Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 Japan/5 - Crossing the alps
AGO Travel Log: Japan
Non potete capire da dove sto bloggando. Dopo le ger mongole in mezzo al Gobi, le yurte dei pastori kirghizi di Tash Rabat, il bungalow kanako di Lifou e le case tibetane di Tashi Dzong, eccoci in un altro luogo davvero fuori dal mondo: questa notte alloggiamo in un'autentica fattoria Gassho-Zukuri, nello sperduto villaggio di Ainokura, distretto di Gokayama, Alpi dello Honshu Centrale, un posticino per raggiungere il quale ci siamo dovuti arrabattare un po' con un paio di linee secondarie di autobus e macinare a piedi le ultime centinaia di metri di strada sotto il diluvio universale. Ma a tutto questo arrivo dopo.

Ora sto invece per farvi una confessione: anche noi, come i peggiori italiani all'estero da stereotipo, in qualunque posto si vada al mondo dobbiamo provare almeno una pizza locale. E non fate quella faccia, chiss che fate voi. Fate conto che la nostra sia un'indagine demoscopica e d'altra parte solo così abbiamo potuto apprezzare la famosa pizza di Noumea in Nuova Caledonia (pizza?), e scoprire che in Argentina fanno la miglior pizza del mondo dopo quella italiana, e provare la psichedelica pizza al montone di Ulaan Baatar in Mongolia.
Adesso vi dico un'altra cosa. Su questo pianeta il concetto di pizza viene interpretato nei modi più inquietanti, ma di una cosa potete essere certi: qualunque pizza al mondo è fatta da una cosa che sta sotto, che più o meno potete chiamare pane, e da varie cose che stanno sopra, e quando dico varie cose, intendo esattamente tutto quello che la vostra immaginazione vi suggerisce. Questo, perlomeno, è uno dei cinque pilastri fondamentali del viaggiatore.

Poi arrivate in Giappone, per la precisione a Takayama, ridente località montana assai rinomata turisticamente, circa sessantamila abitanti (qui la chiamano "un paesino di montagna"...). E questa è una pizza margherita, secondo loro:


Qualora la foto non fosse sufficientemente esplicativa prendetevela con la Nokia ed annotate: zuppa di pomodori lessati e formaggio fuso, leggermente gratinata in superficie. No, non abbiamo la foto della nostra faccia quando ce l'hanno portata. Ecco comunque la prova definitiva che in Giappone non si mangia solo sushi. Anzi, per dirvela tutta, noi siamo qui da dieci giorni ed io devo ancora vederlo il sushi.
Fra parentesi, ho fotografato qualche altro (vero) piatto locale. Direi che non ci possiamo lamentare, vi pare? Gli ingredienti sono quasi tutti noti, e quello che non è noto pazienza. Notare la carne fatta cuocere in tavola su una foglia di chissaché.

Questi giorni sulla nostra tavola

Altra curiosità. Qui siamo nell'anno 18. No, non 2018. Proprio diciotto, dell'epoca di non-ricordo-più-che e mi perdonino quelli che il vero viaggiatore dovrebbe imparare tutto della cultura locale e delle dinastie degli imperatori giapponesi: non lo so, lo avevo letto, ma ora non lo ricordo più e pazienza. Comunque, caso mai doveste pensare che ve la stia romanzando troppo, ecco qui la prova che non vi racconto storie, su un biglietto ferroviario:

14 Agosto dell'anno 18...

Poi: l'amico Monte Fuji si è fatto ben vedere all'alba del giorno della nostra partenza e così sono riuscito a scattarvene un'altra. Se siete abbastanza osservatori e vi state chiedendo cosa siano quelle che sembrano costruzioni sul fianco della montagna, un po' sulla sinistra, ebbene sì: sono tutti rifugi, negozi, posti tappa, ecc, disseminati lungo la Kawaguchiko Route, i cui tornanti si distinguono peraltro benissimo fino in vetta nella foto a grandezza originale. Capite adesso cosa intendevo quando dicevo che potete vedere la via di salita a chilometri di distanza?

