositive e un discreto numero di pubblicazioni in curriculum, ancora devo trovarla quella luce.
Comunque, la EM mi seguì nei miei primi giri in Europa: la prima volta a Capo Nord, Spagna, Grecia, un po' qui un po' là. E, ho mentito: qualche sua foto, qui, c'è già. Bisogna spulciare nella sezione su Capo Nord e indovinare. Naturalmente Photoshop c'è andato giù pesante.

Nel 1987 mi apprestavo a partire per le Svalbard: era la mia prima grande occasione e, diciamocelo, non era proprio il caso di affrontarla con la Zenith, pur con tutto il bene che le volevo e sebbene fossi certo che non mi avrebbe dato alcun grattacapo a quelle latitudini.
Vent'anni fa alle Svalbard non c'era nulla e non ci andava nessuno. La nostra era un piccola spedizione autonoma di due amici un po' incoscienti e curiosi quanto basta. Ci voleva qualcosa di un po' più affidabile della fedele scatola di acciaio sovietica. La macchina colpevole dell'abbanodono a casa della Zenith fu una Canon F1, una reflex totalmente manuale prestatami dallo zio di Genova. Fra l'altro, potevo disporre di ben tre obiettivi: un classico 50mm, un grandangolare da 28mm ed un teleobiettivo da 200mm, tutti a focale fissa. Per me, un vero e proprio salto tecnologico.

Canon F1, con me nel 1987

Com'è, come non è, sta di fatto che sono convinto di non esser più riuscito a farle fotografie così belle come quelle. Deve essere per questo motivo che, tant'è, io della Canon sono rimasto innamorato, anche se poi per mille ragioni la vita mi ha portato verso altri lidi.
Non ce l'ho più: ovviamente, al ritorno, ho dovuto restituirla allo zio di Genova e non so più oggi che fine abbia fatto. Peccato.

Al ritorno dalle Svalbard, e dopo aver potuto tenere fra le mani una macchina fotografica vera, mi era ormai chiaro che con la Zenith non potevo andare avanti. Per fortuna i miei sono viaggiatori, per cui un motorino non l'ho mai avuto, ma altre esigenze sono state più o meno assecondate: tempo un compleanno, ecco entrare nella mia vita la mia prima Yashica, modello 200AF, una reflex che come standard base montava uno zoom 35-70 niente male per l'epoca e di buona versatilità.

yashica 200AF, con me dal 1989

Eh sì, i figaccioni hanno un bel dire che le ottiche a focale fissa sono tutta un'altra cosa, ma quando macini migliaia di chilometri con uno zaino in spalla e impari che con un solo obiettivo zoom puoi sbizzarrirti come se ne avessi quattro o cinque a focale fissa, voglio ben vedere dove ti portano il cuore, la schiena ed il portafogli.

La mia 200AF ha avuto vita piuttosto lunga. Non così l'azienda Yashica, che progressivamente è andata scomparendo dal mercato, ed è un peccato, perché questa era una gran bella macchina, ingiustamente sottovalutata. Funzionamento a batterie, innesto Contax (maledetto: tutte le ottiche costavano una fortuna - ma erano bellissime!), quattro modalità classiche di esposizione: automatica, a priorità di tempi, a priorità di diaframmi, o totalmente manuale. Io l'ho quasi sempre usata in modalità priorità di diaframmi e da allora non ho mai perso quest'abitudine, per cui sappiate che la maggior parte delle mie foto sono scattate in tal modo e il resto quasi sempre in manuale.
Nel tempo, alla 200AF aggiunsi via via un bel parco di ottiche, quasi tutte originali: un 50mm f1.8, un 28mm (perché gli zoom sono belli e comodi, sì, ma a quel tempo mi credevo anche io un figaccione e compravo comunque le focali fisse che vuoi mettere, sono molto più luminose e ti risolvono un sacco di prolemi...quanti soldi buttati via e quanto inutile peso portato sulle spalle...), uno zoom 70-210 della Sigma comprato a New York (che in America la roba costa poco, finché non torni in Italia e scopri che lo stesso obiettivo lo avresti pagato 2/3 del prezzo pagato sulla Quinta), un duplicatore 2x (mai usato: sgranava come un foglio A4 a quadretti), un riduttore fish-eye (praticamente mai usato: riempiva le foto di aloni neri da incubo) e non ricordo che altro. Avevo anche un bel flash TTL, usato sì quello, anche perché la 200AF non aveva il flash incorporato. Insomma, viaggiavo con una valigia di attrezzatura e lo spazzolino da denti.
La 200AF mi ha seguito fino al 1998, dal mio secondo viaggio a Capo Nord, a New York, alla Tunisia, sul San Lorenzo e in giro più o meno per tutta l'Europa, con qualche eccezione.

