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Mr. Divyam ci preleva all'hotel di Kyoto alle nove e trenta
in punto del mattino del 23 agosto, come da accordi presi
via e-mail qualche giorno prima e dopo un'ultima telefonata
di conferma. Mr. Divyam indossa bermuda, t-shirt bianca
d'ordinanza, un asciugamano intorno al collo, infradito,
e viene a prenderci con un grosso fuoristrada Mitsubishi.
Mr. Divyam potrebbe essere sulla sessantina, appare subito
di una cortesia e di un'efficienza quasi outstanding
e, forse anche per questo, a pensarci bene potresti anche
dire che ti ricorda vagamente il Dr. Lecter.
Considerato che Mr. Divyam a) è il nome che si
è dato ai tempi in cui viveva in India, perché
in realtà lui è francese, originario dei sobborghi
di Parigi; b) non riuscirai a sapere molto di più
di lui, tanto meno il suo vero nome, e tranne che vive in
Giappone da più di vent'anni, che ha sposato una
giapponese, che ha un figlio ventiduenne giapponese e che,
a quanto pare, si è guadagnato da vivere nei modi
più strani in giro per mezzo mondo; c) sta per portarti
nella sua casa in Tango-hanto, in uno sperduto e quasi disabitato
villaggio di una delle regioni più isolate del Giappone,
dove non prende nemmeno il telefonino e figurati Internet,
cosa che in Giappone è quasi da pregiurassico; ecco,
considerato tutto questo e quella vaga somiglianza di cui
si diceva, a voler ben vedere potresti anche non essere
proprio proprio proprio del tutto tranquillo a metterti
completamente nelle sue mani per le prossime quarantott'ore.
Ma ormai sei in ballo. Sali sulla sua macchina (che ha pure
i vetri un po' oscurati...) e lascia pure le valigie. Ci
pensa lui a caricarle, come del resto ad offrirti un caffè
al primo Starbucks che incontrerete prima di lasciarvi Kyoto
alle spalle. Dopodiché ciao, butta pure il cellulare,
dimenticati Internet, rilassati (?) sul sedile e controlla
solo di avere la macchina fotografica pronta perché,
d'ora in avanti e per i prossimi due giorni, a te e ad ogni
altra cosa penserà Mr. Divyam. Stai per tuffarti
nel cuore del Tango-hanto ed andare a scoprire un Giappone
così fuori rotta che, come ti dirà lui stesso,
quasi non lo conoscono nemmeno i giapponesi. E, quel che
è davvero curioso, lo farai a ritmo di jazz, cubana
e tango. Quello vero. Insieme al suo inseparabile iPod.
Mr. Divyam è un buon conversatore e durante il viaggio
non ti annoierai, tanto più che non hai la minima
idea di dove ti stia portando, quindi sai com'è.
Parla un inglese eccellente, è francese madrelingua,
il giapponese ovviamente (anche se gigioneggia un po' e
ti dice che non sa leggere il kanji) e puoi quasi scommetterci
che, anche se non te lo dirà mai, capisce bene anche
l'italiano.
Mr. Divyam vive a Kyoto e, ufficialmente, si guadagna da
vivere facendo traduzioni di manuali tecnici dal francese
all'inglese per conto delle società giapponesi.
Mr. Divyam vent'anni e più fa è venuto a trascorrere
un weekend in Giappone e ti dice che da allora è
ancora sabato. Ad uno che esordisce con una battuta così,
che vuoi rispondergli? Ormai sei suo, ti ha catturato.
Mr. Divyam mi ha spiegato che le donne in pigiama
di Leonardo, in effetti, non indossano il kimono, ma lo
yukata, che è di cotone e si chiama così
anche nella versione maschile, come quella che mi sono comprato
anche io (!). Lipperlì ho pensato di ragguagliare
Leonardo in merito, ma poi ho lasciato perdere per evitare
di trovarmi invischiato con lui in una difficilissima revisione
dei fatti.
