Orizzontintorno Carlo Paschetto
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GIU Segnalazioni, Viaggi fra le parole
A dire il vero, per quanto mi ci sia messo di buona volontà, due righe in merito scritte come si deve proprio non riesco a buttarle giù, cosicché dovrei forse smentire la mia indimenticata professoressa di italiano del liceo che a mia mamma diceva sempre che io sarei in grado di fare un tema anche sull'elenco telefonico. Fra parentesi, non è affatto vero. Infatti bucai il tema di maturità: non avevo nulla da dire su alcuno dei cinque titoli possibili.

E' che in questo capitolo che ho appena letto di "In Afghanistan" ("The places in between") Rory Stewart ha già detto tutto quel che credo ci sia da dire, e qualunque commento mi suona irrimediabilmente stonato e fuori luogo.
Magari un'altra volta, eh?


[...] Ormai in Afghanistan avevo una mezza dozzina di amici che lavoravano nelle ambasciate, nei gruppi di esperti, nelle agenzie internazionali per lo sviluppo, alle Nazioni Unite e al governo afghano, e che dirigevano progetti da milioni di dollari. Un anno prima erano stati in Kosovo o a Timor Est, un anno dopo sarebbero stati trasferiti in Iraq, o in uffici di New York o di Washington.
Il loro obiettivo era (per citare la Missione di aiuto all'Afghanistan delle Nazioni Unite) "la creazione di un governo centralizzato, ad ampia base e multietnico, impegnato nella promozione della democrazia, dei diritti umani e del principio di legalità". Lavoravano dalle dodici alle quattordici ore al giorno redigendo documenti relativi a iniziative riccamente finanziate sulla "democratizzazione", la "capacità di miglioramento", la "differenza di genere", lo "sviluppo sostenibile", la "formazione professionale" o i "problemi di tutela". Per la maggior parte erano sulla trentina, con almeno due lauree, spesso in Diritto internazionale, Economia o Sviluppo. Provenivano da ambienti borghesi di paesi occidentali, e di sera cenavano tra di loro e si scambiavano aneddoti sulla corruzione nel governo e l'incompetenza delle Nazioni Unite. Raramente uscivano da Kabul sui loro fuoristrada perché gli era stato vietato dai loro consiglieri per la sicurezza.

C'erano persone, come i due funzionari politici di Chakhcharan, esperte e ben informate sulle condizioni di vita nelle aree rurali dell'Afghanistan, ma erano a malapena una cinquantina su molte migliaia. La maggior parte degli amministratori non sapeva quasi nulla dei villaggi in cui viveva il novanta per cento della popolazione afghana. Provenivano da paesi postmoderni, laici, globalizzati, di tradizione liberale nelle leggi e nel governo. Per loro era naturale avviare progetti su piani regolatori, diritti delle donne e cablaggi in fibra ottica, parlare di processi trasparenti, lineari e responsabili, di tolleranza e società civile, e riferirsi a un popolo "che desidera la pace a ogni costo e comprende la necessità di avere un governo centrale e multietnico".
Ma che cosa capivano loro dei processi mentali della moglie di Sayyid Kerbalahi, che in quarant'anni non si era mai allontanata di più di cinque chilometri da casa sua? O del dottor Habibullah, il veterinario, che si portava in giro il suo fucile con la stessa disinvoltura con cui loro portavano la ventiquattrore? Gli abitanti dei villaggi che avevo incontrato erano in maggioranza analfabeti, ben lungi dall'avere elettricità o televisione, sapevano ben poco del mondo esterno e avevano opinioni molto particolari sull'islam e sul concetto di etnia. La gente di Kamenj comprendeva il potere politico dal punto di vista del suo signore feudale Haji Moshin Khan. A Herat Ismail Khan voleva un ordine sociale basato sulla politica islamica dell'Iran. Gli hazara come Ali non sopportavano l'idea di un governo centrale perché lo associavano al dominio di altri gruppi etnici e alle sofferenze patite sotto i talebani. Queste differenze tra gruppi etnici erano profonde, sfuggenti e molto difficili da risolvere. In alcune aree, la democrazia del villaggio, i problemi di disparità tra i sessi e la centralizzazione sarebbero stati concetti difficili da far passare.
I loro amministratori non avevano il tempo, le strutture o le risorse per uno studio serio su una cultura che non conoscevano. Giustificavano la propria mancanza di conoscenza e di esperienza concentrandosi sulla povertà e insinuando che non esistessero drammatiche differenze culturali. Si comportavano come se gli abitanti dei villaggi fossero interessati a tutte le priorità delle organizzazioni internazionali, anche quando erano contraddittorie.
In un seminario a Kabul udii per la prima volta Mary Robinson, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, dire: "E' da venticinque anni che gli afghani lottano per i diritti umani. Non c'è bisogno di spiegar loro quali siano". In seguito il capo di un'importante agenzia per l'alimentazione aggiunse in privato: "Agli abitanti dei villaggi non importano i diritti umani. Sono come tutti i poveri del mondo. Tutto quello di cui si preoccupano è da dove arriverà il loro prossimo pasto". Al che, il capo di una organizzazione non governativa afghana che si occupava di terapia rispose: "L'unica cosa che bisogna sapere di queste persone è che soffrono di disturbi da stress post-traumatico".