L'eccezione più importante è stata senza dubbio il viaggio in Patagonia del 1990: con me, una Minolta 5000i dotata di tre ottiche: un classico 50mm, un grandangolare da 28mm ed uno zoom 70-210mm. Il motivo per cui partii per la Patagonia con la Minolta di papà, e non con la mia ancor nuova 200AF, stava semplicemente nel fatto che, di nuovo, stavo per affrontare un viaggio lungo e importante, e la mia Yashica a quel tempo disponeva del solo 35-70. Partire per un viaggio del genere senza nemmeno un teleobiettivo era una follia: così, barattai temporaneamente la mia Yashica nuova fiammante con la 5000i paterna.
Come a dire: nelle occasioni che contano il mio destino è sempre stato non possedere la macchina giusta e dover correre ai ripari.

Minolta 5000i, con me nel 1990

Come andò? Mah, dovessi dirvi la verità, secondo me la 5000i non fu nemmeno lontanamente all'altezza della Yashica. Praticamente il 90% delle fotografie scattate in Patagonia è lievemente sottoesposto: cattivo uso dei filtri, forse, o esposimetro starato.

La mia fedele Yashica 200AF si ammalò gravemente la prima volta durante il viaggio in Tunisia: nonostante tutti gli accorgimenti del caso, la sabbia del deserto le fu fatale e da allora cominciò a perdere colpi, ad incepparsi di tanto in tanto, a sballare le misurazioni dell'esposimetro, a combinarne di tutte un po'.
Avevo comprato un pacco di ottiche ed accessori, e non volevo ripartire da capo: il problema era che la Yashica reflex, nel frattempo, era andata fuori produzione. Rimaneva in circolazione solamente la 230AF, un aggiornamento della mia versione. Costava comunque troppo per le mie tasche. E se non poteva essere Yashica, non vi erano alternative, poiché le ottiche Yashica non potevano essere montate sul corpo di alcuna altra marca, Contax a parte, che è sempre costata un occhio della testa.

Tirai così avanti fino al 1998, quando il lavoro mi portò in Malaysia. Non avevo voglia di trascinarmi dietro tutto l'ambaradan, anche perché non sapevo quanto tempo libero avrei avuto laggiù per divertirmi a zonzo a fotografare. Così mi feci prestare da mio fratello la sua compattina 35mm, una Minolta Riva Zoom 70c, dotata di un piccolo zoom 35-70.

Minolta 70c, con me nel 1998

Non avevo mai usato una compatta prima di allora - per me fotografia significa da sempre reflex, punto. In quel caso, però, faceva al caso mio: leggera, piccola, rapida. Esattamente quello di cui avevo bisogno per catturare solo qualche istantanea durante un viaggio per lavoro. Le foto scattate in Malaysia e a Singapore sono state fatte con questo apparecchio.
Il dado era però ormai tratto: in valigia avevo infilato anche il 35-70mm della mia 200AF, caso mai...

Caso mai a Singapore avessi scovato qualche occasione. La scovai: l'ultima nata di Yashica, la 300AF, quasi introvabile sul mercato europeo ed ultima anche - che io sappia - fra le reflex prodotte da Yashica per quel segmento di mercato.