Mr. Divyam si è fatto un nome nel Kansai, la provincia
di Kyoto, accompagnando i turisti in Tango-hanto a scoprire
un pezzo di Giappone che davvero pochi conoscono e che,
a quanto pare, è in assoluto una delle perle di questo
Paese ed una delle regioni più incontaminate. Come
base utilizza la sua casa a Kurumidani, luogo natìo
di sua moglie, un isolatissimo villaggio nel cuore del Tango-hanto
che conta - ho verificato personalmente - tredici case.
Kurumidani è a circa tre ore da Kyoto e ad una decina
di chilometri dalla civiltà più vicina, e
per arrivarci devi farti delle stradine nella foresta che
te le raccomando. D'inverno, ovviamente, quasi inaccessibile.
Un'oretta prima di arrivare a destinazione, Mr. Divyam si
ferma ad un supermercato e ti chiede se ti serve qualcosa
di assolutamente necessario per sopravvivere i prossimi
giorni, perché dove andiamo il supermercato te lo
sogni. Poi ti porta a pranzo in uno dei posticini che conosce
lui, in un altro villaggio di Tango-hanto del tutto sconosciuto
e chissadove, e lì inizi a capire che la tua dieta
dei prossimi giorni saranno cavoli tuoi se per caso hai
qualche difficoltà verso la vera cucina
giapponese.
E infine, a metà pomeriggio e molte molte molte curve
dopo attraverso una foresta così fitta che, ti assicuro,
considerata anche la temperatura, sembra più la giungla
malese, Mr. Divyam ti deposita qui:
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La nostra
casa in Tango-hanto, nel villaggio di Kurumidani
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Un nostro
vicino di casa
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Tu entri in casa, ti guardi
attorno e, nell'ordine, pensi le seguenti cose: a) maddai;
b) mapensatè che figata; c) ma'ndosiamo; d) ma quanto
vorrà di riscatto.
Intorno a te hai solo foresta e foresta e foresta e, molto
sporadicamente, altre cose.
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Fra le strette
valli di Tango-hanto
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Le tipiche
case dei villaggi di Tango-hanto
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Il nostro
cielo è affollato di falchetti...
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Prima di andare avanti con questa storia, vi spiego bene com'è
fatta la casa. Avete guardato con attenzione le foto
di prima? E' una vecchia casa giapponese, ma giapponese vera,
mica ricostruita o restaurata. E' interamente fatta di legno
e di carta, e in effetti anche la casa di Ainokura
era fatta così ma era, per così dire, "quasi
nuova", o perlomeno mantenuta in modo eccellente, lucida.
Questa, invece, è altrettanto bella ma sa di vecchio.
Il legno è tutto tarlato e cola resina, le finestre
di carta sono bucate qua e là, qualche ragnatelina,
una vecchia cucina, i tatami di una volta, quelli lunghi,
mica come quelli di adesso che sono meno di uno e settanta,
tre futon stesi a terra, i soliti cuscini ripieni di sassi
o sarà riso o sarà grano o sarà nonsoché,
ma come al solito a me fanno venire la cervicale e non riesco
a dormirci, e al diavolo Mr. Divyam che dice che sono perfetti
per il mal di schiena, io ho ben presente com'è il
mio mal di schiena e le assicuro, Mr. Divyam, che la mattina
mi sveglio a pezzi ogni volta che qui in Giappone mi fate
dormire così.
Le pareti della casa sono in realtà pannelli di legno
scorrevoli. Alcuni sono pieni e, in qualche caso, rivestiti
di tessuto dipinto; altri hanno un'intelaiatura a griglia,
i cui spazi fra i listelli sono riempiti con carta, in taluni
casi decorata, cosicché a pannelli chiusi la luce è
garantita dalla trasparenza della carta stessa. Non ci sono
vetri, non c'è un mattone uno. Di giorno i pannelli
vengono tenuti tutti aperti, di notte la casa si richiude
completamente su sé stessa.
Questa architettura, a quanto pare, ha resistito per decenni
a terremoti, metri di neve e tifoni (che qui battono piuttosto
spesso, dieci già questa stagione, l'ultimo cinque
giorni fa, e in effetti l'acqua che abbiamo preso ad Ainokura
abbiamo scoperto essere stata la coda di un tifone).
