Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Come lacrime nella pioggia
MAG Amarcord, Blog e luoghi
Leggo che oggi ad El Chalten ci sono alberghi e strade, agenzie turistiche, campeggi organizzati e negozi di souvenir. Io riuscii ad arrivare - e riuscire è il verbo giusto - ad El Chalten nell'agosto del '90, in pieno inverno australe. Ci vollero quattro buone ore di faticosa strada sterrata da El Calafate, e va bene che non c'era neve ed avevano appena costruito il ponte sul Rio Fitz Roy, così che da un anno non era più necessario guadarlo con i cavalli.
Lo stavano costruendo El Chalten, nell'agosto del '90. C'erano dodici case di legno, tutte uguali, alcune ancora da terminare. In una viveva Pavarotti. Io dormivo nella mia tenda, che avevo montato vicino agli alberi dove Pavarotti legava i cavalli. Il Fitz Roy si innalzava proprio sopra di me ed all'alba si tingeva di rosso fuoco. Nella tenda, di notte il freddo condensava sul telo interno in una patina di ghiaccio. Al mattino dovevo asciugare tutto, ma con gli scarponi non c'era nulla da fare: umidi e gelidi.
I miei soci spagnoli dormivano nel rifugio di latta, ma lì dentro faceva un frio que te matava. Almeno io avevo il mio sacco piuma integrale.

Sento dire che a Shigatse stanno costruendo grattacieli. Avevamo già alle spalle parecchie centinaia di chilometri di sterrato lungo la Friendship Highway, quel pomeriggio di luglio del 2002, quando entrammo finalmente in paese. Ci sorprendemmo a percorrere l'ultimo chilometro di strada su un viale asfaltato a quattro corsie, nuovo di zecca. E poi i soliti nuovi quartieri cinesi, come già avevamo visto a Lhasa qualche giorno prima. Anonimi, orribili. Un pessimo mònito ed un triste benvenuto nella seconda città del Tibet, a quasi quattromila metri di quota e ad un paio di giorni dal campo base dell'Everest. Ci rimanemmo male.
Ricordo che a Shigatse il cellulare funzionava perfettamente e avevo trovato anche un paio di nuovissimi Internet cafè. Andai dal barbiere dell'albergo a tagliarmi i capelli. L'evento attirò molti spettatori. Non ne capitavano ancora molti di occidentali in viaggio da soli, certo nessuno che si fermasse a farsi tagliare i capelli. Fu divertente e mi riconciliò con il luogo.
Poi ci perdemmo per i vicoli del monastero e fra le bancarelle del mercato locale. Comprai lì il mio occhio del Buddha.

A quanto pare la nuova stazione di Lhasa è un'opera avveniristica. Sembra che un tunnel la colleghi direttamente alla città.
E così ce l'hanno fatta e nulla sarà più come prima, a meno di non volersi avventurare verso il campo base del Qomolongma percorrendo la rotta che proviene da Kashgar.
Resta il fatto che non c'è alcuna ragione al mondo per farlo. Tranne forse per noi. E comunque è una ragione anch'essa che presto verrà meno.

E' che se hai dormito in tenda al Chalten ed hai sfidato l'antica maledizione cinese dell'autobus Golmud-Lhasa non puoi fare a meno di sentirti un po' come Roy Batty.

El Chalten nel 1990
Fra i vicoli di Shigatse
Lhasa, il quartiere sotto al Potala. Oggi non esiste quasi più
16.36 del 13 Maggio 2006  
 
1 commento pubblicato
sono stato anch'io a El Chalten.. nel 2001 con quelle bellissime 4 ore di pullmann da El calafate su strada sterrata.. l'uomo bianco sta arrivando in ogni dove col suo carico di tecnologia , progresso, comodità di merda!!! ma occhio che la natura si sta già ribellando.. profondamente AUG
L'ha detto wolf, 18 aprile 2007 alle 00.09


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