Ciao Fuji...

Lasciato il Fuji, ci siamo avventurati nel Nagano Ken, ossia la provincia di Nagano, nelle Alpi giapponesi, nota per le stazioni sciistiche e per avere ospitato pochi anni fa le olimpiadi invernali (o erano i mondiali di sci?). Per raggiungere la nostra destinazione, Takayama, località turistica fra le montagne segnalata dall'Unesco e rinomata per le antiche case giapponesi, da Kawaguchiko abbiamo seguito una rotta un po' inconsueta, passando per Matsumoto e sparandoci cinque ore di viaggio suddivise fra un paio di treni ed un autobus, che fortunatamente Leonardo si è dormito per intero.
La rapidissima sosta a Matsumoto ci ha consentito di fare - letteralmente - una corsa fino al celebre Matsumoto-jo, che pare sia uno dei quattro castelli più belli di tutto il Giappone. Dodici minuti cronometrati per percorrere circa un chilometro dal terminal degli autobus al castello, che se siete in due più un passeggino con un bambino di due anni e mezzo dovete moltiplicare per quattro: prima va il papà, mentre la mamma si ferma in stazione a giocare con Leonardo, poi cambio staffetta. Se ci sono trentacinque gradi all'ombra e vi trascinate dietro uno zaino con qualche chilo di apparecchiatura fotografica, un paio di bottiglie di tè freddo ed una delle Lonely Planet più voluminose in circolazione, è anche una buona occasione per la vostra linea. Se fra il treno e l'autobus avete un'ora l'impresa è alla vostra portata, se avete solo cinquanta minuti pensateci bene perché gli autobus per Takayama non sono frequentissimi.
Infine, se siete dei pivelli, fate come tutti ed andate direttamente da Tokyo a Takayama in tre ore, prendendo l'ultraveloce shinkansen e cambiando poi treno a Nagoya, e pazienza per Matsumoto.

Matsumoto-jo
Alpi giapponesi, Nagano Ken, nei dintorni di Kamicochi

Luogo comune confermato: i giapponesi sono tanti, ma davvero tanti, proprio proprio tanti. Da Kawaguchiko a Matsumoto il territorio è praticamente urbanizzato senza soluzione di continuità, e sto parlando di decine di chilometri di valli e piccole pianure fra montagne di duemila metri. Da quello che ho capito, praticamemte quasi l'intero Giappone è così: i fondovalli e le pianure sono popolati a tappeto.
Scavalcando le Alpi verso Takayama si ha la possibilità di vedere quella che pare essere una delle poche regioni ancora (quasi) incontaminate, se escludiamo qualche diga, qualche stazione da sci, qualche megaviadotto, qualche superstrada, qualche elettrodotto, qualche torrente ingabbiato nel cemento, opera ingegneristica, quest'ultima, che sembra appassionare molto i giapponesi: il 95% dell'intera rete fluviale giapponese è forzata fra argini artificiali in cemento, addirittura fino quasi a tremila metri di quota.

A Takayama alloggiamo in un ostello, e fin qui vabbè, nulla di strano. E' l'unico posto dove abbiamo trovato un buco per dormire, perché anche i giapponesi - luogo comune sfatato - durante la settimana di ferragosto hanno la pessima abitudine di andare in ferie e quando si muovono, loro, sono centoventisettemilioni: capite dunque che razza di casino possa essere trovare un letto libero senza aver prenotato con almeno tre anni di anticipo.
La particolarità principale di questo luogo, comunque, è che si trova all'interno di un tempio buddista. Come potete forse supporre, l'esperienza in sé è piuttosto zen, anche perché il posto non si può dire che non sia incantevole. Ma.

