Qualche sera fa Stefano mi intratteneva al telefono da
Somerset,
New
Jersey: "Tu credi che Arlon sia il [censura]
del mondo, ma è solo perché non sei mai stato
qui. A parte che oggi siamo a -15°, considera che l'unica
scelta per uscire a cena è andare nel ristorante
di un altro albergo, e se proprio vuoi fare una passeggiata
non c'è null'altro a parte un centro commerciale.
Se fossi nato a Somerset probabilmente mi sarei suicidato.
Anzi, no: è impossibile nascere a Somerset."
Ora, poiché ho grande stima e fiducia nelle qualità
di giudizio di Stefano, e considerato che è il mio
capo, colgo l'occasione per annunciargli da queste pagine
che io non andrò mai a Somerset.
Nell'attesa di un resoconto dettagliato da Somerset, magari
corredato di reportage fotografico, tale stroncatura mi
dà lo spunto per affrontare la puntata numero due
della mia fake-Lonely
Planet dedicata ad Arlon: l'attesissima e famigerata
guida gastronomica, ovvero la Michelin del purgatorio delle
Ardenne.
Tralascerò qui di occuparmi, per questa volta, di
due dei migliori ristoranti di Arlon, dei quali abbiamo
ormai detto tutto quel che c'era da dire e che dunque ben
conoscete: il bizzarro autogrill
dell'AC Arlon e il leggendario ristorante
dell'AC Arlux, possa sprofondare negli inferi sepolto
da una montagna di pane riscaldato a microonde e stagnolette
di burro rancido.
Ciò premesso, sappiate innanzitutto che la cucina
belga non esiste, a meno che naturalmente non si
decida di omologare la potage
du jour ed il grottesco cosciotto violaceo di
cinghiale con tonnellata di patatine fritte, pinta di Orval
e rutto libero, come cucina tipica belga. Va da sé
che i due piatti citati sono ovviamente le specialità
dell'Arlux.
Altra premessa fondamentale: ad Arlon, più che mangiare,
si beve. Il che fra l'altro spiega molte cose, ma di questo
parleremo un'altra volta. Solo qualche testimonianza in
proposito:
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Un inquietante
"aperitivo della casa" a base di
azoto liquido
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Misura standard
di un "tres petit cognac"
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Tipica cena
in un ristorante di Arlon
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Il vostro
titolare qui, apparentemente alterato, ripreso
clandestinamente da un collega durante una cena ad
Arlon
(non è che esiste anche il filmato su YouTube,
vero?)
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In un paese che non esiste, caratterizzato da una cucina che
non esiste, la sopravvivenza del malcapitato trasfertista
(quella del residente belga non saprei) è affidata
ad un pugno di ristoranti etnici che vi permettono virtualmente
di completare un giro del mondo gastronomico in meno di un
paio di settimane, al termine delle quali non vi è
purtroppo alcuna garanzia che il vostro stato di salute coincida
con quello di partenza. Ma, del resto, di Viaggi si
parla qui, mica di Tonino il fidato pizzaro sotto casa vostra.
E peraltro, parlando di pizzari, è quasi inutile che
vi dica che i ristoranti italiani ad Arlon battono Resto del
Mondo in media 4 a 1, nel senso numerico del termine. Con
una particolarità, però: che qui i ristoranti
italiani sono italiani davvero, gestiti da italiani trapiantati
in città ormai da anni, che oltre a far cassa stanno
anche dietro alle pentole (o davanti al forno a legna). Del
resto bisogna riconoscerlo: il Belgio non sarebbe il Belgio
senza gli emigranti italiani - ai quali ormai mi sento inevitabilmente
ed affettivamente legato - e d'altra parte l'emigrante italiano
in Belgio mica va a Bruxelles, nooo, macché, ad Arlon
viene. E di solito apre una pizzeria.
Il primo giorno che misi piede ad Arlon (una data che rimarrà
scolpita nel mio curriculum e nella mia psiche), all'ora di
pranzo un collega ebbe pietà di me e mi salvò
dalla frustrante mensa aziendale, portandomi in centro città
da "Enzo
Milano": lì ho bevuto la mia prima Orval
e ho imparato subito ad odiare tutta la pseudoliturgia che
dovrebbe accompagnare il giusto modo di versare una Orval
nel bicchiere da Orval, per cui se ti stappi un'Orval e te
la versi come cavolo ti pare c'è sempre qualcuno che
ti fa notare che l'hai versata troppo rapidamente, o troppo
lentamente, o troppo a scatti, o con il gomito troppo piegato
all'interno.
Ora, diciamolo: l'Orval è una normalissima ed anonima
birra trappista che, come tutte le birre trappiste, non c'azzecca
un tubo con le birre da pasto, men che meno con la pizza,
e comunque servita fredda fa schifo. Oooh, l'ho detto.