Questa architettura ha rischiato di non resistere a noi tre,
considerato che Emanuela ha divelto un pannello, cioè
una parete, io ho bucato maldestramente un paio di finestre
di carta e Leonardo ha falciato tutto il bosco circostante
con le racchette da badminton nuove di pacca di Mr. Divyam,
che peraltro spero solo non si sia accorto di nulla di tutto
ciò, sob.
Insomma, noi dormiamo (demoliamo) e viviamo qui per un paio
di giorni. Mr. Divyam dorme e vive nella casa a fianco, che
a dirvi la verità, pur non essendo molto dissimile
dalla nostra, è un gioiellino - anche tecnologico,
come ci si può ovviamente aspettare in Giappone: musica
diffusa da un sistema centrato su un iPod, Mac Powerbook sistemato
in un angolino e collegato con modem, tv al plasma con impianto
satellitare, ecc.
Infine, poiché siamo in mezzo alla foresta giapponese,
è estate, fa un caldo da incubo e la casa è
tutta aperta, condividiamo i nostri spazi con un nutrito gruppo
di ospiti piuttosto ingombranti e rumorosi, fra i quali si
segnalano pterodattili o giù di lì, grilli,
locuste, cavallette et similia di dimensioni paleozoiche che
amano camminare alla sera sui nostri cuscini, ragni che non
sto nemmeno a dirvi ma ricordo di averne visti così
solo nella giungla malese, settequattrosette a righe gialle
e nere che si spacciano per api regine, ma se vedeste le dimensioni
gli lascereste anche voi le chiavi di casa (che qui non esistono)
e vi trasferireste a dormire nel fuoristrada parcheggiato
fuori, non fosse altro per il rumore che 'sti besti
fanno in volo. E pensare che io sono insettofobo.
In casa c'è una gran bella paletta di plastica, così,
prima di andare a dormire, si blinda (seee, come no...) la
camera facendo scorrere i pannelli ed avendo cura di evitare
il più possibile qualunque fessura, e si dà
il via ai combattimenti a suon di sciaf! di qui e sciaf!
di là, alla faccia di Mr. Divyam, che a mio parere
è un po' troppo zen per cui l'ape gigante sì
ma la locusta no perché doesn't bite. E bravo
Mr. Divyam, sì sì, non ti preoccupare, la locusta
no, ma certo, buonanotte Mr. Divyam, è andato sì?,
bene, sciaf! locusta bleah, tié.
Leonardo segnala gli oggetti e noi si fa sciaf! a raffica
finché in camera non regna il silenzio (fuori non vi
dico...), i letti appaiono sgombri e tutto torna alla normalità.
Almeno sembra. Meglio non indagare troppo, va'.
Ora, con un prologo così, capite bene che se davvero
dovessi raccontarvela tutta scriverei un libro. Ed ho sonno.
Così ve la faccio breve, si fa per dire, partendo dai
contro, perché sono un po' pignoletto anche
io, e se no che gusto c'è.
1) Mr. Divyam è un po' troppo zelante e svizzero con
il suo programma ed i suoi orari, anche se il suo motto è
"tu pensa solo a rilassarti e goditi la vacanza, io
penso a tutto il resto". Per cui se vi dice che si
parte alle 10:30 in punto, orario che a voi lipperlì
sembra magnifico e verso il quale concordate soddisfatti,
è anche vero che alle otto e trenta ve lo trovate fra
i piedi già in fibrillazione che vi fa quasi i vostri
bagagli, e che partirete, quasi certamente, alle 10.25, ma
solo perché avete fatto resistenza passiva.
2) Mr. Divyam, in venticinque anni di Giappone ed una vita
quasi tutta trascorsa in oriente, ha un po' preso il peggio
dei giapponesi senza prendere il meglio degli orientali. Per
cui vi guida al motto di take it easy, ma lui sembra
sempre tutt'altro che easy ed anzi, piuttosto impaziente e
un po' pierino. E se vi scappa il bambino per tre secondi
e sale sul tatami con le scarpe, si irrita un po', e se per
caso il bambino corre fuori a piedi scalzi per tre minuti
e poi risale sul tatami, si irrita ancora di più e
vi fa notare che in Giappone non si fa così, perché
this is Japan.