Il nostro ostello nel tempio di Takayama

Ma: se avessi letto prima la Lonely Planet. Ché, a dispetto dei suoi detrattori snob e a saperla usare, per certe cose continua ad essere un must. Dal paragrafo "Pernottamento a Takayama", cito: "Hida Takayama Tensho-Ji Youth Hostel. E' sistemato in un grazioso tempio. Alcuni lettori ci hanno segnalato di aver avuto alcuni problemi a causa degli orari che occorre osservare".
Problemi, suvvia... In fondo ti chiedono solo di svegliarti alle sei e mezza del mattino e se non lo fai ci pensano loro, con un bel megafono. In fondo ti chiedono solo di sloggiare alle nove e trenta, e guai a farti rivedere prima delle tre del pomeriggio. In fondo ti chiedono solo di rientrare prima delle 21:45, altrimenti te ne rimani fuori, e di spegnere le luci alle dieci di sera. Insomma, quisquilie. Li odio.

Ora, va detto che io ho sempre odiato gli ostelli della gioventù, anche quando li frequentavo vent'anni fa perché non potevo permettermi un albergo e non è che trovassi sempre un campeggio pronto ad aspettarmi in ogni città che visitavo. E' che - altra confessione, oggi è la giornata - io ho sempre odiato sia condividere il cesso e la doccia, sia il tipico clima da ostello, per cui siamo tutti giovani yeah, tutti molto viaggiatori, tutti molto hippy, tutti molto backpackers, ed io sono italiano, e tu sei giapponese, e tu sei americano, e tu sei israeliano, e noi in Italia si fa così, e noi invece in America si fa così, e voi come fate in Giappone, e invece voi in Israele, e siamo tutti molto giovani e liberi, e parliamo tutti inglese, e ci vogliamo tutti bene, e dormiamo tutti assieme, e socializziamo, e bla bla bla bla. Ecco, l'ho detto. E sì, sono vecchio.
Adesso che di anni ne ho quaranta suonati da un bel po', capirete che no, non ce ne ho proprio più per l'esperienza dell'ostello, soprattutto se al mattino mi svegliano e mi buttano fuori a calci, e se devo rientrare entro una certa ora.
A dire la verità noi abbiamo una camera privata, o meglio: abbiamo un rettangolo di due metri e mezzo per quattro, quattro pareti di compensato sottile, finestre di carta come usa in Giappone, una porta di legno scorrevole, un tatami (che per i non addetti è un pavimento di paglia intrecciata, tipico delle case giapponesi, dove si vive per terra), tre materassi alti cinque centimetri, tre piumoni e un ventilatore. Temperatura in camera prossima ai trentacinque gradi. E Leonardo che continua sempre più a chiedersi in quale razza di avventura l'abbiano trascinato i suoi genitori. Lui sì, è un po' stralunato!

Per onestà devo dirvi che i bagni sono tirati a lucido e, naturalmente, i water sono ultratecnologici, addirittura con qualche pulsante in più rispetto a quelli di cui vi ho raccontato qui. Devo dirvi anche che pure qui abbiamo Internet gratuito a banda larga e che tutti sono gentilissimi, a parte quella vecchia str***a che rompe i c******i a tutti al mattino e che per farmi uscire dalla doccia mi chiude l'acqua calda a tradimento mentre sono completamente insaponato, ché secondo lei alle otto e trenta dovrei essere già fuori dalle balle. Maledetta megera giapponese, che un ramo di ciliegio si secchi e le foglie cadendo ti sporchino tutto l'uscio di casa (tipico insulto giapponese, pesantissimo).