Di per sé Enzo Milano è sufficientemente anonimo
come tutte le pizzerie italiane all'estero: le tovaglie sono
a quadri rossi e bianchi, le pizze non sono male e ci si può
mangiare anche altro - io, che sono notoriamente un ateo miscredente
dedito al fast-food ed alla scelleratezza alimentare, una
volta ho perfino provato le troffie al pesto, sopravvivendo.
La vera particolarità, comunque, è che Enzo
costa come Gualtiero Marchesi epperò non accetta l'Amex.
Ti mangi una Margherita, la paghi come fosse placcata oro
e quando la metti in nota spese ti vergogni e ti riprometti
di vivere per una settimana a carote bollite.
Altre note: da Enzo, come in tutte gli altri ristoranti italiani
in Arlon, si parla italiano ed anche l'unico cameriere autoctono
è costretto a parlare con l'accento di Locri.
Per onor di cronaca devo anche dire - prima che qualcuno del
mio team venga qua dentro a massacrarmi nei commenti - che
qui mi è capitato di dover rimandare indietro l'unica
bottiglia di vino della mia vita perché sapeva di tappo.
O meglio: io me la sarei anche bevuta (non riesco a immaginare
nessuna scena più imbarazzante del dover rimandare
indietro una bottiglia di vino), ma i miei giovani tàngheri,
dopo essersene scolata metà con la scusa di assaggiarla
a turno, mi hanno flagellato pubblicamente costringendomi
a richiamare il finto cameriere di Fuorigrotta ed Enzo in
persona. Naturalmente da allora non ci sono più tornato.
I concorrenti più in voga di Enzo sono "Pinocchio"
ed il suo spin-off, "Chez
Geppetto". Si va indistintamente da uno o dall'altro
a seconda dei giorni, tipo oggi è martedì, Pinocchio
è chiuso, allora chez Geppetto. In realtà
queste due pietre miliari della ristorazione, diciamo così,
di Arlon, sono assai diverse fra loro, pur essendo vero che
Geppetto è nato da una costola di Pinocchio e che è
evidente il legame simbiotico ancestrale fra i due ristoratori,
che condividono le stesse tovagliette di carta con impresse
le reciproche pubblicità.
Pinocchio è il classico pizzaiolo amicone che ti dà
del tu e ti chiede di tua sorella anche se è la prima
volta che ti presenti, sei in gessato d'ordinanza e ti sei
fatto scaricare da un'auto blu con la scorta. A fine cena
ti offre sempre il limoncello. Poi un limoncello. Poi un limoncello.
E infine un limoncello, proprio l'ultimo l'ultimo, eddai,
prima di uscire sotto la pioggia. A me il limoncello di Pinocchio
fa schifo, però non oso dirglielo.
Il pizzaiolo di Geppetto è rasato, tatuato, piercing-ato
e molto, molto, molto muscoloso. Anche lui parla con accento
di Locri, ma il suo è vero. Anche lui è amichevole,
forse. Ti racconta sempre di quando l'Italia ha vinto i mondiali
lo scorso anno, loro avevano il locale pieno di francesi e
belgi, e quando Grosso ha segnato il rigore sono saliti sul
bancone a fare il gesto dell'ombrello ai cinquanta clienti
ubriachi e incazzati, stappando spumante a fiumi (lo sottolinea
sempre, preciso: *spumante*, non champagne).
Ogni volta che ci vado, a fine cena il pizzaiolo di Geppetto
mi fissa negli occhi a tre centimetri di distanza, e mi chiede:
"Com'era?"
Buonissima.
In ogni caso, vi consiglio i suoi spaghetti alla pescatora
(buonissimi...).
"Chez
Faty" è un altro ristorante italiano.
Solo che il cuoco è un marocchino. Trapiantato in Belgio.
Ora, converrete con me che è come sparare sulla croce
rossa, ma ci va a pranzo il direttore di stabilimento, che
è anche il mio cliente. Quindi chez Faty si
mangia da dio. Consiglio le penne alla diable, che
poi sono la variante maroccobelga delle penne all'arrabbiata.
Oddio, più che arrabbiate direi che si sono svegliate
male, ma se non sbagliate il vino possono anche andare.
Adesso però non vorrei che crediate che qui si frequentino
solo i ristoranti italiani. Noi siamo viaggiatori veri e,
per dirvela tutta, da bravo professionista, mi sono fatto
un tour approfondito della Arlon gastronomica, proprio in
onor vostro e senza (ahimè) risparmiarmi. Spero dunque
che apprezziate il lavoro del vostro corrispondente.
Il prossimo capitolo sarà quindi dedicato all'esplorazione
degli abissi perversi nei quali è possibile precipitare
volendo fare i brillanti con i ristoranti davvero etnici
di Arlon. Vi anticipo solo una cosa: il bicchiere della prima
foto in alto, quello da cui si innalza una colonna di fumo
inquietante dovuta a una fiala di azoto liquido immersa nell'aperitivo,
me lo hanno servito da "Le Grecò", uno dei
due ristoranti ellenici di Arlon, noto per il perenne stato
di ubriachezza molesta del suo proprietario. Giuro.
Stay tuned. |