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A dire il vero, per quanto mi ci sia messo di buona volontà,
due righe in merito scritte come si deve proprio non riesco
a buttarle giù, cosicché dovrei forse smentire
la mia indimenticata professoressa di italiano del liceo
che a mia mamma diceva sempre che io sarei in grado di fare
un tema anche sull'elenco telefonico. Fra parentesi, non
è affatto vero. Infatti bucai il tema di maturità:
non avevo nulla da dire su alcuno dei cinque titoli possibili.
E' che in questo capitolo che ho appena letto di "In
Afghanistan" ("The places in between")
Rory
Stewart ha già detto tutto quel che credo
ci sia da dire, e qualunque commento mi suona irrimediabilmente
stonato e fuori luogo.
Magari un'altra volta, eh?
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[...] Ormai in Afghanistan avevo
una mezza dozzina di amici che lavoravano nelle ambasciate,
nei gruppi di esperti, nelle agenzie internazionali
per lo sviluppo, alle Nazioni Unite e al governo afghano,
e che dirigevano progetti da milioni di dollari. Un
anno prima erano stati in Kosovo o a Timor Est, un anno
dopo sarebbero stati trasferiti in Iraq, o in uffici
di New York o di Washington.
Il loro obiettivo era (per citare la Missione di aiuto
all'Afghanistan delle Nazioni Unite) "la creazione
di un governo centralizzato, ad ampia base e multietnico,
impegnato nella promozione della democrazia, dei diritti
umani e del principio di legalità". Lavoravano
dalle dodici alle quattordici ore al giorno redigendo
documenti relativi a iniziative riccamente finanziate
sulla "democratizzazione", la "capacità
di miglioramento", la "differenza di genere",
lo "sviluppo sostenibile", la "formazione
professionale" o i "problemi di tutela".
Per la maggior parte erano sulla trentina, con almeno
due lauree, spesso in Diritto internazionale, Economia
o Sviluppo. Provenivano da ambienti borghesi di paesi
occidentali, e di sera cenavano tra di loro e si scambiavano
aneddoti sulla corruzione nel governo e l'incompetenza
delle Nazioni Unite. Raramente uscivano da Kabul sui
loro fuoristrada perché gli era stato vietato
dai loro consiglieri per la sicurezza.
C'erano persone, come i due funzionari politici di Chakhcharan,
esperte e ben informate sulle condizioni di vita nelle
aree rurali dell'Afghanistan, ma erano a malapena una
cinquantina su molte migliaia. La maggior parte degli
amministratori non sapeva quasi nulla dei villaggi in
cui viveva il novanta per cento della popolazione afghana.
Provenivano da paesi postmoderni, laici, globalizzati,
di tradizione liberale nelle leggi e nel governo. Per
loro era naturale avviare progetti su piani regolatori,
diritti delle donne e cablaggi in fibra ottica, parlare
di processi trasparenti, lineari e responsabili, di
tolleranza e società civile, e riferirsi a un
popolo "che desidera la pace a ogni costo e comprende
la necessità di avere un governo centrale e multietnico".
Ma che cosa capivano loro dei processi mentali della
moglie di Sayyid Kerbalahi, che in quarant'anni non
si era mai allontanata di più di cinque chilometri
da casa sua? O del dottor Habibullah, il veterinario,
che si portava in giro il suo fucile con la stessa disinvoltura
con cui loro portavano la ventiquattrore? Gli abitanti
dei villaggi che avevo incontrato erano in maggioranza
analfabeti, ben lungi dall'avere elettricità
o televisione, sapevano ben poco del mondo esterno e
avevano opinioni molto particolari sull'islam e sul
concetto di etnia. La gente di Kamenj comprendeva il
potere politico dal punto di vista del suo signore feudale
Haji Moshin Khan. A Herat Ismail Khan voleva un ordine
sociale basato sulla politica islamica dell'Iran. Gli
hazara come Ali non sopportavano l'idea di un governo
centrale perché lo associavano al dominio di
altri gruppi etnici e alle sofferenze patite sotto i
talebani. Queste differenze tra gruppi etnici erano
profonde, sfuggenti e molto difficili da risolvere.
In alcune aree, la democrazia del villaggio, i problemi
di disparità tra i sessi e la centralizzazione
sarebbero stati concetti difficili da far passare.