Insomma, l'esperienza nel tempio è zen e mistica, ci svegliano come in caserma, ma profumando l'aria di incenso e diffondendo musica di piffero giapponese. Giuro. Naturalmente si gira a piedi nudi e le scarpe si lasciano fuori all'ingresso, ma a parte che qua funziona così praticamente dappertutto, a partire dai ristoranti, a me questa cosa del camminare scalzo è sempre piaciuta e lo faccio anche a casa, quindi ben venga. E' dormire (soprattutto) e mangiare per terra che è micidiale per il mio mal di schiena.
Posso un attimo? Ma perché diavolo non si comprano delle belle sedie ed un tavolo, un letto come dio comanda, perché non usano la forchetta ed il coltello, perché devono per forza ciupparsi le loro zuppette facendo tutti quei rumori orrendi come i cinesi? Ecco, scusate, grazie. Adesso torno politically correct e molto interculturalfigo, anche perché io in Giappone ci sto benissimo, altro che Cina.
Resta il fatto che Leonardo trova sempre più strano dover andare in giro scalzo, dormire per terra, mangiare con i bastoncini e vedere donne che girano con l'ombrello aperto con il sole a palla: - Papà, hanno l'ombrello, ma non piove! - Sì Leonardo, sono tutti un po' fulminati qui in Giappone, non ci far caso, poi torniamo a casa, ti sveglierai e tutto tornerà normale.

Andiamo dunque a farci un giro per le vie di Takayama, un po' rintronati dal sonno, insaponati e con il mal di schiena. E magari cerchiamoci anche un caffè, va', che la colazione giapponese del tempio se la possono anche tenere, quella sì.

Streets of Takayama

Bella Takayama, ci passiamo tre notti (sob) e un paio di piacevoli giornate. Caldo torrido, il peggiore da quando siamo in Giappone. Fradici tutto il giorno, tipo Cambogia durante il periodo monsonico, e se non sapete com'è chiudetevi in bagno, mandate il riscaldamento a palla per un'ora e mettetevi vestiti sotto la doccia con il getto bollente. Ma non dovremmo essere in montagna, qui?
Di certo in montagna è Shirakawa-go, distretto di Hida, un'ottantina di chilometri a nord per un paio d'ore di autobus, anche se poi scopriamo che qui chiamano montagna tutto quello che sta sopra i duecento metri di quota. E infatti questo villaggio, altro sito considerato World Heritage dall'Unesco, si trova a cinquecento metri di altitudine, ma quando qui nevica - regolarmente da ottobre ad aprile - sono metri e metri, e la valle rimane isolata.
Shirakawa-go è famosa per le fattorie dal tetto in paglia a doppio spiovente, uno stile unico al mondo detto Gassho-Zukuri. A dire il vero, lo stile Gassho-Zukuri caratterizza l'intera valle di Shokawa, dove appunto si trova Shirakawa-go, che è solo la località più facilmente accessibile.

Shirakawa-go

Shirakawa-go è anche il nostro trampolino di lancio per andarci ad infognare ancor più in mezzo a queste valli che fino a pochi anni fa erano davvero difficilmente accessibili. Ed è così che di autobus in autobus ci infiliamo nel distretto di Gokayama, dove arriviamo sotto una pioggia torrenziale attraversando orridi e canyon completamente ricoperti di boschi a perdita d'occhio, e costeggiando decine di laghi artificiali che, per lunghi tratti di strada, sono l'unica traccia di civiltà in un territorio ancora completamente vergine.
Sì, vergine. A parte qualche diga qua e là, naturalmente. A parte qualche centrale elettrica. A parte qualche viadotto. A parte qualche torrente incanalato. Eccetera.
Io ve la racconto così, ed è vera, ma è vero anche che queste valli sono stupende. Ecco, ci sarebbe qualcosa da dire, magari, sul clima, considerato che sono quasi sempre immerse nella nebbia, che quando piove (il che a quanto pare accade piuttosto spesso) vien giù il diluvio universale, che anche con il diluvio ci sono più di trenta gradi, e che d'inverno non vengono mai meno di sei o sette metri di neve.