Yashica 300AF, con me dal 1998

La 300AF era un bisonte, comparata alla gloriosa 200AF. Di fatto, le funzionalità erano più o meno le medesime e questo la rendeva una macchina nata già vecchia rispetto a quello che offriva il mercato. Ma le mie ottiche erano salve e del resto il mio portafogli era ben lontano dal potermi permettere una Nikon o una Canon di pari categoria. E poi, io con Yashica mi ero sempre trovato a mio agio.
La nuova compagna mi seguì dunque quella stessa estate in Namibia, dove si comportò peraltro molto bene, e poi ancora in Oceania nel 1999, passando per qualche giro in Europa, ad esempio in Polonia. E poi ancora negli Emirati, in Libano e Siria, a Mauritius e a Reunion, cavandosela sempre dignitosamente. Non c'è che dire: è stata una macchina abbastanza affidabile e piuttosto giramondo. Quasi perfetta, non fosse stato per il container che ogni volta dovevo portarmi dietro per trasportare tutti gli accessori e gli obiettivi.
E a proposito di Oceania, va detto che per l'occasione decisi di affiancare alla 300AF una nuova piccola compatta impermeabile, che mi permettesse di scattare qualche fotografia sott'acqua. La scelta cadde sulla Canon AS1, una piccola 35mm che al di là di consentire la fotografia subacquea (le foto sono uno schifo, ma l'acqua non entra...) se la cavicchia anche come macchinetta di scorta. Dopo più di dieci anni, tornavo dunque in casa Canon e, fra l'altro, acquistavo anche la mia prima compatta.

Canon AS1, con me dal 1999

Piccolo aneddoto. Durante la nostra permanenza in Nuova Caledonia, partimmo qualche giorno da Noumea per fare il giro dell'isola, lasciando quasi tutto il bagaglio nel capoluogo... compresa la Yashica 300AF, che ci rendemmo conto di aver dimenticato solamente un paio d'ore dopo la nostra partenza. Tutte le foto della Nuova Caledonia sono dunque state scattate proprio con la Canon AS1: un vero peccato.

Il destino però mi stava ormai attendendo al varco per scrivere una nuova importante pagina della mia esistenza dietro ad un mirino. Nel 2001 partimmo per l'Indocina, con l'obiettivo di concatenare un lungo giro via terra, di studiare qualcosa di importante per l'anno successivo e di portare a casa - anche - qualche bella foto.
Non la pensava così la mia 300AF: o meglio il suo glorioso 35-70, ereditato dalla mia precedente 200AF, che mi seguiva fin dal 1989 e che era sempre stato il mio obiettivo preferito.
Bene, anzi, malissimo. La situazione era questa: sbarcati a Bangkok da nemmeno quarantott'ore, il 35-70 mi era caduto per terra, rompendosi irreparabilmente. Fine di un'epoca. Anche perché il destino aveva deciso che io partissi per l'Indocina con un solo obiettivo, quello, e che come già detto la Yashica ormai da tempo non producesse più, né corpi macchina reflex, né obiettivi.
Potevo solo accrocchiare: comprare sul luogo un obiettivo Contax originale, pagandolo un mutuo, per una macchina che comunque ormai era ormai fuori mercato; oppure, acquistare una più a buon mercato ottica equivalente Sigma: a scovarla però con l'attacco Yashica, ormai introvabile. E se certe cose non le trovi nemmeno a Bangkok...

Detto ovviamente che l'ipotesi di rinunciare alle fotografie per tutto il viaggio non mi aveva sfiorato nemmeno per un picosecondo, mi arresi. Al banco del fotografo di Sukhumvit mi trovai per la prima volta davanti ad una scelta per me epocale: Canon, o la mitica Nikon. Si trattava di ripartire da capo: corpo nuovo, ottiche nuove, una fortuna in sonanti dollari americani da volatilizzarsi in pochi minuti. Da piangere come zio Paperone, o da saltare di gioia come quando finalmente si corona il sogno di una vita: dipende un po' dal solito mezzo bicchiere, che comunque quel giorno feci molta fatica a vedere pieno.
Il motivo per cui nella sacca finì la Nikon F65, e non la Canon EOS di pari prezzo, fu essenzialmente che Emanuela aveva già la F60, comprata l'anno precedente ad Abu Dhabi a seguito di un evento analogo. Il che voleva dire, almeno, risparmiare qualcosina sulle ottiche, condividendole con lei.
Per dire: non eravamo ancora sposati. Potete quindi capire che razza di promessa di amore eterno potesse consumarsi in quegli istanti dietro al bancone di quel fotografo di Sukhumvit, centro di Bangkok.
Il risultato, dunque, fu che atterrai infine in casa Nikon, portando via dal negozio anche i soliti e classici zoom 35-70 e 70-210mm: ottiche niente di che ed economiche, ma quelle belle le aveva già in borsa la mia futura moglie.

