Sono certo che sul menù non c'era scritta la stessa
cosa, ma nulla da fare: palline di gelato alla vaniglia,
ancora. Però almeno questa volta ci siamo tolti le
scarpe e non abbiamo cercato di fregare le pantofole ai
camerieri. E poi non è proprio vero, dài,
sto un po' romanzando: prima mi è arrivata un'interessante
ciotola di pelle di maiale tagliata a striscioline. Pare
sia un gustosissimo antipasto da innaffiare con birra giapponese.
Emanuela è stata più pragmatica: si è
alzata, si è avvicinata al tavolo (tavolo?)
a fianco al nostro, ha curiosato un po' nei piatti di una
coppia allibita di giapponesi e ha indicato alla cameriera
la ciotola più familiare. Io mi sarei anche catapultato
dal ridere, ma stando seduti per terra c'è ben poco
di che catapultarsi. E a pensarci, ma che ci trova questa
gente nel mangiare, dormire e vivere per terra? Mah. A me
viene solo un gran mal di schiena.
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Leoanardo,
supper in Japan
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Comunque. Che debbo dirvi? Abbiamo lasciato Tokyo e siamo
dunque a zonzo per il Giappone, ma io rimango monotematico.
Sì, per carità, scatto anche in giro qua e là:
panorami, per dire, tempietti e casette, particolari a caso,
e qualcosina tutto sommato vi ho anche fatto vedere e ancora
lo farò.
Come ad esempio l'ingresso al tempio di Jochi-Ji, che si trova
sulla strada fra Kita-Kamakura e Kamakura, circa cinquanta
chilometri a sud di Tokyo, itinerario da percorrersi assolutamente
a piedi, di tempio in tempio, fino all'oceano, magari fermandovi
per pranzo lungo la strada in qualche locanda tradizionale,
dove - per quanto abbiate studiato - avrete anche il piacere
di infilare una sequenza di gaffe da primato. Tipo:
e io che ne sapevo che il cucchiaione di legno serve per aiutarsi
a tirar su dalla zuppa i noodle con i bastoncini (fuori:
quaranta all'ombra; dentro: zuppona bollente di verdure...)?
Ovviamente io l'ho usato come un banalissimo cucchiaio e,
in effetti, mi chiedevo perché avesse le dimensioni
di un mestolo. Figura orrenda, come al solito.
Magari vi faccio anche vedere il celebre
santuario di Nikko, censito dall'Unesco, che si trova un centinaio
di chilometri a nord di Tokyo. Tra parentesi, Nikko è
bella sì, ma ad essere onesti va detto che dopo essere
stati in Tibet ed in Mongolia il buddismo giapponese sa un
po' di plastica, e non saprei come altro dire.
Ecco, qualcosina vi faccio sì vedere. Ma poi monotematico
resto. Perché il fatto è che andando a zonzo
per il Giappone l'occhio va inevitabilmente altrove.
Così, ad esempio, avvicinandovi a Kamakura i templi
sono via via sempre più affollati, e magari arrivate
in città in piena rush hour, per giunta durante
la festa dei fuochi d'artificio, e dire che per le strade
*non si gira* dalla folla, no, non rende proprio l'idea, credetemi,
ché all'improvviso tutto il Giappone sembra essere
qui attorno a voi, e sono tanti sì i giapponesi, ma
proprio tanti...
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Streets of
Kamakura
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E io che ci posso fare se a me piace fotografare la gente?
Prima di ogni altra cosa, il viaggio per me è la gente.
Sono i volti, i colori, gli occhi, la folla, le voci. E se
ci mettete che i giapponesi adorano farsi fotografare,
che altro posso dirvi, io, se non anticiparvi direttamente
qualcosa di ciò che al nostro ritorno finirà
nell'archivio fotografico di Orizzontintorno?
Vogliamo poi parlare di come ci si sposta in Giappone? Ad
esempio, dicevamo di Nikko. Ecco, non è che io mi alzi
prestissimo alla mattina, anzi, non parliamo poi di quando
sono in vacanza. Solo che Nikko non è proprio dietro
l'angolo, né è una passeggiata che ti sbrighi
in un'oretta.