Le differenze tra gli amministratori stranieri e un hazara come Ali andavano ben oltre la sua mancanza di cibo. Raramente Ali si preoccupava da dove provenisse il suo pasto successivo. Se definiva se stesso era principalmente in quanto musulmano e hazara, non in quanto afghano affamato. Le diverse correnti dell'islamismo, i punti di vista sulle etnie, il governo, i metodi appropriati per la risoluzione dei conflitti (inclusi i conflitti armati) e l'esperienza di venticinque anni di guerra differivano molto da una regione all'altra. Persino all'interno dell'area coperta in una settimana di cammino, mi imbattei in zone in cui i beg locali erano stati fatti cadere da una rivoluzione sociale finanziata dall'Iran, altre in cui le strutture feudali erano ancora al loro posto, e altre ancora che avevano subito la violenza dei talebani, oltre a zone in cui gli abitanti dei villaggi usavano violenza gli uni sugli altri. Gli amministratori non erano in grado di dedicare il tempo, l'immaginazione e l'ostinazione necessarie a comprendere queste diverse esperienze. Pertanto era quasi impossibile cambiare la società afghana nel modo in cui volevano cambiarla.

I critici hanno accusato di neocolonialismo questa nuova genia di amministratori. In realtà il loro approccio non è quello dei funzionari coloniali del XIX secolo. Gli amministratori coloniali forse sono stati razzisti e sfruttatori, ma perlomeno si sono dedicati con serietà al compito di comprendere le persone che stavano governando. Reclutavano persone disposte a trascorrere tutta la loro carriera in province pericolose di uno stato sconosciuto. Investivano denaro nell'insegnamento della lingua locale agli amministratori e agli ufficiali militari. Fondavano veri e propri ministeri, addestravano una élite locale e portavano avanti innumerevoli studi accademici sui loro soggetti attraverso istituti e musei, reali società geografiche e reali giardini botanici. Mantenevano in pareggio il bilancio locale e generavano entrate fiscali perché, in caso contrario, difficilmente il governo della madrepatria li avrebbe tolti dai pasticci. Se fallivano nel buon governo la popolazione si ribellava.
Gli esperti che intervengono dopo i conflitti hanno acquisito il prestigio senza lo sforzo o lo stigma dell'imperialismo. La negazione implicita delle differenze tra culture è il nuovo marchio globale della mediazione internazionale. La loro politica fallisce ma nessuno ci bada. Non ci sono organismi di controllo credibili e non c'è nessuno che si prenda una responsabilità formale. I singoli funzionari non stanno mai nello stesso posto e raramente abbastanza a lungo in un'organizzazione per essere valutati in modo adeguato. L'impresa coloniale poteva essere giudicata dal grado di sicurezza o dalle entrate che produceva, mentre i neocolonialisti non hanno simili criteri sul risultato. In realtà la loro inutilità li favorisce. Evitando ogni seria azione di giudizio essi, a differenza dei loro predecessori colonialisti, riescono a sfuggire a qualsiasi accusa di razzismo, sfruttamento e oppressione.
Il fatto è, forse, che nessuno richiede più di un'affascinante illusione di attività a favore dei Paesi in via di sviluppo. Se gli amministratori sanno poco dell'Afghanistan, la gente comune ne sa ancora di meno, e pochi si preoccupano dei fallimenti politici quando degli effetti si risente soltanto in Afghanistan. [...]
11.08 del 07 Giugno 2006  
 
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