Nikon F65, con me dal 2001

Da allora, e fino allo scorso giovedì 17, la F65 è stata la mia fedele compagna. Nel 2002, in occasione del viaggione in Asia Centrale, ci siamo regalati anche un bellissimo Sigma 24-70 f2.8, del diametro di ben 84mm, che da allora è il mio obiettivo principale. Pesa come la Madonna nera di Chestokowa, ma fa molto figaccione e l'ho spesso ringraziato fra i vicoli stretti e bui di alcune cittadine medievali, per non parlare dei panorami himalayani che è stato in grado di inquadrare alla distanza focale di 24mm.
Dovessi però dirvi davvero se la Nikon di per sé mi abbia regalato grandi soddisfazioni, beh, la risposta sarebbe no. Non so bene il perché, ma la verità è che io e la F65, tutto sommato, non abbiamo mai trovato il giusto mood reciproco. Qualche volta ho rimpianto la Canon EOS lasciata sul bancone a Bangkok, molto più leggera, fra l'altro. Ma non ho del resto mai avuto la controprova. Però ve l'ho detto: io, tant'è, la Canon me la porto un po' nel cuore da ormai quasi vent'anni.
Comunque, oltre all'Indocina ed al sabbatico in Asia, la F65 mi ha seguito successivamente alle Seychelles, nei Paesi Baltici, in Normandia e, in piccola parte, in Bosnia, senza quasi mai tradirmi. Considerato che solo in Asia Centrale ha scattato 7.395 volte, posso dire di averla abbastanza ammortizzata.

Siamo quasi in fondo a questa noiosissima (per voi pochi che siete sopravvissuti fin qua; commovente, per me) storia della mia lunga relazione con il formato 35mm su diapositiva.

Vi ho detto Bosnia, in piccola parte. E parlavo di Leonardo, all'inizio. Già perché proprio l'arrivo di Leonardo ha dato la prima spallata alla filosofia di una vita: pochi giorni dopo la sua nascita, in occasione del mio ennesimo compleanno la famiglia tutta, organizzatasi come il clan di don Vito Corleone, mi regalava bella infiocchettata la mia prima digitale, una compattina Nikon Coolpix 4300 da 4 Megapixel con uno zoom ottico equivalente ad un 38-114mm.
La Coolpix 4300 consente di scattare in modalità automatica, ma anche totalmente manuale, anche se di fatto è talmente laborioso ed inutile - date le caratteristiche della macchina - che praticamente si scatta sempre e comunque in automatico.

Nikon Coolpix 4300, con me dal 2002

E' stato l'inizio della rivoluzione. Centinaia di scatti digitali hanno iniziato ad accumularsi sul mio hard disk e praticamente in parallelo, come non bastasse, è anche nato questo blog, che è diventato il contenitore di buona parte delle prove fatte con la Coolpix. Quasi tutte le immagini del fotoblog e le mitiche carrellate da via Redi, ad esempio, sono state scattate con la macchinetta qua sopra.
Non è male la Coolpix, fa il suo lavoro, lo fa bene. Spesso, mi tocca ammetterlo, soprattutto in condizioni difficili: lo fa meglio di quanto non possa riuscire io con la mia Nikon F65 lavorando in manuale. Il che significa anche che tutto sommato come fotografo non sono affatto un granché.
Sta di fatto che un po' per comodità, un po' per pigrizia, un po' perché l'arrivo di Leonardo ha temporanemente sospeso le nostre zingarate estreme in giro per il pianeta, un po' per tanti altri motivi, la Coolpix è diventata immediatamente la macchina ufficiale di casa, alla faccia delle tonnellate di reflex che ormai albergano nei nostri scaffali e degli anatemi dei quali, ormai diecimila righe fa, vi raccontavo.

Una digitale... e pure compatta!... Epperò, Bosnia quasi tutta, più o meno l'intero viaggio a Cipro (ho scattato 500 foto in digitale ed un solo rullino di diapositive...), l'Oberland, il Monte Bianco: sono tutte immagini del giocattolino di cui sopra.
Peraltro, altri scatti in digitale sono arrivati grazie ai maledetti telefonini con macchina fotografica incorporata che mi sono passati fra le mani dal 2003 in avanti: il Nokia 6230, prima, e l'attuale Motorola MPx220, che mi segue da giugno di quest'anno.