Certo che se puoi uscire dall'albergo alle dieci del mattino,
scendere in metropolitana, salire subito su un treno, scendere
ad Asakusa pochi minuti dopo, con un paio di scale mobili
trovarti davanti alle biglietterie automatiche della Tobu
line, non doverti preoccupare degli orari perché
puoi essere certo che qualunque sia l'ora il tuo treno
è probabilmente pronto al binario, salire quindi nel
giro di pochi minuti su quello che a dirtela tutta sembra
un aereo tirato a lucido come fosse uscito ieri di fabbrica,
e pensare che è solo un banale intercity, partire spaccando
il minuto ed arrivare alla stazione di Imaichi spaccando ancora
il minuto e ad una velocità che spiegagliela alla nostra
(...) TAV (...), scendere (passeggino? E che problema c'è?
Barriere architettoniche what?) e trovare la tua coincidenza
per Nikko pronta a partire due minuti esatti dopo sulla stessa
banchina, salire quindi sulla tua coincidenza, partire nuovamente
spaccando il minuto ed arrivare a Nikko con una precisione
tale che - come recita il motto della Japan Railways - ci
puoi regolare il tuo orologio; ecco, se puoi tutto questo,
vuoi ancora che ti spieghi come ci si sposta in Giappone?
Vi dico una cosa: vi preoccupa come fare a capire quale sia
la stazione alla quale dovete scendere? A parte che sia le
stazioni ferroviarie, sia quelle della metropolitana, hanno
i cartelli anche in caratteri latini, il problema non esiste
proprio. Perché a voi non interessa affatto sapere
come riconoscere la vostra stazione: a voi interessa
solo sapere a che ora dovete scendere e preoccuparvi
di avere l'orologio regolato giusto. Mi spiego? (*)
E peraltro, ad esempio, se state viaggiando sulla Yamanote,
la linea circolare veloce di Tokyo, durante il viaggio i monitor
all'interno dei vagoni (uno per ogni porta, non uno
per ogni vagone) vi annunciano via via le stazioni, con bellissimi
grafici colorati bilingue, mostrandovi in tempo reale il punto
in cui vi trovate, tutti i tempi di percorrenza previsti per
le prossime stazioni, tutte le coincidenze con le altre linee
metropolitane e ferroviarie, il posizionamento delle scale
mobili della prossima stazione rispetto al punto di fermata
del vostro vagone, la mappa della stazione con tutte le uscite
e bla bla bla.
Solo a raccontarvela sto sudando, e non è che un esempio:
volete ancora che vi spieghi come ci si sposta in Giappone?
Ora mi aspetto che passi nuovamente quel bel tipo che lasciò
un commento ubriaco qui.
Polvere nascosta sotto al tappeto? Beh, ad esempio i bambini
in Giappone non esistono, ma questo - ricordate? - lo avevamo
già
scoperto. Per cui non c'è verso: il bambino
non paga, perché non esiste. Vuoi una stanza tripla?
Per quanto tu possa insistere te la becchi doppia e il bambino
dorme con te. Vuoi il posto in treno per il bambino? Niente
da fare, il bambino viaggia in braccio con te. Poi, vaglielo
a spiegare che appena Leonardo mette piede sul treno e si
accorge di non avere un posto tutto per sé diventa
(giustamente) una bestia e si incavola a morte.
Detto questo, il nostro Tato sta collezionando regalini a
iosa: le figurine dal controllore della metropolitana, il
bel libro sugli scarafaggi giganti (...) dalle cameriere dell'Hard
Rock cafè di Tokyo, la girandola e il pesce palla di
carta dalla cameriera del ristorante, e via così. Ma
la realtà è che il bambino in quanto tale non
esiste, punto. Almeno fino a sei anni, se ho capito bene.
E certo, se cresci fino a quell'età abituandoti a non
esistere come individuo, immaginati il risultato. Vorrei che
Stefania
mi dicesse la sua in proposito.
Infine: prima di lasciarvi, non la volete la più classica
delle cartoline dal Giappone? E già, da un paio di
giorni ci troviamo proprio ai piedi del Monte Fuji, per la
precisione a Fuji Yoshida, vicino a Kawaguchiko, zona dei
Cinque Laghi (o del Fuji Go-Ko), da dove parte la Kawaguchiko
route, la più frequentata via di salita alla più
elevata e più celebre cima del Giappone.