Sta di fatto che il nostro ultimo autobus, sul quale viaggiamo praticamente da soli, ci scarica lungo la statale ad una fermata in mezzo al nulla, sotto una pioggia torrenziale, noi ed il nostro quintale di bagagli, più passeggino, più Leonardo. Ora, poiché quassù parlano solo ed esclusivamente dialetto dell'Honshu e vedere un bianco è ancora un discreto evento, lipperlì ci viene il dubbio di essere stati vittima di un simpatico scherzo del Sol Levante, o di non esserci mica tanto capiti con il nostro amico autista, il che di per sé potrebbe anche essere un problema, sia perché di qua non passa praticamente nessuno tranne quattro autobus al giorno, sia perché è l'una del pomeriggio e l'autobus successivo, l'ultimo della giornata, è previsto attorno alle cinque.
Così ci incamminiamo poco fiduciosi, sotto la pioggia, nella direzione che ci è stata indicata e, miracolo, dopo solo qualche centinaio di metri, dietro una curva ci appare Ainokura, la nostra agognata ed isolatissima meta. Praticamente, il villaggio dei Puffi. Vedere per credere.

Ainokura, distetto di Gokayama

Poche decine di case, molte in stile Gassho, qualche campo di riso, boschi (ed elettrodotti) a perdita d'occhio, e null'altro. Ah, sì: acqua a scrosci. Qui siamo ospiti in una vera e propria fattoria Gassho e quella che vedete qua sotto è la nostra cena di stasera in compagnia di un'altra famiglia giapponese e dei padroni di casa. Niente male, eh? Vi avevo ben detto che vi avrei portato a vedere un po' di Giappone fuori rotta.

Cena nella nostra fattoria Gassho di Ainokura

Insomma, Leonardo ha fatto amicizia con la bimba giapponese e tutti insieme trascorriamo la serata (serata? Qui si cena alle sei e trenta del pomeriggio...) a piegare origami ascoltando musica folk della valle di Gokayama. Che altro potremmo volere di più dalla nostra avventura giapponese?
Ecco, sì: trovare il modo di andarcene da qui domani mattina, visto che in serata dovremmo essere a Kyoto e che sono almeno trecento chilometri da qui.
Dimenticavo: abbiamo rinunciato ad un'occasione forse irripetibile. I nostri amici giapponesi ci avevano invitato a trascorrere il pomeriggio con loro ad un Onsen (tipico bagno termale giapponese il cui drammatico e complicatissimo rituale si presta ad una collezione di mostruose gaffes fantozziane) nelle vicinanze. Avevamo accettato, ma poi, vittime della stanchezza, abbiamo lasciato perdere. Su, non fate così, avete ragione. Ma abbiate pietà: già arrivare fin qui senza finire sperduti nella giungla giapponese ha richiesto un discreto impegno. Per l'onsen vedremo nel caso più avanti che si può fare.

E adesso vediamo se l'umts quassù funziona davvero. Altrimenti ve lo metto in linea domani sul treno per Kyoto. Se riusciamo a prenderlo.
Sayonara!

Aggiornamento: il segnale c'era, ma troppo debole. Postato il mattino seguente dal treno Takaoka-Kyoto, dove naturalmente il segnale è perfetto per tutti i trecento chilometri della linea...
11.13 del 18 Agosto 2006  
 
3 commenti pubblicati
E' davvero fantastico questo viaggio, meraviglioso! Ma... non deve essere mica facile riuscire a mangiare con bastoncini e quei tavolinetti l..
L'ha detto Silvia, 18 agosto 2006 alle 10.09
La cosa pi difficile starci seduti a quei tavolinetti l. Io, dopo cinque minuti, ho la schiena e le gambe a pezzi :-)
L'ha detto Carlo, 18 agosto 2006 alle 15.40
Carlo,
complimenti per la tua "grafomania" (ti invidio perch amo scrivere ma non ho un briciolo di tempo per farlo...e non dirmi che volere potere...).
Ti vorrei chiedere una info per me importantissima: sono alla ricerca disperata degli orari bus takayama/shirakawago e shirakawago/kanazawa. Cosa mi consigli?
L'ha detto Carlo, 19 agosto 2007 alle 20.56


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