I loro amministratori non avevano il tempo, le strutture
o le risorse per uno studio serio su una cultura che
non conoscevano. Giustificavano la propria mancanza
di conoscenza e di esperienza concentrandosi sulla povertà
e insinuando che non esistessero drammatiche differenze
culturali. Si comportavano come se gli abitanti dei
villaggi fossero interessati a tutte le priorità
delle organizzazioni internazionali, anche quando erano
contraddittorie.
In un seminario a Kabul udii per la prima volta Mary
Robinson, alto commissario delle Nazioni Unite per i
Diritti umani, dire: "E' da venticinque anni che
gli afghani lottano per i diritti umani. Non c'è
bisogno di spiegar loro quali siano". In seguito
il capo di un'importante agenzia per l'alimentazione
aggiunse in privato: "Agli abitanti dei villaggi
non importano i diritti umani. Sono come tutti i poveri
del mondo. Tutto quello di cui si preoccupano è
da dove arriverà il loro prossimo pasto".
Al che, il capo di una organizzazione non governativa
afghana che si occupava di terapia rispose: "L'unica
cosa che bisogna sapere di queste persone è che
soffrono di disturbi da stress post-traumatico".
Le differenze tra gli amministratori stranieri e un
hazara come Ali andavano ben oltre la sua mancanza di
cibo. Raramente Ali si preoccupava da dove provenisse
il suo pasto successivo. Se definiva se stesso era principalmente
in quanto musulmano e hazara, non in quanto afghano
affamato. Le diverse correnti dell'islamismo, i punti
di vista sulle etnie, il governo, i metodi appropriati
per la risoluzione dei conflitti (inclusi i conflitti
armati) e l'esperienza di venticinque anni di guerra
differivano molto da una regione all'altra. Persino
all'interno dell'area coperta in una settimana di cammino,
mi imbattei in zone in cui i beg locali erano stati
fatti cadere da una rivoluzione sociale finanziata dall'Iran,
altre in cui le strutture feudali erano ancora al loro
posto, e altre ancora che avevano subito la violenza
dei talebani, oltre a zone in cui gli abitanti dei villaggi
usavano violenza gli uni sugli altri. Gli amministratori
non erano in grado di dedicare il tempo, l'immaginazione
e l'ostinazione necessarie a comprendere queste diverse
esperienze. Pertanto era quasi impossibile cambiare
la società afghana nel modo in cui volevano cambiarla.
I critici hanno accusato di neocolonialismo questa nuova
genia di amministratori. In realtà il loro approccio
non è quello dei funzionari coloniali del XIX
secolo. Gli amministratori coloniali forse sono stati
razzisti e sfruttatori, ma perlomeno si sono dedicati
con serietà al compito di comprendere le persone
che stavano governando. Reclutavano persone disposte
a trascorrere tutta la loro carriera in province pericolose
di uno stato sconosciuto. Investivano denaro nell'insegnamento
della lingua locale agli amministratori e agli ufficiali
militari. Fondavano veri e propri ministeri, addestravano
una élite locale e portavano avanti innumerevoli
studi accademici sui loro soggetti attraverso istituti
e musei, reali società geografiche e reali giardini
botanici. Mantenevano in pareggio il bilancio locale
e generavano entrate fiscali perché, in caso
contrario, difficilmente il governo della madrepatria
li avrebbe tolti dai pasticci. Se fallivano nel buon
governo la popolazione si ribellava.
Gli esperti che intervengono dopo i conflitti hanno
acquisito il prestigio senza lo sforzo o lo stigma dell'imperialismo.
La negazione implicita delle differenze tra culture
è il nuovo marchio globale della mediazione internazionale.
La loro politica fallisce ma nessuno ci bada. Non ci
sono organismi di controllo credibili e non c'è
nessuno che si prenda una responsabilità formale.
I singoli funzionari non stanno mai nello stesso posto
e raramente abbastanza a lungo in un'organizzazione
per essere valutati in modo adeguato. L'impresa coloniale
poteva essere giudicata dal grado di sicurezza o dalle
entrate che produceva, mentre i neocolonialisti non
hanno simili criteri sul risultato. In realtà
la loro inutilità li favorisce. Evitando ogni
seria azione di giudizio essi, a differenza dei loro
predecessori colonialisti, riescono a sfuggire a qualsiasi
accusa di razzismo, sfruttamento e oppressione.
Il fatto è, forse, che nessuno richiede più
di un'affascinante illusione di attività a favore
dei Paesi in via di sviluppo. Se gli amministratori
sanno poco dell'Afghanistan, la gente comune ne sa ancora
di meno, e pochi si preoccupano dei fallimenti politici
quando degli effetti si risente soltanto in Afghanistan.
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