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Il Monte Fuji
da Fuji Yoshida, regione del Fuji Go-Ko
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Sì, sì, lo so: non c'è il classico cappuccio
di neve, né i ciliegi in fiore al contorno. E io che
ci posso fare se ci siamo arrivati a metà agosto in
un'afosa ed umida serata di pioggia? Non stiamo a fare i pignoloni,
eh? E poi, per dirvela tutta, questa foto che ho scattato
dalla finestra del nostro albergo, appena arrivati, è
anche l'unica del Fuji che con molta probabilità voi
vedrete qui ed io riporterò a casa. Non siamo molto
fortunati, noi, con le montagne
famose: oggi, giornata prevista per la salita e per
le foto di rito, il nostro amico è stato pressoché
invisibile tutto il giorno, sempre nascosto dalle nuvole.
Anzi, nel pomeriggio, mentre ci trovavamo al belvedere più
famoso della regione, si è scatenato il finimondo ed
ha diluviato per oltre due ore.
Pazienza. Questo non ci ha impedito di salire fino alla stazione
di quinto livello, a quasi quota 2.500, e di vivere così
quella che è indubbiamente la giapponesata più
kitch di tutto il Giappone: la marcia delle duecentomila persone
che ogni estate salgono alla cima.
Se mi metto a raccontarvela, questa volta sì, non la
finisco più. Vi dico solo che la Kawaguchiko route
è illuminata anche di notte, praticamente fino in vetta,
ed è talmente scavata nella montagna che se l'aria
è limpida la potete vedere da chilometri di distanza;
vi dico anche che alla stazione di quinto livello, ossia la
località più elevata raggiungibile con la (super)strada,
ogni ora decine di pullman scaricano migliaia di giapponesi
e non solo, attrezzati indifferentemente con le infradito
o come se dovessero salire l'Everest, con le bombole d'ossigeno
(sic!), il gps ed il satellitare; e infine vi dico che sulla
vetta del Fuji si trovano anche un negozio di souvenir, un
ufficio postale ed un paio di posti di ristoro. E qui mi fermo.
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Il trenino
che porta a Kawaguchiko, alle pendici del Fuji
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In marcia
sulla Kawaguchiko Route, verso la cima del Fuji...
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...Bombole
di ossigeno per salire sul Fuji!
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Eppure, nonostante tutto, a me ha emozionato essere qui. No,
non sono salito in cima. Prima di partire da Milano mi sono
tormentato per settimane chiedendomi se valesse la pena portarmi
gli scarponi da montagna e la giacca a vento solo per usarli
(forse) una giornata. Alla fine, di fronte a un bagaglio già
difficile da gestire, ho rinunciato.
Questa mattina, quando abbiamo seguito per un po' il fiume
infinito di persone, anziani e bambini che a migliaia affrontano
ogni giorno le sei ore di cammino ed i milletrecento metri
di dislivello per salire sulla vetta, a quota 3.776 metri
o giù di lì, un po' mi sono pentito, ve lo confesso.
Certo, era nuvoloso, non avrei visto un tubo, avrei mangiato
del gran freddo e preso anche un sacco d'acqua. E avrei dovuto
lasciar giù da soli ad annoiarsi per un pomeriggio
ed una nottata Emanuela e Leonardo (il Fuji, tradizionalmente,
si sale di notte per essere in vetta all'alba). Però
accidenti, tutto sommato è ben il Monte Fuji, e alla
fine mi è un po' spiaciuto non sedermi anche io lassù
e partecipare a questo metaforico mega abbraccio alla montagna
sacra del Giappone.
Vabbé: un paio di sassi di lava per la nostra collezione
li abbiamo presi, il Fuji è andato ed abbiamo aggiornato
la gloriosa galleria
di famiglia.
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Sulla Kawaguchiko
Route, salendo al Monte Fuji
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A quota 2.500
sul Monte Fuji
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E che adesso il Buddha ce la mandi buona con il meteo: i prossimi
giorni cercheremo di attraversare le Alpi giapponesi lungo
una rotta non molto frequentata dal turismo di massa, di villaggio
in villaggio, per poi raggiungere la vera capitale morale
del Giappone: Kyoto. Sayonara a tutti!
(*) Naturalmente il giorno dopo aver scritto questo passaggio
il nostro treno per Otsuki ha ritardato un'ora e mezza a causa
di un nubifragio. |