Nokia 6230 e Motorola MPx220

I loro sensori da poco più di 1Megapixel sono delle vere e proprie schifezze, mi verrebbe da dire degli insulti al dio della fotografia, ma come ben sa chi segue questo blog ci sono volte che non resisto alla tentazione e mi faccio prendere la mano...

Immaginate già a questo punto come va a finire questa storia e cos'è accaduto giovedì 17 novembre. A mio ulteriore alibi va aggiunto che quest'estate la buona F65 ha cominciato - anche lei - a dare qualche segno di squilibrio e ad incepparmisi un paio di volte.

E già, i tempi sono ormai maturi, e tutto sommato è vero che è comoda, e poi la tecnologia ha fatto passi da gigante, e in fondo abbiamo ripreso a viaggiare, e poi l'ammortizzeremo rapidamente, e buaaaaaaa *la voglio*, e io *non* ho mai detto che non sarei mai passato al digitale, o forse sì ma non me ne ricordo, e so dove spendere meno, e bla bla bla... Eocchei: finalmente è arrivata. Sono lieto di annunciare che anche noi, da oggi, siamo tra i felici possessori di una vera reflex digitale!
E al diavolo - di nuovo - le mie ottiche: ho rifatto tutto daccapo un'altra volta e ho coronato il mio sogno. Eccheccavolo, se devo fare il passo definitivo, allora voglio farlo bene una volta per tutte!
Vi presento dunque la nuova entrata in casa Orizzintintorno, la - ovviamente Canon - 20D:

Canon 20D, con me da oggi!

So che molti di voi la conoscono benissimo, non è certo l'ultima nata, ma il biglietto da visita è assai promettente e settimane di studio mi hanno infine convinto: 8.5 Megapixel, modalità di scatto pressoché infinite, scheda base da 2Gb (le ho acquistato una SanDisk Extreme III velocissima di ultima generazione). Due nuove ottiche, per cominciare: un Sigma 18-50 f2.8, equiparabile ad un 28,8-80mm standard, ed un 28-300 f3.5/6.3 equivalente ad un 44,8-480mm. Per dire, con 480mm di zoom, 1/8000 di velocità minima dell'otturatore ed una sensibilità massima a 3200 ISO posso anche provare a fotografare il culo ai passeri in volo in una tipica giornata novembrina a Milano, che non so se avete presente. E perdonate il francesismo, ma metafora migliore per descrivere la mia incontenibile euforia non mi viene.

E' davvero finita un'era, è davvero cominciato un nuovo modo di viaggiare. Appuntamento a dicembre alle Åland, dove la 20D debutterà ufficialmente. Da quel momento, praticamente tutte le nuove foto di Orizzontintorno le dovrete a questa specie di mostro tecnologico (ed alla cara piccola Coolpix, naturalmente). E al diavolo i cristalli di alogenuro d'argento.

N.B. Sì, sono stato lipperlì per acquistare la 5D. Poi sono ritornato in me.

N.B. Col cavolo che le vendo le mie vecchie reflex :-P
17.23 del 20 Novembre 2005  
 
4 commenti pubblicati
Ottima scelta mio caro, e... ero sicuro che prima o poi anche tu facevi Caporetto verso la reflex digitale!!!
L'ha detto Massimo, 21 novembre 2005 alle 10.28
Ho comprato anche io una reflex digitale di recente cadendo vittima del bambino che c' in me. Comprendo benissimo l'euforia post acquisto: io ne sono ancora vittima. Buon divertimento!
L'ha detto Alberto, 21 novembre 2005 alle 20.57
Anche io penso di capitolare come te, infatti mi attira tantissima l'ultima fujifilm da 9 Mpixel uscita a Settembre e poi ......
..... mi sono rotto di dover fare tutte le scansioni ;)

Attendo di vedere le prime foto con la nuova macchina.

ciao
L'ha detto Riccardo, 30 novembre 2005 alle 12.53
...eh si caro Carlo....la reflex digitale davvero un giocattolo pericoloso, soprattutto se in mani da fotografo come le tue! Io a Cuba con la mia nuova Minolta, son davvero tornato bambino!
L'ha detto Davide, 8 dicembre 2005 alle 00.12


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