Ora, non è proprio vero Mr. Divyam. Diciamo che intanto
c'è modo e modo, e che un bambino di due anni è
un bambino di due anni, e che i nostri ospiti giapponesi -
veri - ad Ainokura sono stati molto meno rigidi e fiscali,
in casa loro.
3) Mr. Divyam gigioneggia inutilmente e a volte gli scappa
un po' troppo di fare il Mr. Crocodile Dundee alle prese con
i turisti. Per cui la scenetta di non ricordarsi la strada
e di perdersi nella foresta, di notte, infilando sterrati
inquietanti completamente al buio e commentando con tono ironico
"non riconosco questa strada, ma tanto la direzione
è giusta", funziona poco o nulla, almeno con
noi. Per almeno tre motivi.
Primo: nessun essere sano di mente si infilerebbe di notte
in certi percorsi fuoristrada, senza conoscerli, dichiarando
palesemente di aver perso l'orientamento, ma non girando la
macchina per tornare indietro nell'unico punto in cui lo si
potrebbe tranquillamente fare ed ostinandosi invece ad andare
avanti al buio, con un bambino di due anni dietro, senza nemmeno
una torcia elettrica e con il rischio di rimanere incastrati
definitivamente. E Mr. Divyam sano di mente lo è eccome.
Secondo: Mr. Divyam propone da anni a centinaia di turisti
lo stesso identico tour, collaudatissimo ed efficientissimo.
Non penserà davvero che noi si creda alla sua battuta
"mi sembra che la strada sia questa, ma non la ricordo
mai" e a tutto quello che segue nei venti minuti
successivi?
Terzo: noi ci si è persi davvero nella giungla di notte.
Ed anche nel deserto. Ed anche in diversi altri posti piuttosto
inquietanti. Da soli. E, fra l'altro, si è anche attraversato
il deserto di Gobi con il mitico ed inimitabile Aagii. E'
un po' difficile, Mr. Divyam, che ci si lasci impressionare
da venti minuti di foresta giapponese addomesticata e guidata
dentro ad un tour stupendo ed organizzatissimo come il suo.
Capisce?
4) Mr. Divyam: lei ci ha portato a vedere il mare più
bello del Giappone ed io gliene sarò per sempre grato
perché era bello davvero. Ecco. E adesso mi spiega
perché diavolo ci ha portato in spiaggia a fare il
bagno solo alle sei di sera?
Sul fronte opposto i pro sono davvero moltissimi, e se è
vero che Mr. Divyam è un tipo fatto un po' a modo suo
e va preso per quel che è, è anche verissimo
che pensa a tutto lui, compreso servirvi la colazione con
un ottimo caffè e un'altrettanto ottima marmellata
gialla di natura sconosciuta.
Il suo Two
to Tango, come ha battezzato il tour di
due giorni e due notti che propone da anni, è davvero
un'esperienza straordinaria ed unica in un Giappone completamente
fuori rotta e quasi del tutto sconosciuta al turismo, soprattutto
a quello occidentale. Perciò sì, caro - carissimo
- ma soldi spesi bene, anche perché una volta versato
il dovuto non si tira fuori più una lira: è
davvero un tutto, ma proprio tutto, compreso. Compresi i biglietti
dove servono, compresa la spesa personale, compreso tutto.
Vi ho già scritto fin troppo. Se ne volete sapere di
più, date un'occhiata al
suo sito e se andate in Giappone contattatelo. Non
ve ne pentirete.
E, nel frattempo, venite a spasso con noi e Mr. Divyam nel
Tango-hanto, e tanto che ci siamo facciamoci anche una nuotata
nel Mar del Giappone (e non vi sto a dire che acqua che c'è):
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Hei-bama,
penisola Tango-hanto
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Leonardo ad
Hei-bama, Tango-hanto
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Hei-bama,
Tango-hanto
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E a proposito di Tango-hanto: Onsen? Ebbene sì
amici miei, fatto! Anzi, fatto per ben due volte. Una prima
nello stupendo, lussuosissimo ed attrezzatissimo
onsen di Yoshino no Sato, situato su una collina con
vista mare e dotato di tre vasche riempite con acque a temperatura
differente, una delle quali in un giardino all'aperto. Una
seconda in un onsen naturale ricavato da una vasca di pietra
sulla favolosa spiaggia di Kotobikki-hama: l'acqua era così
calda che avrei potuto cuocerci le uova. Una simpatica esperienza
fantozziana, o meglio, dantesca: mancava solo Caronte.
Niente gaffe eclatanti questa volta, anche perché eravamo
guidati passo a passo da Mr. Divyam: impossibile sbagliare.
Eh, lo so che mi aspettavate al varco, ma è filato
tutto liscio. Sì.
A parte che Leonardo ha riempito la vasca esterna di sassi
(un sacrilegio per espiare il quale solitamente è necessario
fare immediatamente harakiri davanti ai samurai del servizio
d'ordine) e non escludo che ci abbia fatto anche la pipì.
Ma tanto non se n'è accorto nessuno. (- Papà,
qui sono tutti nudi! - Sì Leonardo, ti ho già
detto che in Giappone sono tutti fulminati).
Volete sapere come ci si sente usciti da un onsen? Bolliti.
E pesanti, ma pesanti, ma pesantiiiii. Certamente, in pace
con il mondo.
E poi: sashimi? Fatto! Anzi, mangiato! Sopravvissuto.
Non vomitato. E per uno come me, che odio il pesce, un'impresa
del genere va annoverata nell'album. Gege: non è posto
per te, no no.
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Tango-hanto,
il team di Orizzontintorno a cena
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Del resto sapevo fin dall'inizio di questa avventura in Tango-hanto
che con Mr. Divyam non avrei avuto scampo: lui il Giappone
non solo ve lo fa provare davvero fino in fondo, ma non vi
dà nemmeno alternativa, né scampo. Avete voluto
la bicicletta? E allora pedalate. Per cui, sashimi
(e tutta una serie di altre cosucce...). Zitti e ingoiare.
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Ine, Tango-hanto
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Amanohashidate,
Tango-hanto
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Amanohashidate,
il team di Orizzontintorno al completo
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Vi dico un'altra cosa: io, fotografie come quelle che vedete
qui un po' più sotto, scattate a Kotobikki-hama, non
le facevo dai tempi della Nuova Caledonia. Ora, sarà
l'aria del Pacifico, sarà una combinazione, sarà
un fiore. Ma perbacco (non è la parola che ho
in testa...), che rosso! E guardate che non ve l'ho affatto
saturato: dovreste vedere le foto originali!
Adesso sì che posso dire di essere stato in Giappone!
Come? Sì, sì, certo che ve lo faccio vedere
Mr. Divyam. Eccolo qui, insieme al sottoscritto, nella mitica
vasca ad ottomila gradi dell'onsen naturale di Kotobikki-hama.
I più attenti potranno notare la mia colorazione. Faccia:
abbronzatura da maratone cittadine degli scorsi giorni. Petto:
classico bianco latte da ufficio milanese. E, attenzione:
già appena al di sopra del pelo dell'acqua, pelle rosso
fuoco tipica del punto di cottura ottimale della carpa di
Tango-hanto.
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Mr. Divyam
e il titolare qui all'onsen di Kotobikki-hama
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Come d'accordo, alla mattina del nostro terzo giorno in Tango-hanto,
Mr. Divyam ci ha lasciati alla stazione di Mineyama, una specie
di El Paso giapponese: stesso calore, stessa desolazione.
Di solito lui chiude il giro riaccompagnando i suoi ospiti
a Kyoto, ma non penserete davvero che avremmo potuto farla
così semplice, noi. Mica è finita ancora qui.
Vi sto postando da un treno che sta percorrendo la remota
costa del San-In...
Sayonara :-) |
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